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HAWAII

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Quanto costa il Paradiso?

A seconda di chi sia il tuo interlocutore, le risposte possono essere le più diverse.

Quella di un sacerdote cristiano quasi sicuramente suonerebbe come '...il Paradiso costa una vita di sacrifici'. Una medesima risposta, paradossalmente, la otterresti da un qualunque residente della North Shore Hawaiiana. Della North Shore è gia stato detto, scritto e fotografato tutto o quasi.
La costa settentrionale di O'ahu negli ultimi cinquant'anni è divenuta, nel bene e nel male, l'epicentro della scena surf mondiale.
Attorno ad essa si è plasmata l'iconografia surf del passato e, proprio qui nel cuore delle Hawaii, ogni anno vengono ridefiniti i parametri del rito: 'performance' e 'commitment'. Anche nel surf, come in ogni religione che si rispetti, il Pantheon di santi e semidei non è a numero chiuso ma in continua ridefinizione. Ogni inverno, sul sanguinoso altare del reef di Pipeline vengono create e distrutte reputazioni, nascono e si infrangono i sogni degli aspiranti membri dell'elite.

Nei pochi secondi in cui un'onda, dopo aver attraversato indisturbata l'emisfero Nord, libera la sua brutalità sul reef di Pipe i surfisti trovano salvezza, castigo e tutto quello che ci sta in mezzo.

A questo tratto di costa sono stati dati tanti appellativi, da 'the seven miles miracle' a 'the Surf Sanctuary' fino a 'the Surf Mecca' e, proprio quest'ultimo, sembra spiegare al meglio la vera essenza della North Shore: il luogo dove i fedeli si recano in pellegrinaggio, laddove ci si reca per rendere omaggio a quanto di più supremo ci sia nella vita di un fedele. Come in ogni luogo di culto, tutt'intorno al santuario proliferano i moderni negozi di souvenir (i surf shop), gli ostelli per i pellegrini (come il backpackers) e le odierne taverne (come Sunset Pizza o Taste of Paradise). Come in ogni altra religione, anche nel surf coloro che hanno pagato con la vita la devozione alla fede sono divenuti martiri, ed ogni anno l'intera comunità di fedeli rende loro omaggio con commemorazioni celebrate nei luoghi simbolo del nostro particolarissimo culto.

Eddie Aikau, Mark Foo e Todd Chesser sono solo alcuni dei martiri che ogni anno la comunità di fedeli ricorda in toccanti cerimonie come 'l'Eddie' che si tiene a Waimea Bay, o il pranzo nel giorno del Ringraziamento celebrato in memoria di Todd Chesser. La vera essenza della North Shore è costituita dal fatto che essa rappresenta probabilmente l'unico luogo di culto Surf nel senso stretto del termine.

Il luogo di culto surfista, a differenza della Mecca, di Gerusalemme, di Piazza San Pietro e di Santiago de Compostela, non è costituito da un edificio ma, per l'appunto, da uno spazio. Il nostro santuario non è delimitato da mura affrescate o coperto da una cupola, ma è costituito dallo spazio aperto per eccellenza: l'Oceano. Attorno ad esso ruotano la storia, la vita e l'economia della comunità di North Shore, un luogo che, prima dell'avvento del surf, era una piccola realtà rurale sconosciuta ai più. Haleiwa, la cittadina emblema della North Shore, si è trasformata nel giro di pochi decenni da piccolo paese di campagna abitato da qualche decina di locali a capitale stagionale dell'universo surf. Pur essendo nato 'nelle isole', come vengono affettuosamente chiamate le Hawaii negli Stati Uniti, il surf moderno è sbarcato sulla costa Nord di O'ahu solo una cinquantina d'anni fa, quando qui approdarono un gruppo di surfisti californiani, tra cui Greg Noll e Pat Curren. Loro per primi surfarono spot come Pipeline, Waimea e Sunset, il mitico Paumalu narrato nelle antiche leggende della mitologia hawaiana. A partire da quell'inverno e per i decenni a venire, il mito della North Shore crebbe e raggiunse ogni surfista in ogni angolo del globo.

