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NEI LORO OCCHI

a cura di NICOLA ZANELLA Condividi SurfNews

DAGLI ESPERIMENTI DI FINE '800 ALL'ERA DEL DIGITALE: UN SECOLO DI SURF-PHOTOGRAPHY ATTRAVERSO I SUOI BIZZARRI PROTAGONISTI

Le fotografie sono, senza dubbio, la componente più emozionante di un surf-magazine. La reazione che si innesca di fronte a un'immagine di un'onda perfetta è, infatti, sia fisica che psicologica: ti colpisce lo stomaco, stimola la fantasia e richiama dal subconscio un flusso incontrollabile di pensieri e ricordi. Nonostante vengano consumate ad una velocità altissima, ognuna delle foto che trovate sulle riviste di surf veicola un'enorme mole di informazioni che vanno dalla pericolosità dell'onda, all'abilità del rider fino alla sensibilità artistica del fotografo e al contesto sociale. Quello che una foto raramente racconta, e che costituisce la materia di questo articolo, è da dove abbia origine e cosa alimenti la fortissima relazione istauratasi in oltre un secolo tra il nostro sport e quest'arte visiva.

PALEO SHOOTING

Il celebre fotografo Jeff Divine, in un'intervista, descrisse la professione di surf-photographer come un «morir di fame impazzendo». Questa frase riassume perfettamente la vita di chi lavora dietro la lente, persone disposte a cercare onde in luoghi pericolosi, a guadagnare una miseria, rimanendo a terra durante le mareggiate migliori solo per immortalare pochi irripetibili istanti. È proprio grazie a questi personaggi, spesso eccentrici e controversi, se da 100 anni abbiamo la possibilità di vedere, e quindi capire, chi siamo e cosa facciamo tra le onde. Ma quando è cominciata questa viziosa relazione tra immagini, e coscienza surfistica? Oltre 100 anni ci separano dai primi esperimenti, un istante nella millenaria storia del surf ma un lasso di tempo lunghissimo se consideriamo la rivoluzione tecnologica. La prima immagine di un uomo con una tavola è databile al 1890 ed è proprietà del Bishop Museum di Honolulu. Il fotografo (Theodor Severin) è un emerito sconosciuto, quello che impressiona è che la tecnica fotografica, che muoveva allora i primi passi, incontrò quasi subito, il nostro sport. Il primo a documentare con coscienza di causa il surf fu però Tom Blake (1902-1994), lo stesso che tra il 1926 e il 1935 rivoluzionò la tecnica costruttiva delle tavole con i suoi hollow (tavole vuote in legno) e con l'introduzione della pinna. Tra i sui tanti meriti c'è anche quello di aver sperimentato, negli anni '30, la prima custodia ermetica per foto di surf. Tom aveva capito che la prospettiva dall'acqua era ciò che rendeva unica la surf-photography: un'idea quasi profetica vista l'enorme diffusione che avrebbero avuto questo tipo di immagini nell'editoria di settore. I suoi scatti di Waikiki fecero il giro del mondo attraverso le pagine del National Geographic e del Los Angeles Times. Fu uno di questi water-shot a stimolare il primo vero surf photographer. John Heath 'Doc' Ball (1907-2001), figlio di un facoltoso dentista, aveva iniziato a giocare con le onde e con gli apparecchi fotografici alla fine della prima guerra mondiale, quando nell'area di Los Angeles i surfisti erano poche decine. Le sue foto, fatte nel '29 con una Kodak Autographic, hanno un chè di naïf ma quando nel '31 un suo scatto venne pubblicato a doppia pagina nel L.A Times, Doc capì che la sua passione poteva avere un futuro. La grande depressione del '29 costrinse il giovane ad unirsi al padre nello studio dentistico, non gli impedì, però, di praticare surf e di barattare lavori odontotecnici con materiale fotografico. Nel '37 costruì la sua 'water-box': una rudimentale scatola in legno di pino che conteneva la sua nuova Graflex medio-formato. Ad ogni scatto doveva aprire e chiudere una porticina di legno, facendo attenzione che l'acqua non entrasse. Tra il '31 e il '41 Doc produsse circa 900 stampe in bianco e nero, molte delle quali ritraevano il life-style della Bassa California, le feste, la costruzione delle tavole, i falò sulla spiaggia, aspetti del surf fino allora considerati marginali. Le sue foto aprirono un nuovo orizzonte espressivo ma la Seconda guerra mondiale azzerò sul nascere il fermento per la surf-photography. Molti surfisti partirono per la guerra senza fare ritorno. Doc venne imbarcato come dentista sulle navi militari di stazza nel Pacifico, dove ebbe modo di praticare body-surf sperimentando le pinne da nuoto in gomma, appena inventate da Owen Churchill, le stesse ancora oggi usate per gli scatti dall'acqua. Con la fine della guerra l'arte di Doc letteralmente decollò e le sue bilanciatissime immagini vennero raccolte in un libro (il primo interamente dedicato al surf) intitolato California Surfriders. Per ironia della sorte, una potente inondazione colpì la casa di Doc nel '64 distruggendo gran parte del suo prezioso archivio: una perdita enorme per l'intero mondo del surf.

