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LE ONDE NEGATE

a cura di EMILIANO CATALDI Condividi SurfNews

UNA RICOGNIZIONE NELLA COSTA MILITARIZZATA DEL SAHARA OCCIDENTALE

Sull'atlante geopolitico che usavo al liceo, il Sahara Occidentale era una delle tante zone 'ambigue' del continente africano. Un'area dai confini instabili, segnalata sulla mappa da linee tratteggiate che gli insegnanti di geografia evitavano accuratamente di approfondire. Il nome della regione, scritto di solito tra parentesi, ricordava più un'indicazione geografica che una nazione vera e propria. Anche se l'annessione di questo stralcio di deserto da parte del Marocco (del 1976) ha cancellato ogni ambiguità territoriale, il Sahara Occidentale e la sua splendida costa atlantica rimangono ancora destinazioni problematiche, sconsigliate dalle organizzazioni turistiche e praticamente dimenticate anche dai surfisti viaggiatori. Il motivo è lampante fin dal primo minuto: la presenza militare è asfissiante. Sebbene le strade di Dakhla siano praticamente deserte a quest'ora della notte, sento montare un senso di disagio mentre percorro a piedi le poche centinaia di metri che separano il malandato aeroporto di Villa Cisneros dal nostro albergo nel centro della città. Sono ombre di soldati, gendarmi, poliziotti e militari in genere a inquietarmi. Indossano uniformi consunte ma, pur tenendo l'atteggiamento defilato di chi torna a casa dopo una notte di bagordi, non passano di certo inosservati. Disposti con apparente casualità a ogni angolo di strada e sui tetti degli edifici, gli uomini in uniforme sono gli occhi e le orecchie del Marocco in questa città compressa fra cinquemila chilometri di Sahara a est e altrettanti di oceano aperto a ovest. Nelle caserme e nelle basi militari disseminate in giro per la città vivono stabilmente decine di migliaia di militari che, insieme alle loro famiglie, costituiscono la quasi totalità della popolazione. Ufficialmente presidiano quest'avamposto strappato dopo anni di guerra al Fronte Indipendentista del Polisario, ma di fatto sono i nuovi coloni del Sahara Occidentale, in barba alle denunce di violazione del Diritto all'Autodeterminazione dei Popoli sancito dalle Nazioni Unite. La maggior parte degli abitanti originari della regione, i leggendari Saharawi, è infatti relegata in campi profughi a sud di Tindouf in Algeria, al di là di un muro fortificato lungo quasi tremila chilometri. I più fortunati e obbedienti di loro sono tollerati ma irrimediabilmente costretti a ruoli subalterni e lavori di manovalanza. La nostra guida locale, Mohamed, è uno di loro. Meno di tre ore più tardi i primi raggi di sole rivelano un clima di apparente normalità nella grande piazza antistante l'albergo e nei vicoli polverosi che si dipanano tutto intorno. Il terrazzo del Sahara Regency è un punto d'osservazione privilegiato dal quale si domina il centro abitato di Dakhla e la penisola pianeggiante che lo cinge. Gruppi di bambini si rincorrono chiassosamente verso la scuola, gli uomini conversano seduti ai tavolini di un caffè e alcune donne velate si dirigono frettolosamente al mercato mentre per i militari in strada inizia un nuovo giorno di lavoro. Per alcuni minuti rimaniamo a osservare la vita che ci scorre attorno, provando invano a immaginare cosa significhi convivere con una quotidianità come questa. Oltre al nostro albergo e una chiesa risalente al periodo dell'occupazione spagnola, gli unici edifici effettivamente completi sono le caserme, i palazzi governativi e le moschee: tutto il resto, strade comprese, ricade nella categoria degli interminabili 'lavori in corso', un'eredità di macerie lasciata da decenni turbolenti. Verso est, a poche centinaia di metri da qui, le placide acque del Rio de Oro riflettono la luce rosa dell'alba. A sud, oltre la città, si intravede la superficie del mare increspata dalle correnti scure della laguna, mentre guardando a ovest, oltre l'aeroporto, si scorge l'inconfondibile distesa blu cobalto