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LE CHIAVI DEL REGNO

a cura di DI BRAD MELEKIAN E SURFNEWS Condividi SurfNews

DALLA NARRAZIONE TRIBALE ALL'INFORMAZIONE GLOBALE.
UNA RIFLESSIONE SU SURF, ESPLORAZIONE E COMUNICAZIONE

La corsa alla ricerca di nuove onde e di nuove aree surf rappresenta, da almeno sessant'anni, uno dei capisaldi della nostra cultura. La percentuale di pagine dedicata dalle testate di settore ai surftrip e alla surf-exploration, è altissima. La guida stessa che tenete in mano è frutto di questa ricerca/mania che ha caratterizzato il nostro sport fin dai suoi primi contatti con l'occidente e che ora suscita non pochi dibattiti. Prima di immergersi nella contemplazione delle onde e dei luoghi proposti in questo volume, serve, infatti, porsi qualche domanda. La 'caccia al tesoro' che come surfisti portiamo avanti, ha reso il nostro mondo migliore o peggiore, più piccolo o più grande?

Per quanto scontato possa sembrare, la risposta a questa spinosa domanda va ricercata nel magazzino di Surfer Magazine a San Juan Capistrano. Dodici scaffali nell'angolo più buio dello stabile, contengono le copie originali del Surf Report, la prima guida per viaggiatori-surfisti, comparsa sul mercato nel 1980. Chi surfa e viaggia da più di un decennio li ricorda di sicuro. Si trattava di fascicoletti gialli, formati da sei pagine puntate. Ognuno di loro (ndr: quello sull'Italia fu curato da SurfNews nei primi anni '90) riportava in copertina una mappa della nazione, zona o regione di pertinenza. All'interno nessuna fotografia, solo l'elenco/descrizione delle onde migliori, un'infarinatura generale sulla cultura del posto e qualche indicazione su ospedali, hotel e ristoranti. Il prezzo in copertina $5.99, parla chiaro: per la prima volta nella nostra storia, qualcuno stava vendendo 'le chiavi del regno'. A ventotto anni da quel giorno, i libri e le surf-guide sono diventati un business milionario, con edizioni costantemente aggiornate, mappe in 3D, foto da acquolina in bocca e informazioni di ogni tipo. Quello che questo tipo di pubblicazioni non ti dicono, è che quei pallini sulla mappa non rappresentano solo onde da visitare e sfruttare, ma località reali in cui le persone vivono, lavorano e interagiscono. Prima del Surf Report e del boom dei viaggi, le indicazioni per raggiungere questi luoghi venivano tramandate quasi solo oralmente. Ed era discrezione del narratore scegliere i destinatari delle rivelazioni, basandosi soprattutto sul loro livello di esperienza e sulla capacità di mantenere un segreto o di interagire con un dato luogo. Purtroppo, nel momento stesso in cui il primo Surf Report andò in distribuzione, la nostra cultura ha smesso di essere orale lasciandosi alle spalle i filtri che la comunicazione diretta tra persone reali normalmente imponeva. Non che i surfisti abbiano smesso di chiacchierare attorno al fuoco o nel parcheggio dello spot di turno, ma le informazioni in loro possesso hanno travalicato le relazioni personali utilizzando altri e ben più pericolosi canali di diffusione. Le nozioni prima condivise dall'elite dei surfisti più navigati, ora sono accessibili a chiunque abbia una connessione internet o i soldi per un libro, indifferentemente dal suo grado di abilità in mare o devozione. E non serve neanche più pagare per ottenere gli imput necessari visto che la rete ce li fornisce 24 ore al giorno gratuitamente. Una cosa rassicurante ancora c'è: le nozioni reperibili sono, ovviamente, di seconda mano. L'esperienza del viaggio e del surf richiede una dose di determinazione e preparazione reperibile solo sul campo e che nessun blog o libro può fornire. Internet, in particolare, è un luogo ambiguo in cui il rapporto tra reale e virtuale espone il surf a grossi pericoli. Un sito o anche una semplice persona sono in grado di svendere, anzi regalare in un istante, quello che le generazioni precedenti hanno impiegato anni a