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THE MYANMAR ITINERA

a cura di Giacomo Zanni Condividi SurfNews

Storie di cambiamento e repressione armata in Birmania

Rangoon, settembre 2008. Una calma apparente regna tra le strade della ex capitale birmana. Il rumore della pioggia sull'asfalto avvolge in un torpore sonoro il viavai di persone e mezzi. I grandi alberghi, costruiti grazie al traffico di oppio e metanfetamine, dominano la skyline di questa metropoli, atipicamente calma rispetto alle brulicanti città del sudest asiatico. Spetta ad una improvvisa esplosione nei pressi del municipio ricordarci che questo torpore è solo apparente. Poco meno di un anno fa, lungo queste stesse strade, si consumava l'ennesimo abuso di potere della giunta militare al governo. Una pacifica manifestazione di protesta, nata a seguito dell'ennesimo aumento dei prezzi, venne infatti repressa con la forza. Centinaia di persone, tra cui un gran numero di monaci Theravada diventati simbolo del movimento di protesta, vennero tragicamente trucidate. Scontri sanguinosi si ebbero non solo nei quartieri del centro, ma in tutti i punti nevralgici della nazione. Arresti arbitrari, detenzioni illecite, stupri, uccisioni e torture, supportati da un black-out mediatico quasi totale, caratterizzarono quei tragici giorni di settembre.

TURISMO ED EMANCIPAZIONE

La situazione che ci attende fuori dal piccolo aeroporto oggi non è cambiata quasi per niente. È strano di per sé essere riusciti ad arrivare fin qui. Fino a poche settimane fa i visti non venivano concessi agli occidentali: uno strascico degli ultimi cruenti eventi. Le strade di Rangoon sono infatti sorvegliate dalle milizie armate dei Signori della Forza (Swan Arr Shin), sempre pronte a soffocare qualsiasi tipo di protesta o aggregazione spontanea. Il passaggio del ciclone Nargis nel maggio scorso, poi, oltre a causare centinaia di migliaia di morti, ha lasciato alcune regioni nella disperazione piu totale. La preoccupazione del governo, prima ancora di aiutare la gran massa di senza tetto, è stata quella di impedire a chiunque, occidentali in testa, di documentare le drammatiche condizioni della popolazione, vessata sia dalla natura che dalle istituzioni. La censura è totale e gli aiuti internazionali sono stati accettati solo con un forte ritardo e distribuiti dai militari in maniera dubbia e autoritaria. Nemmeno al segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, e alle varie organizzazioni internazionali è stato concesso di entrare nel paese. A tre mesi dal dramma, la regione del delta dell'Irrawaddy rimane offlimits per tutti i non residenti. Sono i funzionari dell'aeroporto a farcelo presente durante i controlli doganali. Consapevoli di ciò che è accaduto nell'ultimo anno, consapevoli almeno sulla carta della situazione attuale, abbiamo riflettuto non poco sul valore di questo viaggio. Basta consultare i siti delle organizzazioni umanitarie per rendersi conto degli abusi che questa popolazione è costretta a subire da quasi cinquant'anni e dei rischi che una spedizione di occidentali può correre nel tentativo di documentarli. Di fronte a notizie di tortura, controllo dell'informazione e lavori forzati ci siamo piu volte chiesti se fosse o meno etico, intraprendere un surf-trip. Alla fine abbiamo optato per un 'si' tutt'altro che sentito. Del resto la stessa Aung San Suu Kyi, nobel per la pace agli arresti domiciliari, per anni ha invitato i turisti stranieri a boicottare la Birmania ma recentemente ha riveduto le sue posizioni sostenendo che il contatto della popolazione con viaggiatori indipendenti può essere fonte di apertura. E cosi abbiamo sperato che fosse. Le teorie in tema di turismo sostenibile sono contrastanti. Le maglie del potere centrale sono estremamente larghe e capire le connessioni tra potere cantrale e strutture di ricezione per stranieri non è per niente facile. Seguire il proprio istinto, magari tenendosi lontani dalle grandi strutture alberghiere, resta l'unica via possibile. L'indipendenza economica è uno dei passi più importanti verso l'indipendenza politica e i singoli viaggiatori possono aiutare i nuclei famigliari a raggiungerla. Questo è ancor piu vero per i surfisti viaggiatori, capaci di entrare in contatto con realtà sociali e economiche ben diverse da quelle che incontra chi frequenta grandi strutture statali. La nostra presenza nella piccola comunità di Linn Thar, il villaggio scelto per questo servizio fotografico, ha sicuramente contribuito alla microeconomia delle famiglie che sopravviviono grazie ad un turismo fatto di rapporti diretti, non mediati dalle autorità. Peccato che l'unico gruppo di turisti presenti a Ngapali sia il nostro. L'orgoglio e la gratitudine negli occhi del cuoco del ristorante Best Friend, la cura e la disponilbiltà del personale della piccola guest house che ci ha ospitato per più di due settimane, sono una testimonianza palpabile di quello che che un viaggiatore consapevole può rappresentare. Per il giovane Kyon, pescatore di Ngapali beach, accompagnarci con la sua piccola imbarcazione verso il point break non è solo l'occasione per mostrarci i luoghi in cui è cresciuto, ma costituisce un nuovo e diverso modo di monetizzare la sua conoscenza del territorio e della costa.

