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SULLE ACQUE

a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews

Un surftrip attraverso le coste di Guangxi, Guangdong e Fujian.

Dove la pratica di 'immergersi tra le onde' non implica necessariamente la presenza del mare


L'alba è gelida lungo le anse dello Yulong e anche i cormorani, imbragati di tutto punto per la pesca, tengono il becco sotto l'ala per ripararsi dalla brezza. In ottobre, col Drago di Giada al minimo della portata, i pesci più grossi si concentrano nelle pozze d'acqua profonda ed è lì che stanno andando i pescatori di Yangshuo. In piedi sulla poppa squadrata, piede sinistro avanti in un perfetto 'regular-stance' evitano le rocce affioranti sfruttando le onde con maestria. Esamino le loro imbarcazioni. Sono molto simili agli hoe he'e nalu polinesiani, gli antesignani dei moderni stand-up paddle board, ma sono costruiti con materiali totalmente organici. Sono cinque canne del diametro di 30 centimetri, lunghe circa tre metri, piegate a caldo nel quarto anteriore fino a ottenere un pronunciato rocker e tenute assieme da pali trasversali. Nessuna vite, neanche un legaccio di plastica. Grazie alle camere stagne del bambù sono leggerissime e possono essere governate spostando il peso sui bordi, aiutandosi con un lungo remo-paradello. E sicuramente riuscirebbero a cavalcare onde anche più grosse, ma la maggior parte dei barcaioli, qui, non ha mai visto il mare. La spiaggia più vicina dista oltre cinquecento chilometri da questo assonnato villaggio fluviale.

SURF DINASTICO

Eppure, a sentire la storiografia surfistica ufficiale, quella della Encyclopedia of Surfing per intenderci, le loro evoluzioni non contano. E neppure contano le apparizioni di surfisti nelle cronache dinastiche e nelle opere d'arte antiche. Le prime surfate nel Paese di Mezzo sono semplicemente attribuite agli 'expatriates' di Hongkong. Surfisti inglesi e americani che fin dagli anni '70 introdussero il surf negli spot attorno a Tai Long Wan. Ma che rilevanza possono avere questi dati, costruiti ad uso e consumo del mercato occidentale, in un quadro storico di oltre cinquemila anni? In Cina le tracce che portano al surf sono molto più antiche e attraversano luoghi non necessariamente posizionati sulla costa. Il cinese, a differenza delle lingue latine, usa varie parole per tradurre 'surf', nessuna di esse mutuata dall'inglese. L'attività di 'immergersi tra le onde' (questa la traduzione del termine 'chonglang'), inoltre, non è direttamente collegata all'ambiente marino. L'idea di seguire una pista 'interna' mi è venuta tre anni fa, tra le colline dello Yunnan, una regione montuosa nel sudovest del paese, resa celebre dai diari di Bruce Chatwin. Il tempio di Bambù, risalente al XIII secolo, dista oltre 400 km dallo spot più vicino ma è conosciuto dalle guide locali come 'il tempio dei Buddha surfisti'. A toccare le mie corde non furono però le implicazioni religiose. Nel 1883 due enormi pareti furono abbellite con 70 figure di Arhat, venerabili Buddhisti, intenti a cavalcare imponenti onde azzurre. Le sculture hanno colpito la mia immaginazione con l'energia di un set anomalo. Questa 'mistica' surfata precede di mezzo secolo il surf 'bianco'. Per intenderci, all'epoca in cui Li Guangxiu realizzava questa parete, il surf non aveva ancora fatto il salto culturale tra la polinesia e il mondo occidentale. Come potevano gli artisti della dinastia Qing averne un'idea così precisa? Al centro della scena, il più atletico tra i surfisti taglia in backside una grossa sinistra. È un regular, con spalle larghe e braccia possenti e negli occhi ha quello sguardo allampanato di gioia mista a paura che solo un 'devoto' surfista può riconoscere. Alla base dell'onda più grossa, un vecchio con barba e baffi incrocia il passo ed accenna addirittura un hang-five! E questa di Kunming non è l'unica traccia di surf-culture reperibile nel cuore fluviale della Cina. Molto più a nordest, nello Zhejiang, un grande edificio daoista del XVII secolo è dedicato alla pratica di «giocare tra le spire del Drago d'Argento». Il tempio si trova poco fuori Hangzhou, lungo l'argine settentrionale del fiume Qiantang, uno dei più inquinati di tutta l'Asia. I suoi piani superiori godono di una vista privilegiata su uno spot famosissimo sia tra i surf-explorer contamporanei che tra la élite confuciana del passato. Il Drago d'Argento, l'onda di marea surfabile che dal mare aperto risale per oltre 70 chilometri il bacino fluviale, passa proprio qui di fronte! Nonostante due pubblicazioni 'moderne' abbiano rivendicato la paternità di questo spot, (SurfNews n.66, dicembre '07 e Surfer's Journal 18/5, autunno '09), la pratica di 'scivolare sull'acqua' aiutandosi con un tronco di legno è documentata nelle cronache dinastiche, fin dal XIII secolo. Si tratta di un'attività ancora diffusa tra i pescatori di Hangzhou, che body-surfano la schiuma muniti di un guadino per catturare i gamberi travolti dal suo incedere. Un complesso statuario, nel tempio, sembra una celebrazione di questo life-style: Haishen, (traducibile come Dio della marea) coi tratti del volto distorti dal rush di endorfine, cavalca il drago assieme ad un gran numero di immortali. La domanda è lecita: è possibile che nei secoli passati siano esistite comunità intente a sfruttare l'aspetto ricreativo e sacrale delle onde? Gli enormi tazibao rossi inneggianti alla lotta di classe ancora visibili sui muri di questi stessi templi ci ricordano una peculiarità della storia cinese. La Rivoluzione Culturale innescata da Mao nel '68, al grido di «Abbasso Lin Piao, Abbasso Confucio», si è accanita particolarmente sugli oggetti d'arte (traccia di un passato feudale) e sui luoghi di culto (fucina di superstizioni), rendendo difficile la ricostruzione di questa e di molte altre storie.

