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ALGERIA
Dove finisce l'arcobaleno
a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews
Foto: Emiliano Mazzoni e John Callahan/Tropicalpix
Attraversare una frontiera al giorno d’oggi è diventato poco più di una semplice formalità: ti metti in fila insieme agli altri viaggiatori, sorridi al funzionario al di là del vetro e aspetti che il tuo passaporto venga timbrato. Dopodiché recuperi la sacca con le tavole e ti dirigi allegramente verso lo spot più vicino pregustando una session prima del tramonto. Giusto? Di solito si, o almeno questo è quello che siamo abituati a pensare. Dopo che il mio passaporto però, insieme a quelli dei miei compagni di viaggio, viene trattenuto per oltre sei ore ad un posto di frontiera sperduto fra le montagne dell’Atlante, qualche dubbio che questa non sia una semplice formalità inizia a venirmi. Avevamo pianificato per giorni il nostro ingresso in Algeria, preferendo una frontiera via terra ad una aeroportuale per evitare i fastidiosi controlli sulla nostra attrezzatura fotografica. Le autorità algerine infatti sono notoriamente diffidenti nei confronti di fotografi e giornalisti stranieri, e l’unico modo per portare legalmente nel paese dell’attrezzatura fotografica professionale è quello di ottenere un Media Visa. «Basta fare domanda in ambasciata» verrebbe da pensare, ma nella realtà le cose non stanno esattamente così. Il visto giornalistico infatti è un’entità pressoché astratta, e dopo inutili ed estenuanti tentativi presso le ambasciate di mezzo mondo decidiamo di rinunciare ed optare per il piano B: siamo dei semplici turisti.

E così, dopo aver sparpagliato macchine fotografiche, obiettivi, custodie subacquee e cavalletti fra le varie sacche delle tavole ed in ogni anfratto del furgone a noleggio, siamo giunti a questo remoto avamposto di confine sperando in controlli meno approfonditi. Essendo gli unici occidentali alla frontiera fra una moltitudine di locali inevitabilmente attiriamo l’attenzione di numerosi poliziotti che, esaminando le pagine dei nostri passaporti, si intrattengono in un’animata discussione. A giudicare dalla reazione alla nostra presenza non devono essere molti gli stranieri che passano di qua, e le tavole da surf legate sul tetto del furgone costituiscono un carico quantomeno sospetto da queste parti. Uno ad uno veniamo chiamati ed interrogati sulla nostra provenienza, nazionalità, professione e ragioni del nostro viaggio in Algeria. «Siamo in vacanza!» continuiamo a ripetere, «siamo qui per surfare... planche a vague!», ma le nostre spiegazioni non bastano a convincere i baffuti funzionari che siedono al di là della scrivania in un ufficio senza finestre. Mentre attendiamo per ore in un’angolo di uno squallido androne del posto di Polizia, mi soffermo a guardare gli altri viaggiatori, per lo più autisti di camion, famiglie a piedi e traffichini di ogni genere, attraversare la frontiera in pochi minuti dopo un rapido scambio di formalità con i poliziotti alla sbarra. Solo ora inizio a capire lo stato d’animo di tutti coloro che vengono trattenuti ogni giorno ai nostri confini e quello che possono provare vedendosi negato il diritto al libero spostamento. Noi ovviamente non ci spostiamo per necessità come loro, ma devo ammettere che il semplice pensiero di essere respinto ad una frontiera per motivi essenzialmente “razziali” (ovvero legati alla nazionalità) è davvero logorante. Fortunatamente la nostra infaticabile guida Abdedaim, dopo estenuanti trattative con i funzionari della dogana, riesce a traghettare noi e tutta la nostra attrezzatura oltre confine senza ulteriori problemi. A separarci dalla tanto agoniata prima session in acque algerine però rimane ancora un ostacolo inaspettato: la scorta. A nostra insaputa infatti, ci viene assegnata una scorta composta da sei Berretti Verdi della Guardia Nazionale, armati di tutto punto, che troviamo ad attenderci pochi metri oltre il posto di frontiera. Ci viene detto che il loro compito è quello di proteggerci da eventuali (quanto improbabili) attacchi terroristici che in passato si sono verificati in quest’area ai danni di stranieri, ma la realtà dei fatti emerge ben presto quando il più alto di grado, con fare visibilmente irritato, agita un foglio ciclostilato contente i nostri nomi, nazionalità e copie dei nostri passaporti. «Chi di voi è