LA REALTÀ OLTRE IL VETRO

Ci muoviamo da Rangoon all'alba del giorno successivo. I 290 km che ci separano dalla prima tappa sono i piu semplici. La strada, la principale arteria di comunicazione di tutto lo stato, congiunge Rangoon con l'importante centro di Mandalay, è in gran parte asfaltata e ci permette di raggiungere Pyay, sulle sponde del fiume Irrawaddy, in 'appena' otto ore. Questa strada rappresenta però una eccezione. Le parole dei nostri autisti, la sera prima della partenza, spiegano la situazione meglio di qualsiasi guida stampata: «very bad road my friend, rainy season, 20 hours driving». Il sistema delle comunicazioni interne è davvero precario, soprattutto nell'area costiera. Durante la stagione delle pioggie, che va da maggio ad ottobre, la pista che congiunge Pyay con la costa si trasforma in un sentiero fangoso che attraversa i pendii e le foreste dei monti Yoma. I quaranta chilometri che in linea d'aria ci separano dal mare richiedono una giornata di viaggio a passo d'uomo in mezzo alla giungla. A rendere questo spostamento ancor piu estenuante concorrono i numerosi 'immigration check point', accampamenti militari in cui le amministrazioni locali fanno sfoggio di potere controllando minuziosamente documenti e permessi di chiunque vi transiti, non esclusi gli occidentali. Inoltre la vicinanza con il Bangladesh e i tratti somatici indiani di uno dei nostri autisti, insospettiscono i militari imponendo lunghe ore di attesa. Quello che scorgiamo dai finestrini del furgone, stipati assieme alle tavole, è un paese ricco di risorse naturali ma la cui popolazione è tra le piu povere e sottomesse al mondo. Nonostante le elezioni del 1991, il cui risultato riconosceva con l'80% dei voti la leadership del nobel per la pace Aung San Suu Kyi e del suo partito N.L.D. (Lega Nazionale per la Democrazia), il paese rimane in balia di una feroce dittatura militare che rende vane le istanze di dissenso condivise dalla grande maggioranza della popolazione. È proprio lungo questa strada che tocchiamo con mano le condizioni di vita della gente. La pratica dei lavori forzati, la tortura e lo stupro qui in Birmania sono una costante alla quale è impossibile restare insensibili. Intere comunità, villaggi e minoranze etniche vengono costrette a svolgere 'lavori di abbellimento volontario' lungo strade e edifici. E non è raro incontrare in angoli remoti della giungla, donne uomini e bambini che trasportano pietre e materiale da costruzione. Proprio grazie all'ignoranza in cui la popolazione rurale viene tenuta, la giunta militare riesce a piegare i giovani alla carriera militare e a sopire parte del dissenso. Dalla nostra auto possiamo solo guardare, testimoniare e scambiare sorrisi coi passanti, lasciandoci pervadere da una frustrante sensazione di impotenza.

