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CROSS COUNTRY
Seimila chilometri di point sinistri. Dal Sud Africa all'Angola settentrionale
a cura di Brendon Bosworth Condividi SurfNews
Foto: Alan van Gysen
Sono due all’inizio, strappati al loro gioco da un’insolita presenza. Ci guardano immobili per qualche minuto mentre entriamo in mare. La prima serie di onde congela anche il resto della squadra ma il silenzio non dura a lungo. In breve gli schiamazzi coprono il suono della risacca. Ogni sinistra surfata da Cheyne Cottrell e Dave Richards su questo point in Nambibia produce la stessa esplosione sonora. In piena frenesia, gli spettatori mimano le movenze dei surfisti, disegnando con le braccia immaginarie manovre, esultando ad ogni spruzzo di schiuma lanciato verso il cielo dalle pinne. Un reentry atterrato praticamente in spiaggia scatena il delirio. Un ragazzino col bandana rosso si piega sui polpacci e stende una gamba, in una mossa che mima un bottom-turn ma sembra capoeira, poi si sbilancia e cade sulla schiana goffamente. I suoi amici lo deridono, iniziano a tirargli sabbia. Due cani randagi, poco lontano, percepiscono l’energia del momento e ringhiano a lungo prima di azzannarsi rotolando nella polvere. Per noi occidentali il divertimento è un’attività sicura e ripetitiva. Un passatempo che ci accompagna giorno per giorno senza necessariamente metterci in crisi o alterare il nostro stato emotivo. Abbiamo perso il gusto per il divertimento realmente “diverso”. Ma basta allontanarsi pochi chilometri dalla nostra routine per riscoprirne la forma più pura e, se vogliamo, violenta. Gli abitanti di questo villaggio lungo la Skeleton Coast stanno impazzendo per qualcosa che noi, in Sud Africa diamo per scontato. Stanno guardando le onde, l’agilità umana e le manifestazioni della natura da una prospettiva totalmente diversa.

Un gruppo di venti persone avvolge Cheyne appena uscito dall’acqua. L’oggetto della curiosità è ovviamente la tavola. Una selva di mani scure scivolano lungo il rail percependone il filo, leggono il braile della cera, tastano la gomma del pad posteriore. Il ragazzo col bandana la gira e accarezza il perimetro delle pinne. «Propulsor?» chiede scambiandole forse per qualche tipo di elica. Non sappiamo cosa rispondere. Ad un suo «vamos» il gruppo inizia a camminare verso la cima del point trascinando Cheyne e indicandogli le onde al largo. «vogliono che ne surfi una grossa e che la tieni una fino a riva» mi sembra di capire dai loro gesti e dal poco portoghese che conosco. Cheyne sta al gioco, alcuni gli danno un cinque di incitamento, poi si siedono a godersi il secondo tempo dello spettacolo. La partita a calcio può attendere. Lo shock culturale è una delle ragioni per cui amo viaggiare. Trip impegnativi come questo hanno il potere di farti scendere un paio di gradini nella scala dell’autostima. La distanza che ci siamo imposti di coprire è annichilente: 11.000 chilometri attraverso tre paesi africani, con un 4X4 carico di provviste e carburante e, per fortuna, una serie di mareggiate da inseguire lungo la costa atlantica. Il primo stop lasciato Cape Town è la Skeleton Coast in Namibia, un migliaio di chilometri d’asfalto che bruciamo d’un fiato, spinti dalla voglia di onde deserte e spazi aperti. Il paesaggio lunare del deserto amplifica il nostro stupore quando l’auto si ferma di fronte a una delle onde più belle del continente africano. Per due giorni l’unico pensiero del gruppo sono i velocissimi tubi che frangono sul fondale sabbioso e permettono corse lunghissime. Ancora psicologicamente alterati dalle onde proseguiamo attraverso la savana sconfinata che separa il nord della Namibia dal confine Angolano. La regione si chiama Kunene ed è territorio degli Himba, una tribù di pastori nomadi che vive come diecimila anni fa. Ne incontriamo un piccolo gruppo a lato di una strada sterrata. Le donne sono praticamente nude. Hanno pelle e capelli laccati di un fango rosso composto di burro e ocra. Gli uomini portano camice “moderne” ma hanno il cranio rasato ad eccezione di una striscia centrale di capelli, raccolti in una treccia. L’acqua è una rarità in questo clima e gli Himba hanno imparato a non sprecarla in abluzioni: per tutta la vita non si lavano e ovviano ai problemi olfattivi usando unguenti profumati o strofinandosi con particolari tipi di polvere. Dopo lunghe ore a passo d’uomo tra i baobab del loro territorio, raggiungiamo la costa e il confine con l’Angola. Senza la minima idea degli spot tra qui e la capitale Luanda, decidiamo di procedere palmo a palmo, stabilendo ogni giorno un campo d’azione e analizzando sulla carta quali punte e baie siano le più promettenti. Il rituale per oltre una settimana sarà lo stesso ogni mattina: studiare la mappa sul cofano dell’auto, impostare il GPS sul tratto più promettente e