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LOST IN KAYAK
Un'esplorazione della Lost Coast californiana
a cura di Chuck Graham Condividi SurfNews
Foto: Chuck Graham
La “costa perduta” non è una chimera per surfisti nostalgici ma un posto reale, 240 chilometri quadrati in California Settentrionale risparmiati dalla rete stradale grazie all’impenetrabilità del territorio. Nel 1970 questo importantissimo polmone verde è stato trasformato in una riserva naturale. Un’area su cui l’uomo non può accampare diritti di nessun tipo, solo una mesta e sostenobile presenza. Nonostante la scena surfistica californiana estenda le sue brulicanti spire fino a lambirne i margini, la maggior parte della Lost Coast, incluse le sue migliori onde, è raggiungibile solo via mare, una rotta lunga 130km percorsa da salmoni, leoni marini, squali bianchi e da qualche motivato surfista. NZ

La forza del nord è sotto gli occhi di tutti. Più in in alto ti spingi lungo la costa americana e più il paesaggio diventa aspro. L’oceano si fa gelido e scuro. L’aria diventa pungente e salmastra. Le tempeste sono più frequenti e durano più a lungo. L’inverno arriva prima e si protrae fin dentro la primavera. Gli incontri con la fauna locale si moltiplicano e persino la vegetazione sembra sfidare le intemperie invece di temerle. I rami del kelp, ad esempio, sono grossi come un braccio e dominano minacciosi la superice cupa dell’oceano. Ironicamente, però, è la topografia, più che la fauna, a svelare il temperamento focoso di questi paesaggi marini. Un flusso di energia martella costantemente le rocce con boato di tuono. Ne percepisco la forza attraversando ampie grotte in cui il mare respira rigurgitando tonnellate di schiuma bianca. Qui è ancora possibile perdersi tra spiagge e promontori, tra torrenti impetuosi e calette solitarie coperte di alberi divelti e reti da pesca distrutte. Utilizzare il kayak come mezzo di locomozione offre l’opportunità di esplorare ogni angolo e ogni piccola baia. Un lusso che nessuna barca a motore può permettersi.

VIRGIN CREEK, ULTIMO STOP
Per quanto ne sappia io, le onde di Virgin Creek non avrebbero stonato tra le rocciose coste del Cile. Per Craig Comen, mio compagno in questa avventura, il Cile è una seconda casa e la California Settentrionale ricorda molto il paese sudamericano. Anche le onde possono essere confuse con quelle dei point cileni: lunghe sinistre overhead, lisciate da un debole vento da terra. Dopo mezz’ora di silenzio irreale, un attempato surfista si unisce a noi sul line-up. Ha un longboard semidistrutto, verde vomito. A Virgin Creek, come in tutti i reef della California Settentrionale, i surfisti si conoscono per nome. Tra un set e l’altro Craig gli spiega il nostro progetto di addentrarci in Kayak, lungo la Lost Coast. La discussione si sposta immediatamente sul problema “bianchi”. «L’autunno è alta stagione per loro» commenta attraverso baffi scuri, intrisi di spuma come i fanoni di una balenottera. «A cosa ti riferisci?» gli chiedo stentando a capire il suo slang. «In autunno i salmoni si spostano e questo attira i leoni marini, che a loro volta mettono in movimento gli squali bianchi». Il ragionamento non fa una piega: la catena alimentare è qualcosa che devi calcolare seriamente prima di lasciarti la Caliornia alle spalle pagaiando verso la Lost Coast. Quelle parole mi rimbalzano in testa qualche giorno dopo, mentre mi avvicino a Sea Lion Rock assieme a Craig e al waterman Dave Niera. Alcuni adulti sorvegliano dall’alto delle rocce la vasta spiaggia coperta di guano. Tentiamo di tenerci a distanza attuando un largo periplo, ma i leoni marini sono sospettosi e si tuffano in massa tra le acque scure per raggiungerci. I giovani si tengono a debita distanza e ci spiano allungando il collo ma i grossi maschi si avvicinano latrando con le bitorzolute teste completamente emerse. Ci seguono ancora un po’ poi tornano verso riva appena ci vedono puntare verso acque più profonde.

