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NUOVI MIGRANTI

a cura di ANTONIO MUGLIA Condividi SurfNews

UN VIAGGIO INDAGINE ATTRAVERSO I SURFISTI ITALIANI IN AUSTRALIA

IMMAGINI INGIALLITE DI PARTENZE IN PIROSCAFO: VALIGE DI CARTONE LEGATE CON LA CORDA E BORSE DI SAGGINA PIENE DI ARANCE. LACRIME E SORRISI. STORIE D'ALTRI TEMPI CHE NON TROVANO SPAZIO NELLE SALE ASETTICHE DELL'AEROPORTO DI FIUMICINO, PUNTO ZERO DI QUESTO MIO VIAGGIO ATTRAVERSO I NUOVI MIGRANTI D'AUSTRALIA. IN ITALIA, ORA COME A FINE '800, NON SI PARLA D'ALTRO: RECESSIONE ECONOMICA, CONTRAZIONE DEI CONSUMI, DISOCCUPAZIONE. A CHI, COME ME, PROVIENE DA UN TERRITORIO STORICAMENTE MARTORIATO COME LA SARDEGNA, VIENE DA DOMANDARSI SE LE COSE VADANO DIVERSAMENTE RISPETTO A PRIMA DELLA CRISI. UN SECOLO DI EMIGRAZIONE SARDA PARLA CHIARO: QUANDO SI È ABITUATI A STARE AI MARGINI DELL'ECONOMIA NAZIONALE, COSTRETTI A VIVERE D'ESPEDIENTI, TOCCARE IL FONDO E MEDITARE LA FUGA DIVENTA LA NORMA.

'Non avevo mai visto una miseria simile. Dormire nelle tende degli operai era praticamente impossibile. Per il freddo insopportabile e per i nugoli di pulci e cimici che affollavano le brande. Ricordo i topi che mi camminavano attorno al collo tutta notte, e la cosa peggiore: la fame. Una fame che non avevo mai provato prima.'

Dal diario di Beniamino Casarotti, taglialegna nello stato di Victoria nel 1888.
Per l'Australia: The story of Italian Migration; di Julia Church, Miegunyah Press, 2005


OLTRE I NUMERI

Fuga di cervelli, fuga di personale qualificato, e fuga anche di surfisti. I quotidiani dedicano pagine intere al fenomeno. Destinazioni favorite: Germania, Svizzera e Regno Unito, ma anche Stati Uniti. L'Australia, invece, è ancora vista come un El Dorado, un contenitore di sogni in cui ognuno può trovare il proprio spazio. Le esigenze di chi parte non sono cambiate molto dai tempi del signor Casarotti: un lavoro dignitoso, una casa spaziosa e magari un fazzoletto di verde con vista sulle onde. L'ascendente dell'Australia sui surfisti è enorme e la crisi non può che ingigantirlo. Così da mesi non sento che di surfisti sardi, romani, emiliani in partenza per questo continente in cerca di onde, ma soprattutto di lavoro. Contemporaneamente a me, lasciano la Sardegna due amici, anche loro con l'obiettivo di ottenere il visto da residenti. All'altezza dell'Oceano Indiano, mentre sgomito con il mio vicino di poltrona per tagliare una fettina di pollo al curry, li vedo incollati all'oblò, con fare trasognato. Mi chiedo il perché di una scelta tanto radicale. L'unica risposta me la può dare la storia. L'emigrazione italiana affonda le radici in una miseria cronica, in particolare del Mezzogiorno, ed è stata più marcata in concomitanza delle guerre. Ad andarsene sono stati i più poveri. I primi italiani (se così si potevano chiamare, all'alba dell'unificazione) arrivarono in Australia nel 1855 a bordo del piroscafo Goffredo Mameli comandato da Nino Bixio e battente bandiera del Regno di Sardegna. L'imbarcazione trasportava, oltre agli ottantaquattro braccianti, grossi blocchi di marmo di Carrara e otri di vino ligure. «L'Australia è un libro aperto che la sola razza inglese sa stampare e che noi non sapremo neppure leggere!» scriveva lo stesso Bixio alla moglie il 24 Maggio 1856 «non un soldato! Eppure le leggi sono eseguite a puntino; vi è la massima sicurezza sia nelle persone che negli averi; non v'ha esempio di furto. Quale è il segreto? Non ve ne è che uno: le leggi sono l'espressione vera dei bisogni del paese, ecco tutto!» Il comandante Bixio con le sue missive aiutò ad alimentare il mito di un paese giusto, disposto a ripagare il duro lavoro dei migranti con condizioni di vita accettabili, un mito che, evidentemente continua anche oggi. Nel 1869 il numero degli italiani (popolazione residente stimata nata in Italia) era già arrivato a 1.700. Una crescita che raggiunse il picco nel 1971 con ben 288.300 unità, per arrivare ai 225.148 dei giorni nostri. In questa classifica di gente in fuga siamo dietro solo a Regno Unito, Nuova Zelanda e Cina. Le analisi dell'Istat relative al decennio 1995-2005 parlano di 6.136 cancellazioni per trasferimento all'estero con destinazione Oceania, su un totale di circa 555.000 persone. E' interessante vedere l'andamento, con un picco di 692 individui nel '95 che va sfumando sino al 2002 con 335 unità e una conseguente impennata che coincide con il 2005, anno in cui si sono trasferiti in Oceania 754 italiani. E' vero, una parte ha raggiunto gli altri paesi che comprendono questo vasto territorio, tra cui anche la Nuova Zelanda, la Micronesia, la Polinesia e la Melanesia, ma osservando i dati del Department of Immigration and Citizenship del governo australiano si capisce subito che la stragrande maggioranza ha come destinazione la costa est dell'Australia, con oltre 290 nuovi cittadini provenienti dall'Italia ammessi permanentemente nel solo semestre luglio-dicembre 2008. E' un bel flusso, sicuramente significativo ma inferiore rispetto a quanto sbandierato dai media, questo a riprova che i numeri spesso hanno la meglio sulle impressioni.

