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HAITI CARIBE

a cura di EMILIANO CATALDI Condividi SurfNews

Il primo impatto con Port au Prince lascia senza parole. Il tifone Hanna, appena un anno fa, ha inferto l'ennesimo duro colpo all'isola di Haiti, famosa più per i suoi record negativi in fatto di sicurezza che per le sue onde. Oggi oltre un milione di abitanti in capitale vivono di espedienti, stipati in baracche basse e traballanti. Ovunque dense colonne di fuliggine si innalzano al cielo mescolandosi ai toni ocra del tramonto. Visti dall'alto i tetti in lamiera ondulata formano un inquietante mosaico le cui tessere color ruggine orlano i lati di un'enorme baia blu.

Nonostante una natura quasi invadente, l'inquinamento è ai massimi livelli. In questa città martoriata dai black-out, la legna sembra essere l'unica fonte energetica alla portata di tutti. I danni in termini paesaggistici sono ben visibili sulle montagne attorno alla capitale, rese brulle e inabitabili dal disboscamento selvaggio. Il benvenuto riservatoci dall'ambiente urbano non è meno shockante: nel parcheggio due gruppi di facchini se le danno di santa ragione per accaparrarsi i bagagli dei pochi passeggeri. Riusciamo a stento ad issare tavole e attrezzatura fotografica sul pick-up del nostro amico e surfista locale Vadim Behrmann e ad allontanarci in sicurezza. Il messaggio è chiaro: dalla prima visita del nostro gruppo nel 2007 (vedi SurfNews n 65, ottobre '07) le cose non sono assolutamente migliorate. Haiti è sempre il paese più povero delle americhe e le sue città alcune delle più pericolose al mondo. La Costa Caraibica, però, trascurata da Callahan e Bleakley nella prima missione, ci attrae come un magnete. Durante l'estate infatti, le correnti sudorientali producono mareggiate praticamente costanti lungo le coste esposte al Mar dei Caraibi. Con la stagione degli uragani alle porte, poi, la possibilità di trovare onde di qualità in questo enorme bacino chiuso cresce vertiginosamente. Vadim e suo fratello Russell lo sanno bene e sono tra i pochi surfisti a non aver lasciato l'isola in cerca di un'altra vita. Essendo nato e cresciuto qui Vadim è abituato al clima violento di Port au Prince. «La situazione adesso è anche troppo tranquilla!» ci spiega mentre guida travolgendo il manto di spazzatura che copre le strade «quando non succede nulla per troppo tempo bisogna iniziare a preoccuparsi! Ci sono quartieri in cui non mi sento mai a mio agio e che dovrete assolutamente evitare, soprattutto di notte, e con tutta quell'attrezzatura nel cassone». Il nostro mezzo rallenta. I fari illuminano un pesante cancello di ferro posto in prossimità di un incrocio, 'Bienvenue à la Citè du Soleil', recita lo sbilenco cartello. «La Citè du Soleil è uno di questi», aggiunge Vadim piantando il piede sull'acceleratore. Non capisco se stia tentando di impressionarci o se il pericolo sia reale. La strada è buia e quasi deserta. Le uniche luci che si intravedono, a parte le nostre, provengono da falò accesi ai lati della strada, attorno ai quali si radunano gruppi di giovani. A malapena riesco a distinguere le sagome che attraversano la strada, e sembra un miracolo che Vadim riesca a schivarle sempre all'ultimo momento. «Non mi fermerei per nessun motivo al mondo da queste parti» sono le sue ultime parole prima di concentrarsi sulla guida sfoderando un'andatura degna di un rally. Con il sorgere del sole la capitale perde gran parte dei suoi toni spettrali e si anima di colori, odori e ritmi che attingono in ugual misura da Africa e Caraibi. La strada è casa e luogo di lavoro per gli abitanti, pronti a cogliere al volo qualsiasi opportunità questa città abbia da offrire. Uno dei centri nevralgici è un crocevia poco fuori dal centro, dove confluiscono tutti i veicoli, le merci e le persone in arrivo dalle campagne. Per attraversare questa giungla urbana impieghiamo quasi mezz'ora e vederla sparire in una nuvola di polvere negli specchietti retrovisori è un po' come voltare pagina. Con Port au Prince si chiude il capitolo urbano del viaggio e ne inizia uno nuovo fatto di montagne, villaggi di pescatori