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FABIO GIACOMINI
Un percorso di crescita vissuto a cavallo di due continenti
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Greg Ewing
Trent’anni passati tra onde e tavole non possono essere riassunti in un articolo. Fabio, infatti, fa parte della generazione “romantica”, quella che a partire dai primi anni ‘80 ha letteralmente sognato il surf italiano dando origine alla scena che conosciamo oggi, con le sue eccellenze, i suoi limiti e le sue fughe. Dopo anni in cui ha “biologicamente” abbandonato il paese per le coste sudafricane, Fabio torna in Italia arricchito di esperienza e di storie. Un percorso di crescita e perfezionamento vissuto a cavallo di due continenti che ha condiviso con noi in questa lunga intervista. N.Z


Da dove viene il fascino per la shaping room? Raccontaci di come ti sei avvicinato al mondo del foam, della pialla e della resina.
Devo fare una premessa: penso che nella specie umana esistano due tipi di persone, quelle che riescono facilmente ad eseguire lavori manuali e quelle invece che le mani non riescono proprio ad usarle. A loro volta poi i “manuali” si dividono in creativi e non, cioè coloro che riescono (o meno) ad inventare, creare e disegnare gli archetipi che il loro cervello immagina. Io mi sono sempre sentito portato nel “creare” qualcosa, sia dal punto di vista tecnico che artistico. Ricordo che fin da bambino mi dedicavo al disegno, alle applicazioni tecniche e al modellismo. Un’altra cosa in cui mi sono sempre sentito “confident” è stato lo sport. Sono stato un atleta agonista iniziando a nove anni con il basket e proseguendo fino all’età di 42 anni. Tuttora pratico sport almeno tre volte a settimana, anche perchè non ne posso fare proprio a meno, fa parte del mio stile di vita. Tornando indietro al 1979 e coniugando questi due aspetti della mia personalità, mi trovereste sopra un Mistral Competition (una delle prime tavole da windsurf arrivate in Italia) e nel 1980 già con una pialla in mano, intento a creare le mie tavole wave da windsurf. Il mio primo marchio si chiamava West Coast e nasceva da un’esigenza reale: in Italia i prodotti non c’erano, a parte i tavoloni di serie da windsurf. Posso dire che noi shaper abbiamo contribuito alla crescita del settore dando alle aziende l’input e i modelli da seguire. Credo che alla fine sia proprio questa la funzione dello shaper: essere all’avanguardia e produrre dei prototipi e non gettarsi nella produzione di massa, come fanno in molti, incantati dalla possibilità di guadagno. L’artigiano non può diventare un industriale! Per quello che riguarda i materiali posso dire che all’epoca non c’era assolutamente niente e quindi il “fai da te” regnava incontrastato. Riallacciandomi alle mie esperienze di adolescente avevo rispolverato alcuni dei materiali usati per il modellismo aereo cioe resina epoxy, tessuto di vetro e polistirolo. Ricordo che i primi pani in Clark Foam arrivarono intorno al ’83. All’epoca anche le cose più stupide come i loghi su carta velina, dovevano ancora essere inventati ed io per stampare il mio marchio sulle tavole usavo una maschera di cartoncino tagliata a mano e ci passavo sopra con l’aerografo. I primi shape li feci per uso personale poi un pò per il design veramente differente ed effettivamente per l’enorme abisso di performance rispetto ai tavoloni, inziarono a contattarmi privati e negozianti richiedendo il mio prodotto. Capii allora che questo poteva essere un lavoro e cosi iniziai. Non posso dire che ci siano state vere e proprie muse ispiratrici o qualcuno a suggerirmi od insegnarmi qualcosa. Quello era un periodo paragonabile all’età della pietra, si doveva inventare tutto, ed informazioni da fuori non ne arrivavano. Solo dopo aver assimilato le tecniche di costruzione è stata mia cura elevarmi professionalmente andando a visitare vari shaper di fama internazionale con cui tuttora intrattengo relazioni di lavoro, mi consulto e scambio opinioni.

