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SULLA SABBIA

a cura di FRANCESCO STECCHI E NICOLA ZANELLA Condividi SurfNews

DIFESA DELLA COSTA, ONDE ED EROSIONE

Un'inchiesta sulla surfabilità delle spiagge italiane
a cinquant'anni dai primi interventi di protezione

Il protagonista di questa storia è un elemento così comune nelle vite dei surfisti da venir spesso dato per scontato. Parliamo della sabbia: quel tappeto di granelli inerti, dal diametro massimo di 2mm, che con noncuranza calpestiamo a ogni uscita in mare. Basta una passeggiata lungo un litorale esposto, magari dopo una vigorosa mareggiata, per rendersi conto del suo valore e di come la sua assenza sia una tragedia per chi ha scelto la costa e le onde come spazio di vita. In questo articolo tenteremo, assieme a Francesco Stecchi, ricercatore dell'Università di Scienze Ambientali di Ravenna, di fare il punto sul problema dell'erosione e di capire come questo fenomeno, e gli interventi umani tesi ad arginarlo, abbia influenzato la qualità del nostro ambiente e delle nostre surfate.

La stagione surfistica appena trascorsa è stata indubbiamente una delle migliori degli ultimi vent'anni ma, allo stesso tempo, i danni inferti alle spiagge dalle onde sono stati notevoli. Mareggiate ed erosione sono due aspetti dello stesso fenomeno. I frangenti, infatti, accelerano drasticamente il processo di erosione alimentando il movimento d'acqua e il trasporto di sedimenti. Una mareggiata 'seria', di quelle che fanno trepidare i surfisti più esperti, può muovere fino a 100 metri cubi di sabbia ogni metro lineare di spiaggia, spostando la linea di costa 20-30m verso l'interno e trasformando radicalmente le secche al largo. Se moltiplichiamo questi dati per il numero di mareggiate che gli ottomila chilomentri di coste italiane hanno ricevuto negli ultimi mesi, capiremo la dimensione di questo fenomeno. Intere aree rischiano di essere invase dal mare permanentemente, compromettendo agricoltura e insediamenti umani. Ne sanno qualcosa i surfisti di Sabaudia, a nord del promontorio del Circeo, che a febbraio di quest'anno hanno visto le storiche dune franare sotto i colpi di una potente mareggiata dai quadranti occidentali, con l'acqua che ha raggiunto e sommerso la strada litoranea. Foto di spiagge erose sempre più frequentemente conquistano le prime pagine dei quotidiani, destando il grido d'allarme delle amministrazioni comunali impaurite da un possibile calo turistico. L'erosione non è l'unico pericolo che corre quest'industria. Il Mediterraneo, infatti, è una delle aree più esposte all'innalzamento del livello del mare legato al surriscaldamento del clima. Legambiente prevede, per il 2050, una crescita della temperatura fra 0,8 e 2,6 gradi e un corrispondente innalzamento globale del livello delle acque di 5-32 centimetri. Gli sconvolgimenti per l'ambiente costiero potrebbero essere notevoli. Una serie di domande sorgono spontanee. Che fine ha fatto la sabbia?! E subito dopo, come relazionarsi, surfisticamente, a una costa sconvolta dagli eventi climatici e dall'intervento dell'uomo?