dell'Atlantico. È lì che puntiamo una volta caricato il 4X4 di Muhamad. Purtroppo per noi surfisti, la costa è un punto nevralgico di questo precario equilibrio sociale. Prima di raggiungere il mare veniamo fermati diverse volte ai posti di blocco: una pratica noiosa che purtroppo fa parte della quotidianità in tante aree dell'Africa occidentale. L'ufficiale di guardia stavolta sembra più determinato del solito: sfoglia le pagine dei nostri passaporti come se sperasse di trovare un pretesto per impedirci di proseguire, ripete nomi e nazionalità a voce alta studiando i nostri volti e dopo averceli riconsegnati rivolge un cenno sprezzante a Mohamed. Una rudimentale striscia chiodata disposta di traverso sull'asfalto viene spostata, i fucili delle guardie si abbassano. Mohamed ringrazia nel dialetto locale asciugandosi la fronte. Noi tiriamo un sospiro di sollievo non appena lasciamo la base e puntiamo verso la costa. Superata una piccola altura, la pista degrada dolcemente verso l'oceano e la vista si apre su un'ampia baia, proprio quando un set di onde finisce la sua corsa sulla battigia. Un branco di cani rabbiosi insegue la macchina fino alla base del cliff roccioso dove ci fermiamo a osservare lo spot. Il lineup ricorda molto Anchor Point in Marocco. Con una mareggiata sui cinque piedi come questa, sezioni ripide si alternano a spalle più lente, frangendo per almeno duecento metri. La vista delle lunghe destre innesca la frenesia nel nostro piccolo gruppo costituito interamente da regular-footers. In anni di esplorazione non ricordiamo di esserci mai imbattuti in un lineup così perfetto nel primo giorno di un trip: in pochi minuti disseminiamo tutti i nostri averi in un raggio di venti metri nel tentativo di recuperare tavole e mute ancora imballate. Tutte le ansie e le sensazioni di disagio del viaggio spariscono con la prima duck dive. Per il resto della giornata facciamo la spola fra il point e il bivacco improvvisato sulla spiaggia. Come prima session fotografica non avremmo potuto chiedere di meglio. Quasi tutti gli stili di surf sono rappresentati contemporaneamente di fronte alla lente di John: Sam danza su e giù per i nove piei del suo longboard volando leggero alla Dave Nuhuiva, Tristan sfoggia un piccolo mini-gun single fin con il quale traccia linee pulitissime in stile '70s, Erwan invece approfitta di ogni sezione che gli si presenta di fronte per spiccare il volo su una modernissima tavola in epoxy. Al tramonto siamo esausti. Quando facciamo ritorno in città è ormai buio e per le strade aleggia un'atmosfera stranamente rassicurante: probabilmente ci siamo già abituati a questo pseudo-coprifuoco, o semplicemente siamo tutti troppo stanchi per prestargli attenzione. Con centinaia di chilometri di costa da esplorare e decine di potenziali spot da controllare, la mattina successiva decidiamo di metterci in macchina di buon'ora. Un rapido check al point surfato ieri ci conferma che la mareggiata è ancora consistente e, a fatica, seguiamo le indicazioni di John, che vuole proseguire lungo la costa invece di fare un'altra session qui. La nostra prossima tappa è un'insenatura a pochi chilometri dalla capitale, un setup poco promettente nelle immagini di Google ma che decidiamo di controllare ugualmente più per curiosità che per altro. La strada costiera attraversa una zona industriale dismessa e una discarica a cielo aperto prima di ricongiungersi con l'oceano, dove la mareggiata sembra essere considerevolmente più piccola rispetto ai tratti più esposti. Per alcuni minuti perdiamo di vista il mare a causa di un alto muro che cinge il nulla. Poi, così com'è iniziato, il muro termina lasciando la vista libera di spaziare su uno spettacolo davvero insperato: lì dove nella migliore delle ipotesi ci saremmo aspettati di trovare una piccola onda da longboard, per qualche strano fenomeno di rifrazione c'è uno dei point su sabbia più sensazionali che abbia mai visto. Neppure the Pass o Broken a Byron Bay, miei spot di riferimento