Descrivici come era la scena custom negli anni ’80 in Lazio. Che differenze vedi tra quegli anni e la situazione attuale del mercato?
All’inizio degli anni ‘80 c’era il windsurf “tradizionale” cioè quello fatto con tavoloni di serie. Il mercato custom stava muovendo i suoi primi passi e le aziende non si erano ancora organizzate per produzioni di tavole da wave più performanti. Ricordo di aver partecipato come espositore ad una mostra che ci fù nel 1982, chiamata appunto “Surf 82 “ e che si tenne al Palazzo dei Congressi di Roma. In quell’occasione vidi per la prima volta il cult movie “Un Mercoledì da Leoni” e rimasi folgorato. Mai avrei immaginato allora di diventare 12 anni dopo, lo shaper di Bear per l’Europa. Di lì a qualche anno questo lo scenario venne stravolto. I grossi poteri economici decisero che le competizioni si dovessero fare solo con windsurf di serie ed il mercato del custom crollò. Il mercato del windsurf venne fisiologicamente sostituito dal surf da onda che, pur avendo difficoltà nell’emergere poichè non praticabile con costanza, aveva due punti a suo favore: facilità di trasporto e prezzi accessibili. Io, come tanti windsurfisti, mi affiancai a questo nuovo fermento che al contrario del windsurf attecchì facilmente tra i più giovani. Il vero boom ci fu agli inizi degli anni ‘90, e fu allora che feci i miei primi viaggi in Francia e Sud Africa per arricchire il mio bagaglio. Anche SurfNews è un frutto di quel periodo e ricordo con piacere il vecchio editore Andrea Tazzari con cui ebbi un rapporto di lavoro ma sostanzialmente d’amicizia. La mia pubblicità era una delle poche sul numero uno della rivista nel ’94 e ne vado fiero! Quello è stato il periodo dei veri sognatori. Realisticamente parlando forsè è questa la differenza con il mercato attuale: non ci sono più tanti sognatori in Italia. Sono stati sostituiti da burocrati dell’incasso.

Come si è evoluta la tua tecnica di shaper negli anni? Che rapporto hai coi tuoi atleti?
I team-rider sicuramente sono una ricchezza per uno shaper e sono utili per avere conferme o eventualmente critiche. Penso comunque che un produttore di tavole debba sapere di per sè ciò che sta facendo. Un progettista di aerei non chiede necessariamente consigli ai piloti, giusto? Da due anni ho nel mio team in Italia due ragazzi molto promettenti: Antonio Rinaldi e Federica Mazza, che è la prima donna in assoluto ad entrare nella Pike family. Prima di loro ho a lungo supportato Emiliano Cataldi e tanti altri in 20 anni di storia di Pike Surf. Il mio rapporto con Emiliano è stato splendido sia per i risvolti tecnici che per la profonda amicizia che ci lega. Lo conosco da quando aveva 14 anni e veniva alla mia factory con il motorino. Posso dire che è una persona veramente umile e disponibile. Tutte le volte che lo chiamavo era pronto a darmi una mano in negozio. Tra noi non serviva parlare molto per capirsi, lo prova il fatto che lui ora sia in Australia ed io in Sudafrica, tutti e due emigrati. Tornando al discorso shaping, io sono nato come “autodidatta praticante”, per cui ho sempre avuto ben chiaro cosa volevo nel momento in cui una mia tavola entrava in mare. Ho sempre prediletto la velocità. Nei miei progetti la priorità è questa; più la tavola è veloce e più è facile gestire le altre componenti, chiaramente sta al surfer dosare il tutto per un surf fluido o aggressivo. Nelle tavole da onda ho sempre cercato di promuovere un tipo di shape che fosse performante anche nelle onde di casa nostra e che non sono certo potenti. La mia tavola ideale è abbastanza corta, larga e voluminosa: questo è lo shape che propongo da trent’anni per il pubblico nostrano. Non sono mai riuscito ad andare contro la mia etica professionale e posso consigliare ad un mio cliente solo una cosa che funziona veramente. Non tento di vendere tavole esteticamente accattivanti ma che poi non rendono. Questa convinzione mi ha sempre limitato commercialmente. Nell’ambiente si diceva che io fossi lo shaper di tavole da principianti. Il problema era che i surfisti italiani stavano usando tavole simili a quelle dei pro, sottilissime e iper-performanti ma non adatte alle onde di casa nostra. Il successo recente di fish round nose, fish ‘70s e minimalibu mi sta dando ragione. Attualmente ho 18 differenti modelli di tavole adatte a qualunque condizione.