sperare che l’auto regga le condizioni proibitive del terreno. Nei giorni di onde piccole esploriamo le spiagge esposte: picchi sparsi a perdita d’occhio in una solitudine disarmante. Nei giorni di mare piatto, invece, tentiamo di mappare le zone più inaccessibili ed è in uno di questi tour che scopriamo Point 4X4, l’incredibile sinistra che fa da reginetta in questo articolo. Anche con soli 10cm, le ondine accarezzano il reef in linee lunghissime. E per questo ci accampiamo in zona fino a che una solida mareggiata di due metri entra da sudovest. Con queste condizioni quelle timide strisce si trasformano in onde regolarissime, che rompono sul reef esterno e srotolano per lunghi secondi su un tranquillo fondale sabbioso. Un take-off veloce e potente che ti spara in una sezione più lenta a sua volta seguita da un perfetto ovale verde. L’unica traccia di insediamento umano è costituita da una grotta scavata nella parete del monte e chiusa con una lastra di plastica. Fuori dalla porta una montagna di molluschi e una bombola del gas arrugginita raccontano di un pasto consumato da un pescatore chissà quanto tempo fa. La cosa che più di tutto stupisce è la calma e la pace che regnano tutto intorno. Una sensazione contraddittoria se pensiamo all’ondata di violenza e terrore che ha attraversato il paese per 27 anni causando un milione di morti e ancora più profughi. Durante la guerra civile la popolazione di quest’area ha visto cose che nessuno di noi, ricchi viziati sudafricani, può neppure immaginare: famigliari uccisi dalle mine antiuomo, donne violentate, ragazzi forzati alla guerra, interi villaggi distrutti. Fino al ’02 le due fazioni del conflitto, MPLA (Popular Movement for the Liberation of Angola salito al potere dopo l’idipendenza dal Portogallo) e UNITA (National Union for the Total Independence of Angola) hanno alimentato un commercio di armi, petrolio e diamanti che traeva capitali sia dalla Russia (schierata con i comunisti del MPLA) che da USA, Francia e molti stati africani e mediorientali (schierati con UNITA). Anche il mio paese, il Sud Africa, che all’epoca aveva illegalmente occupato la Namibia, diede una mano sotto forma di danaro, armi e truppe di ragazzi come me, spediti a combattere una guerra che non gli apparteneva. Come ogni scontro armato, la guerra era una gallina dalle uova d’oro per la classe dominante di entrambe le fazioni. Oltre a discrete riserve di greggio, l’Angola è anche ricca di diamanti. Era il fronte UNITA a controllare le miniere inondando l’Europa e gli Stati Uniti con i famosi “blood-diamonds” giustamente criticati dalla stampa europea. Il governo del MPLA, invece, controllava i giacimenti off-shore stringendo patti con la Gulf Oil, (che poi si fuse con la Chevron) e usando gli strabilianti introiti per comprare armi. Dal punto di vista simbolico il nostro gruppo non potrebbe essere assortito peggio: siamo tre sudafricani e un americano. I nostri rispettivi paesi hanno giocato ruoli importantissimi in questo conflitto satanico ma viaggiando in Angola, sette anni dopo la fine del conflitto, è difficile trovare traccia di questo sanguinoso e recente passato. La gente che incontriamo è positiva verso di noi e sopporta con pazienza il nostro portoghese sbilenco. E ridono divertiti, mentre tentiamo di barattare cibo in scatola con verdura fresca al mercato, o quando Dave resta in mutande per barattare i suoi shorts con un rolex finto. E neppure i poliziotti provano il benchè minimo risentimento verso di noi. Controllano la macchina più per curiosità che per trovare qualcosa, e finiscono il loro servizio chiedendoci “in prestito” due cappellini. Lungo la costa meridionale, poi, la guerra sembra non essere mai esistita. I concetti di potere, avarizia e odio si dissolvono di fronte a questa vastità fatta dei toni dello zafferano e del turchese. Lunghi tratti di questa costa sono semplicemente vuoti, tralasciati anche dalle macchinazioni della guerra. Non sono rimasti molti posti così al mondo, impermeabili anche alle vicende più sanguinose. È per questo che ogni session sembra un regalo e rende più acuto l’imperativo del trip: non voltarti indietro, controlla le prossime baie, attraversa un altro confine. E saremmo disposti a dormire nella savana e mangiare pane e scatolette per un’altra settimana pur di crogiuolarci in questo nomadismo, in cui le email e il segnale GSM sono perfetti alieni. Grazie a strade ai limiti della percorribilità le ore passate al volante si moltiplicano a dismisura, certi giorni guidiamo per oltre dodici ore prima di trovare qualcosa di promettente, e vorrei urlare o lamentarmi ma non credo di averne il diritto. Basta guardare fuori dal finestrino per capire che qui il resto del mondo vive ad un altro passo. Le donne, con i loro vestiti sgargianti, percorrono chilometri a piedi per garantire il cibo alla