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UN INVERNO

a cura di Nik Zanella Condividi SurfNews

L'estate che cambiò la mia vita cominciò un inverno degli anni ottanta.

Per Natale, in una piazza stile impero, il comune metteva un caravan-sala-giochi col punch-ball, uno stand che vendeva pizza fritta e altoparlanti quadrati appesi ai lampioni. Sarà stato il freddo del nordest o la neve sporca ammucchiata ai lati della strada o le carole natalizie distorte dalle raffiche della Bora ma, quella piazza e quell'inverno posero in me i semi del malcontento. Fanculo la scuola e quell'asfissiante autocommiserazione provinciale per cui tutto è gia stato fatto e detto da qualcuno più serio di te, prima di te e meglio di te. Capivo, senza riuscire a parlarne, che di tutte le combinazioni possibili di vita sulla terra, quella capitata a me era tra le più pallose. Pensavo persino che se gli UFO mi avessero rapito e trascinato in un'esistenza per la quale non c'erano neppure le parole sulla terra, beh, io ne sarei stato felice. In quei mesi freddi, sarebbe stato preferibile essere un animale in letargo, un cane nella cuccia, un pesce sotto la sabbia o uno di quegli uccelli di passo che i cacciatori aspettavano durante le libecciate di Novembre e che morivano all'improvviso, dignitosamente, senza neanche sentire lo sparo. Alla fine di Marzo la neve si era tutta sciolta e dopo la prima sciroccata il cielo cambiava colore. Ad Aprile si andava a scuola col giubbino di jeans e siccome gli UFO non si erano fatti vivi cominciavo a pensare al mare ed all'estate. La scuola finiva in un tripudio di cartelle lanciate e di babbi in attesa col giubbo di renna e l'alfettone. I miei a giugno caricavano ordinatamente un camioncino 'Leprotto' e trasportavano quintali di vettovaglie, picchetti, armadietti, nonni ed un enorme tenda-casa al campeggio. Mio padre conosceva almeno cinque strade per coprire i cinquanta chilometri di campi e paludi che ci separavano dalla costa: combinava i percorsi senza il bencheminimo preavviso, seguendo solo il suo umore e le condizioni meteoclimatiche. Solo nelle soste le sue scelte diventavano palesi quando, tra una emmeesse e l'altra, raccoglieva funghi, asparagi selvatici o quant'altro la natura del luogo gli offrisse. Per lui, la vacanza cominciava col viaggio. D'estate la strada delle valli puzzava di fango e canali mezzo essiccati ma continuando verso Est, i campi di bietole lasciavano il posto alla pineta e l'odore di canna sfumava nei toni dell'acre, del resinoso e del salmastro. Il viottolo del camping era una striscia di sabbia e tamerici tra i pini marittimi. A giugno c'erano ancora pochissime tende e quando arrivava qualcuno, i vicini venivano a salutare. Anche la spiaggia era quasi deserta, appena arrivato mi toglievo i sandalini e correvo verso l'acqua per non assistere alle immancabili litigate dei miei davanti a pali e tiranti. La prima camminata sul bagnasciuga aveva il sapore di un ritorno. Il caos delle onde riordina per genere e peso specifico la cose mosse dall'acqua. Gli oggetti vengono abbandonati sulla spiaggia a seconda di peso e volume: prima cadono i sassi, vicino al bagnasciuga poi i pesci morti ed infine i legni in strisce e semicurve sulla sabbia scura. L'occhio scavato e bianco del cefalo marcito, lo scheletro perfetto di un riccio di mare, il ramo ritorto e sbruciacchiato: piccoli gioielli, storie di forza, decadenza e morte. In acqua era tutta un'altra cosa. Le onde scoppiettavano nella risacca scaricando brividi di libidine nel basso ventre. Correndo verso il largo le sogliole sgusciavano dai piedi e se le pestavi 'bene' potevi anche catturarle: certi soglioloni che fritti era la loro morte! La mattina presto l'acqua era cristallo. Da sulle rocce riuscivo a vedere lo sfavillio delle orate un paio di metri sotto e gli stupidi cefali brucare tra le alghe. A Luglio ancora non avevo conosciuto quasi nessuno. Quell'estate la costa Est rimase in balia dello Scirocco per quindici giorni. La regione dichiarò calamità naturale, le onde tracimarono dalle dune danneggiando molti degli stabilimenti in spiaggia. I tedeschi rimasero prigionieri nelle roulotte e non potendo bere 'heinz kappuccinen' dopo gli 'spaghetti bolognais' tornarono anticipatamente a Nord. Nei giorni di vento, mentre tutto il campeggio scavava trincee contro l'acqua piovana, io camminavo verso Nord, dove finiva la copertura degli scogli e davanti agli occhi è tutto blu. Le onde entravano scure e violente: disordinate e decise come bestie impaurite. L'acqua ribolliva in strisce bianche e marron ed a me era fatto esplicito divieto di balneazione. Quando lo Scirocco se ne fu completamente andato si contarono le vittime. Le linee dei detriti erano popolate dai cadaveri delle grandi occasioni. Polipi dai tentacoli lacerati, grappoli di ostriche strappate agli scogli ed un enorme muggine mezzo mangiata disposta a bella vista dove prima c'erano solo legni. Lo stesso giorno, oltre il limite militare, trovarono un delfino tursiope arenato.

