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a cura di BELINDA PETERSON-BAGGS Condividi SurfNews

PACE IRRALE E SERENITA' FITTIZIA OLTRE LA LINEA DI SICUREZZA IN SRI LANKA ORIENTALE

I confini sono invenzioni dell'uomo, perimetri invisibili ma reali che definiscono le leggi, le istituzioni e le convenzioni attive in un dato territorio. Questo rigido concetto di nazione, e soprattutto di etnia, alimenta in Sri Lanka uno dei conflitti più sanguinosi della storia moderna. La guerra civile scoppiata nel 1983, tra il governo nazionale cingalese rappresentativo della maggioranza buddista del paese e l'esercito di liberazione delle Tigri Tamil, ha ucciso in 25 anni più di 70 mila persone, 6.500 delle quali solo nei primi mesi del 2009 (fonte, ONU). Dopo una tregua durata dal 2002 al 2006, indotta anche dall'emergenza tsunami, gli attacchi terroristici sono riiniziati, scatenando una reazione violentissima da parte dello stato cingalese che ha interrotto ogni trattativa, sacrificando senza troppi scrupoli migliaia di civili nel tentativo di piegare una volta per tutte le Tigri. Per molti surfisti, ciecamente intenti a rincorrere onde attorno a Galle lungo la costa meridionale dell'isola, gli scontri e i raid aerei più a nord sembrano provenire da un universo parallelo. Ma basta superare Balangoda, poche ore a nordest di Colombo, e uscire dalla zona turistica per rendersi conto di quanto la tensione sia tangibile e il confine drammaticamente reale anche per chi viaggia con tavole al seguito. Come la maggior parte delle capitali asiatiche, Colombo è caotica, inquinata e snervante. Le mucche 'sacre', costantemente a caccia di cibo tra la spazzatura, forniscono un esempio concreto delle contraddizioni di questo spazio urbano, capitale politica dello stato cingalese, polo religioso per tre fedi e perenne obiettivo di attentati. Riempiamo di tavole e bagagli un piccolo van giapponese e frettolosamente puntiamo verso nordest lasciandoci alle spalle luoghi 'sensibili' come la stazione dei treni, il quartiere delle ambasciate e l'aeroporto Bandaranaike, tutti bombardati ripetute volte negli anni passati. Il brusio del traffico, il moto sussultorio del van e una dose di pastiglie per il mal d'aereo mi accompagnano verso un sonno inquieto. Quando mi sveglio sono passate due ore e gli slum di Colombo stanno lasciando il posto a una fitta giungla. Il van si ferma. Attraverso il finestrino un militare mi mostra il suo mitragliatore. È il primo dei tanti check-point che ci separano dalla costa orientale, postazioni fisse organizzate dall'esercito per controllare il traffico sulle principali arterie del paese. La loro ricerca si incentra basilarmente sulla droga (spesso importata dai tamil per finanziare la guerra civile), le armi e le auto-bomba che dal nord puntano verso la capitale. I controlli sono comprensibili ma la scena è surreale. Il van è letteralmente circondato da guardie armate e altre ci spiano da dietro i sacchi di sabbia della guardiola-bunker. Un graduato urla ordini al nostro autista suscitando una certa apprensione. «Passports passports!» Una volta capito che siamo turisti iniziano a rovistare tra i bagagli nel baule. «Drugs having!?» Il più zelante di loro apre anche le sacche delle tavole in cerca di erba. Arugam Bay è dai tardi anni '60 meta di pellegrinaggio per i surfisti freak che percorrevano il celebre hippy trail, che attraversava India e Nepal per terminare qui in Sri Lanka. Trovare un turista con un buon quantitativo di droga era, per i militari, fonte di prestigio e di guadagno ma quei tempi sono ormai tramontati. La loro attenzione oggi è catturata dall'attrezzatura fotografica. La presenza di giornalisti non è molto gradita in un periodo di tensioni come questo, ma una volta chiarito che è il surf l'obiettivo del nostro reportage, veniamo scortati attraverso le barriere del check-point. Percorriamo 350 chilometri alla mirabolante media dei 20. Rallentati da ulteriori controlli, da svariate apparizioni di elefanti selvatici e dal toccante panorama delle coltivazioni di tè, impieghiamo 12 ore prima di intravedere il blu abbagliante della baia del Bengala. Superato Hulanuge, di colpo, le verdi montagne dell'interno scompaiono lasciando spazio a una brulla piana costiera inframezzata da vasti acquitrini. Facciamo base in un piccolo hotel gestito da locali all'inizio della lunga baia che conduce al point di Arugam. Per meno di 50 euro (da dividere in quattro) la famiglia ci garantisce tutti i comfort: una porta col lucchetto, un letto morbido e privo di pulci, un patio ombreggiato, acqua corrente e razioni abbondanti di rice-and-curry. Non meno importante è la presenza, proprio di fronte al nostro bungalow, dell'unica onda sinistra di tutta la zona, un picco impegnativo e tuboso che si attiva a bassa marea. La vista delle onde ha sui surfisti un potere magico e terribile al tempo stesso. Tutti gli avvertimenti letti sui siti governativi riguardo la