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ABC DISASTRO
Un'inchiesta di Luca Onorato (Arpa Liguria) sul cambiamento climatico e la sua possibile influenza sulla pratica del surf in Mediterraneo
a cura di Luca Onorato Condividi SurfNews
Foto: Rocco Cartisano, Fabio Palmerini, Nicola Zanella, Emiliano Cataldi
Estati bollenti, perturbazioni violentissime, esondazioni: sembrerebbe ormai che ogni stagione porti con sè una crescente dose di eventi estremi. In questo contesto la lunga sequenza di giornate “epiche” dei due inverni scorsi con frangenti spesso superiori ai tre metri sollevano, e non solo tra i cacciatori di onde, lecite domande. Che fine hanno fatto le bonacce dei decenni passati? Sono questi i segnali di un imminente quanto radicale cambiamento nel clima del Mediterraneo? Su cosa si basano i continui allarmi lanciati dalla comunità scientifica? Che conseguenze potranno avere questi cambiamenti sulla fruibilità e sulla surfabilità delle nostre coste? Un chiarimento, per quanto possibile, lo abbiamo chiesto a Luca Onorato, previsore del Centro Meteorologico Arpa della Liguria. N.Z.

IL CLIMA – I CLIMI
Partiamo dal concetto generale di clima. La parola deriva da “klìma” che in greco significa inclinazione. Il clima infatti è in massima parte una funzione dell’inclinazione dei raggi solari sulla superficie della Terra al variare della latitudine. La parola oggi denota l’insieme di condizioni meteorologiche ed ambientali che caratterizzano una determinata regione per lunghi periodi (almeno 30 anni ha stabilito l’Organizzazione Meteorologica Mondiale WMO) determinandone la flora e la fauna e influenzandone le attività umane. Stiamo parlando di un sistema altamente dinamico: le condizioni climatiche di una zona e dell’intero globo, infatti, possono variare nel tempo in modo anche significativo. Quando tale dinamismo avviene su una scala temporale molto lunga si può affermare che sia principalmente legato alle periodicità astronomiche, ovvero alla variazione dell’orbita terrestre rispetto al sole e quindi alla quantità di energia che raggiunge la terra e influenza direttamente le temperature. Alcuni recenti cambiamenti però sembrano essere troppo veloci rispetto ai cicli naturali. La comunità scientifica, infatti, è arrivata alla conclusione che (con probabilità superiore al 95%) il riscaldamento osservato dagli anni ‘50 a oggi non può derivare solo da cause naturali, in quanto il sole, alla luce delle conoscenze scientifiche, potrebbe dare un apporto massimo del 30% rispetto all’attuale aumento. E’ quindi assai probabile che il fattore scatenante del cambiamento climatico sia l’emissione dei gas serra prodotti dalle attività umane. Di sicuro sappiamo che la temperatura sulla Terra sta aumentando a ritmo serrato. In 100 anni, dal 1906 al 2005, si è registrata una crescita costante. In particolare 11 degli ultimi 13 anni hanno segnato i valori più alti da quando è possibile misurare la temperatura (il 1850). Ora, però, gli esperti devono comprendere con che velocità sta avvenendo questo cambiamento. Per mezzo secolo infatti le variazioni sono state lente e limitate, ma negli ultimi 50 anni la Terra si è riscaldata sempre più in fretta. Ultimamente la temperatura è aumentata al tasso di circa 0,25C° per decennio. Già dopo il 2003 questa tendenza è diventata evidente sino a segnare alcuni preoccupanti record: nell’autunno ‘09, in Nord Italia, si sono registrate temperature più alte di 2°C rispetto al periodo 1960-90. A seguito di 2-3 irruzioni invernali abbiamo visto un susseguirsi di ondate di caldo che hanno interessato il suolo europeo fino al tardo autunno. Un altro segno preoccupante viene dal luogo culturalmente più lontano dalla spiaggia: le cime montuose. Dal 1900 ad oggi i ghiacciai alpini hanno perso in media il 40 per