l’Americano?» chiede con atteggiamento seccato. Quando John Callahan si alza in piedi viene squadrato dalla testa ai piedi prima di venire “invitato” a salire a bordo del furgone. Subito dopo tocca agli altri: «Sam Bleakley?» presente! «Erwan Simon?», presente! «Tristan Jenkin, Emiliano Cataldi, Emiliano Mazzoni?». Presente! Presente! Presente! E così ha inizio la prima esplorazione surf mai condotta in Algeria. Finalmente dirigiamo verso la costa, che dista qualche decina di chilometri, preceduti da uno dei due veicoli militari mentre l’altro ci segue con il muso incollato al paraurti posteriore del furgone. I berretti verdi hanno il controllo totale sui nostri spostamenti: loro decidono dove e quando possiamo fermarci per andare al bagno, mangiare qualcosa e controllare le onde. In un paio di occasioni attraversiamo dei centri abitati a sirene spiegate per evitare quel poco traffico che incontriamo lungo la via, fra gli occhi incuriositi dei passanti ed il saluto d’ordinanza dei poliziotti in servizio ad ogni angolo di strada. Siamo confusi da quello che ci sta succedendo e allo stesso tempo imbarazzati: a tratti ci sembra di essere delle personalità importanti e il momento dopo i protagonisti di Locked Up Abroad, il programma del National Geographic che ricostruisce le vicende di gente finita nei guai durante viaggi all’estero. Una cosa comunque ci appare chiara fin da subito: quello di vigilare sulla nostra incolumità è in realtà un pretesto per vigilare sui nostri spostamenti e tenerci alla larga da luoghi che il governo ritiene “sensibili”. Il messaggio è chiaro: vi teniamo d’occhio. Sembra incredibile che tutto ciò possa accadere ad appena un’ora d’aereo dall’Italia, eppure è proprio così. Anche se questo non è il modo ideale di condurre un’esplorazione surf decidiamo comunque di assecondare i militari e, per il momento, di non tirare fuori le macchine fotografiche. Il mare ancora piatto, paradossalmente, ci agevola il compito. Giungiamo alle porte di Annaba, una delle città principali del paese, che è ormai buio. Le consegne della scorta vengono passate ad una pattuglia della polizia locale che ci guida attraverso i grossi quartieri dormitorio della periferia, la zona portuale, la casbah e gli ampi viali alberati del centro prima di lasciarci di fronte al nostro albergo lungo la “corniche”. Il mattino seguente siamo pronti ad uscire di buon ora e per nostra fortuna dei Berretti Verdi non c’è traccia fuori l’albergo. Complice anche la ricorrenza religiosa dell’Eid, molto sentita in tutto il mondo arabo, i nostri angeli custodi sembrano essere spariti nel nulla e non immaginiamo che, dopo tutto il trambusto di ieri, non li avremmo più rivisti fino al giorno della partenza. La nostra fortuna sembra non esaurirsi qui, perché dopo che un insolito periodo di alta pressione ha dominato il Mediterraneo per oltre due settimane, un debole influsso da ovest sembra interrompere questa tendenza portando con sé le prime onde di questo trip. Ci mettiamo in marcia senza attendere oltre. Essersi liberati del peso della scorta ci consente di guidare ad un ritmo meno sostenuto, di poterci fermare quando vogliamo, scambiare due chiacchiere con la gente del posto e finalmente assaporare un po’ di tradizioni locali. È giorno di festa e le strade sono deserte di macchine, ma sui marciapiedi e fuori alle case si incontrano numerosi capannelli di gente assiepata attorno ai montoni appena macellati. L’odore del sangue è forte e si mescola a quello della terra e della legna che brucia sotto a delle griglie annerite pronte ad accogliere la carne. John ed Emi tirano fuori le macchine fotografiche e si aggirano discretamente a caccia di particolari, mentre noi approfittiamo dell’unico negozio aperto per fare scorta di acqua, baguettes e frutta fresca per il resto della giornata. Dopo aver attraversato la penisola di Annaba giungiamo in una spiaggia sul versante esposto dove le prime piccole onde di questa mareggiata incontrano dei banchi di sabbia mista a roccia producendo picchi surfabili fin dal primo mattino. I primi set hanno impiegato poco più di un giorno ad arrivare fin qui da Gibilterra e con il passare delle ore il moto ondoso si fa più consistente e regolare, regalandoci una prima session senza vento, sotto ad un sole insolitamente caldo per questo periodo dell’anno. Solo nel primo pomeriggio il vento gira da mare e rinforza, facendo