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ORCADIAN FALL

a cura di Michael Kew Condividi SurfNews

L'oceano oltre il 59° parallelo non è affatto accomodante

Un report dalla periferia nord del surf europeo


Le maligne raffiche da ovest scompigliano l'erba del fiordo. La pioggia, sguaiata e insistente, bussa alle finestre del pub. Fuori le oche di greylan schiamazzano eccitate dall'equinozio. In Ottobre le ore di sole calano drasticamente, lasciando il cielo in balia di luci metalliche e di interminabili crepuscoli. Sulla collina, incuranti del diluvio, alcune pecore screziano di bianco e nero il verde dei campi. Lo stemma araldico delle Orkney, sulla bandiera, viene tenuto teso dalla forza del vento. Questa depressione di natura islandese presto abbandonerà la Scozia Settentrionale per proseguire il suo cammino veso la Norvegia ponendo la parola fine al breve autunno nordico.

Piegato su una potente stufa a carbone, rincuorato da due dita di single-malt e da una mappa delle isole, tento di stendere un piano. È bastato un giorno per capire la verità: il surf, alle Orkney, non è per nulla un'attività 'normale' e gli sguardi allibiti dei locali, che fermano l'auto per guardarci nuotare tra schiumoni enormi, lo confermano ulteriormente. Non è un caso se queste 70 isole, conosciute dai surfisti inglesi ed europei fin dagli anni '60, non hanno ancora trovato il posto che meritano tra le surf destination. Le mareggiate non mancano di certo, ma neanche scozzesi e irlandesi, i più vicini all'arcipelago, amano avventurarsi tra queste pietraie. Gli spot sono pochi e dall'umore imprevedibile. L'escursione di marea e le forti correnti del mare aperto rendono ancora più ostile il rapporto con l'elemento onde. Surfare negli spot esposti è l'opzione più facile ma ti costringe a maratone controcorrente e ad una serie infinita di duck-dive: cosa poco piacevole quando usi una 5mm e l'acqua non arriva a 10C°. Tutto questo mentre la contea di Caithness, appena di là dallo stretto di Pentland, è costellata di onde di alta qualità, unite da una comoda strada che serpeggia tra spiagge immacolate, reef consistenti e pointbreak di livello indonesiano. Eppure la vista che si gode dall'aereo, atterrando nel piccolo aeroporto di Kirkwall, è impagabile. Spiagge a mezzaluna, reef perfetti e potenziali point-break orlati da prati verdissimi. Una volta toccata terra, però, ti accorgi che molti dei tratti di costa più interessanti sono accessibili solo via mare o, attraversando a piedi chilometri di brughiera e campi coltivati. Per non parlare della direzione delle swell, capace di cambiare di ora in ora, forzandoti ad una esplorazione continua. Ultimo, ma non meno disarmante è il fatto che le compagnie aeree che servono queste isole di solito non imbarcano le tavole e che i prezzi per vitto e alloggio sono ben più alti di quelli sulla terraferma. Gli abitanti, almeno, sono di una gentilezza estrema, e non fanno nessun problema quando ti vedono attraversare i loro pascoli o scavalcare i muri a secco con la muta e la tavola sotto braccio. Si esprimono in un dialetto denso, molto simile alla lingua dei vichinghi. Nonostante appartengano alla Scozia dal XV secolo, queste isole mantengono un legame diretto con la cultura norvegese visto che proprio i vichinghi le hanno dominate per quasi mille anni. La lingua gaelica, parlata in scozia continentale, non ha mai attecchito qui. I toponimi hanno tutti origine norvegese. È il padrone del bar a chiarirci le idee su questo strano mix etnico: «Siamo tutti di sangue misto, scozzesi, vichinghi, norvegesi ma facciamo tutti la stessa vita. A parte pescare, bere e lavorare nei campi qui non c'è molto da fare!». Anche i cibi che il nostro amico prepara, parlano di lunghe giornate all'aperto. Agnello stufato, pesce al burro, filetto di trota e torta di carne, sono solo alcune delle ipercaloriche vivande richieste dai locali per pranzo. Raggiungere via mare queste isole è più impegnativo di quanto possa sembrare. Ne sanno qualcosa Josh Mulcoy, Daniel Jones e Warren Smith