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INTERVISTA A THOMAS CAMPBELL

a cura di DEVON HOWARD Condividi SurfNews

Thomas Campbell non è solo un regista. È un esponente dei 'beautifull loosers', quella generazione di skater e surfer cresciuta in Bassa California nei primi anni '80 e approdata, per uno strano destino, ai vertici della street-art. Il suo percorso di crescita, legato principalmente alle arti visive, ha attraversato tutti i luoghi culto dell'arte contemporanea, dalla Alleged Gallery di New York (dove spese gran parte degli anni '80), alle sale di Roberts and Tilton di Los Angeles, al Laguna art Museum, fino alle pagine di Juxtapoz che gli dedicò la cover nella primavera del 2007. Il fatto che un personaggio della sua sensibilità imbracci una Bolex 16mm e la rivolga al mondo del surf è di per sè un 'regalo'. In questa intervista, condotta da Devon Howard, tentiamo di capire cosa ci sia dietro il dualismo 'presente/regalo' del suo ultimo film. NZ

Quando inizi un progetto come The Present, ti affidi a un copione scritto o semplicemente lasci che siano i surfisti e la situazione a creare un filo conduttore?

Per me girare un film non è molto diverso da dipingere una tela. Tento di pianificare la composizione, individuando le varie parti che comporranno l'opera. Più che scrivere un copione, pianifico i vari capitoli e faccio in modo che stiano bene assieme e siano originali e bilanciati.

Insomma una flessibilità pianificata...

Esatto. Tento di attenermi al piano originale ma lascio che le cose si evolvano spontaneamente. Ci sono molte situazioni impossibili da pianificare: a volte le condizioni del mare semplicemente non collaborano, altre volte sono i surfisti a non essere disponibili per questo o quel viaggio. Bisogna essere flessibili, capitalizzare quando le condizioni sono giuste e proseguire a piccoli passi.

Nei tuoi film utilizzi una vasta gamma di atleti: un insieme di professionisti famosi e oscuri personaggi dalle più svariate sotto-culture. Come decidi chi coinvolgere in un progetto?

I surfisti professionisti sono famosi per un motivo: la loro abilità sulle onde. È per questo che in The Present mi sono affidato ad alcuni tra i migliori. Con gente come Dan Malloy, Ry Craike, Joel Tudor, Dane Reynolds, Dave Rastovich, Chelsea Georgenson e Sofia Mulanovich non puoi proprio sbagliare. Di contro la loro presenza difficilmente avrebbe senso senza la dimensione storica. È per questo che nei miei film precedenti ho coinvolto persone come Takayama, Skip Frye e, in questo film, Michel Junod, un anziano shaper dell'area di Santa Cruz.

Stai mettendo Junod nella stessa categoria di leggende come Takayama e Frye?!

Lo so, infatti penso che Junod sia uno dei migliori long-boarder di sempre. La fama non sempre coincide con la bravura, lui è una leggenda a Santa Cruz e ha uno stile morbidissimo. Penso che sarà fonte di ispirazione per surfisti di tutte le età.

Nei tuoi film spesso proponi al grande pubblico surfisti sconosciuti. Perché questa scelta coraggiosa?

Sono un regista indipendente, i miei film non promuovono nessun marchio, e quindi sono libero di lavorare con chi mi pare. Poi trovo che sia divertente stupire il pubblico con personaggi poco conosciuti e cose che non hanno mai visto sulle riviste e sui siti.

Alex Knost è salito alla ribalta proprio grazie al tuo film Sprout. Ti va di raccontarci come è successo?

Finite le riprese di the Seedling, nel '99, andai a Malibu. In acqua c'era questo ragazzino di 13 anni. In long aveva uno stile a dir poco selvaggio. I ragazzini in spiaggia mi dissero che si chiamava Alex e che veniva da Newport. Ho incontrato Alex svariati anni dopo, in Australia. Il suo stile sulle onde piccole mi entusiasmò subito e la sua abilità nel nose-riding era addirittuta cresciuta. Così decisi di scritturarlo per Sprout.

A parte Michel Junod, quali altri nuovi nomi ci proponi con The Present?

Ce ne sono molti, ma la persona che probabilmente stupirà di più il pubblico è Harrison Roach. Al momento è uno dei migliori surfisti sugli alaia e sulle tavole senza pinne. Chris Del Moro, Rastovich, Dan Malloy, Jacob Stuth e Rob Machado sono spaziali con quelle assi ma Harry fa categoria a parte.

The Seedling focalizzava sull'arte del longboard mentre Sprout parlava dell'apertura mentale del surf contemporaneo. Qual'è questa volta il messaggio?

Lo scopo di The Present è quello di fornire un'immagine della nostra vita di surfisti sul pianeta terra. È per questo che ho cercato di ritrarre la più grande varietà possibile di approcci, dalle tavole di legno al surf più moderno e progressivo. Non voglio sembrare pretenzioso ma penso che il momento attuale, in cui abbiamo ancora la fortuna di nuotare nell'oceano e di vivere sulla spiaggia, sia in tutto e per tutto un regalo. Dobbiamo essere grati al pianeta per quello che ancora ci offre.