Ebbe così inizio il pellegrinaggio. Un pellegrinaggio per certi versi atipico e che avrebbe influenzato lo standard dei surf trip da allora in poi. Mentre la maggior parte dei turisti in arrivo alle Hawaii, allora come oggi, aveva come destinazione le spiagge di Waikiki ed il versante 'urbano' dell'isola, quello al quale ci si riferisce comunemente con il termine 'town', i surfisti puntavano invece sul versante opposto, quello rurale e chiamato da tutti semplicemente 'country'. Di inconsueto questo pellegrinaggio aveva, ed ha tutt'ora, un altro aspetto: alcuni dei pellegrini venuti fin qui come visitatori, decisero di stabilirvisi e diventare residenti a tempo pieno della loro Mecca. Una Mecca del tutto speciale dato che, a parte l'Oceano, non offriva nessuna ricchezza e ancor meno possibilità di lavoro per chi vi si stabiliva. Nel corso dei decenni la North Shore ha scandito, al ritmo delle mareggiate, le vicende della sua comunità ed i cambiamenti sociali che l'hanno portata ad essere come la conosciamo noi oggi.

Dai figli dei fiori che in essa cercavano rifugio dai mali del mondo a cavallo degli anni sessanta e settanta, ai fluorescenti surfisti punk degli anni ottanta, dai giovani fenomeni della new school degli anni novanta ai surfisti di passaggio in ogni epoca, la North Shore ha accolto tutti, e da tutti ha preteso un prezzo.

Un prezzo diverso per ognuno, direttamente proporzionale al legame che con essa si vuole stabilire. La North Shore è un luogo che, sebbene in grado di dare tanto in termini di onde, esperienze ed emozioni, ha da sempre ed invariabilmente chiesto altrettanto in cambio. Che il fatto di surfare la North Shore comporti dei rischi non è un segreto. In termini di incidenti in mare, questa costa non teme confronti: in una sola mattina d'inverno 2003, Pipeline ha spedito più gente in sala operatoria di quanti ve ne abbia mandati in tutto l'anno precedente. Attenzione però, nessuna fra le vittime era un surfista sprovveduto o privo di esperienza. Liam MacNamara, che ha surfato a Pipeline ogni singola mareggiata negli ultimi venticinque anni, ha riportato la frattura del femore e la rottura del bacino in quattro parti su onde di otto piedi. Nello stesso giorno di inizio ottobre anche Sean Moody è finito in ospedale con una caviglia spezzata ed un fotografo è quasi annegato. Insieme al pesante affollamento delle lineup, è l'imprevedibilità delle onde a costituire il fattore di rischio maggiore: nell'arco di una giornata le condizioni variano di continuo, e trovare due onde uguali in uno stesso spot è di fatto impossibile. Un prezzo elevato lo si paga anche in termini di tavole: sulla North Shore ne servono tante e se ne spezzano ancora di più, quindi è bene non affezionarcisi e non fare troppo affidamento sul fatto di poterle riportare a casa tutte sane. Per rendersi conto di quanto salato sia in effetti il prezzo della North Shore, basta considerare i costi che comporta un soggiorno alle Hawaii. Allo stato attuale, la North Shore è sicuramente uno dei luoghi in cui il costo della vita è fra i più elevati al mondo. Vivere qui vuol dire trovarsi alle prese con affitti alle stelle e mutui le cui rate mensili sono a quattro zeri. In un posto in cui i supermercati sono cari come gioiellerie la via per l'illuminazione surf passa attraverso privazioni e spesso miseria. Basti pensare che il Foodland di Pupukea, unico supermercato di tutta la North Shore, è al secondo posto nella classifica dei supermarket più cari d'America. Come in ogni piccola comunità di campagna poi, le opportunità di trovare un impiego sono rare quanto un giorno di piatta a metà gennaio. La maggior parte dell'economia delle isole ruota intorno all'industria del turismo che, tuttavia, è concentrata quasi esclusivamente sul versante opposto dell'isola. All'atto pratico, lavorare in un grande albergo o in una delle tante attrazioni per turisti frutta una paga media oscillante fra i sei ed i dieci dollari l'ora. Per rendersi davvero conto di quanto esigua sia questa cifra in relazione al costo della vita, basti pensare che un ottimo stipendio, come ad esempio quello di un lifeguard, si aggira attorno ai venti dollari l'ora, per un totale di circa quarantacinquemila dollari l'anno: senza dubbio un reddito notevole in qualsiasi altro luogo degli States, ma non alle Hawaii. Una volta detratte le spese di affitto, le tasse, l'assicurazione medica, i costi del cibo e della automobile, ad un lifeguard di O'ahu rimane quanto basta per arrivare dignitosamente a fine mese. Niente extra e, di conseguenza, niente risparmi e nessuna sicurezza. Capito questo, è facile comprendere come, nel 2003, molte delle famiglie dei nativi hawaiani viva al di sotto della soglia di povertà. Questa situazione, all'ombra dei grattacieli di Honolulu e della scintillante scena professionistica internazionale, ha avuto pesanti ripercussioni sulle giovani generazioni di surfisti soprattutto tra gli anni settanta e ottanta. Disorientati da facili illusioni e annoiati dalla vita 'normale', molti giovani sono caduti nella rete della droga e della criminalità precipitando in un baratro dal quale in pochi sono riusciti a risollevarsi. Un abisso, questo, che non ha risparmiato alcuni dei personaggi più emblematici dello star-system della North Shore catapultati dalla collina di Velzyland direttamente nei bassifondi più oscuri della città. Alcuni, come il mitico Buttons (Kaluiokalani), ne sono usciti dopo più di vent'anni, altri, come Larry Bertleman, ancora stentano a ricostruirsi una vita lontano da alchool e cocaina. Nell'arco dell'ultimo decennio la situazione sembra essere migliorata grazie soprattutto alla generazione di surfisti guidata da Slater, Machado, Shane Dorian e Ross Williams che, a partire dai primi anni novanta, ha contribuito a dare una immagine nuova al mondo del surf e diffondere modelli di riferimento positivi ai giovani che vi si avvicinano. Ragazzi come Pancho Sullivan, Kalani Robb, Ross Williams e Conan Hayes hanno dimostrato alla società hawaiana ed al mondo che il surf può essere un'alternativa alla miseria e all'emarginazione, che è possibile costruirsi una vita di successo lavorando sodo sul proprio surf. Se oggi i giovani hawaiani dominano la scena surfistica internazionale e godono di quanto di meglio le Hawaii possano offrire, è anche grazie a loro e all'immagine pulita e determinata che hanno trasmesso a livello mondiale. Non pensate però che la elite surf coincida con i top 44. Sebbene la quasi totalità delle persone che popola la North Shore pratichi il surf regolarmente, non tutti hanno a che fare con il mondo del surf professionistico.