cento della loro massa (dati Agenzia Europea per l’Ambiente) pari ad un ritiro del 30 per cento in termini di superficie. Un esempio per tutti è quello del giacciaio della Marmolada che si è ritirato di circa 650 metri in meno di un secolo. Se da un lato il riscaldamento globale è facilmente monitorabile attraverso i rilevamenti, dall’altro i suoi effetti su parametri come intensità delle precipitazioni, siccità, regime locale dei venti ecc., non sono ancora chiari. Gli scienziati sono però concordi nell’evidenziare una tropicalizzazione del clima alle medie latitudini ed una conseguente estremizzazione dei fenomeni atmosferici. Siccità prolungata alternata a precipitazioni brevi ma devastanti, alluvioni, mareggiate intensissime; le notizie di catastrofi sono sempre più frequenti sulla stampa estera e nazionale, spesso manipolate per scopi politici. La veemenza del clima e le conseguenti tragedie umane, però, non possono essere liquidate solo come dissesto geologico o cattiva gestione del territorio. La Terra attualmente è in grado di assorbire meno della metà delle sostanze inquinanti di origine umana. L’uomo infatti ha aumentato drasticamente l’emissione di anidride carbonica e di altri gas assenti in natura contribuendo ad aumentare l’effetto serra e il conseguente surriscaldamento planetario. Gran parte della comunità scientifica indica nella CO2 il principale indiziato del dissesto. Le concentrazioni atmosferiche di questo composto sono attualmente sui 400 ppm (parti per milione), le più alte mai verificatesi negli ultimi 650 mila anni, periodo in cui questo valore si era sempre mantenuto sotto a 290 ppm. Negli ultimi 200 anni, quelli della rivoluzione industriale per intenderci, c’è stato un incremento di CO2 di oltre il 35%. Senza scatenare allarmismi, si può ormai affermare che quando parliamo di dissesto climatico non ci riferiamo ad un futuro vago e lontano, ma ad eventi ormai in corso. I negazionisti, ormai una ristretta minoranza, dimostrano quindi di non basare le proprie convinzioni sui dati scientifici ma su gli interessi economici. Per capire la relazione tra CO2 e temperatura basta osservare il grafico nella mappa 01. Si nota subito che la temperatura superficiale media della terra è salita di circa 0.7°C nel corso del XX secolo, con picchi tra il 1920 e il 1950 e dopo il ‘75. Il primo picco sembrerebbe essere correlato all’incremento delle emissioni generate dall’industria bellica in concomitanza del secondo conflitto mondiale. Il successivo, più rilevante, è ancora in atto e sarebbe da ascriversi al boom industriale degli ultimi 40 anni. Tale incremento nella temperatura globale risulterebbe superiore a quello di ogni altro periodo degli ultimi 500-1000 anni. Una tale impennata nel grafico (retta gialla) non risulta assolutamente paragonabile ai trend di riscaldamento delle epoche post-glaciali passate, lasciando pochissimi dubbi in merito a una influenza antropica. Altro punto preoccupante è che tale cambiamento sembra avvenire in maniera molto più rapida rispetto al passato. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organismo consultivo dell’Onu sul clima riunitosi recentemente a Parigi conferma infatti che l’aumento progressivo della temperatura è dovuto alle emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’attività umana. E non è tutto; i climatologi, dopo cinque anni di lavoro, hanno prodotto un rapporto sui cambiamenti climatici in corso e sulla possibile evoluzione futura: prevedono che la terra continuerebbe a scaldarsi anche se le nostre emissioni si fermassero oggi stesso! Si ipotizza un aumento di 2- 8 gradi, nel caso peggiore, entro la fine del secolo, con scioglimento di superfici ghiacciate sempre più ampie, innalzamento del livello del mare e conseguenze locali non facilmente prevedibili.