Provi tu stesso le tue tavole? Che stile e che tipi di tavola preferisci per le tue session?
Provare le tavole dopo averle costruite è una gran soddisfazione. Purtoppo ho sempre avuto dei limiti fisici in acqua dovuti alla mia struttura fisica al di sopra della media. Il mio stile è aggressivo e potente. Ricordo il senso di invidia che provavo nel vedere surfer sotto i 70kg che planano con niente. Ora in Sud Africa (sopratutto con il SUP) posso allenarmi costantemente e surfare qualunque tipo di onda, da 0 a infinito con una tavola performante. La mia ultima è una short wave 8’10” che posso usare tutti i giorni anche in Italia.

Cosa ti ha spinto a spostarti in Sud Africa?
Emigrare era inevitabile per la mia professione e per la realizzazione dello stile di vita a cui ho sempre ambito. Il mio primo viaggio a Durban è stato nel ’89 e già stavo pensando ad un futuro quì. Alla fine del 2000 il mio percorso in Italia si era esaurito, dopo aver raggiunto un alto livello di produzione, dopo aver prodotto addirittura tavole per Ferrari e Gucci, dopo essermi confrontato con shaper come Spider Murphy, Jean Pierre Stark, Gary Linden, Nev Hyman e Murray Bourton, ho capito che loro all’estero progredivano mentre io qui in Italia rimanevo fermo. L’Africa o ti piace subito o la odi. Io sono sempre stato una persona in cerca di una vita sana e semplice, senza grosse ambizioni di ricchezza, certo mi piace avere una vita decorosa ma sicuramente non mondana. Se ti piace lo sport e la natura il Sud Africa è il posto per te. Qui faccio una vita molto salutare, ho iniziato anche a curare la mia alimentazione seguendo da otto anni la dieta a zona. Non fumo, non bevo e non uso stupefacenti di nessun tipo. La sveglia qui è molto presto, l’alba è circa alle 4 del mattino quindi alle 5 sono in acqua ed alle 7 al lavoro. Mi faccio 7-8 ore di factory, non una di più. Questo secondo me è fondamentale per mantenere un livello elevato di qualità sul prodotto. Mi dedico poi anche ad altre attività come golf, squash e palestra, che mi serve per avere più forza e resistenza in acqua. La vita sociale non è la mia priorità ma ogni tanto esco con qualche amico/a. Rimango comunque legato all’Italia ed al mio percorso di vita precedente, il mio logo infatti è costituito da una bandiera metà italiana e metà sudafricana. Il motivo principale di questo legame è mio figlio Vittorio con cui spendo più tempo possibile a cavallo di due continenti.