nell'inverno appena trascorso, possono competere con questo setup di sabbia e falesie. Una lunghissima secca sembra amplificare il respiro dell'oceano creando onde talmente perfette e lunghe da non sembrare neanche vere. Dal nostro punto di osservazione è difficile stimarne la misura, ma sono di certo surfabili e la perfezione con cui srotolano ci lascia senza parole: la lineup è talmente lunga che quando una serie sta per esaurire la sua corsa nell'inside, le prime due o tre onde del set successivo hanno già iniziato a frangere in cima al point accarezzate da un leggero vento da terra. Se c'è una cosa che avrei dovuto imparare nella mia vita di surf-explorer è che le onde migliori rompono sempre dove meno te l'aspetti, e invece, ancora una volta, mi ritrovo a grattarmi il capo di fronte a tanta inaspettata perfezione. Senza perdere altro tempo piombiamo nuovamente in quello stato di frenesia nel quale tavole, mute, pinne e obiettivi vengono sparati in ordine sparso dall'auto verso l'esterno. A riportarci alla realtà sono due soldati dall'aria annoiata che escono da una guardiola diroccata. Sembrano spazientiti dalla nostra presenza. Non perdono tempo a informarci che ci siamo introdotti senza permesso in una zona militare e ci invitano a riprendere le nostre cose e allontanarci immediatamente. A poco servono gli scambi di convenevoli, le sigarette e la cioccolata che offriamo loro sperando di strappare il consenso per una breve session. I due sono irremovibili e le nostre insistenze sembrano innervosirli ancora di più. «Non se ne parla' a meno che non abbiate l'autorizzazione», tuona uno dei due prima di congedarsi. Una rapida occhiata di Mohamed ci fa capire che fanno sul serio e che è meglio allontanarsi prima che la situazione precipiti. Recuperiamo le nostre cose e rivolgiamo un ultimo sguardo alle onde prima di andarcene, cercando, invano, una sezione lenta, un closeout o un difetto qualsiasi che possa mitigare la nostra delusione. «Ci serve un'autorizzazione. E ci serve a ogni costo!» sono le uniche parole che Callahan proferisce prima di distogliere lo sguardo dall'oceano e far cenno a Mohamed di proseguire. Nella settimana che ci resta, continuiamo a esplorare la costa in lungo e in largo alla ricerca di onde, e per nostra fortuna alcuni degli spot che abbiamo marcato sul GPS si rivelano eccezionali. Un point in particolare, incastonato in uno spettacolare anfiteatro di altissime falesie, ci regala per giorni condizioni memorabili diventando una piacevole costante nelle nostre giornate. Mentre surfiamo, in cima al cliff fervono i preparativi per l'imminente apertura della stagione della pesca al polpo: centinaia di barche di legno vengono riparate, verniciate e messe a punto prima di essere portate in spiaggia e allineate. Il villaggio brulica di attività con centinaia di persone indaffarate attorno agli scafi e alle nasse. Dal lineup riusciamo a udire chiaramente i colpi dei martello dei calafatari che assemblano il fasciame. A lavoro ultimato, ogni barca viene issata su un trattore e trasportata sulla spiaggia dando vita a una colorita processione che va avanti per giorni. Dalla sommità del cliff la vista della baia colma di barche è affascinante, ma la realtà con cui si confrontano ogni giorno i pescatori è tutt'altro che idilliaca: per tutta la stagione della pesca, infatti, vivono senz'acqua corrente nè elettricità, circondati da immondizia ed escrementi in tende tenute assieme con corde di nylon e bastoni, assolutamente insufficienti nel freddo della notte sahariana. Molti di loro sono giovani che tentano di guadagnare qualche soldo per fuggire in Europa. Sui loro volti non è difficile cogliere lo stupore nel vedere un gruppo di europei giunti fin qui solo per giocare tra le onde. L'unico a non essere sorpreso della nostra presenza è Drousi, il solo pescatore di etnia Saharawi nel villaggio. Drousi non partecipa ai preparativi. A cavallo di una grossa camera d'aria dotata di un fondo di legno, nuota fino alla