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THE PRESENT

a cura di DEVON HOWARD Condividi SurfNews

Il rapporto tra surfisti, media e tecnologia è in rapida evoluzione. Pochi avrebbero immaginato, solo dieci anni fa, che le nostre abitudini e tradizioni si sarebbero trasformate in maniera così radicale e in un tempo tanto limitato. Tavole, informazione, arte e persino il modo di relazionarci con gli altri surfisti è drasticamente cambiato negli ultimi 30 anni. Servono esempi? Le telecamere fisse sulla maggior parte degli spot hanno sostituito il classico 'giro in spiaggia', le previsioni di onde e venti hanno reso superflue le conoscenze meteorologiche e la produzione in scala industriale delle tavole ha interrotto quel prezioso scambio di informazioni tra shaper e atleta, indispensabile all'evoluzione del design. I danni non sono solo in termini di tradizione perduta. Fino a vent'anni fa, il materiale tecnico era per lo più costruito dai surfisti stessi, spesso in piccoli laboratori improvvisati dietro casa. La dislocazione della produzione in paesi esteri ha definitivamente ucciso l'industria locale, basata sulla produzione di piccole quantità distribuite localmente senza bisogno di spedizioni intercontinentali. Molti surfisti, negli ultimi anni, si sono chiesti se l'avvento della tecnologia e del mercato globale sia stato effettivamente positivo per la nostra cultura. A questa domanda il regista/artista/fotografo californiano Thomas Campbell ha risposto con un film.

