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VLADIVOSTOK

a cura di Michael Kew Condividi SurfNews

Un sonoro 'niet' della costa orientale russa

L'arcigna ispettrice della dogana punta l'unghia smaltata di rosso verso il passaporto di Chris Burkard. Da dietro il vetro della guardiola sfoggia il suo inglese migliore con un sontuoso «Niet! Zis is not gut!». Purtroppo la burocrazia è dalla sua parte: nonostante il fotografo californiano abbia regolarmente pagato i 236 dollari richiesti dalla Federazione Russa per il visto turistico, un errore di battitura made-in-USA gli impedisce di superare il confine e di unirsi al resto del gruppo. A causa di un funzionario disattento si perderà le uniche onde surfabili del trip.

L'opzione più razionale sarebbe stata quella di tornare a Seoul (uno scalo quasi obbligato per chi entra in Russia dalla costa ovest degli Stati Uniti) ma, per perorare la sua causa presso le autorità di frontiera, ha perso l'ultimo volo disponibile ed è quindi costretto a restare in Russia nella veste di clandestino. Dopo un paio d'ore negli uffici della dogana la situazione precipita: un funzionario entra nella stanza e pronuncia un perentorio «It is time to go!». Chris viene preso di forza da tre guardie armate e trascinato in un'auto. Pioggia insistente, il cielo è brunito come una canna di fucile. Le silouette di enormi industrie spezzano il paesaggio montano del Kraj Primorskij, l'area più orientale della Russia. Un insistente vento da sudest, generato da un piccolo tifone, sta producendo scrosci di pioggia sulle montagne e onde perfette, le uniche della stagione, lungo la costa di Vladivostok. L'atmosfera si fa ancora più triste quando la più corpulenta tra le guardie lo spinge dentro una stanza sentenziando «zis is big problem for you!». La cella in cui viene recluso è ricavata da una fatiscente camera di hotel. Giusto il tempo di prendere coscienza del posto: una turca che perde, lenzuola macchiate e puzzolenti, inferriate alle finestre, poi la porta viene sigillata dall'esterno lasciandolo in balia del suo triste presente. Chris si attacca al telefono, contattando la moglie terrorizzata in California, varie compagnie aeree e l'ambasciata americana. Otto ore e duemila dollari più tardi, all'una di notte, la porta si apre e una guardia mima il gesto del mangiare: «Food?». Burkard risponde con una delle poche parole imparate sul frasario sfogliato prima della partenza: «Da!». La guardia lancia sul tavolo una ciotola di solyanka, uno stufato tiepido, su cui svetta un cubetto di carne scura e cetrioli crudi. Solo al pomeriggio del giorno successivo la cella si riapre e il giovane fotografo viene condotto all'aeroporto e messo su un volo per la Korea, dove passerà un'altra notte prima di poter essere accettato legalmente a Vladivostok. Meglio tardi che mai, direte. Non proprio. Il vento da sudest, infatti, sta calando e le uniche onde utili alla missione svaniscono, immortalate solo dalla macchina di Michael Kew, giunto qui in veste di giornalista. Per fortuna Vladivostok è decisamente accogliente in estate, assolata, tiepida e quasi sorniona. «Una città di morte e di stasi, costantemente sotto la morsa della miseria, lontana, quasi fuori portata» l'ha definita Paul Theroux, il famoso scrittore viaggiatore, tra i primi a giungere qui in treno negli anni '70. Una definizione che di fronte a una birra ghiacciata bevuta in spiaggia sembra relativa a un lontano passato o a una stagione radicalmente diversa. La costa orientale russa dista oltre seimila chilometri dalla capitale. Si tratta di un'entità culturale diversa dal resto del paese, ostile al turismo fino al 1992, anno in cui l'Unione Sovietica collassò, dividendosi in stati indipendenti e concedendo una certa dose di libertà a territori come questo. In agosto e settembre, però, le nuove libertà concesse