Home Page
BANGLADESH

a cura di Stuart Butler Condividi SurfNews

È l'ora di punta in capitale ma nulla si muove. Centinaia, forse migliaia di risciò a pedali sono imbottigliati in un ingorgo colossale ma assolutamente sostenibile: un mosaico a tinte sgargianti in puro bollywood-style, un tintinnio di campanelli da far scoppiare i timpani ma neanche un tubo di scappamento. Un oceano di occhi osserva ogni mio movimento. Un torrente di domande mi investe nella stasi: «come ti chiami?», «da dove vieni?», «ti piace il nostro paese?» Prima di riuscire a rispondere ai miei vicini di ingorgo, qualcuno mi dà un colpetto sulla spalla. Mi giro, abbasso lo sguardo e vedo un signore anziano dal volto sorridente. Mi allunga una tazzina minuscola: «mister, grazie per essere venuto in Bangladesh. Le ho portato un po' di tè» poi scivola via nella selva di risciò immobili e torna al suo negozietto.

Mettiamo un paio di cose in chiaro prima di iniziare. Non sono un grande amante delle gare di surf e men che meno del fondamentalismo religioso. Lo stesso ho attraversato mezzo globo per assistere a una gara di surf organizzata da un gruppo di fondamentalisti cristiani! So che starete pensando: «Bangladesh? Strano posto in cui fare una gara!». Questo era ciò che pensavo anche io prima che la Lonely Planet mi spedisse laggiù ad aggiornare una della loro guide. Il Bangladesh è famoso soltanto per due cose: la miseria e le alluvioni. E invece, questa povera nazione del sudest asiatico ha molto da insegnarci. Infatti, mentre i così detti paesi ricchi sostengono che sia troppo costoso mettere al bando i veicoli a benzina e diesel, il Bangladesh è andato controcorrente abolendo i motori a scoppio nei suoi due maggiori centri urbani e bandendo l'uso delle inquinanti buste di plastica, sostituite da borse in iuta. Il Bangladesh riserva sorprese anche da un punto di vista paesaggistico, non per ultimo il fatto che le sue spiagge, che si affacciano sul Golfo del Bengala, vantano onde di buona qualità e una crescente comunità surfistica. La storia del surf in Bangladesh cominciò nel 1990 quando un ragazzino di otto anni, Jafar Alam, camminando lungo la spiaggia della sua città natale, Cox's Bazar, vide un australiano tra le onde su una tavola. Affascinato, il ragazzino si sedette a godersi lo spettacolo e quando l'uomo finalmente uscì dall'acqua gli chiese se volesse vendergli la tavola e insegnargli a 'camminare sull'acqua'. L'australiano, che evidentemente non brillava per generosità, squadrò il bimbo dalla testa ai piedi e gli disse che gli avrebbe venduto la tavola per 200 dollari. Jafar, non avendo mai sentito parlare di dollari, rimase imperturbabile e gli rispose che gli avrebbe dato 2000 taka (l'equivalente di 20 dollari), somma per la quale, qualche giorno dopo l'australiano accettò. Jafar tuttavia aveva un piccolo problema: non possedeva nemmeno 20 delle 2000 taka promesse, così, disse alla madre che gli servivano quei soldi per pagare le tasse scolastiche e, grazie a questa bugia, concluse l'affare. L'australiano, gli diede la tavola ma si tenne leash e paraffina e si rifiutò di impartirgli le lezioni promesse. Jafar trascorse i successivi tre anni usando la tavola come bodyboard. La polizia, però, cominciò a farsi un'idea piuttosto sinistra del suo giocattolo a forma di missile e tentò diverse volte di arrestarlo. Jafar fu costretto a surfare per anni in uno spot nascosto. La sua vita da bodyboarder 'fuorilegge' proseguì fino al 1993 quando, accendendo la televisione, vide una tavola come la sua e una persona che la cavalcava in piedi! Il giorno dopo Jafar rimase dalle otto del mattino fino alle