FUORI DAL FANGO

Dopo dieci giorni di trekking tra i picchi carsici del Guangxi, con l'arrivo degli atleti la nostra ricerca prende finalmente una piega marina. Un motto confuciano suggerisce di «raggiungere ciò che non si conosce attraverso ciò che si conosce» ed è questo che intendiamo fare coprendo i 300km che separano Guangzhou (Canton in epoca coloniale) dalla baia di Zhelang, l'ultimo spot riportato nella World Stormrider Guide. Sarà questo il nostro punto di partenza ma è novembre inoltrato e la stagione dei tifoni, dopo un'estate esplosiva, volge al termine. Questa insolita sequenza di venti meridionali, però, ha notevolmente ritardato l'entrata del monsone invernale lasciandoci, ora, in un limbo di mezza stagione, caratterizzato da temperature elevate, cieli limpidi e mare quasi piatto. Alla vista di previsioni meno che ottime, la maggior parte degli atleti, inclusi i locali di Canton e due longboarder taiwanesi invitati dal fotografo Callahan, si danno alla macchia. Così alla partenza dall'Hotel Skyline Plaza di Guangzhou (Canton) siamo solo in cinque. Gli unici ad averci creduto sono i liguri Filippo Orso e Giorgio Elena, alla loro prima esperienza in Cina. Stanno col naso appiccicato al finestrino, in pieno shock culturale, mentre il nostro minivan attraversa il Fiume delle Perle diretto verso est. I viali alberati e i palazzi in stile coloniale di Shamian Island rendono il contrasto con la suburbia ancora più stridente. L'architettura socialista degli anni '70-'80 di cui è disseminata la periferia di Guangzhou, concede ben poco all'estetica: chilometri di palazzi a pianta quadrata, alti fino a dieci piani con tetto piatto e inferriate fino in cima. I ragazzi ridono chiamandole «case copia-incolla» e si stupiscono ancora di più quando l'autostrada attraversa i nuovi quartieri per ricchi, costruiti a partire dagli anni '90. Grazie alle riforme di Deng Xiaoping, infatti, gli architetti sono liberi di esprimersi come meglio credono. Ma col background artistico azzerato da sessant'anni di regime, il design sta prendendo le vie più strampalate. Shantou un paesone poco fuori Guangzhou passato da 65 mila a 5 milioni di abitanti in meno di un secolo, fornisce esempi perfetti. Lampioni rosa illuminano ordinatissimi distretti di villette neoclassiche, con tanto di colonne corinzie alle porte, antenne satellitari a forma di Torre Eiffel e fregi di gesso in stile riviera francese. Questo nonsense prosegue per ore intervallato da centrali a carbone (la Cina ne apre una ogni giorno), campi di pomodori ed enormi, quanto maleodoranti, allevamenti di pesce. Arriviamo a Zhelang nel primo pomeriggio e subito ci buttiamo in mare tra onde di circa un metro, senza neppure controllare i picchi più giù nella baia. Filippo dalla partenza da Milano ha mangiato solo patate fritte ma alla vista di pareti surfabili riprende il colorito e stacca un paio di coreografici air. Il paese visto dal mare ha un che di inquietante: l'abitato originario, con case basse e negozietti al piano terra, è contorniato da enormi palazzi in stile sovietico. Ecomostri a dieci piani con insegne a caratteri cubitali che incombono sulla spiaggia come a dominarla. L'unica nota allegra è data dalle vele dei kite e dalle mute dei locali poste ad asciugare di fianco ad una improvvisata beach-house. La comunità di Zhelang, infatti, costituisce l'avanposto estremo del surf 'made in China'. La balneazione, qui, è un business del tutto marginale. Il 90% della costa è destinato alla produzione di energia elettrica. Poco a nord, lungo un tratto difficilmente raggiungibile, una gigantesca centrale a carbone fornisce occupazione alla gran parte dei locali. Le sue ciminiere a cono, sormontate da scuri pennelli di fumo, svettano su un grigio paesaggio vallivo. Più a nord, le desolate spiagge attorno al villaggio di Sigongliao sono costellate di turbine eoliche. Il rumore sordo delle pale azionate dal vento da est, assieme al fruscio delle piccolissime onde, mettono ansia nel gruppo. In tre giorni di lavoro tutto quanto Zhelang ha da offrire viene documentato. E quando le previsioni millantano un impulso da est in arrivo 800km più a nord, siamo ben contenti di abbandonare «ciò che conosciamo» e di puntare dritto verso l'ignoto.