TRA PSICHEDELIA E TECNOLOGIA

Alla fine degli anni '50, veicolato da film come Hawaiian Surfng Movies (Bud Browne, '53), il surf stava raggiungendo una fascia sempre crescente della popolazione. La nascita delle prime riviste specializzate (Surfer aprì nel '61, Surfing nel '64) aumentò la richiesta di immagini di qualità. L'avvento delle Nikon e Canon a 35mm (e la conseguente scomparsa delle ingombranti macchine a medio-formato), rese la vita più facile alla generazione di Don James, John Severson (fondatote di Surfer), Ron Church, Bruce Brown (regista di Endless Summer) e Leroy Grannis. Quest'ultimo, cofondatore di Surfing nel '64, alzò vertigginosamente lo standard qualitativo documentando le migliori onde della North Shore Hawaiiana e della California degli anni '60 con immagini semplici ma perfettamente composte. La transizione dal bianco e nero al colore coincise col passaggio dalla società chiusa del dopo guerra alla psichedelia più sfrenata. Ron Stoner non fu un pioniere del colore, ma sicuramente fu tra i primi ad adattarlo alle esigenze della surf-photography. Le sue immagini, caratterizzate da prospettive ricercate e da un inimitabile bilanciamento dei colori gli valsero la nomina a head-photographer per la neonata Surfer e ben sei copertine consecutive della stessa rivista. Purtroppo il suo talento poggiava su una psiche fragile. Stoner era schizzofrenico e, come molti all'epoca, faceva uso di acido lisergico. Le terapie dell'ospedale psichiatrico, imposte da una profonda depressione, lo resero un vegetale. Abbandonò la fotografia nel '71, all'apice della sua carriera, sparendo in un isolamento concluso solo dalla morte nel '94. Gli anni '70 videro anche l'inizio del surf professionistico, a documentare questa nuova tendenza nello sport c'erano le lenti di Art Brewer (photo editor di Surfer dal '78 al '81) e Jeff Divine (stessa carica dal '81 al '98). Questi due artisti, entrambi californiani, dipinsero perfettamente l'atmosfera di innovazione e ricerca tecnica innescata dalla short-board revolution. Brewer, il più dotato della sua generazione, iniziò ad affian care alle foto di action, ritratti e paesaggi caratterizzati da un controllo minuzioso di luce, grana e composizione. Lo step successivo non sarebbe, però, venuto dalla spiaggia ma dall'avanguardia 'urbana' della fotografia. Warren Bolster è stato uno dei più influenti fotografi di skateboard degli anni '70. Cresciuto in quel melting-pot tra sport e arte che ha generato mostri sacri come Glen Friedman e Craig Stacyk (ricordate le foto di Alva e del team Dog Town-Zaphyr di Venice?), si avvicinò al surf nel '78, introducendo il fish-eye, già ampiamente usato nelle visionarie immagini di pool-riding. Fu lui a sperimentare le foto di surf aeree (da un elicottero), a fissare macchine fotografiche radiocomandate sulle tavole degli atleti e a usare massicciamente il booster ricavando sequenze mozzafiato. Come per Stoner, la sua energia creativa lo portò oltre il limite: nel '06, in preda a una forte depressione, si tolse la vita con un colpo di pistola.