Qual è il target di questa pellicola? Parla a tutti o è destinata a un pubblico di nicchia?

Come i surf-movie indipendenti del passato, i miei film sono fatti da surfisti per surfisti. Lo stesso penso che il modo in cui il film è montato, la scelta di argomenti non necessariamente legati allo sport, la musica e la bellezza delle immagini lo rendano appetibile a un pubblico più vasto.

Quali aree surf vedremo in The Present?

Ci sono tantissimi posti splendidi, a partire dall'Africa Occidentale per arrivare in Australia, Nuova Zelanda, Indonesia e, ovviamente, California e Hawaii.

Uno dei marchi di fabbrica dei tuoi film è la colonna sonora. A chi ti sei affidato questa volta?

La muisca nei miei film è un sottofondo sonoro e non deve essere invasiva, come il punk-rock che ancora si sente nei video di surf. Mi affido a musica soft, e sono particolarmente contento degli artisti scritturati per questo film: Bonnie Prince Billy, Mattson 2, The Japanese Motors, Tommy Guerrero e qualche contributo di Ray Barbee. Inoltre i Mattson Two mi hanno seguito nel tour suonando alle proiezioni.

I tuoi lavori sono pieni di umorismo. Cosa hai preparato per questo ultimo film?

Una parte del film è interamente dedicata all'aspetto demenziale del surf. Alex Knost, Chris, Keith e Dan Malloy sono bravissimi nel trasformare in tavole gli oggetti più disparati, attrezzi da palestra, scale da imbianchino e molte altre diavolerie. Inoltre Rob Machado e Dane Reynolds si sono prestati a commentare in maniera divertente il video, inventandosi personaggi e facendo ironia sulle gare del world tour.

Che tavole ci proponi in The Present?

Tante e diverse. Danny Hess, ad esempio, sta producendo tavole moderne utilizzando il legno. Le sue tavole durano cinque volte di più di una tavola normale e dovete vedere cosa riesce a fare Dan Malloy su una di queste. Un'altra novità tecnica sono le tavole 'green' prodotte da Dan con l'aiuto di Fletcher Chouinard, di Patagonia Surf Technology.

Cosa mi dici del Progetto Alaia? Tutti si aspettano grandi cose da queste tavole millenarie.

Si, lavorare con Tom Wegener è stato interessantissimo. È stato lui a farmi conoscere queste tavole senza pinne utilizzate alle Hawaii fino agli anni '20. Ho iniziato a documentare la sua esperienza con gli alaia fin dall'inizio. Nel '05 Tom e i suoi amici avevano appena iniziato a usarle e riuscivano a malapena ad andare dritti sulle onde. La sezione del video dedicata a loro documenta quattro anni di ricerca, dai primi esperimenti allo stato attuale, in cui surfano incredibilmente bene.

Quali sono stati i momenti più particolari nella produzione?

Ce ne sono stati tanti. Ad esempio durante il trip a Sumatra, quando Chelsea Georgenson Hedges ha mostrato una classe nel tube-riding che non avevo mai visto in nessun surfista donna. Chelsea ha uno stile molto simile a Rob Machado e quando la gente vede quel tubo nel trailer del film, non crede ai suoi occhi e sbotta «wow, ma quella è una ragazza!?»

Normalmente i surf-movie focalizzano sull'aspetto atletico e tecnico lasciando poco spazio alle storie della gente e dei posti visitati. Tu invece hai un approccio quasi opposto.

Si. L'esperienza del surf non è fatta solo di onde. Per rendere l'idea di cosa si provi a surfare un dato spot, devi necessariamente documentare quello che ci sta attorno, il paesaggio e la gente che lo frequenta. I video di surf sono spesso mono-tematici e mostrano una lunga sequenza di onde e di surfisti completamente avulsi da ogni contesto. Io cerco di andare oltre.

Usare la pellicola anziché il digitale è una scelta coraggiosa e costosa. Cosa ti ha spinto in questa direzione?

È una questione di emozioni e di resa fotografica. Non avrei potuto girare questo film senza la pellicola. Non sarebbe venuto come volevo. Negli ultimi quattro anni le telecamere digitali si sono avvicinate molto allo standard analogico e riescono a emularlo. Lo stesso penso che il digitale non abbia ancora quel feeling 'organico' e quella capacità di veicolare emozioni tipica della pellicola. Nonostante girare alla vecchia maniera costi infinitamente di più, sono convinto di aver fatto la scelta giusta.

Produrre un film è un impegno enorme anche in termini di energia. Cosa ti spinge ogni volta ad accettare la sfida?

Voglio fare qualcosa per uno sport che mi ha dato tanto e presentare il surf sotto una luce che non sia necessariamente commerciale o scontata. Sì, non è facile, ma la vita del regista di surf-movie non è poi così male. Sono spesso in viaggio con persone stimolanti e surfisti bravissimi, e soprattutto ho la possibilità di surfare onde bellissime. Non è per niente una brutta vita!

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