e, soprattutto, onde. In svariate ore di guida raggiungiamo Jacmel, una malandata ma vivace cittadina sulla costa sudorientale. L'atmosfera è decisamente più rilassata che nella capitale. La sonnolente decadenza degli edifici del centro crea una cornice perfetta per la prima session fotografica. In un chiosco sulla spiaggia incontriamo Phil Goodrich, Simon Erwan ed Holly Beck che, esausti dopo aver surfato tutta la mattina, si riposano insieme al resto del gruppo. Con loro facciamo la conoscenza di Fabrice Hacout (incaricato di filmare il trip per la realizzazione di un documentario intitolato 'Haiti - Un autre regarde') e di Chachou l'unico surfista della costa meridionale che gestisce il chiosco con vista sulla baia di Jacmel. La brezza tesa sospinge il moto ondoso che, entrando nell'ampio golfo, si distende permettendo ai set di focalizzare in corrispondenza di un reef corallino al largo e di una secca di ciottoli alla foce di un fiume. L'onda più esterna, chiamata Shipwreck, pur mostrando un ottimo potenziale, è sciupata dal vento mentre quella più vicina a riva, una veloce sinistra, offre pareti ripide e lavorabili. Pistons (questo il nome dello spot) è un'onda consistente che ricorda molto la sinistra di Bova in Calabria. Il periodo relativamente corto della mareggiata gioca a favore della frequenza regalandoci set ad altezza testa per tutto il pomeriggio. Quella che doveva essere una session defaticante si trasforma in una maratona di oltre tre ore, resa ancora più piacevole dal fatto che abbiamo la lineup tutta per noi. Decidiamo di pernottare al Jacmelien, un albergo dall'aspetto piuttosto malandato ma che, affacciandosi direttamente sulla spiaggia, risulta perfetto come campo-base. «Una volta questo era uno degli hotel più lussuosi di Haiti» sospira Vadim con un tono a metà fra il sarcastico e lo sconsolato «i nostri genitori ci portavano qui in vacanza quando eravamo bambini prima che il paese sprofondasse nel caos». Adesso invece è una struttura semi abbandonata, senza elettricità né acqua corrente. La piscina è vuota ed un paio di cani dormono nel bel mezzo di quella che doveva essere una sontuosa lobby. Un'intera ala dell'edificio, quella dove si trovavano le suites, è occupata da famiglie del posto, ma la receptionist ci assicura che l'albergo è funzionante e che, dietro pagamento di un anticipo, è possibile acquistare gasolio e mettere in funzione il generatore, l'acqua corrente, e la cucina. Affare fatto. Nel giro di un'ora le lampadine si animano di una luce tremula e dai rubinetti inizia a scorrere una brodaglia marron. Sono edifici dall'aria sgangherata come questo che conferiscono a Jacmel gran parte del suo fascino e che hanno fatto guadagnare a questa cittadina l'appellativo di 'New Orleans di Haiti'. I balconi e le balaustre, di gusto creolo, conferiscono un'eleganza unica alle case del centro, e basta fare una passeggiata in strada per immergersi nel fermento artistico e musicale che filtra dai magazzini smessi dell'area portuale e dai piccoli bar. Nonostante Chachou e gli altri ragazzi surfino esclusivamente la baia di Jacmel, il tratto di costa che va da qui fino al confine con la Repubblica Dominicana sembra avere un'esposizione e un potenziale migliori, cosa che ci convince a proseguire il viaggio. In prossimità del piccolo villaggio di Kabik, ci imbattiamo in una serie di setup sorprendenti. Incastonato fra le ripide montagne, questo borgo si sviluppa a cavallo di tre baie contigue, nelle quali frangono una dozzina di onde surfabili e diverse tra loro, capaci di soddisfare anche i surfisti più esigenti. Ad attirare per prima la nostra attenzione è un'onda sinistra che intravediamo dalla strada e che rompe proprio di fronte al villaggio. Continuando a guidare ci imbattiamo in rapida successione in altre due veloci picchi, sempre su reef, in un divertente beach break e, nell'ultima baia, in un A-frame perfetto con tubi vuoti che pelano un affilato tavolato di roccia. Nel tempo che impieghiamo a raggiungere il picco, una folla di ragazzi si raduna attorno a John e Fabrice mentre altri, dopo aver lasciato i vestiti in spiaggia, imbracciano