The Present, tenta di preservare una delle tradizioni più longeve e rappresentative della nostra nicchia: il surf-movie itinerante. È per questo che Campbell ha iniziato un lungo tour che, nella primavera del '09, ha portato il suo ultimo film in tutte le città costiere californiane, approdando anche in Australia ed Europa. Lo spettacolo segue un copione classico, mutuato direttamente dalle 'surf-movie nights' degli anni '50, '60 e '70: il film viene proiettato in una sala cinematografica o in un auditorium, con una band che accompagna le immagini con musica dal vivo. La visone delle onde proiettate sul grande schermo ha un potere enorme sui surfisti, che restano letteralmente affascinati dall'esperienza, partecipando con applausi e commenti. «Nella California di allora questi eventi erano il 'barometro' della scena surf» spiega Steve Pezman, editore di The Surfer's Journal, «i surfisti in tutto il mondo erano poche migliaia. Furono le pellicole di Bud Browne, Jon Severson e Greg Noll, prodotte nei tardi anni '50, a innescare la scintilla della comunicazione e creare coscienza di movimento. All'epoca, le informazioni circolavano in maniera molto limitata, veicolate solo dal passaparola, dall'occasionale gara o dalla festa in spiaggia. I loro film ci fecero vedere cosa fosse veramente il surf, quale fosse il livello dei campioni, che tavole usassero e come fossero le onde in posti 'esotici' come le Hawaii. Per noi ragazzini quelle pellicole erano una fabbrica di sogni!» Non è un caso se proprio il regista John Severson nel 1960 spostò la sua attenzione dalla pellicola alla carta stampata, fondando la prima e più longeva testata surf: Surfer Magazine. «In quegli anni ogni città costiera aveva vari 'clan' di praticanti dislocati tra gli spot, tutti facilmente identificabili. Ma quando un nuovo film arrivava in città» continua Pezman, «tutti i gruppi si trovavano nello stesso teatro e assistevano alla proiezione sapendo che quello era un momento importante». È facile immaginare l'ascendente di film come Hawaiian Surfing Movies, (Browne, 1953) o Surf Safari (Severson, 1959) sui surfisti dell'epoca, completamente digiuni di giornali e immagini. «Il senso di gruppo che si creava agli spettacoli era eccezionale» conclude Pezman «quando un film veniva proiettato nella tua zona non potevi proprio perdertelo! Tutta la popolazione locale era presente». Nei primi anni '60 i giornali specializzati iniziarono a fare la loro comparsa nelle edicole. I surf-magazine soddisfarono la crescente sete di foto e informazioni innescata dai film ma non diminuirono l'interesse dei surfisti per il grande schermo. Negli anni '60 partecipare a quelle 'fumose' proiezioni era diventando addirittura un rito di passaggio, al quale i ragazzini dovevano sottoporsi per entrare nel line-up dei grandi» La tradizione continuò indisturbata fino alla fine degli anni '70, partorendo pellicole cult come Morning of the Earth (Albie Falzon '72) e The Endless Summer, film che dopo due anni di show itineranti passò al circuito ufficiale riscontrando enormi successi di critica e pubblico. Negli anni '80 l'avvento del home-video cambiò questo mondo per sempre. I registi di surf, infatti, non lavoravano per le aziende multimilionarie di Holliwood. Il loro budget era limitatissimo e il team di produzione era costituito da un solo uomo, cioè il regista, con la sua telecamera. Il prezzo della pellicola era uno dei problemi più sentiti. Nei tardi anni '70, complice l'inflazione, il prezzo del 16mm subì un'enorme inpennata costringendo i registi a tagliare il budget destinato agli show. Negli anni '80 l'avvento delle videocamere abbassò i costi di produzione, rendendo obsolete le vecchie cineprese e la pellicola di cellulosa. In pochi anni tutti abbracciarono il formato VHS. Una volta montato il film, non serviva più proiettarlo nelle sale, visto che ogni famiglia negli States possedeva un videoregistratore e poteva acquistare direttamente la videocassetta. Il risultato fu che l'esperienza delle surf-movie night cadde nell'oblio più totale. Nei tardi anni '90 però, un piccolo gruppo di giovani registi rispolverò le vecchie cineprese Bolex e iniziò a documentare il surf contemporaneo utilizzando la vecchia pellicola 16mm. Thomas Campbell fu il primo a riscuotere successi con questa tecnica. Il suo film, The Seedling (1999), focalizzava sul longboarding, proponendo una visione romantica e artistica dello stile tradizionale. Un taglio che all'epoca era completamente assente dal panorama dei video di surf. Questa prima esperienza lo spinse a produrre un secondo film, il più acclamato tra i suoi piccoli capolavori: Sprout, del 2004, una celebrazione dell'apertura mentale dei surfisti e una carrellata sull'infinita varietà di tavole, stili e influenze presenti nel surf oggi. Fu proprio questa apertura mentale a fargli abbandonare i canali della distribuzione classica e a organizzare un tour nazionale. «Sprout venne proiettato in 30 città, destando la curiosità di tantissime persone.» spiega Campbell «La cosa divertente è che non ho inventato proprio nulla, ho solo riproposto quello che i registi indipendenti del passato facevano fino a 30 anni fa, cioè consegnare il loro prodotto direttamente al fruitore finale. La gente ha apprezzato e gli spettacoli sono stati un successo». L'approccio narrativo del giovane regista è di per se accattivante. Thomas commenta le immagini in prima persona, seleziona accuratamente gli atleti tra i più creativi sulla piazza e cura meticolosamente la scelta delle location, di solito onde perfette in cui i rider possano esprimersi al meglio. Ogni film sviluppa un concetto semplice e preciso. «Il filo conduttore di The Present è basilare» racconta Thomas «tenta di descrivere la vita dei surfisti sul pianeta terra, mostrando come questo momento storico sia un regalo, in bilico tra un passato glorioso e un futuro insicuro». Il titolo, che gioca sulla dualità del concetto presente/regalo, costituisce un'altra traccia: essere un surfista oggi è un dono ed è nostro compito preservare l'ambiente in cui si compie. Come anche i suoi film precedenti, The Present copre diverse 'sottoculture' che vanno dal trend long-retrò (rappresentata al meglio da Joel Tudor) allo stile post-moderno proposto dai giovani campioni del tour mondiale (Ry Craike e Dane Reynolds in testa). La ricerca di una linea evolutiva più sostenibile per lo sport, tema che attraversa tutto il film, ha spinto il regista a documentare estensivamente il 'progetto alaia' di Tom Wegener. Gli alaia, oltre a rappresentare un ponte tra presente e surf polinesiano 'pre-contatto', costituiscono una delle poche alternative completamente 'green' nella costruzione delle tavole. Tom Wegener, un ex avvocato shaper californiano trasferitosi in Australia, è l'ideatore di questo movimento. Nel '04, dopo una visita all'esposizione di tavole antiche del Bishop Museum di Honolulu, Tom ha deciso di abbandonare definitivamente le sostanze chimiche nocive per l'ambiente normalmente utilizzate nella costruzione di tavole e di utilizzare solo legno di paulonia, leggero, resistente all'acqua e assolutamente rinnovabile. «Gli alaia sono stati sotto gli occhi di tutti un secolo ma nessuno li ha mai notati!» commenta Tom, imbracciando uno dei suoi legni «Eppure queste assi di legno sono le tavole più veloci che abbia mai provato, riassumono ogni stile di surf, dal longboard allo short!» Oltre a essere un interessante esperimento antropologico, gli alaia riportano la sperimentazione nell'universo del surfista comune. «Forse è questo che ha reso gli Alaia celebri negli ultimi anni», continua Tom, «ognuno può facilmente costruirne uno nel proprio garage e divertirsi a sperimentare con i bordi e il concave». Tra i tanti entusiasti che lo stanno seguendo in questo suo 'passato progressivo', Dave Rastovich è quello che concretizza al meglio le potenzialità di queste tavole dalla storia millenaria. Vedendolo all'opera su queste affilate assi di legno senza pinne non si può far a meno di pensare a quanto tecnicamente avanzati fossero i surfisti hawaiiani della fine del '800. La tecnica impiegata per controllare la direzione su queste tavole è diversa e allo stesso tempo complementare al surf moderno. La mancanza di pinne impone sia l'uso millimerico del rail che il controllo dello slide: un movimento in hawaiiano chiamato lala. Nonostante spazi tra storia, antropologia e ricerca artistica, The Present non è assolutamente un film cerebrale, noioso o eccessivamente impegnato. Un altro aspetto mutuato dai registi del passato è, infatti, il senso dell'umorismo. La maggior parte dei video moderni focalizza sulla tecnica e sullo stile, pochi rendono giustizia all'aspetto demenziale dello sport. Un'intera sezione di The Present è invece affidata al genio umoristico dei fratelli Malloy, impegnati a cavalcare onde con improbabili attrezzi ginnici, scale da inbianchino e svariate altre diavolerie. A fare da sfondo alle immagini sta una colonna sonora imperniata su melodie jazzate. Negli spettacoli dal vivo e durante i tour, la musica viene suonata live dalla band stessa. «L'idea era quella di organizzare un evento nel quale i surfisti potessero incontrarsi, vedere buone riprese surf e sentire ottima musica. Per questo durante il tour ho insistito per avere la band al seguito». A deliziare le proiezioni è infatti il down-tempo dei Mattson Two, una band di Santa Cruz con radici nel movimento skate ma dal look e dal sound raffinatissimi. «Ho tentato di tradurre il feeling del surf e di renderlo fruibile a tutti» conclude il regista «quando vedo surfisti e persone comuni divertirsi alle mie serate, mi accorgo che i sacrifici fatti non sono stati vani».

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