Home Page
Surf Land
JONI STERNBACH
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Joni Sternbach
Vedere la spiaggia con distacco è molto difficile per chi vive quotidianamente a contatto con tavole e sabbia. I volti delle persone, il paesaggio marino e persino il passato del nostro sport diventano particolari trascurabili quando la tua giornata ruota “solo” attorno alle onde. Allora serve qualcun’altro, possibilmente molto distante dal tuo ambiente, per mostrarti quello che da solo non riesci più a cogliere. Joni Sternbach, o meglio le sue stampe su lastra metallica, fanno esattamente questo. Grazie a un vistoso contasto tra la tecnica utilizzata (la ferrotipia in voga alla metà dell’800) e i soggetti scelti (surfisti contemporanei incontrati in spiaggia) Joni è riuscita a costruire un’artigianale quanto efficace macchina del tempo. La sua camera oscura portatile ed i suoi procedimenti quasi alchemici rompono il continuo spazio-temporale della spiaggia rendendo eterna e interessante la dimensione del quotidiano. A pochi mesi dalla pubblicazione del suo libro SurfLand, l’abbiamo intervistata per capirne di più su questa tecnica e sulla sua innegabile capacità evocativa.


New York non è famosa per le sue onde ma dalle tue immagini mi sembra di capire che conosci la spiaggia meglio di tanti surfisti? Sei una di noi?
Grazie per il complimento. Anche se ho frequentato l’oceano fin da piccola non so se è vero quello che dici, visto che non sono una surfista. Può sembrare una storia trita ma ho passato molte vacanze tra le spiagge meno famose di New York, come Rockaway e Long Beach, dove la nonna aveva un grande cottage. Da bambini passavamo molto tempo da lei, ci svegliava tutte le mattine all 6, ci preparava un enorme bicchiere di caffèlatte caldo con molto zucchero e ci trascinava in spiaggia anche se non ci andava di farlo. Lei faceva una nuotata all’alba tutte le mattine e noi l’aspettavamo seduti sulla sabbia, chiusi nella felpa a sbattere i denti dal freddo. In verità sono arrivata a questo progetto come outsider. Il lavoro sui surfisti è nato quasi per caso mentre realizzavo una serie di paesaggi nella spiaggia di Ditch Plains a Montauk. Spesso i surfisti entravano nell’inquadratura, che io lo volessi o meno. Ci sono voluti un po’ di anni ma alla fine ho deciso di spostare la mia attenzione direttamente su di loro. I surfisti, per come li vedo io, sono persone che interagiscono con l’oceano in una maniera molto interessante.

Parlaci del tuo background. Come ti sei appassionata alla fotografia e alla ferrotipia in particolare?
Faccio fotografie da più di 30 anni e ho studiato belle arti alle superiori. Alla scuola d’arte l’esame di fotografia era uno degli obbligatori. Mi piacque così tanto che dopo un anno e mezzo cambiai indirizzo di studi per dedicarmici più seriamente. Ho sentito parlare della tecnica con il collodio (il liquido usato assieme al nitrato d’argento per impressionare le lastre) nel ’99. Mi sono iscritta al workshop del fotografo John Coffer e successivamente ho studiato con Scully/Osterman per affinare la tecnica. In quel periodo avevo già fatto esperienza con il platino/palladio e amavo la fotografia del XIX secolo. Era inevitabile che finissi a costruire le mie “pellicole” con la tecnica della ferrotipia.

La prima immagine di un surfista in spiaggia fu scattata proprio su lastra di metallo nel 1890. Perchè la relazione tra il surf e la fotografia è così forte e duratura?
Ho visto quella foto per la prima volta in una libreria di Portland, anni prima di iniziare il progetto SurfLand. Mi ha lasciato a bocca aperta! Non sapevo che il surf avesse una storia così ricca e che le mie foto avessero un ruolo importante in questa storia.