rudimentali assi di legno e ci raggiungono sulla lineup. Nonostante la grossolanità delle tavole, i locali si infilano in quei piccoli tubi con la naturalezza di surfisti navigati. Spinto dalla curiosità, chiedo ad uno di loro se abbia imparato grazie a qualche surfista di passaggio. «Non proprio!» ' mi risponde con aria sorpresa, «Questo è il nostro gioco e voi siete le prime persone che vengono a giocare con noi. Nel villaggio non c'è molto altro da fare!». Giochiamo con loro per qualche giorno, poi, complice anche la mareggiata in calo, riprendiamo il mare alla volta della Ile a Vache, un fazzoletto di terra al largo della costa sudoccidentale di Haiti. Durante il diciassettesimo secolo, il pirata inglese Henry Morgan usava questo avamposto come base per le sue scorribande nel Mar dei Caraibi, e si dice che ancora oggi ci siano tesori nascosti tra le montagne. Pur non disdegnando le storie di pirati, noi siamo più interessati alle onde che potremmo trovare sulla costa meridionale dell'isola, la più esposta. Seguendo le sue orme arriviamo nella baia che oggi porta il suo nome e da qui iniziamo la nostra particolare caccia al tesoro, a piedi, lungo un tortuoso sentiero che attraversa colline, paludi e foreste prima di ricongiungersi con la costa meridionale. Una piccola onda, mezzo metro in tutto, è quello che troviamo. Nonostante la mareggiata sembri piccola decidiamo di estendere la nostra ricerca alle isole vicine. Una mattina di buon ora partiamo con un potente motoscafo alla volta di un arcipelago disabitato ad una ventina di miglia dalla Ile a Vache e che sembra incarnare perfettamente l'idea di 'lontano'. La preoccupazione è palpabile durante la traversata visto che l'ospedale affidabile più vicino è a Miami, in Florida. Troviamo subito una potente sinistra che piega attorno ad un basso reef corallino, e per un paio d'ore ci culliamo nella convinzione di aver scoperto le Maldive nel bel mezzo dei Caraibi. Phil dimostra tutta la confidenza acquisita in anni di surf nei break indonesiani (spende diversi mesi all'anno a Nias) partendo più interno di tutti e distendendosi in stilosi layback dentro ai tubi di questo reef pass. Holly Beck, che fino a pochi anni fa calcava le scene del tour mondiale, colpisce il lip con grazia e potenza estraendo il meglio dal ripido inside. Sull'isola, intanto, i fotografi sopportano stoicamente il sole cocente e i morsi delle terribili pulci della sabbia pur di documentare ogni onda di questa magica session. Ripartiamo poco prima che faccia buio alla volta della Ile a Vache, ma la nostra corsa termina dopo pochi minuti: la trasmissione del motore è fuori uso e ci troviamo a varie miglia dalla costa. Trasmettiamo l'SOS via radio e attendiamo i soccorsi vagando alla deriva per ore, al buio, in balia della swell e del forte vento. Ad un certo punto riusciamo anche a comunicare le nostre coordinate GPS, ma è tutto inutile perché chi ci ascolta non ha la più pallida idea di cosa significhi quella serie di numeri. Passano quasi cinque ore prima che un traghetto ci trovi e ci traini in salvo. Quando giungiamo nelle acque sicure di Port Morgan è quasi l'alba. Dovremmo essere esausti ma l'adrenalina in circolo è troppa per dormire: qualcuno apre una bottiglia di Barbancourt Gran Reserve, un delizioso Rum locale. Brindiamo alla nostra buona stella sperando nel sopraggiungere del sonno. Il giorno seguente torniamo ad Haiti e alle sue strade polverose. Prima di lasciare l'isola decidiamo di esplorarne l'estremità occidentale ed è lì che puntiamo il fuoristrada subito dopo essere sbarcati a Les Cayes. Nella luce tersa del mattino le alte montagne che abbiamo di fronte si stagliano in tutta la loro maestosità: si dice che i primi popoli che si spinsero fin qui rimasero talmente impressionati dalla loro imponenza da chiamare questa terra Ayiti, letteralmente 'terra montagnosa'. Oggi queste montagne portano le cicatrici di un disboscamento selvaggio che ha trasformato luoghi lussureggianti in pendii aridi e geologicamente instabili. Decidiamo di dare il nostro contributo, per quanto minimo, alla causa ambientalista affiancando per un pomeriggio i