DUE ANNI ESTREMI
Nonostante sia difficile dimostrare una relazione diretta tra aumento di temperatura e parametri meteorologici, la lista di eventi estremi sembra arricchirsi e diversificarsi ad ogni stagione. Gli ultimi due anni, infatti, hanno segnato non pochi record, sia per i climatologi che per i surfisti che da questi “eccessi meteorologici” traggono le loro surfate migliori. In molti si ricorderanno l’inverno ’08 come uno dei più impegnativi dal punto di vista surfistico. Tra fine ottobre e gennaio ‘09, l’intensità e la frequenza delle burrasche mediterranee non hanno avuto nulla da invidiare al ben più tempestoso Atlantico con venti spesso superiori ai 100km/h e mareggiate devastanti dalla Liguria alla Calabria fino alla Costa Adriatica. La perturbazione che ha attraversato il bacino occidentale tra il 29 e il 31 ottobre, ad esempio, è stata definita la “Libecciata più grossa degli ultimi 40 anni”. Nei giorni precedenti, in Atlantico persisteva un fronte esteso dalle Azzorre alla Finlandia che spingeva una serie di depressioni (972 hPa al suolo) verso il Mare del Nord. Tale conformazione richiamava un’intensa iniezione di aria polare a tutte le quote, diretta dalla Groellandia verso il Mediterraneo Occidentale. Lo scontro con l’aria calda di matrice africana innescò una serie di minimi molto intensi nel Golfo del Leone (993 hPa il giorno 30 ottobre ‘08) che, bloccati nel loro moto verso oriente dall’anticiclone balcanico, hanno alzato venti e onde di portata eccezionale. Il flusso era caratterizzato da un fetch molto esteso, 600-700km tra Alboran e i settori di Corsica-Liguria, e da venti di burrasca da sud-sudovest con raffiche da 64 nodi (registrate a Capo Mele in Liguria). Le onde tra Savona e Genova hanno toccatto massimi di 7-8m con 12 sec di periodo, devastando spiagge e infrastrutture turistiche. Ma anche nell’inverno appena trascorso (’09-’10) gli estremi climatici non sono stati da meno. Dopo un autunno già segnato dalle alluvioni in Toscana e da temporali violentissimi nelle due isole si è arrivati alla mareggiata del 01 gennaio caratterizzata, in Tirreno, da onde superiori ai 6m con un devastante periodo di 13 secondi. E non potremo chiudere questa triste lista senza citare il passaggio in Europa della tempesta extratropicale Xynthia tra il 27 e il 29 febbraio ‘10. Dopo aver devastato la costa atlantica francese con venti da 150km/h (lasciandosi dietro una cinquantina di morti) la sua lunga coda è entrata in Mediterraneo alzando onde di oltre 8m che hanno fatto due vittime sulla nave da crociera Louis Majesty investita da un set anomalo al largo delle coste catalane il giorno 3 febbraio. Dello stesso periodo (9-11 marzo) è stata la “Bora dei record” che ha investito la costa est italiana con raffiche dai quadranti orientali a oltre 150km/h e onde che, nonostante i soli 120-180km di fetch, hanno raggiunto i 5m di altezza (dati ARPA della boa ondametrica di Riccione). In quella circostanza la stazione meteo dell’Adriatico Wind Club di Porto Corsini (Ravenna) ha rilevato 5 ore di vento da est superiore a 35 nodi, di cui circa due ore e mezza (dalle 17.30 alle 20.00 del 9 marzo) di vento da est superiore a 80 nodi (picco di 86,1 nodi) . Un evento che ha spostato la linea di costa di 5-6m in gran parte della Riviera allagando pinete e centri abitati.