sette di sera in mare, cercando di prendere onde in piedi, un'impresa piuttosto disperata senza paraffina. Ma Jafar ci provò il giorno dopo, e quello dopo ancora e così per anni finchè nel 2001 la vita gli offrì una seconda possibilità. Una mattina mentre era in mare, notò un gruppo di occidentali che lo guardavano dalla spiaggia. A Cox's Bazar la vista di stranieri era una cosa abbastanza inusuale, ma fu qualcos'altro a catturare la sua attenzione: anche loro avevano delle tavole come la sua. Lo avvicinarono, uno di loro si presentò come Tom Bauer. Era un missionario cristiano delle Hawaii, fondatore di Surfing the Nations, un'organizzazione il cui scopo è quello di diffondere il cristianesimo attraverso il surf. Il gruppo presto lasciò il Bangladesh ma alcune settimane dopo Jafar ricevette un suo messaggio. Tom voleva sponsorizzarlo e portarlo a Bali. Il servizio immigrazione ostacolò a lungo la sua partenza ma alla fine riuscì a raggiungere l'Indonesia. Jafar rimase shockato dalla quantità di stranieri presenti sull'isola e dalla dimensione delle onde di Kuta. Non aveva mai surfato con altre persone prima di allora, né tantomeno aveva idea delle precedenze. La sua prima surfata fu coronata da diverse strigliate da parte di locali e stranieri. Grazie a Surfing the Nation, Jafar ricevette però la sua prima tavola nuova. Tom inoltre gli comunicò che gli sarebbe piaciuto tornare in Bangladesh con lui e fondare un surfclub. Da allora il surf in Bangladesh crebbe in maniera esponenziale grazie alle tavole (questa volta corredate di leash e paraffina) che Surfing the Nations elargì al club. Tutta questa generosità però aveva un prezzo: Jafar avrebbe dovuto insegnare ai suoi connazionali, di ambo i sessi, a surfare! A prima vista insegnare surf ai propri coetanei non sembrerebbe una condizione tanto gravosa. Non bisogna dimenticare però che il Bangladesh è una società tradizionalista, dove una ragazza che fa surf e si aggira per la spiaggia poco vestita viola svariati i tabù. Le donne, qui, per surfare hanno bisogno di un livello di dedizione e determinazione che va ben oltre quello delle coetanee occidentali. Nel 2003 venne organizzato il primo contest: l'Aloha Surf Classic Bangladesh e tutti e quindici i surfisti del paese parteciparono alla gara. Quest'anno la manifestazione è giunta alla quarta edizione e il numero di partecipanti è salito a quaranta, suddivisi nelle categorie uomini, donne, surfboard, bodyboard, skateboard e skimboard. Più della metà di loro sono ragazze; una percentuale che probabilmente non ha pari in nessun altro paese al mondo! Sono passati pochi anni dalla mia prima visita, ma al mio arrivo, quest'anno Cox's Bazar è irriconoscibile. La spiaggia è gremita di gente. Questo contest infatti ha un seguito di pubblico da far invidia a qualunque evento del WCT. Trascorro i primi giorni ad ambientarmi, incontrando Tom e gli altri membri di Surfing the Nations e chiacchierando con Jafar e i numerosi locali. Vista la massa di bagnanti presenti tra le onde decido di esplorare le spiagge a sud trovando un mondo completamente diverso. Un patchwork di campi di riso, alberi di mango e allegri villaggetti, il tutto orlato da verdi colline e da centinaia di onde deserte. Una sera, dopo aver speso il pomeriggio negli spot fuori città, mi si presenta finalmente l'occasione di porre a Jafar la domanda che mi rimbalza in testa fin dal nostro primo incontro. «Cosa ha fatto di concreto Surfing the Nations in Bangladesh? E tu sei stato costretto a cambiare credo?». Jafar (che nel frattempo grazie ai soldi dei cristiani è stato quattro volte a Bali, una in Sri Lanka e riceve