Quali opportunità personali e professionali ti si sono aperte in quel paese?
Non credo nella fortuna, sono molto pragmatico, ma sicuramente credo nelle energie positive e negative che tutti noi emaniamo. Quando nel 2005 sono riapprodato in Sud Africa il mio primo incontro importante è stato con Spider Murphy uno dei miei shaper di riferimento, che mi chiese di lavorare da lui… come shaper! Questo secondo me è un esempio di flusso energetico positivo, bisogna solo trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Sono stato accolto da tutta la comunità degli shaper di Durban con molto calore e stima, sto parlando di Peter Daniels (Pukas), Graham Smith (padre di Jordy), Erroll Hickman (shaper e leggenda del surf in SA), Elton Fursman (shaper di Quiksilver per il Sud Africa) e guru dello shaping con cui dialogo quotidianamente. Attualmente sono uno degli shaper accreditati per sagomare tavole Quiksilver, poichè per due anni ho lavorato a stretto contatto con Elton realizzando circa 800 tavole. Sono anche un po’ invidiato in quanto sono uno dei pochi ad avere 30 anni di esperienza sia nello shaping che nel glassing, nel sanding, nello spray e nel polishing. Non dimentichiamoci che quando ho iniziato io, dovevo saper fare tutto da solo! Non è raro, quindi, che venga interpellato da altri professionisti per consigli su tecniche di lavorazione, ultima delle quali è la resinatura con pigmento. Io la eseguo in un modo che qui in Sud Africa non conoscono, dando un effetto finale particolarmente accativante. Quì gli shaper fanno gli shaper e basta, spesso solo di shortboard, per questo motivo le tavole di produzione Sudafricana non sono il top, perchè dopo lo shaping, vengono affidate a manodopera non specializzata. Ho deciso per un discorso di qualità di mantenere la mia produzione limitata a circa 100 tavole l’anno, tavole che curo in ogni dettaglio. Così il mio cliente acquista un prodotto “top class” anche nei materiali. Credo inoltre, parlando anche di qualità dei materiali, di essere l’unico produttore Italiano a utilizzare il nuovo sistema Fusion FCS che non è ancora arrivato in Europa.

Come hai vissuto il passaggio dalla produzione a mano a quella in serie? Utilizzi anche tu shaping-machine e sandwich epossidico?
Il concetto per mè non è “quante tavole fai” ma “come fai le tavole”. In Italia, proprio perchè isolata dal resto del mondo produttivo del surf, ogni nuovo prodotto viene spacciato per eccezionale anche se non è così. Da qualche anno, con l’utilizzo delle computer-machine, le aziende che producono tavole sono aumentate esponenzialmente. Le macchine a controllo numerico sono così raffinate che non c’è veramente più bisogno dello shaper. Ci sono ditte che non hanno neanche più la figura tecnica dello shaper ma solamente una macchina che sagoma progetti scaricati da internet e manodopera a basso costo. In poche parole basta avere dei soldi da investire e si possono produrre tavole da surf, ma di che tipo? Questo è il primo messaggio che mando ai lettori: non crediate che basti un nome straniero sulla tavola per dare garanzie di qualità. Affidatevi solamente a chi ha almeno 20 anni di esperienza continuativa. Con questo non voglio andare contro la tecnologia, anzi ben venga, io sono il primo ad usare un software per progettare e profiling-machine per sagomare le tavole. Fatto questo, però, rifinisco il mio shape a mano, mettendoci la passione e il mio tocco personale. Vi rammento che feci le mie prime tavole in epoxi nel 1980 e usai il sandwich già nel 1985. Guardando l’aspetto puramente tecnico, però, sono convinto che sull’onda la combinazione foam-poliestere sia ancora la soluzione migliore. Il poliestere si ripara facilmente, non beve troppa acqua se si danneggia, ha poi una struttura non eccessivamente rigida e un costo decisamente basso. Per questo già da anni ho fatto un passo indietro tralasciando la “quantità” a favore della “qualità”, facendo poche tavole rifinite a regola d’arte su misura per il cliente, con processi di lavorazione che solo un artigiano di grande esperienza può gestire. Credo che solo andando nella direzione opposta e non mettendosi in competizione con la produzione industriale si possa continuare a fare bene il nostro mestiere e conquistare quella clientela che cerca ancora un prodotto custom di alta qualità.