STORIE ITALIANE

Il mio contatto con i nuovi migranti inizia nelle spiagge a nord di Sydney dove, tra una surfata e l'altra, organizzo interviste informali per cercare di capire il fenomeno. Il primo che incontro è Giovanni, pizzaiolo di 26 anni arrivato in Australia tre anni fa. Giovanni inizia a praticare il surf a San Terenzo in Liguria ma abbandona l'Italia a diciotto anni per viaggiare per il mondo visto che, a detta sua, «non si può fare surf in Italia». Dopo Canarie, California e Barbados approda in Australia nel 2006 spinto «dalla ricerca di nuove onde» e di una nuova vita. Giovanni è particolarmente fortunato: ha il così detto 'sponsorship', in parole povere un datore di lavoro. È questo il punto di svolta. Ottenuto lo sponsorship l'integrazione è a portata di mano. Si lavora sino a quando arriva il visto di residenza (circa quattro anni) e poi si è finalmente liberi da quella che, nel 90% dei casi, si è tramutata in una schiavitù. Dagli umori e dalle fortune del 'boss' dipende, infatti, la coronazione di un sogno agoniatissimo. Come molti, Giovanni entra nel paese con il famoso working holyday, un visto di vacanza-lavoro estendibile sino a due anni ma che, una volta scaduto, non lascia speranze: senza lo sponsor (o una moglie australiana) si torna a casa. Il governo australiano a riguardo è molto rigido. Giovanni passa il primo anno a girovagare e raccogliere frutta: un lavoro non molto più salubre di quelli svolti dai migranti all'inizio del secolo. Poi, come in ogni storia italiana che si rispetti, il colpo di fortuna: «ho incontrato il mio capo per caso in un bar. Bevendo una birra ho scoperto che aveva una pizzeria pronta ad aprire ma non un pizzaiolo». E' a cavallo. In poco tempo ha un contratto di lavoro e pian piano si inserisce nella vita d'oltre mare e, tra la solitudine e la nostalgia, non rientra mai in Italia. C'è poi chi come Marco, 24 anni di Piacenza, il surf l'ha scoperto da poco ed ha il pallino per la fotografia. Anche lui è uno dei 2.090 applicanti italiani del working holiday (solo il 2% del totale) arrivato qui con l'idea che «l'Italia sia alla frutta e che non si possa lavorare». Durante una cena Marco mi riporta i calcoli matematici alla base della sua scelta. Mette a confronto centesimo per centesimo il suo vecchio stipendio al Lago di Garda con quello da barista a Manly Vale. In effetti gli conviene vivere qui, non solo per la quantità di danaro guadagnata, ma anche per il rapporto con il costo della vita, divenuto insostenibile nel profondo nord da cui proviene. Tra lui e il visto da residente però c'è un ancora muro, che è quello di trovare, appunto, lo sponsor. Il mio viaggio prosegue verso la Gold Coast, mecca dei surfisti e di molti abbagliati dal life-style di Surfers Paradise. Dò appuntamento a due amici sul lungomare di Kirra, l'onda più famosa e affollata dell'intero continente australiano. Pippo, 35 anni, è un bravissimo cuoco di Rimini. Potrebbe lavorare con successo in qualsiasi parte del mondo non ultima la riviera romagnola, un'area in cui la disoccupazione resta al di sotto della soglia nazionale. Mentre passeggiamo vista-spot si racconta: «si tratta di decidere dove vuoi stare, che