Ci puoi raccontare le origini di questa tecnica, che macchina usi e come lavori la lastra?
La tecnica “a lastra bagnata” fu inventata da Fredrick Scott Archer, un inglese. La ferrotipia, in cui si usa una lastra di ferro, è invece un contributo americano. Era popolarissima tra il 1850 e il 1870 perchè molto economica. Si tratta di un positivo impresso su una lastra di metallo annerito, l’immagine ovviamente risulta speculare. Il processo necessita di una camera oscura portatile nella quale sviluppare e fissare le lastre prima che si asciughino. Da qui il nome di “wet plate”, lastra bagnata. Io uso una macchina Deardorf 8”X10” e 11”X14”, adattata a 14”X17”, che è stata modificata apposta per usare lastre bagnate. Molti fotografi che usano questo medium preferiscono lenti d’epoca e riproduzioni di macchine antiche. Io ho capito di aver bisogno di un’attrezzatura un po’ più moderna, come una lente con otturatore e un treppiede con innesto a vite. Il procedimento è a grandi linee questo: una volta trovato il soggetto lo metto in posa e compongo l’immagine. Individuo la posizione giusta della macchina, faccio tutti i settaggi poi torno nella camera oscura mentre la mia assistente resta sul campo con il surfista. Intanto io copro la lastra con il collodio e la rendo fotosensibile immergendola nel nitrato d’argento per almeno tre minuti. Solo allora è pronta per essere inserita nella macchina quindi torno dal soggetto con la macchina carica, sperando che non si sia distratto guardando le onde e non sia uscito dal campo di fuoco. Poi metto la macchina in posizione e tolgo il tappo scuro dalla lente. Un’esposizione media varia da mezzo secondo a tre secondi. Normalmente scatto col diaframma completamente aperto, con una lente con luminosità 5.6. Fatto questo torno in camera oscura e sviluppo la foto poi la sciacquo in acqua alla luce del giorno e la fisso. Le lastre fissate le ripongo in una scatola piena di acqua, se non posso sciacquarle le ricopro di glicerina e le metto in un contenitore che le protegge fino a che non arrivo a casa dove finisco il processo.

Come mai una tecnica inventata nel XIX secolo sta tornando così di moda? Pensi sia una reazione a quest’epoca di abuso digitale?
Domanda molto azzeccata. Sono stata affascinata dalla fotografia ottocentesca fin dagli inizi della mia carriera Penso che, con il declino della pellicola, molte persone trovino difficile interagire col processo fotografico. Molti dei cosidetti “processi alternativi” ci permettono, invece, di vivere in prima persona la storia della fotografia, capire come lavoravano i nostri progenitori e come siamo arrivati allo stato attuale. Alcuni pensano che la fotografia stia regredendo a causa dell’avvento del digitale. Nelle mie lezioni di ferrotipia di solito cito Alan Greene e il suo libro Primitive Photography quando dice che «in anni recenti la fotografia sta regredendo a causa di pressioni esterne legate all’economia di mercato. Prima l’industria ha fatto emergere le macchine a 35mm a discapito dei formati più grandi, senza considerare che il medio formato offriva un miglior controllo della tecnica e della dimensione prospettica. Poi è stata la volta dell’autofocus seguito dalle pellicole a grani tabulari che hanno segnato la scomparsa delle pellicole più lente. Visto come sono andate le cose negli ultimi 50 anni, lo spostamento verso il digitale rappresenta solo l’ultimo successo di un trend negativo. Ora più che mai ho capito quanto noi fotografi siamo in balia del mercato. Sono arrivato alla conclusione che se mai venisse il giorno in cui l’industria smettesse di produrre quello che ho sempre dato per scontato, cioè pellicola e carta, io sarprei lo stesso fotografare usando quello che trovo». Infatti bisogna ricordare che la tecnica col collodio non è un processo di stampa ma un modo per usare lastre di ferro o di vetro come fossero una pellicola. Il collodio usato sul vetro può produrre sia un negativo che un positivo, a seconda dell’esposizione.