CAMBIARE AREA

Il mare della Cina è divisibile in due macro-aree surfistiche: quella meridionale (da Hainan a tutto il Guangdong) e quella settentrionale che va dalla provincia del Fujian fino a Shanghai. In mezzo, a bloccare per almeno 500km le onde dell'oceano, sta Taiwan. Da Zhelang a Shanghai, quindi, la costa è «Terra Nondum Cognita». Un migliaio di chilometri di isole, baie e punte esposte a nordest su cui nessun surfista, o quasi, ha ancora posato lo sguardo. Analizzata la direzione della mareggiata decidiamo di raggiungere l'isola di Haitan nella provincia del Fujian, 15 ore di pulmino verso nord. Entrando stravolti a Pingtan, la capitale, ci accorgiamo che l'isola è enorme, la quinta del paese per estensione, e che ospita 400 mila abitanti, tutti intenti a suonare il clacson per strada. Da alcuni anni, infatti, Haitan è interessata da un boom economico e demografico. Da quando è stata dichiarata porto franco per le relazioni commerciali e diplomatiche, tra la Repubblica Popolare Cinese e la Cina Nazionalista di Taipei, i prezzi di case e terreni sono duplicati. I taiwanesi, infatti, possono attraversare lo stretto in traghetto e trattenersi senza visto per concludere affari o semplicemente godersi i frutti di mare più freschi di tutta la Cina. Fortunatamente fuori dalla squallida Pingtan, il paesaggio marino è stato risparmiato. E ha un che di mediterraneo, con la sua macchia bassa, i pini marittimi e i muri a secco. Il Fujian, infatti, non riceve le precipitazioni che rendono verdi le province meridionali. A sagomare il paesaggio sono principalmente il vento (costante da NE da ottobre a marzo), la forte corrente dello stretto di Taiwan e un dislivello record di marea che supera i 7 metri (oltre il doppio rispetto a Biarritz!) sagomando le rocce in splendidi pinnacoli di granito rosato. Anche la qualità dell'acqua, lontano dai limacciosi fondali del Guangdong, è strepitosa, con baie azzurre e lunghe spiagge di sabbia rossa simili alla Sardegna meridionale. Lungo la costa, però, nessun residence vista mare, nessun ristorantino di pesce, nessun business turistico interrompe la visuale: i paesi sono completamente votati all'agricoltura, alla pesca o all'allevamento del pesce. Sono i lavoratori stessi ad accompagnarci verso il mare quando per qualche motivo rimaniamo impantanati tra i campi di taro, o ci perdiamo tra le vasche dei granchi negli allevamenti in spiaggia. Grazie a loro e al GPS di Mr He (ribattezzato Fonzy per comodità di pronuncia), in un paio di giorni identifichiamo la maggior parte dei potenziali spot e i sentieri per raggiungerli. Il tratto di costa più promettente sembra essere quello settentrionale, tra i villaggi cristiani di Liushui e Baijishan dove un perfetto fondale roccioso produce point e reef di qualità. L'esplorazione dell'isola, però, non è completa senza un tour gastronomico, impresa che si rivela quasi impossibile visto che Filippo proprio non riesce ad abituarsi ai sapori piccanti della cucina fujianese. Giorgio è più flessibile ed esplora curioso qualsiasi stranezza gli si metta di fronte, dalla carpa in umido alle gustose zuppe di pesce, molto simili al nostro caciucco. Ma Filippo ha problemi seri: i suoi genitori gestiscono un ristorante di cucina ligure (che non contempla il riso) ed è cresciuto a trofie col pesto e bistecche alla griglia. Dopo un paio di infruttuosi tentativi e vista l'importanza del suo stato fisico per la missione, individuiamo alcuni cibi che reputa commestibili e ne facciamo incetta. A parte sette preziosi snack al parmigiano portati da casa, per dieci giorni si ciberà solo di plumcake e hamburger di pollo. Intanto, il terzo giorno, la mareggiata tanto attesa