MICROCHIP E PROFESSIONISMO

Gli anni '80 furono caratterizzati da repentine rivoluzioni tecniche. Nel '78 Canon lanciò sul mercato la A1, la prima reflex a montare un microprocessore capace di misurare automaticamente la luce. Prima di allora i fotografi si affidavano all'esposimetro manuale e a rudimentali led colorati per settare tempi e diaframmi. L'anno successivo ('81) Canon iniziò a produrre una costosa ma efficiente lente da 800mm, ovviamente a fuoco manuale, che divenne un must per i surf-photographer fino alla fine del decennio. Proprio mentre la maggior parte di loro era impegnata a sperimentare focali lunghe, un giocatore di pallanuoto di livello olimpico, Don King (nato nel 1960 a Honolulu), spingeva i limiti della water-photography settati da Bolster, avventurandosi in onde enormi munito solo di pinne da nuoto, lente grandangolare e custodia subacquea. Se negli anni '70 i fotografi avevano iniziato ad avvicinarsi e alle sezioni critiche dell'onda, Don accorciò ulteriormente la distanza tra operatore e soggetto, rischiando la collisione con il rider e con il fondale pur di catturare nuove e intriganti prospettive da dentro il tubo. Collaboratore di Surfer e Surfing fin dai primi anni '80, King ha pubblicato estensivamente su Sports Illustrated e National Geographic. La sua carriera subì un'impennata (soprattutto negli incassi) quando iniziò a collaborare con gli studios di Holliwood per film come Endless Summer II ('94), In God's Hands ('98) e recentemente Blue Crush, Castaway e Lost. Un'altro nome che sicuramente avrete letto sulle riviste specializzate è Larry Moore, conosciuto con lo pseudonimo di 'Flame'. Furono le sue foto, pubblicate a piene mani da Surfer e Surfing, a dar risalto alla new-school californiana dei tardi anni '80, immortalando le manovre aeree di Fletcher e compagnia. E fu sempre lui il primo a fissare la macchina fotografica su un palo metallico (lungo da tre a sei piedi) e a scattare immagini da sopra la spalla dell'onda, amplificando il senso di profondità nelle manovre alla base. Se fino alla metà degli anni '80 l'abilità dei fotografi era indispensabile per la resa qualitativa, con l'avvento delle macchine a fuoco automatico tutto di colpo cambiò. Fu Pentax a sperimentare la prima reflex di questo tipo nel '81, ma fu solo con la Canon Eos 650, nel '87, che l'autofocus si siffuse veramente. L'accoppiata vincente, nel mondo del surf, si rivelò essere la Canon Eos affiancata alla lente 600mm prodotta, sempre da Canon, nel '88. Grazie a questo nuovo step tecnologico, la messa a fuoco delle immagini finì di essere un problema. Chiunque avesse 10 mila dollari da investire in attrezzatura era sicuro di produrre immagini ferme e brillanti. L'era degli 'artigiani' della surf-photography era definitivamente tramontata.

ESPLORAZIONE E DIGITALIZZAZIONE

Gli anni '90 furono un momento di forte crescita per il mercato del surf e, indirettamente, per la professione di fotografo. Lenti del calibro di Brian Bielmann, Hank, Ted Grambeau, John Callahan, Sean Davey e Chris Van Lennep iniziarono a costruirsi un nome tra le pagine di vecchie e nuove pubblicazioni. Furono loro a iniziare l'epoca moderna della surf-exploration, inondando i patinati magazine dell'epoca con immagini di alta qualità da nuove destinazioni come Mentawaii, Tahiti, Andamane e Filippine. Nel frattempo una nuova rivoluzione tecnica maturava nei laboratori di ricerca californiani. Un giovane studente, Thomas Knoll, stava infatti studiando un software che avrebbe cambiato per sempre il nostro rapporto con la fotografia e le arti visive in genere. Nel 1990 il primo programma di manipolazione dell'immagine, chiamato Adobe Photoshop V1.0 vide la luce aprendo una serie infinita di possibilità. Non è un caso se fu Kodak, leader nel mercato delle pellicole, a produrre la DCS 100, la prima macchina interamente digitale, nel '91. Si trattava di una Nikon F3, attrezzata con un sensore da 1.3 megapixel, lanciata sul mercato alla ridicola cifra di 20 mila dollari! Nel 2000, Canon riuscì ad abbassare il prezzo fino a 3000 dollari, alzando a 3 megapixel la resa. Da notare che i telefoni cellulari, oggi, scattano a 5-6 megapixel. La svolta digitale fu inizialmente accolta con diffidenza dalla comunità dei surf-photographer: un atteggiamento molto simile a quello tenuto dagli shaper, nello stesso periodo, verso le prime shaping-machine digitalizzate. Abbandonare la pellicola, sostenevano i più reazionari, avrebbe ucciso le ultime vestigia della loro arte, fatta di tanta pratica, di pazienza e di istinto. Prima dell'avvento di Photoshop, infatti, non c'era alcun modo di correggere una diapositiva sbagliata. In particolare le immagini di surf, richiedevano un controllo millimetrico dell'esposizione, visti gli scherzi cromatici che la schiuma bianca può fare. I nuovi settaggi di Photoshop, invece, permettevano di correggere agilmente immagini sovra o sotto-esposte, raddrizzare l'orizzonte, alterare il contrasto. Le diatribre non durarono molto: il digitale, abbassò i costi di produzione richiamando sempre più 'lenti' nell'angusto settore dei fotografi professionisti e soppiantando, in un paio di anni, la vecchia pellicola 35mm. La nuova generazione di professionisti (Tom Carey, Dustin Humphrey e Dave Nelson in testa) iniziò a ricercare nuovi effetti visivi, usando, ad esempio, unità-luce remote: flash muniti di una custodia subacquea (di solito tenuta a mano da un aiutante) attivati a distanza da una cellula fotoelettrica. Le loro foto notturne, sature di colore fino all'inverosimile, favorirono il successo di Transworld Surf (fondata nel '99), una rivista editorialmente più 'leggera' dei classici Surfer e Surfing, disposta ad un massiccio uso di Photoshop pur di ottenere immagini fuori dal comune. L'ultima grande svolta tecnica, quella che ha caratterizzato l'inizio del terzo millennio, è avvenuta grazie a ex bodyboarder del calibro di Scott Aichner, Tim Jones, Jeff Flindt e Daniel Russo cresciuti come sportivi e fotografi tra le pericolose onde delle Hawaii. Aichner (nato a Ventura, California nel '70) è il più fantasioso della sua generazione, nel '05 inventò il '270 project', un set-up da water-photography dotato di due lenti grandangolari da 16mm direzionate a 90°, capaci di coprire un campo di 270°. Le sue immagini da dentro il tubo, in cui surfista, onda e linea costiera sono perfettamente visibili, gli valsero immunerevoli copertine. Una tendenza portata all'estremo negli ultimi due anni dagli 'autoritratti' scattati dai surfisti stessi all'interno del tubo. Se vi siete emozionati di fronte alle sequenze di Manoa Drollet a Teahupoo (Tahiti) e Marty Paradisis a Shipstern (Tasmania) sapete a cosa mi riferisco. L'idea è semplice almeno nella teoria: un surfer professionista viene lanciato da un jet-ski in un'onda enorme. In una mano tiene una macchina fotografica munita di fish-eye. Appena l'onda inizia a tubare sopra di lui, preme lo shutter e spera di non distruggere se stesso e l'attrezzatura nell'impatto col reef. Abbiamo raggiunto il limite estremo della water-photography.

