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EUGENIO BARCELLONI

a cura di MATTIA STOCCHI Condividi SurfNews

Nonostante sia uno dei pochi rider italiani effettivamente inseriti nel panorama surf internazionale, Eugenio non cade negli stereotipi di superficialità e arrivismo tipici della sua generazione. Badare 'al sodo', per Eugenio, significa proseguire gli studi all'università, stringere rapporti affidabili con i suoi sponsor, essere rispettato negli spot che contano (Maui e costa laziale in testa) e, soprattutto, infilarsi in alcune delle onde più grandi e impegnative mai cavalcate da un surfista italiano. NZ

Ricordi quando è stato il tuo primo approccio con il surf?

Era il 1998, avevo 11 anni. Vidi l'articolo di Jaws con Laird Hamilton sul National Geographic. Rimasi incredulo guardando gli scatti, non pensavo esistessero onde cosi grandi! La prima cosa che mi venne in mente fu: «io nella vita voglio fare questo!» Poi con il passare del tempo (e dopo diversi tentativi con i miei genitori) imparai il bodyboard, lo strumento più idoneo per stare a contatto con il mare e passare poi alla tavola.

I tuoi genitori cosa ne pensavano? Assecondavano le tue scelte nel surf?

I miei genitori hanno sempre sostenuto le mie scelte. Sono due persone che hanno viaggiato molto e mi hanno sempre dato consigli su come riuscire al meglio in quello che faccio. Grazie a loro ho avuto l'opportunità di scoprire le onde dell'oceano fin da piccolo. Viaggiare e coltivare una passione ti fanno crescere e maturare. Ti danno una determinazione e una direzione di ricerca difficilmente reperibile in altri sport, che influenza la tua vita anche fuori dall'acqua.

Come va con gli allenamenti, riesci a conciliarli con lo studio?

Fortunatamente si. Mi sono sempre mosso pensando al futuro. Certo, ho sempre dato al surf la priorità nella mia vita, ma nonostante questo penso che saper fare più cose, avere diverse vie di fuga aiuti a non perdere la rotta. Non si sa mai come possa andare a finire questa strana esistenza!

Negli ultimi anni in Italia il surf è cresciuto, cosa ne pensi?

Il surf in Italia è cresciuto negli ultimi quattro anni più che nell'intero decennio precedente. Una nota positiva è stata la partecipazione alle gare italiane di surfisti che non hanno mai vissuto in Italia, provenendo di conseguenza da realtà e nozioni diverse di surf e contest. Anche la partecipazione sempre più frequente di atleti italiani alle competizioni internazionali ha alzato il livello tecnico, le gare oggi sono più spettacolari e le strategie più professionali.

Quali sono stati i viaggi che ti hanno ispirato maggiormente?

I miei viaggi come surfista sono stati molti. Hawaii, Indonesia, Cile, Costa Basca, Australia, California, Canarie. Ma non sono uno che viaggia 'estensivamente' solo per vantarsi dei posti che visita. Mi viene quindi difficile pensare al migliore, in quanto ciascun luogo ha le sue particolarità e le sue diversità e ognuno ti può cambiare, nel bene e nel male. Per quanto riguarda la perfezione delle onde probabilmente i viaggi più proficui sono stati quelli alle Hawaii e alle Mentawai. Questi due posti messi insieme raggiungono un mix di potenza e perfezione difficile da trovare negli altri spot del globo.

Ti piace molto viaggiare, ti chiedi mai dove potrà essere un giorno la tua casa?

Da sempre amo viaggiare, ma più cresco e più mi accorgo che il mio modo di vivere i viaggi sta cambiando. Prima il mio unico interesse era relativo a onde oceaniche e spot, ora invece riesco ad apprezzare un viaggio fino in fondo, sforzandomi sempre di imparare tutto quello che nuove isole o continenti possono offrirmi. In quanto al posto ideale dove vivere un giorno? Beh credo che il mio ideale di 'casa' sia lo stesso di tutti i surfisti del Mediterraneo: un luogo con onde perfette e solitarie, magari in un paese stimolante anche dal punto di vista culturale.