famiglia. Sulla testa portano pesanti canestri di legno e i loro colli si piegano sotto il peso delle derrate alimentari. Dopo l’ennesimo giorno tra boschetti di spinose acace e strade sterrate senza sbocco sul mare il GPS sembra indicarci una via di salvezza. Si tratta di una piccola enclave di pescatori, dietro la quale potrebbe trovarsi un lungo point. Quando arriviamo la scena è quella di sempre ma con una variante. I bambini si avvicinano all’auto incuriositi e tutto sembra procedere per il meglio finchè un signore, col fare tipico del capovillaggio, allontana i ragazzini e ci intima di fermarci. Apparentemente questa spiaggia, la sua spiaggia, non è aperta al pubblico. A questo punto il dilemma. Dopo due giorni all’asciutto la voglia di surf ti può far commettere errori. Due di noi votano per ignorare il custode e proseguire verso il point, due decidono di sottostare alle regole e voltare l’auto in cerca di un altro accesso. Ed è questo che facciamo, tra ripensamenti e commenti di tutti i tipi. Raggiungiamo di nuovo la costa dopo due ore. A scanso di equivoci guidiamo dritti fino in spiaggia senza fermarci, attirando un codazzo di curiosi. Il villaggio è collocato alla base di un lungo point sinistro e nessuno tra gli abitanti vuole perdersi lo spettacolo. Ad alta marea, però, le onde coprono la sottile striscia di sabbia che separa l’abitato dalle rocce del point. Per raggiungerle bisogna correre veloci tra un’onda e l’altra, rischiando di venir bagnati o trascinati via dal risucchio. Dall’acqua assistiamo a una scena tenerissima. Un ragazzino di cinque anni, impaurito dai frangenti, non si decide a correre. Vede i suoi fratelli in cima alle rocce esultare contenti ma le gambe gli tremano. E allora piange come una fontana tornando verso la sua capanna. La storia dei “bianchi” venuti a giocare tra le onde la sentirà solo raccontata dai fratelli maggiori. Le onde, lente e franose, non sono certo le migliori del viaggio. Ma la luce del tramonto e la cortesia degli abitanti compensa ampiamente questa carenza. Usciamo dall’acqua quasi a buio e ci dirigiamo come sempre verso la boscaglia, lontano da qualsiasi agglomerato di case, poi puliamo il terreno dalle spine di acacia, montiamo le tende e cuciniamo un misero pasto in attesa della notte. All’alba ci avviciniamo ulteriormente alla capitale. Lontano dai centri urbani la natura domina, ma vicino a Luanda la vita è totalmente diversa. La guerra civile e il recente boom economico hanno spinto qui migliaia di contadini creando enormi bidonville. Le case sono costruite con detriti e fango. Nelle strade cumuli di spazzatura si decompongono al sole. Secondo le Nazioni Unite, l’angola è al 157° posto (su 177 paesi) nella classifica del Develop Index, un parametro che tiene in conto non solo della lunghezza media della vita ma anche di scolarizzazione e la qualità dell’esistenza. Il sessanta percento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e la vita media dura solo 42 anni. Ovviamente tutto cambia se fai parte della èlite che controlla il lucroso mercato del petrolio e che rende i ristoranti di Luanda alcuni tra i più costosi del pianeta. L’economia dell’Angola sta crescendo ad una velocità vertigginosa ma la diseguaglianza non potrebbe essere più palese. L’anno scorso l’Angola ha superato la Nigeria diventando il primo produttore di petrolio in Africa. È una locomotiva per l’intero continente ed è attraversata da un visibile boom industriale, migliaia di posti di lavoro che potrebbero migliorare le condizioni di vita della popolazione. Anche le principali arterie di comunicazione, distrutte durante la guerra, stanno per essere ripristinate. Passando tra decine di cantieri, tra Lobito e Benguela, notiamo però che sono per lo più popolati da personale cinese. Fuori dai brulicanti container-dormitori decine di macchinari appena importati vengono spacchettati e caricati sui camion. I contratti non sono appaltati a locali, persino lo stadio destinato alla prossima African Cup sarà curato da ditte e personale cinese. È una relazione viziosa e comoda al tempo stesso. L’Angola è perennemente in debito verso il gigante asiatico, visto che proprio da oriente vengono i soldi usati nei progetti di sviluppo. L’Angola, di contro, è il principale partner commerciale della Cina in Africa ed è a Pechino che finisce la maggior parte del petrolio estratto. Con la benzina a soli 40 centesimi al litro, però, è facile dimenticarsi di queste ingiustizie e assumere il ruolo di bravi turisti, più attenti alla qualità altissima delle onde che alle contraddizioni del paese ospitante. Ogni volta che mi appresto a entrare in acqua, mentre guardo queste onde perfette sfilare a lato del point, vengo assalito da una domanda: cosa ho fatto per meritarmi la vita che conduco?

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