dalla perestroika e dalla glasnost rendono Vladivostok piacevole e dichiaratamente cosmopolita. Per il nostro gruppo, costituito principalmente da californiani, il parallelismo con San Francisco sorge immediato. Anche qui c'è un'enorme baia coperta dalla nebbia al mattino, anche qui si trovano pittoreschi tram elettrici su rotaia e montagne verdissime a far da sfondo alla città. Grazie alla vicinanza con Cina, Giappone e Corea, questa regione appartiene geograficamente all'Asia eppure ben poco di orientaleggiante traspare dalla sua architettura, tipicamente caucasica. Dal 1958 al 1991, infatti, l'accesso alla città era consentito soltanto ai cittadini sovietici: la zona era completamente avulsa da qualsiasi influenza esterna. A differenza di San Francisco, però, la costa qui riceve mareggiate solo pochi giorni all'anno. Si tratta di una delle surf-destination più difficili e imprevedibili, viste le ridotte dimensioni del bacino antistante e il blocco offerto dal Giappone durante le più frequenti mareggiate orientali generate in Pacifico Settentrionale. L'unica fonte di onde, qui, è costituita dal corto e improbabile fetch di sudest, meglio se interessato da una tempesta di passaggio. Purtroppo la stagione dei tifoni nel '08 si è interrotta bruscamente a settembre, lasciando noi e i pochi locali in un'agonizzante attesa durata fino all'inverno. I primi due giorni, però, ci avevano letteralmente illuso. Decine di potenziali spot si trovano lungo la penisola di Murav'ev-Amurskij, dove la costa erosa alterna scure spiagge a point e reef perfettamente inclinati. Dalle previsioni sembrava che la pacchia potesse continuare in eterno. In una di queste spiagge, trovata quasi per caso cercando un ristorante, abbiamo infatti speso i primi due giorni, in attesa che Chris fosse scarcerato. Le onde, regolarizzate da un pungente vento da terra, ci hanno regalato un'immagine fittizia di questa zona. Un paradiso surf in stile sovietico che si materializza solo pochi giorni l'anno. La sfortuna di Chris, però, non sarebbe terminata con la scarcerazione. Al momento del suo arrivo il Mare del Giappone si trasforma in un'assolata riviera, con tanto di turiste in top-less, spiagge affollate e temperature sui 30C°. E a nulla servono le ore spese al volante alla ricerca di uno spot particolarmente esposto: l'inesorabile bonaccia è addolcita solo dalle gite sui monti e dalle ore spese ad abbronzarci sulla sabbia bollente. Improvvisiamo anche una partita a calcio Stati Uniti contro contro Russia che vinciamo 10 a 9, poi festeggiamo con Andrey e i ragazzi della scuola di windsurf, bevendo vodka fino a scordarci della nostra fallimentare trasferta e delle barriere linguistiche. In un ultimo disperato tentativo, spinti dall'ennesimo falso allarme meteomarino, ci avventuriamo più a nord guidati da Valera, il primo surfista di Vladivostok. Burkard, Warren Smith, CJ Kanuha, e Sam Hammer, appena atterrati in città, non avranno neppure modo di mettere le tavole in acqua. «Zere are no waves in zee forecast» commenta Olga, l'unica surfista del gruppo, comunicando impietosamente ai nuovi arrivati la triste notizia. Impieghiamo sei ore a raggiungere la baia designata attraverso infinite strade di campagna e veniamo quasi arrestati per esserci fermati a far colazione vicino a una base militare. Ma la Russia che avevamo intravisto nei primi giorni chiude le sue porte al nostro gruppo con cipiglio stoico. Alla vista del mare piatto anche in questa espostissima zona, decidiamo di porre fine alle ricerche e risparmiare il budget per altri progetti. Torniamo in città dove ci abbandoniamo ad una routine di night-club, sigari e gite turistiche. L'unico a non goderne è il fotografo Burkard, depresso per il fallimento di una missione che aveva richiesto un anno di preparativi.

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