Il panorama è una parte molto importante nei tuoi ritratti. Che spiagge hai scelto per SurfLand e per quali motivi?
Ho iniziato la serie SurfLand a Montauk, la parte meridionale di Long Island a New York. È qui che ho iniziato a fare le mie prime foto di paesaggio, è una spiaggia che conosco bene visto che la frequento da decenni. Ogni volta che scendo dalle colline scopro venature e forme spettacolari, che rendono quel posto speciale e sempre nuovo. Così tutte le volte che vado in California cerco paesaggi altrettanto intriganti. E non sono mai stata delusa.

Come ti sei trovata a lavorare con una manica di lunatici come i surfisi? Qual’è la reazione tra di loro quando ti vedono installare il tuo studio mobile sulla spiaggia?
È stato molto piacevole lavorare coi surfisti. Molti erano entusiasti di partecipare. I lunatici non sono loro. Il mio set-up sulla spiaggia non passa certo inosservato. Attrae decine di curiosi. Sembra una di quelle performance teatrali moderne senza copione, che si basa su situazioni totalmente casuali. Ma c’è qualcosa di magico nell’incontrare gente, specialmente quando non hai nulla in comune, se non il fatto di essere nello stesso posto, nello stesso momento. La macchina fotografica diventa un attrezzo scenico, attorno a lei gravita tutta la conversazione.

Le persone che hai ritratto in SurfLand non sono surfisti stereotipati, tutti sembrano avere una storia da raccontare. Qual’è questa storia?
Beh, spero che veicolino molti messaggi. Uno di questi penso sia la coscienza di essere una specie in evoluzione. Mi piace il fatto che le persone nelle mie immagini emergano dal mare come se uscissero da un passato mitologico, divinità fuori dal tempo.

Cosa suggeriresti a un giovane forografo che volesse cimentarsi con la ferrotipia?
Lavorare con il collodio e le lastre bagnate è un’attività molto gratificante ma che implica una lunga preparazione e tanta attrezzatura. È più uno stile di vita che un metodo fotografico. Per un principiante raccomanderei di partecipare a un work-shop, magari quelli di John Coffer, France Scully e Mark Osterman al Center for Alternative Photography o ai miei al International Center of Photography, entrambi a New York. Molto interessante è anche il Telluride Photo Festival che si tiene a settembre in Colorado. Comunque ci sono tante vie per avvicinarsi a questa tecnica ma è importante saper quello che si sta comprando. Si trovano macchine a lastra asciutta su ebay e si possono adattare alla lastra bagnata. Le macchine d’epoca sono costose e poi serve trovare le ottiche originali in ottone. Alcuni comprano delle vecchie Brownie e le adattano.

Dove ti sta portando la tua linea artistica? Stai pensando di spostare le tue lenti su altri aspetti del mondo liquido?
Sto realizzando una serie di ritratti in costume d’epoca per Miss Shinnecock a Southampton, NY. Nel ’08 ho iniziato una serie di lavori a Wendover, Utah e vorrei tornarci presto. Per quanto riguarda il surf, sto cercando di proseguire il progetto alle Hawaii, in caso qualcuno tra i lettori volesse darmi una mano come assistente!

Ricerca SurfNews
Articoli
ALGERIA

Attraversare ...
Surf Land

Vedere la spiaggia con distacco è molto difficile per chi vive quotidianamente ...
ANDALUSIA

«Un macchiato e due fette di pane, per favore» chiedo al camerriere alzando ...
ON SURFARI

Se non fosse per i cameraman al seguito e per le tavole perennemente sottobraccio ...
CROSS COUNTRY

Sono due all’inizio, strappati al loro gioco da un’insolita presenza. Ci ...
LOST IN KAYAK

La “costa perduta” non è una chimera per surfisti nostalgici ma un posto ...
Archivio magazine »
Scarica gratis Surfnews Magazine