AMBIENTE MEDITERRANEO
E CAMBIAMENTI CLIMATICI
Ma bisogna fare attenzione. Questi eventi, specie se decontestualizzati, possono essere facilmente travisati e utilizzati per giustificare questa o quella teoria, questo o quell’intervento. Quel che è certo e incontrovertibile è che il livello dei mari si è innalzato di circa 6.5 cm negli ultimi 40 anni, dei quali circa 2.5 nell’arco dell’ultimo decennio. Le previsioni annunciano un possibile innalzamento del livello del mare da 18 a 59 cm nel corso di questo secolo anche in Mediterraneo. Allora quali effetti dobbiamo aspettarci sul nostro ecosistema? Sicuramente un peggioramento della vivibilità nel medio-lungo termine: pensiamo per esempio a quanto possa diventare “faticoso” e rischioso vivere nelle città durante le ondate di calore estive, soprattutto per anziani e bambini. I periodi di siccità possono indurre un cambiamento delle colture agricole, con serie ripercussioni sulle specie vegetali e animali mediterranee. Non solo, ciò si tradurrebbe in un probabile aumento delle malattie respiratorie e infettive, anche a causa del proliferare di zanzare e acari in ambienti sempre più caldi e umidi. Non parliamo poi dei danni economico-ambientali legati ai cambiamenti climatici: lo scioglimento dei ghiacciai porta infatti a un innalzamento del livello del mare, ma anche a un maggiore dissesto idrogeologico visto che vaste zone costiere verrebbero sommerse. Cosa dobbiamo aspettarci alle nostre latitudini? Gli scienziati sono abbastanza concordi nel prevedere in Nord Europa un aumento di temperatura maggiore nel periodo invernale, mentre nel Mediterraneo questo aumento tenderà a manifestarsi sempre di più in estate, periodo in cui ci aspetteranno ondate di calore via via più frequenti ed intense. In un futuro non troppo lontano l’estate potrebbe allungarsi di almeno 1 mese (vedi mappa 02). Il termine “riscaldamento” richiama alla mente dei surfisti fenomeni estremi, onde enormi accompagnate da perturbazioni ciclopiche. In realtà a livello globale l’aumento della temperatura non sempre è legato a un aumento dei fenomeni precipitativi. Mi spiego con un esempio: le piogge che in questi ultimi anni hanno colpito il Nord Europa sono state particolarmente violente ma, allo stesso tempo, la loro frequenza è diminuita drasticamente nell’area del Mediterraneo, in particolare nel periodo estivo, a vantaggio di fenomeni più brevi ma più violenti e devastanti nelle stagioni intermedie. E non bisogna poi sottovalutare un altro fenomeno: alcuni composti immessi nell’atmosfera con lo smog (il particolato ad esempio) sono in grado di modificare le modalità di formazione delle nuvole e la loro struttura. Ciò si traduce in una variazione nella quantità e nella distribuzione delle precipitazioni. Tali cambiamenti, pur essendo legati a un aumento della copertura nuvolosa, comporterebbero allo stesso tempo un’inibizione delle precipitazioni, con conseguenti modifiche sull’intero ecosistema nel medio-lungo termine. Sicuramente un aumento di temperatura sarà associato ad una crescente energia nell’atmosfera e quindi a fenomeni meteorologici più intensi, caratterizzati da una maggior frequenza di eventi meteo-marini estremi. In questo contesto, le perturbazioni potranno essere associate a minimi barici assai profondi e di conseguenza ad un moto ondoso decisamente più significativo. Ciò potrebbe tradursi nel medio-lungo termine in un aumento delle mareggiate intense nel periodo settembre-maggio nell’area mediterranea. E se i più cinici e insensibili tra i surfisti si stanno sfregando le mani in attesa dell’ennesima mareggiata “epica”, bisogna ricordare a tutti le centinaia di morti, feriti e sfollati registrati negli ultimi due anni dal Friuli alla Sicilia. L’ambiente marino che tanto ci sta a cuore è il più esposto a fenomeni