Una decina di persone faceva capannello snocciolando fior-fior di luoghi comuni e mentre decidevano se avesse cozzato contro gli scogli, perso l'orientamento tra i frangenti o se lo avesse soffocato una busta della Coop io mi chinai e lo osservai attraverso le gambe dei presenti. Era lungo come me, scuro, era adagiato su un fianco ed era morto. Pur non potendo scorgerne le pupille, lo guardavo negli occhi scuri. Mio padre mi aveva insegnato che niente in natura viene sprecato, che i gamberi muoiono per nutrire le orate, che gli stercorari appallottolano merda sulle dune per crescere la prole e che tutto quello che marcisce sulla spiaggia nutre centinaia di organismi invisibili ma pur sempre degni di rispetto. Nonostante fossi abituato alla catena di morte, decomposizione e trasformazione degli esseri viventi, non riuscivo a non soffrire per quel mammifero steso tra i legni ed i rifiuti. Cominciò a piovere, uno di quegli scrosci che producono tanto vento e poi l'arcobaleno. I tedeschi tornarono veloci alle loro pensioni correndo scalzi coi Birkenstok in mano. Io finsi di andarmene ma mi nascosi in pineta e poi tornai. Sarà stata una suggestione o forse un brivido di freddo causato dal vento quando gira da terra ma quello sguardo spento mi entrò dagli occhi e mosse qualche dubbio in me. Dove finisce la luce vispa che hanno gli occhi dei pesci da vivi? In cosa si trasforma la forza e l'astuzia delle bestie quando muoiono? Lo trascinai per un centinaio di metri lungo la sabbia poi scavai un grande buco fino a trovare l'acqua e feci sparire per sempre quel corpo. La mattina successiva la marea aveva cambiato il profilo della costa, l'aria si era fatta frizzante di Garbino ed inondava la risacca con un fresco odore di Pastiglie Valda. Le onde si erano stese e tracciavano lunghe linee bianche dal pennello degli scogli verso l'acqua fonda. Portai il tavolone di famiglia attraverso la secca fino a dove le onde gonfiano e poi schiumano. Le onde sono acqua e movimento, la stessa vitalità della sogliola che sguiscia, e del cefalo che salta, prende vita in una forma diversa. Un corpo enorme che si muove e respira assieme a tutti i suoi ospiti presenti e passati. Di quella prima schiuma presa in ginocchio poi in piedi sulla tavola ho solo una memoria tattile, una strana vibrazione che parte dal basso ventre e travolge e culla allo stesso tempo. Non mi peritai di dare un nome a quella sensazione ne' di raccontare a nessuno cosa fosse successo a me e al delfino in quella mattina di Luglio. Mantenemmo il segreto, a diversi livelli dello stesso ecosistema.


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