UN CICLO INTERROTTO

Andiamo per gradi e tentiamo di capire cosa abbia messo in crisi il sistema spiaggia. La fonte primaria di sviluppo e alimentazione di questo ambiente è costituita dai fiumi, che depositano i sedimenti più grossolani nei pressi delle foci e quelli più fini nelle zone al largo. I surfisti conoscono bene questo fenomeno visto che alcune delle onde migliori frangono proprio sulle secche formate da ciotoli e sabbia grossa depositati alla foce di torrenti o fiumare (ad esempio la splendida sinistra di Bova in Calabria). Sono poi le onde e le correnti sotto costa a distribuire i sedimenti più fini lungo i litorali formando così le spiagge, le secche e i depositi sottomarini. I venti, infine, sono responsabili della formazione delle dune, elemento indispensabile per l'equilibrio del sistema. Durante le mareggiate invernali, infatti, la duna funge da barriera naturale contro l'avanzare delle onde. Nel periodo estivo, in cui le mareggiate sono meno frequenti, le secche sottomarine tendono ad appianarsi e, grazie alle correnti e ai venti sottocosta, la sabbia torna in spiaggia, ricominciando così un ciclo che, prima dell'intervento dell'uomo, proseguiva perfetto e ininterrotto. La duna, fra l'altro, garantisce una 'naturale' surfabilità della costa in quanto fornisce la materia prima per le barre sommerse, indispensabili a dissipare l'energia del moto ondoso durante le mareggiate. A partire dagli anni '50, però, il boom edilizio ha fatto crescere esponenzialmente la richiesta di sabbia che è stata per lo più prelevata dagli alvei fluviali, riducendo drasticamente il trasporto sedimentario. Le opere di controllo dei fiumi come dighe e argini in cemento hanno fatto il resto, bloccando a monte quel poco di sabbia ancora presente. In pochi decenni è venuta a mancare la materia prima per il sistema spiaggia e la sabbia è sparita. Negli ultimi 50 anni, inoltre, le attività portuali e diportistiche hanno preso massicciamente piede, fino a diventare una vera e propria industria. La costruzione di moli e dighe foranee ha indotto forti squilibri nelle correnti lungo costa, creando fenomeni di accumulo di sabbia lungo i moli sopraflutto e di erosione lungo i moli sottoflutto. La corrente rallentando perde progressivamente la capacità di trasportare sedimenti, formando grosse secche sabbiose a forma di cuneo lungo il lato di impatto ma creando un tremendo deficit nelle spiagge sottoflutto. Situazioni di questo tipo in Italia sono molto frequenti, ne sono un esempio il molo di Rimini in Emilia Romagna (con un dislivello record di 500 metri tra il lato sud e quello eroso a nord) quelli di Fano e Civitanova nelle Marche, il molo di Viareggio e Marina di Cecina in Toscana, Cetraro in Calabria, e molti altri. Molto spesso, tuttavia, questo tipo di opere rappresenta un prezioso riparo per surfare onde regolari nei giorni in cui il vento da mare rende impraticabili le spiagge esposte. Un'attenta occhiata ai 300 spot riportati sulla guide di SurfNews ci suggerisce che circa un terzo delle location frequentate da surfisti è caratterizzata proprio da costruzioni umane, per lo più moli o pennelli verticali semisommersi ideati per limitare l'erosione ma capaci anche di regolarizzare mareggiate con vento attivo. Un buon compromesso tra surfabilità e protezione è dato dai pontili sospesi su piloni. Queste strutture facilitano l'accumulo di sedimento su entrambi i lati riducendo l'erosione e fornendo un 'parco giochi' più che sostenibile per i surfisti. Il Pontile di Forte dei Marmi, uno degli spot storici del surf italiano, è un esempio reale di questa convivenza tra buon surf e lotta all'erosione. «Le secche del Pontile». ricorda il pluri-campione italiano Francesco Palattella, cresciuto proprio su questa spiaggia «sono cambiate tante volte ma non hanno mai smesso di produrre tubi. In questo momento la situazione è molto simile a quella dei primi anni '90, con secche oblique su entrambi i lati, che favoriscono onde destre a sud e sinistre a nord del pontile. E non mi sembra che la spiaggia si sia accorciata da quando ero bambino». Purtroppo i moli perpendicolari alla costa non sono le uniche barriere costruite nella lotta contro l'erosione. Per difendere la neonata industria del turismo (intrinsecamente legata alla sabbia) nel dopoguerra vennero erette le prime barriere frangiflutti: strutture lunghe un centinaio di metri, formate da grossi massi, posizionate parallelamente alla riva a una distanza variabile tra i 50 e i 150 metri. I risultati ottenuti furono molto scarsi, e servirono quarant'anni per capire che tali interventi riducevano l'erosione nel tratto protetto ma spostavano il problema nella zona antistante, costringendo così alla posa di ulteriori barriere. Inoltre le scogliere risultano pessime da un punto di vista paesaggistico e inducono un peggioramento considerevole nella qualità delle acque e dei sedimenti all'interno delle aree protette. Uno dei tratti costieri più deturpati da queste strutture rigide è quello dell'Adriatico centro-settentrionale. Nella corsa alla cementificazione degli anni '60 e '70, le dune adriatiche sono state le prime a venir travolte. Un esempio ci viene della bassa Romagna, Rimini in testa, dove palazzi e alberghi sono stati costruiti proprio dove una volta sorgevano imponenti dune e rigogliose pinete. Non è un caso se queste zone di cementificazione estrema siano state colpite molto duramente dal fenomeno dell'erosione, costringendo le autorità a piazzare 20 km di difese rigide, praticamente ininterrotte da Cesenatico a Rimini, che hanno compromesso la surfabilità di un'area vastissima. La posa di barriere rigide continuò fino ai tardi anni '90. La progressiva chiusura con massicciate dello spot Gambero Rosso, a sud del porto di Cesenatico, tra il '92 e il '94, fu una perdita enorme per il surf in Romagna. Solo in questa regione, sono stati posizionati ben 38 Km di barriere emerse e 19 Km di barriere radenti. L'esempio fornito dalle Marche è forse il più lampante: nonostante oltre 100km di costa su 180 siano letteralmente recintati da imponenti scogliere, l'erosione interessa ancora il 52% delle spiagge. Oltre a costituire un vero fallimento ambientale, le barriere rigide hanno letteralmente tarpato le ali al surf e alla sua diffusione, ammassando un gran numero di praticanti in zone sempre più limitate o negando a intere comunità l'accesso al mare 'aperto'. «Siamo nati con l'orizzonte bloccato dalle pietre» racconta Mirko Casadei, fotografo e devoto surfista della costa riminese, «in nome del turismo abbiamo distrutto quanto di più prezioso avevamo: l'ambiente costiero». A differenza dei moli, le scogliere parallele alla costa non danno via di scampo. Le onde impattano in fragorosi e pericolosi close-out. Gli unici spot surfabili in aree come queste si trovano spesso in aree sottoposte a divieto di balneazione come la foce dei fiumi o le aree portuali, dove le onde ancora riescono a raggiungere la riva.