vita ti piace fare, se vuoi vivere bene o male». Pippo, che in realtà di vite ne ha provate tante (dalla follia di Londra al deserto invernale di Oristano) ha le idee chiare. Anche se il cuore batte per la sua Romagna, lo stile di vita condotto a Rimini non faceva proprio per lui. La sua integrazione 'down-under' passa attraverso lo 'skilled visa', un visto dedicato alle figure professionali (tra cui il cuoco) di cui la terra dei canguri è carente. Dopo aver dato gli esami di rito, però, il governo annuncia i tagli ai visti concessi. Per ottenere la residenza Pippo è costretto a lavorare con uno sponsor per altri due anni. I miei incontri non sono finiti e ognuno rappresenta uno stadio diverso di questa marcia forzata verso l'integrazione. Luca e Alice hanno lasciato la Sardegna un anno fa'. Li trovo in gran forma ma per loro è giunto il momento di tornare a Cagliari. La vita non è stata semplicissima: lavoretti saltuari, piccole surfate, tanti progetti ma nessun lavoro concreto. Prevedono di tornare in Australia fra un mese per riprovarci. Ci fermiamo in un pub e trovo strano parlare in inglese tra di noi per farci capire dal resto degli amici. Libertà di movimento, natura incontaminata e, ovviamente, le onde: Luca mi elenca i lati positivi della loro scelta ma in un anno nessuno dei due ha ancora trovato qualcosa di concreto. Pippo e questa coppia di italiani rappresentano le due facce della medaglia, la fortuna e la sfortuna. Io, intanto, dopo un mese di permanenza inizio a pensare che non sia tutto oro quello che luccica. Il prezzo pagato per la loro fuga è veramente alto. Soprattutto a livello emotivo. Tra un sorso di Coopers Green e un sashimi parlo con Luca di amici comuni, di casa, e gli si illuminano gli occhi quando racconto delle onde a Nora e dell'ottima stagione surfistica in Mediterraneo. Le domande sulle session nel suo homespot mi segnalano un disagio. Alice mi racconta che ci ha messo un anno a convincerlo a lasciare le sue onde in cerca di un futuro migliore. Per un locale come lui, strettamente legato ad un luogo e a una costa, lasciare lo spot di casa è stata una sofferenza. La forza di una coppia è fondamentale in questi casi: ci si tira su a vicenda, nonostante la malinconia e i problemi di integrazione. Due che ce l'hanno fatta sono, invece, Cristian e Flavia. Nel 2004, dopo la laurea in ingegneria Cristian arriva a Brisbane per completare una parte del dottorato di ricerca ma dopo appena due mesi (su sette previsti) gli viene offerto un contratto, una buona paga, un incarico importante. Ma c'è un problema, la sua fidanzata Flavia lavora all'Università di Cagliari, è biologa. «Non ci ho pensato due volte» ammette «non avrei perso Cristian per niente al mondo». Flavia è una donna coraggiosa, quel coraggio che ti permette di lanciarti nel vuoto, senza rete. Dopo molti tentativi ottiene un posto all'Università del Queensland come biologa lavorando nel campo della ricerca. Un lieto fine condizionato fortemente dalla specializzazione dei suoi protagonisti. A oltre un secolo dai primi braccianti giunti in australia, due braccia solide non ti portano troppo lontano. Servono titoli di studio e conoscenze all'avanguardia.