raggiunge l'isola e la temperatura si abbassa di sette gradi in una notte, rendendo la muta quasi obbligatoria. I pescatori del porto ce l'avevano detto e anche l'odore pungente dell'aria del nord, simile alla nostra tramontana, lo conferma: questa non è una mareggiata ma un nuovo regime climatico. Il monsone di nordest si sfoga sul Mare della Cina, come a voler recuperare il ritardo accumulato. Un vento a 35 nodi insiste su tutto il fetch a disposizione, oltre 1.000km, creando frangenti di un paio di metri. Fortunatamente lo spot più accessibile, la parte sud della baia di Pingtan, si dimostra anche il più consistente. A lato di un maltenuto tempio, una grossa concrezione granitica aiuta le onde a focalizzare. In un paio di giorni lo swell passa da uno ad oltre due metri di altezza allungandosi di periodo e frasformandosi in lunghe linee scure. Fortunatamente, all'interno dell'ampia baia, c'è sempre un picco riparato o un angolino su cui puntare la lente. Ed è nel tentativo di raggiungere una liscia sinistra che Giorgio sbaglia il tempo e viene sbattuto su un muro di roccia, abradendosi le nocche delle dita e distruggendo il tail della sua 5.8 preferita. Filippo, abituato a onde pulite su roccia, impiega un po' ad abituarsi a questi casuali muri franosi ma non stenta a spiccare il volo quando la sezione si congiunge nel modo desiderato. Il monsone, però, sta spingendo la mareggiata fin dentro lo stretto di Taiwan, aprendo nuove possibilità esplorative. Al terzo giorno di pioggia battente, con vestiti e scarpe completamente zuppi, decidiamo di cambiare area, sperando in un clima più clemente e in migliori condizioni di luce. Tra le oltre 40 isole del Fujian meridionale scegliamo Dongshan, più per la sua posizione geografica (spezza a metà il lungo viaggio di ritorno per Guangzhou) che per la sua effettiva esposizione alla mareggiata. La costa utile qui è lunga appena una ventina di chilometri e basta mezz'ora per farsi un'idea precisa. La baia di Wujiao, pur guardando dritto verso sudest, ci riserverà la sorpresa più gradita di tutto il viaggio. Il gioco di correnti creato da un moletto e dal nuovo porto militare (voluto due anni fa dall'esercito cinese, ci dice un pescatore) regolarizza la furia monsonica trasformandola in lunghe pareti lavorabili. Con la marea entrante sono le sinistre a regalare le corse più lunghe. Le più grosse sono overhead e srotolano per oltre 100 metri fino ad un ripido inside costellato da pali di ferro e detriti. Giorgio, abituato alla feroce competizione dei reef liguri, non sta nella pelle e parte sui set più grossi, in piena frenesia alimentare. «Con onde così, a Varazze sarebbe una guerra» è il suo commento, senza sapere che proprio questa spiaggia è stata teatro di una battaglia sanguinosissima in cui due armate dell'Esercito di Liberazione Comunista ricacciarono in mare i nazionalisti di Chiang Kaishek rifugiatisi sull'isola nel 1950. E questo picco non è l'unico sulla pacifica Dongshan. I sette chilometri di spiaggia che separano il porto militare dal villaggio di Wojiao, ospitano un numero indefinito di secche, più esposte al vento ma sufficienti a sfamare qualche centinaio di ipotetici surfisti. Di fronte all'immancabile centrale eolica un piccolo esercito di operai sta costruendo un lungo molo che potrebbe trasformare la baia di Wujiao in una Huntington cinese, se non fosse per la natura prettamente industriale del luogo. Nessuno tra gli operai presenti sulla spiaggia, infatti, si stupisce più di tanto alla vista di tre stranieri seminudi 'immersi tra le onde'. Come se il surf fosse una cosa già vista, o legata ad un improbabile futuro.

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