CONSTATAZIONE DI UN FALLIMENTO

Alla fine degli anni '90 l'inefficacia delle barriere emerse è diventata di dominio pubblico, spingendo anche le amministrazioni più scettiche verso tecniche più soft, come le barriere sommerse, i sacchi di sabbia e, infine, il ripascimento. Questa tecnica, oggi largamente adottata in Italia, consiste in grossi sversamenti di sabbia lungo i litorali in erosione. E' una pratica che si è diffusa perché, pur non essendo definitiva quanto un'opera di difesa rigida, porta a cospicui allungamenti della spiaggia, che possono durare alcuni anni. Particolare attenzione va fatta però nella scelta del materiale utilizzato: la dimensione dei granelli, infatti, deve essere il più possibile simile a quella presente sul tratto da rimpascire. Se troppo fine, il sedimento viene trasportato al largo. La sabbia usata molto spesso è di cava, più fine di quella marina e, soprattutto, molto più costosa sia in termini economici che dal punto di vista dell'ambiente (basti pensare al trasporto tramite camion dalla cava alla spiaggia). Negli ultimi anni in Adriatico si è utilizzata sabbia prelevata da vari depositi sottomarini posizionati una decina di chilometri al largo, più compatibile con la sabbia locale. Un'altra efficace tecnica di ripascimento consiste nel prelevare la sabbia dalle zone di accumulo (ad esempio i moli sopraflutto o le anse portuali) e trasportarla con una condotta o con chiatte nelle zone in erosione. Rimpascimenti di questo tipo sono stati effettuati in varie località italiane da Ravenna alla Versilia al Lazio con buoni esiti per la spiaggia e per l'industria del turismo. Dal punto di vista della surfabilità, il ripascimento costituisce un'incognita, con risultati legati alla batimetria locale. E' noto infatti che se il fondale antistante la costa degrada troppo dolcemente, come nel caso di una spiaggia dopo un ripascimento, le onde tenderanno a frangere più lontano da riva e saranno poco ripide e alquanto lente. In questi casi serve attendere varie stagioni prima che le correnti e i venti instaurino secche a cuneo, adatte al surf. L'esempio più eclatante è fornito da Kirra, la più famosa onda della Gold Coast australiana, compromessa da un pesante ripascimento sei anni fa. Il bypass che trasportava sabbia da sud a nord del fiume Tweed ha infatti livellato il fondale per oltre 1km di lunghezza, unendo le sezioni da Snapper's Rock a Kirra in un unico, indistinguibile muro franoso. Esistono anche esempi opposti, il più vicino a noi è quello della 'miracolosa' secca di Piazzale Mazzini, a Viareggio. Un ripascimento condotto a metà degli anni '90 spostò sabbia dall'imboccatura del porto (che rischiava l'insabbiamento) verso i lidi settentrionali, allungando la spiaggia balneabile e creando una delle onde più lunghe e tubanti della Versilia. La secca, grazie a un fortunato regime di correnti locali, resistette per oltre dieci anni ed è ancora oggi frequentata, nonostante il cuneo di sabbia si sia spezzato traslando i frangenti verso nord e riducendone la qualità.