ingrossare il mare fino a rendere questo beach break impraticabile prima di sera. Fortunatamente questo tratto di costa è sufficientemente variegato da offrire ripari da ogni tipo di mare e di vento, ed è proprio verso una delle tante baie riparate che ci ripromettiamo di andare l’indomani. Non lo sappiamo ancora, ma per il resto del trip non avremmo mai più visto il mare piatto. Per giorni battiamo a tappeto l’intera regione del Nord Est, surfando la mattina ed esplorando la costa durante il resto della giornata. Gran parte di essa è impervia e l’accesso a molte località è reso difficoltoso dallo stato disastroso in cui versano le poche strade che portano al mare, e per spostarci in spiagge anche relativamente vicine fra di loro spesso impieghiamo diverse ore. In qualche occasione siamo anche costretti a lasciare il furgone e ad avventurarci a piedi attraverso la fitta vegetazione della macchia mediterranea per controllare baie altrimenti inaccessibili. É una fatica che dobbiamo affrontare però se vogliamo massimizzare il tempo a disposizione e familiarizzare con gli spot prima dell’arrivo della grossa mareggiata da nord ovest prevista per la prossima settimana. Nonostante le immagini satellitari e gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione, l’esplorazione surf in Mediterraneo richiede comunque una ricognizione a tappeto della costa: solo in questo modo riusciamo a verificare il reale potenziale degli spot che abbiamo individuato sulla carta, un compito reso ancora più difficile dal fatto che il mare è ancora piatto all’interno delle baie più protette. Sotto il susseguirsi dei fronti perturbati il cielo cambia costantemente di aspetto e con esso i paesaggi che attraversiamo: le campagne coltivate in pianura lasciano il posto a grandi laghi costieri, quindi alle dune di sabbia ricoperte di macchia mediterranea, ai fitti querceti sulle colline e infine ai ripidi massicci granitici scolpiti dall’azione del clima e dai suoi repentini cambi di umore. Seguiamo una strada tortuosa fino ad un piccolo borgo di pescatori incastonato fra queste montagne a picco sul mare. Sui muri scrostati degli edifici gli unici segni di vernice fresca sono il bianco, il verde e il rosso delle bandiere algerine dipinte per festeggiare la qualificazione della nazionale di calcio alle finali del campionato del mondo, avvenuta solo qualche giorno fa. Ad ogni angolo di strada lo slogan “1, 2, 3 vive l’Algerie” sembra farla da padrone, mentre in uno spiazzo polveroso un gruppo di ragazzini che rincorre chiassosamente un pallone sembra inseguire i sogni di riscatto di una nazione intera. Poco più in là alcuni giovani dall’aria annoiata contemplano il mare dai tavolini di un caffè o appoggiati alla balaustra del lungomare, secondo un copione che sembra ripetersi in ogni città che visitiamo, grande o piccola che sia. Nonostante l’Algeria sia estremamente ricca di risorse naturali infatti, il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli tali da rischiare di compromettere il futuro stesso del paese. A seguito della sanguinosa guerra di liberazione dall’occupazione Francese (che ha lasciato sul campo oltre sei milioni di algerini), l’Algeria è di fatto rimasta orfana di una generazione, tanto che al giorno d’oggi ben il 75% della popolazione è composta da giovani di età compresa fra i 20 ed i 35 anni, la stragrande maggioranza di loro non ha lavoro: un esercito di ragazzi che tenta di sbarcare il lunario in qualche modo e sogna un futuro migliore dall’altra parte del Mediterraneo. Con alcuni scambio due chiacchiere mentre raggiungo la cima di un moletto per controllare un point poco distante, e con un certo disagio mi fermo ad ascoltare le aspirazioni di questi miei coetanei che sognano di lasciare il loro paese. Un paio di loro già sono stati in Italia, e nonostante si siano dovuti scontrare con l’emarginazione, la clandestinità e il dramma dell’espulsione, sperano comunque di poterci tornare un giorno per costruirsi un futuro migliore. Anche da questa stessa spiaggia, mi dicono, partono i così detti “viaggi della speranza” diretti alla volta della Sardegna, le cui coste meridionali distano poco più di duecento chilometri. Qui in Algeria li chiamano “harraga”, letteralmente “coloro che bruciano”, riferito al desiderio ardente che li spinge a rischiare la vita pur di realizzare il loro sogno. Si stima che ogni anno