UN FUTURO SINCRETICO

Dal punto di vista tecnico gli ultimi due anni hanno visto l'uscita sul mercato di macchine sempre più performanti e di software di una potenza, fino a pochi anni fa, impensata. Nel '07 Canon ha presentato la Eos 1DsMk3 una macchina a formato pieno (full frame) capace di scattare 5 foto/secondo alla risoluzione di 21mega pixel o 10 foto/secondo per immagini di 10 mega pixel. Per chi non può permettersi di spendere 8.490 euro in un corpo macchina, dal 2009 è disponibile la Eos 5D Mark2, che per soli 2.165 euro offre 3,9 foto/secondo a 21 megapixel. Cosa ci riserva il futuro in fatto di macchine fotografiche non è per nulla chiaro, pare che le nuove tecnologie permetteranno presto di raggiungere i 24 mega pixel e che le le macchine saranno in grado di scattare a velocità ora impensate. In questa corsa al progresso esistono però anche lati oscuri. Se da una parte l'era del digitale ha abbattuto i costi, dall'altra ha allungato drasticamente il tempo richiesto dalla post-produzione. 'Raw', il nome tecnico dei file di nuova generazione da solo basta a farci capire l'inscindibile legame tra foto digitali e software di correzione. A differenza delle foto su pellicola, definitive in tutto e per tutto, i file ricavati dalle macchine digitali sono immagini imperfette (raw = crudo), nate per venir processate dai vari Photoshop CS4, Camera Raw e Light Room, capaci di correggere qualsiasi difetto di esposizione, fuoco o addirittura composizione. Se, come molti, vi state chiedendo che fine hanno fatto la creatività e la tecnica fotografica, vi farà piacere sapere che nessuna delle tendenze esplorate dalla surf-photography nel secolo appena trascorso è stata dimenticata. La maggior parte dei professionisti, infatti, ama affiancare alle nuove apparecchiature, la tradizionale pellicola 35mm e, per ritratti e paesaggi, anche il medio formato. Fotografi come Dustin Humphrey, Sean Davey, Art Brewer e Thomas Campbell, solo per citare alcuni mostri sacri contemporanei, sanno bene che nessuna sequenza di 0 e 1 potrà mai emulare il feeling organico della pellicola analogica. La via indicata da questi specialisti è quella di un sincretismo totale, dal medio formato alla Doc Ball, attraverso i colori saturati di Stoner, fino alle pratiche macchine digitali, perfette per le foto di action. L'importante, oggi come ai tempi di Ron Stoner, è scegliere il mezzo espressivo più adatto alla situazione, avere a disposizione atleti talentuosi, e sperare di non finire al manicomio inseguendo un'improbabile carriera.

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