UTOPIA REEF

I progetti di costruzione di reef artificali da sempre illudono i surfisti con l'utopia di onde perfette e utili per l'ambiente. Di questi progetti si è già parlato sulle pagine di SurfNews, ma è forse il caso di fare alcune precisazioni sull'effettiva utilità di queste opere alle nostre latitudini, visto che negli anni i comuni di varie aree surfistiche (Varazze, Marina di Carrara e Rimini per citarne alcuni) hanno vagliato questa possibilità. Sicuramente, nel momento in cui si decide di costruire una struttura rigida come difesa dall'erosione, i reef artificiali rappresentano una delle scelte più efficaci. Bisogna però dire che la posa del materiale, di solito costituito da grossi sacchi di geo-tessile ripieni di sabbia, ha costi più elevati rispetto alle opere di cui abbiamo parlato sopra. Riuscire a costruire un reef che arresti l'erosione e che allo stesso tempo sia adatto alla pratica del surf è, inoltre, molto complicato. Dei quattro reef artificiali già implementati in Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, solo uno ha prodotto onde all'altezza delle aspettative. Il tipo di onda e di vento predominanti nell'area prescelta sono gli aspetti più importanti da considerare prima di progettare, o anche solo di proporre, un'opera simile. Una secca fissa, potenzialmente perfetta per la frangenza di onde ripide e tubose, avrà un pessimo risultato se costruita in un tratto di spiaggia dove il periodo delle onde è corto e i venti spesso on-shore. Se, per esempio, si costruisse un reef lungo le spiagge della Romagna meridionale, o a Ostia, difficilmente le onde risulterebbero di qualità apprezzabile. In queste zone, complice un un fondale basso, il periodo delle onde non supera quasi mai i 3-5 secondi. Ostacolate dall'eccessiva vicinanza tra le creste, le onde faticherebbero a focalizzare, creando frangenti sconfusionati, non dissimili da quelli reperibili su una qualsiasi secca naturale. Nel momento in cui si decidesse di fare un investimento considerevole, sarebbe il caso di scegliere un tratto di costa capace di offrire onde di qualità (con periodo di 5 sec o superiore) a ogni mareggiata utile, altrimenti il ritorno economico non sarebbe sufficiente, specialmente se si pianificassero anche strutture ricettive per i surfisti, come spesso millantato nei progetti italiani. Luoghi potenzialmente adatti ad accogliere secche artificiali esistono anche in Italia: la baia di Levanto, in Liguria è una di queste. Lo stato di erosione della spiaggia è evidente, ne sono prova i moli e le massicciate costruite per arrestare il fenomeno e i frequenti rimpascimenti con pietrisco di cava fatti a lato del molo di Pipetta. Uno o due reef artificiali, se collocati al centro di questa baia, potrebbero allungare la spiaggia e trasformare i suoi casuali picchi in uno spot di qualità, con destre e sinistre regolari e definite. Se analizziamo le mareggiate che mediamente interessano Levanto, è evidente che, anche con libeccio o ponente attivo, le onde si presentano lunghe e stese per via della protezione/rifrazione fornita dall'angolo meridionale della baia. Le alte colline circostanti, inoltre, smorzano la furia del vento. Con questo tipo di condizione, un reef artificiale potrebbe generare onde idonee alla pratica del surf anche con mareggiate di piccola entità. Ricordiamoci, però, che deve essere l'ambiente l'obiettivo principale di ogni intervento e non il divertimento di una nicchia di sportivi. Levanto, come tante altre aree surfistiche italiane, si trova in una zona soggetta a grossi vincoli ambientali, dove sarebbe molto difficile far approvare la costruzione di un'opera del genere.