di erosione, inquinamento e dissesto idrogeologico. Problemi “estremi” come l’erosione che spesso vengono affrontati dalle autorità mettendo in opera “estremi rimedi”: costruendo cioè barriere frangiflutti, vietando la balneazione o ampliando le dighe foranee. Compromettendo cioè la surfabilità e la fruibilità di lunghi tratti di litorale. Ma non è tutto. Le teorie che legano il cambiamento climatico alla Corrente del Golfo dipingono scenari anche più inquietanti. La Corrente del Golfo, col suo flusso di acqua temperata, è una delle principali fonti di calore per il clima nordeuropeo. Un’interruzione o un significativo indebolimento del suo flusso dovuto allo scioglimento dei ghiacci dell’emisfero settentrionale, provocherebbe un generale raffreddamento dell’Europa settentrionale e una probabile nuova glaciazione che interesserebbe anche il Mediterraneo. Parliamo chiaramente di un’ipotesi ancora da approfondire, anche se un meccanismo simile sembra si sia innescato 12.000 anni fà, proprio quando il pianeta, uscendo dall’ultima glaciazione andava verso la fase interglaciale calda che stiamo vivendo ora. La repentina fusione dei ghiacciai del Canada riversò acqua dolce nell’Atlantico Settentrionale fino a bloccare la corrente. Questo avviò una nuova più breve fase fredda che durò circa 1500 anni. Tale evento è al centro di approfondite ricerche paleoclimatiche per le sue analogie con la situazione attuale. Proprio qualche anno fà sono stati individuati segnali di un indebolimento del ramo profondo della corrente tra la Norvegia e Groenlandia. Se si fermasse del tutto il suo flusso, il clima e il regime dei venti che conosciamo ora potrebbe modificarsi radicalmente. Un raffreddamento del continente comporterebbe, alle nostre latitudini, un sempre minor apporto di correnti atlantiche umide occidentali (Maestrale e Libeccio) e un incremento delle correnti settentrionali (Bora e Grecale) di origine artica (vedi mappa 03). Nulla di buono per noi surfisti!

DISASTRO, CHE FARE?
Il riscaldamento della Terra è una delle questioni più delicate e articolate della nostra epoca. Agire per modificarlo significa rivedere l’intero sistema produttivo, intervenire su enormi interessi politici e cambiare le abitudini di vita di milioni di persone. Proprio per questo i governi sono preoccupati e indecisi al tempo stesso. Il sostanziale fallimento dei trattati di Kyoto e Copenhagen apre scenari preoccupanti. Anche il singolo, però, può fare qualcosa per diminuire il suo impatto. Innanzitutto convincersi dell’utilità delle proprie azioni. Anche i piccoli gesti, ripetuti ogni giorno, possono contribuire a migliorare la situazione. Bere acqua di rubinetto o almeno acque in bottiglia provenienti da zone limitrofe è già un contributo. Utilizzare i mezzi pubblici invece che l’auto ottimizza il consumo di carburante procapite limitando di molto le emissioni. Attrezzare la propria abitazione con pannelli foto-voltaici di modo da ridurre l’utilizzo di carburanti fossili è un’altro segno di coscienza ambientalista. La Germania, in questo contesto, fornisce un esempio paradossale. Pur avendo solo la metà dei giorni di sole rispetto al Bel Paese, supera di gran lunga l’Italia nella produzione di fotovoltaico! Un’altra buona abitudine è quella di comprare prodotti locali che non comportano trasporti prolungati. È anche importante supportare le ditte che usano materiali riciclati e indirizzarsi su prodotti e servizi caratterizzati dal simbolo dell’ecolabel, (Regolamento CE n. 66/2010), il marchio europeo di qualità ecologica che premia i prodotti e i servizi migliori dal punto di vista ambientale. Questo logo a forma di margherita attesta che il prodotto o il servizio ha un ridotto impatto ambientale nel suo intero ciclo di vita.

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