IL FASCINO DEL NERO
«Hai portato la scatola anti-orso?» Mi chiede Comen mentre tentiamo di individuare una baia adatta per il campo in mezzo ad una nebbia impenetrabile. La foresta settentrionale, eternamente sovrastata da un cielo basso e grigio, è l’habitat perfetto per gli orsi neri. Le guide, infatti, consigliano di portare sempre una scatola a prova di orso per assicurarsi che questi splendidi (quanto pericolosi) plantigradi si tengano alla larga dalle provviste. «Terremo il fuoco acceso e nasconderemo il cibo negli scafi» rispondo con tono confidente «e speriamo che vada tutto bene!». La tentazione a rinunciare è molto forte. Sulla spiaggia di Usal Beach le loro tracce sono ovunque. Le più fresche sono di una femmina enorme, accompagnata da un cucciolo indubbiamente affamato. Altre, più vecchie, appartengono ad un maschio solitario, l’apice della piramide dei predatori presenti in California del nord. Sono orme più profonde, impresse con forza dai suoi 250 kg nella sabbia nera. Gli orsi non sono gli unici carnivori in giro. Fonti d’acqua dolce precipitano attraverso cascatelle limacciose che si rincorrono fino alla spiaggia. È seguendo questi torrenti che i leoni di montagna arrivano fino alla costa. Le loro orme, simili a quelle di giganteschi gatti, sono nitidissime. Fortunatamente questi cupi pensieri vengono interrotti dal suono delle onde: una precisa sinistra colpisce la parete di roccia nera nell’angolo più meridionale della baia srotolando fino a riva. Il rito è estremamente semplice in questi casi: Comen e Niera, entrambi goofy, si godono una decina di veloci onde mentre io scatto foto dalla spiaggia tenendo d’occhio possibili predatori. La vicinanza alla riva e la regolarità delle onde rende questo spot abbastanza sicuro.

IL VOLO DELL’AQUILA
Nessuno di noi lo ammetterebbe, ma penso sia stata una coppia di aquile pescatrici a condurci allo spot successivo. Le loro veloci picchiate e gli stridenti richiami di caccia, così forti da coprire il suono dei frangenti, hanno indirizzato Comen verso una baietta a forma di mezzaluna circondata da aguzze lame di roccia. Al centro di questo irreale palcoscenico rompe una destra pulita e facile che termina la sua corsa proprio sotto il dirupo scelto dai rapaci per nidificare. Per continuare la nostra ricognizione senza disturbarle, circunnavighiamo un enorme groviglio di tronchi e alghe. Oltre ad accumulare tutto questo materiale, millenni di mareggiate hanno scavato un enorme caverna nella fiancata occidentale di un ripido scoglio. Pagaiamo verso il suo interno per circa 30 metri. Il corto periodo della mareggiata ci spinge pericolosamente verso il soffitto, pochi metri sopra le nostre teste. Finiamo in una baia chiusa a forma di chiave dove tiriamo in secco i kayak e ci rilassiamo un po’. Toccare terra in sicurezza non è sempre facile, specialmente quando le montagne si tuffano direttamente in mare fornendo solo approdi ripidi e scivolosi. Decidiamo di fermarci vicino a Bear Harbor, lungo un canale di scolo completamente soffocato dalle fronde di salice. Issiamo gli scafi lungo il clivio scivoloso, prendendo il tempo tra un’onda e l’altra fino a raggiungere quella che pensiamo sia un’altezza sicura. Proprio mentre ci concediamo uno spuntino, un’onda anomala decide di punirci. Un frangente ci coglie di sorpresa, esplodendo violento sulle rocce sotto di noi. Succede tutto al rallentatore: la risacca si gonfia fino a diventare enorme. Lo scafo di Comen è il più vicino al bordo dell’acqua. Il box a poppa si apre sollevandosi prima dell’impatto. Mentre l’onda tenta di trascinare tutto verso il largo, Comen si attacca alla prua e tira con tutte le sue forze, finchè l’energia del mostro non si esaurisce. Pochi secondi e torna la pace in questa baia senza nome. L’ultimo giorno del trip è il più piacevole. All’alba metto la testa fuori dalla tenda salutato da un caldo sole. La bruma del nord si è dileguata. Per una volta le mute, ormai bagnate e puzzolenti, restano ad asciugarsi vicino al fuoco visto che surfiamo in pantaloncini. Una famiglia di urie comuni pesca chiassosa nelle acque finalmente blu-turchese. Fino a ieri, grazie alla monocromia del paesaggio, era impossibile distinguere dove la terra finiva ed iniziava l’oceano. Ogni schiuma un potenziale nemico. Oggi, con il sole, la Lost Coast si apre in scenari invitanti. Onde potenzialmente surfabili appaiono attorno ad ogni baia, sbruffando verso il cielo pinnacoli di forza indomita.

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