diverse migliaia di ragazzi lascino l’Algeria proprio dalle spiagge della provincia di Annaba, ed il fenomeno ha assunto dimensioni tali da essere entrato a far parte della cultura giovanile anche attraverso la musica rap che racconta proprio le storie dei giovani harraga. «Se il mare è calmo ci si mettono otto o dieci ore», mi confida uno di loro «ma in questi giorni è troppo mosso e quindi non possiamo partire». Sento un brivido correre lungo la schiena mentre guardo il mare e continuo a sorprendermi di quanto beffardo sia il destino: sono arrivato fin qui inseguendo una mareggiata e mi ritrovo fianco a fianco con dei coetanei che, per motivi completamente diversi, vorrebbero che questa stessa mareggiata non arrivasse mai. E neanche quella dopo, né quella dopo ancora. Non dico loro perché siamo qui, e prima di andarmene mi congedo con un semplice «Ci vediamo nei prossimi giorni...inch’allah». È ancora buio quando il canto del muezzin ci sveglia il mattino successivo. Carichiamo il furgone sotto un cielo cupo ed una pioggia leggera mentre i fedeli più mattinieri si dirigono frettolosamente verso la vicina moschea. Stando agli aggiornamenti delle previsioni, che abbiamo controllato fino a tarda notte, oggi dovrebbe essere il giorno in cui la mareggiata raggiunge l’apice sia di misura che di periodo pur mantenendo dei venti leggeri sotto costa. Dopo i mesi che abbiamo impiegato nella preparazione di questa spedizione, il grande giorno sembra dunque essere arrivato. A questo punto si tratta di scegliere lo spot migliore fra tutti quelli che abbiamo mappato, un compito non da poco considerato che se dovessimo fare la scelta sbagliata rischieremmo di perdere delle preziose ore di onde e di luce. Un lusso che, soprattutto in Mediterraneo, non possiamo proprio permetterci. Dopo esserci consultati a lungo decidiamo di agire d’istinto e, nonostante sia il più lontano e difficile da raggiungere, puntiamo verso il point vicino al villaggio dove ci siamo fermati ieri. Lasciamo Annaba all’alba e prendiamo una strada tortuosa che dal livello del mare conduce sulla sommità di una montagna prima di ridiscendere al mare sul versante opposto. Oltrepassata l’ultima cittadina, la striscia di asfalto si snoda in una serie infinita di tornanti e sembra diventare sempre più stretta e dissestata mentre attraversiamo una fitta sughereta. Per circa mezz’ora procediamo praticamente alla cieca: pur essendo sul versante che dà sul mare, la pioggia battente e la nebbia che cinge la sommità del monte ci impedisce di vedere più in là della prossima curva. Poi, all’improvviso, un raggio di sole penetra la fitta coltre di nebbia rivelando un perfetto arcobaleno e la distesa del mare oltre colline verdissime. Siamo ancora troppo lontani per poter distinguere qualsiasi movimento sulla superficie del mare, ma appena valichiamo una collina Sam rompe il silenzio all’interno del van: «Sono sicuro di aver visto una serie rompere al point!». Sam è notoriamente miope, quindi non prestiamo troppa attenzione alla sue parole concentrandoci piuttosto sulla strada dissestata e sul magnifico arcobaleno che sembra finire proprio nella baia dove siamo diretti. Arrivati in cima all’ultima collina, dove la vista può spaziare liberamente sul point, rimaniamo senza parole di fronte allo spettacolo che ci si apre davanti agli occhi: incorniciato fra le ripide pareti rocciose e l’arcobaleno che sembra tuffarsi nel canale di acqua profonda, un set di nove onde fa il suo ingresso maestoso nella baia accarezzato da un leggero vento da terra, avvolgendosi attorno al promontorio e dando vita ad uno dei lineup più spettacolari che abbiamo mai visto in anni di esplorazione surf. Questo è il Mediterraneo in tutta la sua gloria: blu, maestoso e bellissimo. Ad ogni set la mareggiata sembra ingrossare sempre di più alimentando a dismisura le nostre aspettative. Il cielo si apre, l’arcobaleno rimane immobile sulle nostre teste e noi possiamo finalmente tuffarci nella mitica “pentola d’oro” di cui parlano le leggende. Si dice che più si provi ad avvicinarsi all’arcobaleno e più esso tenda ad allontanarsi. Ma oggi è proprio qui, sopra di noi, e per tutta la mattina non si muove da questa baia nascosta fra le montagne della Cabilia. Abbiamo raggiunto l’irraggiungibile e l’effimero è diventato realtà, anche se solo per qualche ora.

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