lineup dove cala una serie di nasse per poi fare ritorno al villaggio utilizzando le onde del point. Nonostante la camera d'aria sia pressoché ingovernabile, Drousi riesce a mantenere la traiettoria sulla parete anticipando le sezioni pericolose. Prima di tornare al villaggio, non disdegna di trattenersi con noi a condividere la mareggiata. In un paio di occasioni, da bravo local, riesce anche a droppare Sam e il sottoscritto dimostrando quanta dimestichezza ha con il suo homespot. Quando gli chiediamo come sia iniziata la sua avventura fra le onde, ci risponde che, non avendo voglia di rischiare la vita in alto mare, ha deciso di mettersi in proprio. «Perché dovrei svendere il pescato a una cooperativa e dividere i guadagni con altre centinaia di pescatori, quando posso pescare granchi di fronte al mio villaggio, venderli privatamente e surfare ogni giorno?» Il ragionamento non fa una piega, e prima di salutarci gli dimostriamo il nostro apprezzamento regalandogli una muta con cui sostituire la sua, completamente logora. Oltre a surfare fino allo stremo Drousi's Point, tentiamo di ottenere l'autorizzazione per poter surfare all'interno della zona militare. Dopo essere usciti a mani vuote da una dozzina di appuntamenti con funzionari governativi, amministratori locali e comandanti delle forze armate, ci rendiamo conto che le possibilità di poter surfare lo spot 'legalmente' sono pressoché nulle. Vista la mareggiata eccezionale prevista per i prossimi giorni e il poco tempo rimasto, decidiamo di forzare un po' la mano con i militari di guardia. Il piano che mettiamo a punto si basa essenzialmente su tre fasi: sfruttare l'effetto sorpresa, usare la proverbiale faccia tosta di John e fare affidamento su una buona dose di fortuna. Il piano prevede che Callahan, provvisto di una fotocopia 'autenticata' della richiesta di autorizzazione, raggiunga il point a piedi mentre noi raggiungeremo il picco alla spicciolata. Nel frattempo, Mohamed aspetterà con l'auto in una baia poco lontana. Se qualcosa dovesse andare storta, potremmo facilmente raggiungerlo via mare nuotando con la corrente. All'unanimità stabiliamo che il piano sia messo in atto nel tardo pomeriggio dell'ultimo giorno del trip, in modo da rendere più difficile, per le guardie, verificare l'autenticità dell'autorizzazione e trovarci in caso di fuga: vista l'ora infatti, gli uffici del comando saranno probabilmente chiusi. «Male che vada» ' continuiamo a ripeterci «ci chiederanno di andarcene come la volta scorsa». Con grande sorpresa, il giorno della spedizione tutto fila liscio come l'olio: dal lineup osserviamo le guardie mentre tentano di decifrare quel foglio di carta dall'aspetto ufficiale, per poi allontanarsi verso la casupola dubbiosi lasciando John e la sua attrezzatura al loro posto. Questo ci lascia il tempo di prendere onde a ripetizione per circa un'ora e di riempire un paio di memory card prima che i due facciano ritorno. Le onde, assolutamente fenomenali, pelano velocissime lungo il bordo della secca alternando sezioni tubanti ad altre più manovrabili. Prima che i soldati si rendano conto di cosa sta succedendo tutti prendiamo onde memorabili. Quando le guardie fanno di nuovo la loro comparsa, temiamo il peggio per John, poi, una di loro accetta una sigaretta. È un segnale che l'atmosfera è distesa sulla spiaggia e che non serve scappare. Prendiamo un'ultima onda e li raggiungiamo sulla riva. «Va bene signori, dal comando hanno detto che potevate surfare solo per un'ora ' c'est terminè!» ci informano le guardie. Senza fare ulteriori domande su chi o come abbia autorizzato questa estemporanea session, ringraziamo e ci allontaniamo a passo spedito. «E ora che si fa?» chiede Erwan mentre ci avviamo verso l'auto. «Si va diretti in aeroporto prima che cambino idea!».

Emiliano, Sam, Erwan, Tristan e John desiderano ringraziare il Sahara Regency Hotel per l'ospitalità e l'ottimo servizio. www.sahararegency.com

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