uno stipendio mensile per gestire il surf club) controlla che nessuno stia sentendo e mi spiega la situazione: «Sono musulmano. Tom e Cindy (sua moglie) non mi hanno imposto nulla. Altre persone di Surfing the Nations però mi hanno invitato a pregare il loro dio e a leggere la Bibbia, ma io preferisco restare musulmano. Una volta a Bali un attivista di Surfing the Nations si arrabbiò molto con me perché non ero cristiano ma io non voglio essere costretto a diventarlo. Ai Mullah il loro atteggiamento non piace. Pensano che i cristiani stiano cercando di comprare la gente. Molti genitori non vogliono che i loro figli, specialmente le femmine, vadano a fare surf perché non voglio perdere la faccia». Arriva il giorno della gara e io davvero non so cosa aspettarmi. Ci sono bandiere, sponsor, cineprese, megafoni, lycre colorate e tutto quello a cui le gare di surf ci hanno abituato in Europa. L'atmosfera è divertente, impossibile negarlo. Famiglie di Dacca e gruppi di amici di Chittagong arrivano a fiotti, la gente si mette in posa per fare foto accanto alle tavole da surf, cibarie vengono distribuite gratis a tutti, un esercito di videocamere e di microfoni seguono Jafar e Tom nella speranza di un'intervista e dozzine di bambini hanno il loro momento di gloria mentre si sfidano tra onde di un metro d'altezza. Anche un vecchiaccio acido come me deve ammettere che forse Tom e i surfisti cristiani non sono cattive persone. Ancora non condivido le loro tattiche di veicolare la religione attraverso lo sport, ma le parole di Tom, durante la nostra prima cena assieme, mi sono sembrate sincere: «Non stiamo evangelizzando questi ragazzi. Siamo qui per cambiare in meglio la vita delle persone». E, a quanto pare, questo è esattamente quello che sta succedendo. La conferma mi arriva l'ultimo giorno di gara. Sono seduto con Erwan e Josh, miei compagni di viaggio, sul balcone del ristorante adibito a torre per i giudici mentre noto Kirsty, istruttrice di surf e campionessa mondiale di Kite, piangere in silenzio. In Asia meridionale, e nei paesi islamici in genere, l'onore di famiglia è un valore importantissimo che si basa principalmente sulle azioni delle figlie della casa. Appena raggiunta la fase pre-puberale la vita di una ragazza passa dalla dimensione del gioco a quella della cura domestica. Un comportamento sfrontato e stravagante, a questa età, può infangare il buon nome della famiglia. È il podio delle vincitrici la ragione delle lacrime di Kirsty. Le ragazze premiate, in tutto sei, fremono per l'emozione e a stento trattengono le lacrime. Loro sono quelle che non hanno temuto la vergogna: ognuna di loro stringe tra le mani un trofeo e tutte sono assediate dai media locali e internazionali, incluse la BBC e la televisione di Al-Jazeera. Per loro questo è un momento importantissimo: venendo oggi a gareggiare, hanno spinto i limiti culturali della loro società. Sono le vere ribelli del surf, le vere eroine del nostro stile di vita e la prova che il surf può davvero cambiare le cose.


Ricerca SurfNews
Articoli
A MARI ESTREMI

Abbiamo spesso raccontato la stretta relazione che lega, in Mediterraneo, ...
BANGLADESH

È l'ora di punta in capitale ma nulla si muove. Centinaia, forse ...
MOZAMBUSINESS

«Hei Rosko!' Il bimbetto mi raggiunge in un attimo, un sorriso a ...
THE RAINBOW SURFER

Antonia aspirò un tiro profondo, poi allungò il braccio verso ...
SOUTHERN MAINE

Posizionato all'estremo nordest del continente americano, lontano sia dalle ...
NORD ADRIATICO

Gennaio '09. Un'alta pressione di origine balcanica schiaccia il nordest ...
Archivio magazine »
Scarica gratis Surfnews Magazine