scoprire. Non voglio fare nomi di siti per non alimentare questa tendenza. Molti di loro, però, si spacciano come una versione moderna del falò in spiaggia, un luogo virtuale attorno al quale i surfisti gravitano scambiandosi pareri e consigli. Purtroppo nessuno si incontra realmente in un forum, e lo scambio di informazioni diretto è molto limitato. Tutti infatti visitano gli stessi luoghi virtuali, condividendo le informazioni che contengono. Il passaggio dalla cultura orale a quella scritta e digitale ha reso tutto più freddo e ci fa rimpiangere i tempi del Surf Report, quando le informazioni erano vendute dalla redazione di una rivista fatta da surfisti per surfisti. Internet ci ha tolto l'ultima parvenza di controllo sulle informazioni consegnandola, in nome del mercato e del profitto, nelle mani di un'entità onnipotente e completamente priva di morale che ha il potere di cambiare luoghi, persone e persino il modo in cui esse viaggiano e si conoscono. Risfogliandoli oggi, quei fascicoletti gialli sembrano reperti archeologici. Ovviamente non c'è niente che possiamo fare per cambiare questa situazione. La rete è solo un riflesso della cultura che abbiamo creato e di cui facciamo parte. Un ordine di cose che precede e sopravvive l'esperienza del surf. Inoltre è nostro diritto 'conoscere': tutti abbiamo, giustamente, sete di informazione e pensiamo di meritarla. Ma mentre prima della rivoluzione di internet a decidere erano i più anziani della comunità, ora le informazioni, soprattutto quelle sugli spot, sono disponibili a tutti indifferenziatamente. E a nulla servono le lamentele dei veterani contro l'affollamento in acqua: a partire dal 1980 l'informazione, anche quella surfistica, ha aperto i suoi cancelli. Possiamo tentare di arginare la falla, lamentarci fino all'esasperazione, ma i nostri sforzi saranno destinati a fallire. Anche perchè le informazioni sono in circolazione da ben prima dell'invenzione della rete e delle surf-guide. Quasi mezzo secolo ci separa dalla prima edizione di un surf magazine (il primo su Surfer Magazine nel 1961) e addirittura sessant'anni dal primo surf movie (Hawaiian Surfing Movies, Bud Browne 1953). Il surf è supportato da un mercato enorme, che ha come obiettivo quello di espadersi. E tutti sappiamo che quando gli ingranaggi del marketing prendono il sopravvento, a poco servono le lamentele dei singoli praticanti. La concezione 'romantica' di surftrip sta definitivamente tramontando. È per questo che il nostro mondo sta diventando più grande o più piccolo, a seconda dei punti di vista. Un'orda di jet-sky, elicotteri e barche esplicitamente disegnate per la surf-exploration stanno sfruttando onde sempre più remote, esclusive e pericolose. Ogni giorno nuovi spot vengono scoperti e mitizzati sui media, siano essi al Polo Nord o in qualche remota isola polinesiana. E se da un lato questo implica un allargamento della nostra area di influenza, dall'altro ci dice che il nostro mondo sta diventando sempre più piccolo e che le condizioni ideali per la pratica del surf, cioè onde perfette e deserte, stanno diventando via via più difficili da trovare. La sovrabbondanza di informazione ci sta aiutando a sfruttare meglio le nostre risorse o sta solo richiamando folle di irrispettosi verso gli spot più famosi? Ognuno la può vedere come meglio crede, chiunque può raccogliere informazioni accuratissime, spingersi ai limiti estremi del mondo conosciuto, raggiungere gli avamposti del mondo surfistico, ma, fortunatamente, serve ancora una buona dose di coraggio e di pratica per estrarre dalle onde l'adrenalina di cui ognuno di noi si nutre. Senza coraggio e determinazione, senza coscienza culturale e rispetto per le comunità locali (qualità ben rare sulle pagine internet), ogni viaggio resta una chimera, ogni avventura un guscio vuoto, un'imitazione mal riuscita del messaggio originale.


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