ILLEGALI

Mi ritrovo a passeggiare per le vie deserte e calde di Brisbane, confuso da questi incontri. Gli italiani sono fatti di tante paste. Le loro storie si mescolano formando un quadro che, nella mia testa, potrebbe essere una tela cubista. In tanti arrivano qua senza competenze specifiche pensando di farcela. Ma serve tanta umiltà, soprattutto perché l'Australia è un paese in piena recessione, fortemente meritocratico e con un governo protezionista. I dati: al 30 giugno 2008 confermano che al primo posto della classifica dei non-cittadini presenti illegalmente in Australia campeggiano gli Stati Uniti d'America con 4.934 presenze. Noi italiani contiamo solo 765 illegali su un totale di 48.456 presenze. Mi chiedo dove sia tutto questo mondo sommerso, cosa facciano e dove lavorino. A Byron Bay c'è Luis, un ragazzo che gira in bicicletta campando di espedienti. Non ha un lavoro fisso e si arrangia vendendo collanine e piccoli oggetti che costruisce lui stesso. Gli piace la bella vita però, tant'è vero che è spesso al pub con una birra in mano e una ragazza sempre diversa al suo fianco. È in Australia da otto anni. Alla domanda su quale visto possieda non risponde, anzi, evade. Gli faccio presente che non sono un poliziotto ma solo un aspirante giornalista. Nel caso non fosse ovvio, Luis è illegale. Una condizione che ti costringe a fare lavori fuori dalla rete 'istituzionale'. Raccogliere frutta nelle campagne del South Australia, lavare piatti nel retro di un ristorante, sperando che non arrivino i controlli. Di fronte a situazioni simili mi domando come sia possibile non morire di nostalgia e non pensare che ci possa essere un futuro decente anche nel paese in cui sei nato. Quindici ore scomode su un bus mi separano da Sydney e dalla fine del mio viaggio. Nella Small Apple sbatto la faccia sul volto urbano dell'emigrazione. Vengo invitato a un pranzo sociale organizzato dal Circolo dei Sardi in occasione di Sa Die de sa Sardigna. E' un tripudio di agiografia populista, tra bandiere sarde, cicci'a (il cappello tipico sardo) indossato per l'occasione e asta di beneficenza. A metterlo in scena sono un centinaio di vecchietti arrivati qua da più di mezzo secolo. Alcuni la 'loro' Sardegna non sanno quasi neanche più dov'è e soprattutto, cosa è diventata. Lo capisco dalle loro domande, postemi in un italiano stantio, invariato dai tardi anni '60. Qualche giorno dopo concordo un incontro con un italiano assolutamente integrato che lavora come corrispondente Ansa. Claudio Marcello mi confessa che quando è arrivato, trent'anni fa, non telefonava neppure a sua madre per non provare nostalgia. «Le notizie cattive arrivano sempre in fretta» dice «così a casa sapevano che se non chiamavo stavo bene». Rimango agghiacciato da una verità che intuivo. «Una volta che hai deciso di partire» continua Claudio «devi andare avanti e pensare che l'Italia non esiste più, che la tua vita e il tuo futuro sono qui». Vado via sconsolato, ma con tutte le risposte che cercavo. A Bondi Junction il vento si incanala nel Mall. Passo un po' di tempo a osservare le ragazze anglosassoni che si imbacuccano nel freddo vento da sud, qualche ubriacone delle tre del pomeriggio con una bottiglia di superalcolico nel sacchetto di carta e i businessman con il blackberry in mano. Salto sulla metro appena in tempo per evitare la pioggia. Dopo due fermate un'intera famiglia dal Bangladesh entra nella carrozza. Vestiti zuppi, mani callose di chi lavora nelle costruzioni. L'ultimo incontro da Hungry Jack a Sydney è il più amaro. Anandani ha 20 anni ed è indiana, da tre anni serve panini in questo fastfood, studia all'università, vive a due ore dal centro e riesce a mandare alla famiglia anche 200 dollari al mese. No svaghi, no onde, solo l'occasionale telefonata via skype ai parenti nello slum di Mumbay. Per una volta mi commuovo. Tutto sommato la situazione da cui noi italiani fuggiamo non è neppure paragonabile a quella da cui sta scappando lei.

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