La maggior parte di essi conduce un esistenza 'normale' fatta di lavoro, famiglia, piccoli e grandi problemi di tutti i giorni e, soprattutto, di sacrifici. Scegliere di vivere sulla North Shore è una decisione coraggiosa, non solo perché rischi la vita ogni volta che entri in acqua, ma anche e soprattutto per le difficoltà che comporta nella vita di tutti i giorni. Come in ogni pellegrinaggio però, il rischio passa in secondo piano rispetto alle aspettative di ricompensa. Il richiamo che essa esercita su migliaia di giovani surfisti ogni anno è enorme, e ogni anno una parte di coloro che vi approdano solo per trascorrere la stagione invernale, finisce per rimanerci.

Gente comune, surfers joes che scelgono di lasciare la vita di casa per vivere, giorno dopo giorno, la dura misticità della North Shore. Siccome la ricompensa alle loro preghiere non è materiale, i fedeli si adattano a vivere senza certezze, a fare qualunque lavoro, a vivere in costose catapecchie, a guidare vecchi pickup o biciclette arrugginite. Indossano gli stessi boardshorts consunti da tre anni ma nei loro occhi brilla l'espressione fiera e sicura di chi, inseguendo un sogno, si è messo in discussione ed ha avuto il coraggio di voltare pagina. Per chi non l'avesse capito, sono i surfisti comuni i veri eroi della North Shore: quelli che vanno in acqua ogni giorno per il solo piacere di assaporare l'Oceano. Prendono le onde più grosse su tavole senza stickers e si infilano nei tubi più profondi con nessun altro scopo se non la propria 'illuminazione'. Sono questi i fedeli più integralisti e rispettati. Persone che, pur non comparendo tra i top 44, mettono stagione dopo stagione, la propria vita nelle mani di quell'enorme tempio a cielo aperto che è la North Shore. A questi devoti appartiene il gradino più alto della scala gerarchica sulla lineup, quello che ti consente di prendere la prima onda della serie e conquistare, dopo averne pagato il prezzo, il massimo riconoscimento che si possa ottenere da questa comunità religiosa: il Rispetto.

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