che hanno affrontato sette ore di traversata in piena tormenta. La nave MV Hrossey, che quotidianamente unisce Aberdeen a Kirkwall ha visto più onde di tutti noi messi assieme e ci consegna gli atleti in preda a nausea e a principi di mal di mare. Le tempeste nordatlantiche non sono mai scontate. Nonostante le previsioni catastrofiche, che parlano di pioggia insistente e venti di tormenta, riusciamo a goderci un paio di giornate di cielo terso e vento da terra. Purtroppo gli spot di Mainland, l'isola principale, non apprezzano la direzione di questa mareggiata costringendoci a tre giorni di infruttuosa ricerca. Il surf, in un'area come questa, richiede un'estrema mobilità e una certa dose di fortuna, visto che gli spot possono attivarsi inaspettatamente durante le maree più improbabili. Complice la totale assenza di vita notturna, tentiamo di sfruttare l'alta marea della mattina, alzandoci a buio per contemplare onde invitanti ma insurfabili. Ma non ci perdiamo d'animo. Fludi come il vento artico scivoliamo di fiordo in fiordo utilizzando l'efficiente rete di traghetti interni e finalmente al terzo giorno veniamo premiati. «Prendete la mulattiera di sinistra, ha meno tane di conigli», è un contadino con tanto di stivaloni neri a indicarci la via più agibile per il mare. Una discesa che ci costerà una ruota bucata e vari graffi alla carrozzeria ma che verrà ripagata ampiamente. Nella spiaggia in fondo al suo podere, sotto gli occhi di una famiglia di foche, si concentrano una varietà di invitanti spot. La prima onda a venir testata da Smith e Jones è un potente reef sinistro, poco al largo. Poi, con la marea entrante, questa violenta onda sparisce attivando una destra nell'algolo opposto della spiaggia. Ma la sera sta per calare sull'oceano impedendo un check diretto di quelle profonde caverne scure. Due giorni dopo tocca a Mulcoy aprire le danze in questo impegnativo spot. E non è tanto l'onda a destare preoccupazione quanto il percorso da coprire per raggiungerla. Valutato il pericolo Smith e Jones scelgono un'altra via: entrano in mare dal promontorio più esterno e attraversano un lungo, ma sicuro, tratto di mare. Mulcoy, elettrizzato dalla vista di onde solide, tenta una scorciatoia attraverso una stretta grotta ai piedi del cliff. Un errore di calcolo potrebbe causare una tragedia vista la violenza con cui le schiume sbattono contro la montagna riempendo la cavità. Quando i tre si ricongiungono sul line up, faticano a credere alla qualità delle condizioni. Il picco si alza come un tipico reef-slab, con tanto di take-off nel vuoto e sezione double-up che scivola sotto il livello del mare. Nonostante le previsioni non riportassero swell significative, le onde sono tripple-overhead e producono tubi che solo con l'aiuto di un jet-ski si potrebbero sfruttare al meglio. Ma per fortuna la moda del tow-in, che già ha raggiunto le coste del continente europeo (Francia, Spagna e Irlanda in testa) qui non si è ancora diffusa e in mare regna un irreale silenzio, inframezzato dalle detonazioni sorde delle onde. In poche ore la mareggiata cambia direzione, vanificando il sapere accumulato nelle due settimane precedenti e obbligandoci a prendere la strada ancora. I giorni che mancano alla partenza saranno un infruttuoso susseguirsi di chilometri, traghetti e sentieri fangosi, coronati da un giro di whisky in un pub. «Ma come fai a bere questa roba?» Mulcoy storce il naso passandomi il drink. Una visita alla Kirkwall's Highland Park, la distilleria più settentrionale del mondo, ha letteralmente trasformato il mio modo di vedere i superalcolici. Ed è questo sapore di torba e fieno a tenermi compagnia nelle lunghe attese. L'ultima sera il vento aumenta fino a far crollare i cavi dell'elettricità. Il cd player di colpo si spegne e tutto il villaggio cade nella totale oscurità. I locali sono abituati: nelle case si accendono le candele. Questi bagliori, in mezzo alla tempesta nord atlantica, saranno il ricordo più magico di tutto il viaggio.

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