situazione politica dello Sri Lanka, ma anche l'esperienza diretta di avere un AK 47 puntato in mezzo agli occhi, si trasformano in un vago ricordo, annebbiato dalla vista delle lunghe linee di Arugam Point. Il distretto di Ampara, nel quale si trova Arugam Bay, ospita una serie di almeno sette point destri, molti dei quali, dopo lo tsunami, richiedono una certa dose di determinazione per essere raggiunti. Negli anni '80 e '90 Pottuvil, cittadina di riferimento per quest'area, segnava il confine 'invisibile' tra ribelli tamil ed esercito governativo. I surfisti presenti ad Arugam erano testimoni, fino agli anni '90, di scontri armati e rappresaglie. Ora, 'grazie' a un'imponente offensiva militare, il territorio di influenza delle Tigri si è ridotto a pochi chilometri quadrati nell'estremo nordest del paese. Lo stesso, il turismo surf in quest'area stenta a riprendere quota soffocato dal timore di attentati e dal ricordo dello tsunami del dicembre '04. Il risultato è piacevolmente contraddittorio: il line-up di Arugam Bay, che negli anni passati brulicava di europei e australiani, ora è semideserto. E desolate sono anche le guest-house che si contendono i surfisti presenti nel villaggio. Dopo un paio di giorni di acclimatamento iniziamo la ricerca di onde diverse. Le storie di chi ci ha preceduto raccontano di un lungo point destro particolarmente indicato per il longboard classico, posizionato ai piedi di interminabili e bollenti dune. Raggiungere Pottuvil Point impone una scelta in fatto di quiver. È Ashmil, il nostro autista, a raccomandarsi di limitare a due il numero di tavole pro-capite da issare in cima al suo tuk-tuk. Dopo aver attraversato un piccolo villaggio raggiungiamo il cancello di una tenuta privata. Ashmil scende dal mezzo e ci indica un carro, trainato da due buoi e un signore che lo conduce. I nostri pesanti long finiscono sul carro e vengono traghettati oltre una lunga radura sabbiosa. A noi non resta che ringraziare, pagare 1000 rupie e raggiungere a piedi una delle onde più divertenti del viaggio. Dopo un paio di ore in completa solitudine un ragazzo si unisce al nostro gruppo. Surfa questa lunghissima destra da anni, spesso da solo. Prima dello tsunami viveva in una capanna direttamente sulla spiaggia, poco lontano da una base delle Tigri Tamil. La sua testimonianza del disastro è toccante. «Io ero là quando le onde sono sparite!» ci racconta indicando la foce di un rigagnolo, «di colpo l'acqua si è ritirata e io sono rimasto a guardare la secca, completamente asciutta, finchè qualcuno non mi ha urlato di scappare.» Il point frange attorno a un enorme blocco di granito alto 80 metri ed è lì che trovarono rifugio gli abitanti del suo villaggio. «Le onde arrivarono quasi in cima, e ci investirono a più riprese ma resistemmo per ore, finchè non fu tutto passato. Il villaggio andò completamente distrutto ma nessuno di noi aveva perso la vita. La mia tavola, però, era stata spazzata via assieme alla capanna!» La stessa sera ci tratteniamo a cena dalla famiglia del nostro autista, nel villaggetto di Arugam. Dal loro racconto capiamo che l'effetto qui, è stato anche più devastante che a Pottuvil. A quattro anni dal disastro, i pozzi artesiani sono ancora contaminati dall'acqua salata, i campi sono per la maggior parte sterili e la ricostruzione delle case, tanto millantata dai media ufficiali, procede a rilento. Il giorno successivo regaliamo alla famiglia una solida porta di legno, l'ultimo pezzo mancante nella ricostruzione della dignitosa dimora. Intanto la mareggiata, che per la prima settimana non era mai scesa sotto il metro di altezza, cala drasticamente così decidiamo di visitare uno spot potenzialmente più esposto chiamato Peanut Farm, raggiungibile anche a piedi. La scoperta di onde lunghe e potenti ci ricompensa per l'ennesima sfacchinata coi tavoloni al seguito. Peanut Farm è un point irreale, sormontato da colline di granito altissime. Prima dello tsunami tutta la piana era occupata da piantagioni di arachidi ma ora è completamente desertificata e riarsa da un sole impietoso. Portiamo sul point la totalità del nostro quiver, inclusi gli alaia, i fish e i quad che dal nostro arrivo non avevano ancora visto il mare. Una serie di sezioni via via più ripide si rincorrono dopo un lento take-off, fino a spegnersi in una tubosa risacca. Camminando lungo la spiaggia dopo una cavalcata interminabile, assaporo gli odori di questo ambiente e mi perdo completamente nel paesaggio. Le barche in rada sono colorate con tinte sgargianti e allegre, i pescatori salutano sorridendo cortesi. Particolari che ancora una volta mi traggono in inganno visto che fino a pochi anni fa le stesse imbarcazioni trasportavano armi e beni verso i territori del Tamil Elam. Ma sarà proprio questa irreale tranquillità a rendere indimenticabile questo viaggio una volta tornati dentro i rigidi confini della nostra Australia.

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