Come ci si sente quando ci si trova sulla cresta dell'onda? Cosa ti immagini?

La sensazione che dà cavalcare un'onda è unica e irripetibile! So sempre con certezza che la prossima onda non sarà mai come quella appena surfata. Il surf non è uno sport monotono, permette anzi di esprimere se stessi con lo stile che più ci rappresenta. Quando scendo un'onda cerco di essere veloce, penso a quale sia la manovra più adatta alla sezione che ho di fronte. Cerco di entrare in sintonia con le condizioni meteomarine ed essere il più naturale possibile, senza pensare in termini linguistici ma usando solo l'istinto.

Come ci si sente ad essere l'unico italiano a praticare town-in?

Mi sento fortunato e cosciente di quanto sia importante questa disciplina nel Big Wave e di quanto impegno essa richieda. Praticare il Tow-in rende necessaria un'ottima preparazione fisica. Il posizionamento e il take-off sono più facili del normale, ma bisogna sempre ricordare che sopra i 3m le onde possono ucciderti e che affrontarle senza il giusto training fisico e mentale rappresenta un vero e proprio suicidio! Pratico town-in sempre fuori dall'Italia ovviamente, e questo rende il tutto anche molto costoso.

Purtroppo l'Italia, non avendo la frequenza dell'oceano, rende più lunga la curva d'apprendimento. Che ne pensi?

In effetti questo è il problema principale, però vedo che anche tra le persone più grandi c'è ottimismo. Imparare questa disciplina in Italia, in verità, è conveniente perchè le onde non sono mai troppo grandi. Solo chi entra in sintonia con il clima si appassiona veramente e riesce a progredire, anche stilisticamente. Per quanto riguarda la situazione italiana penso che il livello degli atleti si stia alzando sempre di più, e che quindi col tempo sicuramente si avvicinerà a quello dei paesi europei dove il surf è più evoluto.

Preferisci il confronto all'interno dei contest o il freesurf?

Preferisco il freesurf perchè mi fa sentire libero e mi estranea dalla vita quotidiana. Senza nessuno che mi giudica riesco a essere più radicale e creativo. Però quando le onde sono grandi esce la grinta che c'è in mè cambiando il mio modo di stare in acqua. In quei casi allora le gare mi appassionano e diventano fondamentali per confrontarmi con gli altri e migliorarmi. Mi piace la sfida, ma mi scoraggio quando vedo le gare con onde pessime, organizzate con mezzi di fortuna, senza tener conto delle esigenze degli atleti.

Programmi per il futuro?

Innanzitutto sviluppare attraverso i media la scena surfistica italiana, spingendo soprattutto ciò che ancora stenta a evolversi qui in Mediterraneo: il big-wave riding. Può sembrare contraddittorio ma ci sono molte giornate, specialmente in inverno, in cui le onde raggiungono standard oceanici, superando abbondantemente i 3m di altezza. In quei giorni, anche in Mediterraneo, serve una tavola pin-tail e una buona dose di esperienza, l'importante è crederci! In secondo luogo viaggiare e documentare luoghi poco noti alla scena del surf, luoghi che a volte si rivelano migliori dei soliti posti già visti e rivisti. E poi naturalmente partecipare (e magari anche iniziare a organizzare) a manifestazioni nazionali e internazionali per spingere il lato 'green' e sostenibile del nostro sport. L'esempio dei Redemption Day di Reef calza a pennello.

Ringraziamenti di rito?

Ringrazio molto i miei genitori per tutto il sostegno che mi hanno sempre dato; la famiglia Loffreda, che mi ha adottato; grazie a Fabrizio e Ferdinando per avermi insegnato il giusto approccio a quest'arte, ma soprattutto per avermi portato da piccolo alle Hawaii, facendomi affrontare da subito condizioni serie. Ringrazio i miei sponsor: Reef nei nomi di Manu Portet ed Eleonora Frascella, non ho mai visto una persona dedicare cosi tante energie alla scena surf! Infine Michele Ceribelli di Gillo Eyewear e Mike Pireddu di 69 Slam. Grazie di cuore.

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