volontari di un'organizzazione non governativa impegnati nel rimboschimento di Port Salut. Dalla collina su cui svolgiamo il lavoro godiamo di una vista privilegiata sui point e sulle spiagge della zona. I piccoli treni di schiume che accarezzano ordinatamente la punta più esterna del promontorio sembrano essere di buon auspicio per i giorni a venire. Alla foce di un piccolo fiume troviamo un setup che sembra fare al caso nostro: due picchi, una destra e una sinistra con set ad altezza della testa e un leggero vento da terra a regolarizzare il tutto. La nostra presenza non passa inosservata e dal momento che entriamo in acqua una piccola folla di ragazzi venuti da un villaggio poco distante si raduna sulla riva ad osservare l'azione. A differenza dei loro coetanei di Kabik nessuno di questi ragazzi ha mai provato a surfare né ha mai visto qualcuno farlo prima di oggi. Alcuni di loro non hanno neanche mai visto un occidentale di persona! Di solito passano i pomeriggi giocando a calcio in un prato proprio di fronte allo spot, ma per osservare da vicino i blanches, gli 'uomini bianchi' oggi hanno rinunciato all'abituale partitella. Ogni onda che prendiamo, però, suscita cori ed urla degne di uno stadio. A qualcuno il surf deve essere piaciuto tanto. Quando torniamo all'auto ci accorgiamo che una delle mie tavole è sparita. Pur sconcertato dall'accaduto e vista la scarsa collaborazione dei presenti, decido di andare a parlare con gli anziani del villaggio, offrendo una lauta ricompensa in cambio della restituzione della tavola. Spiego loro che non mi interessa sapere chi sia stato, e che siamo venuti qui contro ogni pregiudizio per mostrare ad altri surfisti tutto ciò che di buono Haiti ha da offrire. Passa un'ora ma della tavola sembra non esserci traccia. Decidiamo di rientrare a Port Salut e tornare l'indomani. Nel tragitto mi chiedo se valga veramente la pena insistere. Ma una telefonata arriva, inaspettatamente, la sera stessa. «E' la donna con cui hai parlato oggi» dice Russell passandomi il telefono «e vuole parlare con te. Penso che abbiano ritrovato la tavola». Non avrei mai immaginato che un piccolo furto si sarebbe trasformato nell'avvenimento dell'anno per gli abitanti di Chevalier, e rimango stupito quando ad accoglierci troviamo l'intera popolazione del villaggio. Sull'uscio di una modesta costruzione in mattoni c'è una signora con due dei suoi bambini: alle sue spalle, appoggiata accanto alla porta, la mia tavola. Ad un cenno della mamma i bambini corrono a prenderla, l'afferrano alle estremità e cerimoniosamente me la consegnano. Come promesso, estraggo il danaro per pagare la ricompensa ma non appena la signora intuisce le mie intenzioni mi ferma. Poi mi porge le scuse a nome di tutta la comunità e spiega come l'accaduto sia lesivo della reputazione del villaggio e di tutta Haiti. «Accettare i tuoi soldi sarebbe come legittimare quello che è successo» dice «e questo sarebbe di pessimo esempio per i nostri giovani. Siamo poveri, ma non siamo disonesti». Fra i presenti alcuni abbassano lo sguardo, e sono sicuro che tra tutti gli occhi puntati sulla banconota ci siano anche quelli del ladruncolo. Ringrazio la signora ricambiando il suo tenero abbraccio. Questo gesto così diretto vale più della tavola, più dei soldi che ho speso per il viaggio, più di qualsiasi altra cosa che ho visto da quando sono qui. Chevalier e le due onde alla foce del fiume diventano il nostro home-break per i giorni a venire. Prima di proseguire con il viaggio ricambiamo l'ospitalità spingendo i ragazzini sulle piccole schiume e regalando loro un pallone nuovo. Continuiamo a seguire la mareggiata verso ovest fino a Les Anglais aspettando solo il giorno giusto per tornate in capitale. Dall'alto di una collina contempliamo per un momento lo spettacolo delle onde che marciano ordinate attraverso le tre sezioni del point, poi iniziamo la lunga camminata verso la spiaggia. In silenzio andiamo incontro alle ultime onde di questo viaggio, mentre gli echi di un gospel provenienti da una chiesetta di campagna riecheggiano per tutta la valle.

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