Come pensi si inserirà il discorso SUP in una realtà come quella nostrana?
Il SUP è già una realtà mondiale e da conoscitore del mercato ti dico che sarà un fenomeno anche più ampio del windsurf e che in Italia troverà terreno fertile perché, a differenza degli altri board-riding sport, abbraccia non solo gli amanti del mare ma anche del fiume e del lago, nonchè tutti coloro che hanno come obbiettivo il fitness. È fuori dubbio infatti che il SUP prima di tutto sia una palestra galleggiante. Forma ed allena il fisico in una maniera impressionante, tutti i muscoli sono sollecitati continuamente. Ma non immaginatevi un esercito di tavoloni in mare quando ci sono onde. Ho già sentito commenti di surfisti impauriti da questa crescita numerica sui già congestionati line-up italiani. Sull’onda il discorso cambia completamente. A Durban il SUP è stato accettato subito, anzi la gente capisce quanto sia difficile gestire una tavola così ingombrante sull’onda e spesso mi chiede come riesca a farlo. Surfare col SUP in condizioni serie richiede un fisico notevole e una gran preparazione. Il solo fatto di raggiungere il line-up attraversando la impact-zone è di per sé difficile, specialmente se si decide di farlo in piedi e non in ginocchio o sdraiati. A mio avviso il SUP si espanderà molto come sport da acqua piatta con tavole cruising da 10’ in su, prodotte in serie in sandwich ed epoxy, adatte per coloro che vogliono fare fitness ed escursioni. Ci sarà poi il SUP wave che fondamentalmente sarà custom. Perchè come nel surf da onda ci saranno differenti modelli tra cui scegliere a seconda di condizioni, struttura fisica e abilità personale: per cui si potrà decidere se usare un SUP fish o short, epoxi o poliestere, carbonio o tessuto normale, personalizzare la tavola insomma. Il surfista da onda tradizionale ancora non ha capito questo oggetto, forse anche in funzione del suo costo che non è dei più accessibili, però d’interesse ce n’è tanto anche in Italia e si iniziano a vedere in acqua anche SUP shortboard. Qui a Durban esco spesso con Elton lui ha un 9’6”short e sempre più spesso i surfisti locali (Frankie Hoberholzer ad esempio) mi chiedono di provare uno dei miei modelli. Insomma c’è molta curiosità tra i surfisti e quando ci salgono sopra capiscono che non è facile come pensavano e rispettano chi pratica questa disciplina. Per quello che riguarda l’aspetto tecnico mi sono organizzato assieme ad una ditta locale The Sup House, per una produzione limitata per il mercato sudafricano e italiano in tre modelli, tutti wave chiaramente, un long 10 piedi, un fish ‘70s a 5 pinne 9’6” ed uno shortboard 9’3”. C’è poi, ultimo arrivato, uno short 8’10. Questi modelli sono tutti progettati e costruiti interamente da me. I materiali sono gli stessi dei surf da onda, a parte i modelli performance che utilizzano epoxy e carbonio. Il modello 8’10” è una mia sfida personale: è fatto con vetroresina normale ma utilizza una tecnica di glassing speciale da me studiata che lo colloca per peso e resistenza tra i modelli “performance”. Dopo aver avuto esperienza nel sagomare un long in balsa piena qualche anno fà, ho intravisto una nuova sfida e mi sono detto: perchè non produrre anche le pagaie? E quindi sono nate le pagaie in legno in due modelli: shape classico e shape wave. Prodotte in legno meranti o in acero, robuste e leggere.

Parole conclusive?
Dopo il mio trasferimento in Sud Africa ho faticato a tenere contatti con tutti qui in Italia, credo che le nuove leve neanche sappiano chi sia Fabio Giacomini. Ma a quelli che mi conoscono voglio dire che, anche se non avrete più notizie di me in futuro, non pensate che abbia abbandonato o cambiato strada. Sarò sicuramente da qualche parte, tra le onde, intento a realizzare il mio sogno di sempre: costruire la tavola “perfetta” e se ci riuscirò sara anche merito vostro, grazie.

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