FLESSIBILITÀ, ATTIVISMO, FUGA

Come si può dedurre, le attività dell'uomo lungo la costa in certi casi hanno creato condizioni ideali per il surf, mentre in altri hanno reso inaccessibili ai surfisti interi litorali. Chi vive quotidianamente la spiaggia si trova a essere diretto testimone di quanto avviene e può dare un aiuto concreto, denunciando abusivismo edilizio e problemi ambientali. L'episodio dei surfisti laziali che nel 2003 si opposero fisicamente alla distruzione dello spot dei Tre Zeppi rischiando l'arresto, è un esempio di intervento concreto. «Un pugno di surfisti, per quanto motivati, può ben poco contro gli interessi economici» racconta Alessandro Marcianò, atleta di Santa Marinella e promotore di quella manifestazione, «in Italia i surfisti sono lasciati a loro stessi, non esistono organizzazioni capaci di contrastare la distruzione di spot importanti come i Tre Zeppi». La loro protesta, infatti, non riuscì a fermare la posa di due barriere soffolte, malcelatamente commissionate per proteggere le attività commerciali presenti sulla spiaggia. Barriere che trasformarono uno degli spot più frequentati del Lazio Meridionale (a differenza della vicina Banzai, Tre Zeppi era surfabile anche con piccole mareggiate) in una pozza d'acqua stagnante e maleodorante, aumentando sensibilmente l'affollamento nelle aree surf limitrofe. Come relazionarsi a situazioni come questa? A livello mondiale, esistono organizzazioni che con successo si impegnano nella protezione della 'risorsa onde'. La più attiva di queste è Save the Waves (savethewaves.org) una NGO che in otto anni di attività ha supportato molte comunità surfistiche nella loro lotta. La tecnica della NGO americana si basa essenzialmente sul calcolare il danno causato dal progetto di turno, mettere in luce gli interessi economici che ci stanno dietro, raccogliere adesioni e utilizzare i mezzi di informazione per denunciarne gli effetti negativi su ecosistema e comunità sportiva. Questa tecnica si è dimostrata efficace anche in aree in cui il surf non è assolutamente uno sport popolare. La Holland Surfing Association, pur contando solo qualche migliaio di praticanti, nel febbraio del '09 ha fermato con successo un progetto che avrebbe chiuso 'per motivi di sicurezza' lo spot De Zuit, il più consistente nell'area di Sweningen, sul Mare del Nord. Qualche centinaio di surfisti hanno raggiunto con le tavole il centro di Den Haag nuotando nei canali e invaso pacificamente il consiglio comunale per presentare le motivazioni della loro rivolta. Un lungo dialogo con la giunta, culminato con la consegna di una collana di fiori al sindaco, è riuscito a bloccare il progetto e a far capire alle autorità le potenzialità economiche del surf lungo la costa meridionale olandese, una vera 'Mecca' per surfisti olandesi, tedeschi, e belgi che accorrono a Sweningen a ogni mareggiata. Purtroppo, vista la situazione disastrosa in cui versano le due federazioni surf nostrane (Surfing Italia e FISURF), impegnate a scannarsi per una improbabile affiliazione al CONI, un successo come quello degli olandesi sembra irraggiungibile. Le uniche armi che ci restano per sopravvivere e surfare in una costa sempre più cementificata come quella mediterranea sono l'adattamento e la fuga. Ciò che desideriamo come surfisti (onde di buona qualità in un ambiente pulito), non va ricercato in un luogo fisso ma in una 'condizione'. Condizione che può verificarsi per anni nella baia di fronte a casa e poi spostarsi tristemente altrove, per colpa di una mareggiata troppo intensa, di una barriera soffolta o del menefreghismo tipico dell'italietta da ombrellone.

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