PIOGGIA E TRISTEZZA

Finalmente, dopo quasi due giorni di auto, cominciamo a sentire l'odore del mare e con estrema soddisfazione, nel buio della notte, raggiungiamo il villaggio di Linn Thar, sulla spiaggia di Ngapali. Tempo di scaricare le tavole, l'attrezzattura fotografica di Emi, di concederci un paio di ore di sonno e siamo gia in acqua nel beach-break davanti all'hotel. La swell che ci aspettavamo è arrivata puntuale e lambisce le secche con onde di circa un metro, veloci e potenti. Di fronte a una mareggiata dal periodo lunghissimo, l'umore del gruppo si distende. Emiliano e Francesco, che già hanno surfato questa spiaggia nel 2003, mi confermano che mai hanno visto onde di questa misura e qualità lungo questo tratto di costa. Il crescere del mare nei giorni successivi viene purtroppo accompagnato da un peggioramento delle condizioni metereologiche e da un accorciarsi del periodo. Siamo a settembre, sulla carta la stagione delle pioggie dovrebbe essere quasi al termine. Il monsone di sudovest non sembra però voler lasciare il campo alla stagione secca e riversa sulla costa continui e copiosi acquazzoni. Queste condizioni meteo in realtà sono una anomalia. In questo periodo infatti le piogge dovrebbero limitarsi alle ore pomeridiane. Scopriamo infatti, parlando con alcuni pescatori, che il cielo plumbeo che ci sovrasta è dovuto ad un raro e gigantesco fronte perturbato che staziona da giorni sul Golfo del Bengala. Tutto questo si traduce, nei giorni successivi all'arrivo, in una mareggiata a carattere locale, con onde irruenti ma di periodo piu breve rispetto ai 12-15 secondi delle prime surfate. Le onde che arrivano su questa spiaggia, infatti, hanno per lo più origine nei cosiddetti 'quaranta ruggenti', ossia in quella parte di Oceano Indiano che separa il Continente Africano dall'Australia, e investono queste coste dopo aver percorso migliaia di chilometri con barre lunghe e spaziate. Le mareggiate arrivano pulite e scaricano tutta la loro forza in una manciata di spot, concentrati nei 20 chilometri attorno a Ngapali. Nonostante la generosità delle onde (mai sotto il metro e mezzo), la situazione meteorologica ci preclude di portare a termine l'ultimo step della nostra esplorazione. Lo scopo, infatti, era quello di raggiungere in barca le numerose isole al largo di Ngapali, sede di potenziali reef e point di qualità. Purtroppo la pioggia e il vento on-shore non ci danno tregua per l'intera durata del soggiorno. Avventurarci verso le isole di Cheduba o Nantha Kyun con il mare in tempesta, sulle traballanti carrette dei pescatori locali non è neppure una opzione. Quello che per noi è fonte di onde e di grosse seccature dal punto di vista fotografico, cioè la pioggia, si traduce in vita per questa popolazione, per i due terzi impegnata nel settore agricolo. Il verde lussureggiante delle foreste tropicali (il 90% delle risorse mondiali di legno di teak proviene proprio dalla Birmania), fa da contorno ai piccoli e curatissimi orti e alle verdissime risaie. Eppure, nonostante l'importanza del fattore ambientale per queste popolazioni, la giunta militare non considera per nulla prioritaria la tutela del territorio. Solo l'1% delle foreste birmane costituise infatti riserva naturale e il disboscamento a scopo commerciale è una piaga diffusa. C'è da dire che, vista la generale arretratezza del paese e la scarsa industrializzazione, la Birmania non produce molti agenti inquinanti. Anche la mancanza di un'industria del turismo ha concorso a preservare l'integrità di coste e foreste. Il paragone con la vicina Tailandia, letteralmente trasformata dall'industria alberghiera, sorge immediato. Il paesaggio che si staglia davanti ai nostri occhi durante le ore spese in mare è splendido. Il vento da terra spinge verso di noi gli untuosi afrori della giungla regalandoci, a tratti, momenti di insperato oblio. E sono proprio i rari momenti di sole, quando la tristezza della pioggia sembra lasciare il campo ad una luce calda, a tenere alto il morale del gruppo nelle tre settimane spese ad esplorare spiagge e reef. Ritorniamo a Rangoon soddisfatti del lavoro svolto ma con una certa dose di amarezza in cuore e le ossa fradice di umidità. La consapevolezza di aver ricevuto cordialità e sorrisi da un popolo tanto generoso amplifica il senso di irrequietezza che precede la partenza. L'attenzione dei media internazionali verso questa nazione è insufficiente e non sarà certo questo articolo a cambiare il trend. La visita del segretario generale delle Nazioni Unite, prevista per dicembre potrebbe contribuire alla liberazione dei dissidenti incarcerati. Ma finchè gli interessi commerciali della Cina e delle numerose multinazionali (tra cui spiccano la francese Total che sta realizzando una piattaforma estrattiva nel Mare delle Andamane), continueranno a supportare il governo, il processo di democratizzazione rimarrà un'utopia. Ancor oggi mi chiedo se sia stata una buona idea o meno puntare le nostre lenti su questa nazione e le sue potenzialità surfistiche. Riguardando però le foto e ricordando i tanti giovani che ci hanno fermato per le strade di Rangoon, curiosi di sapere da dove venissimo, ci accorgiamo che sono stati proprio questi ragazzi a farci sentire a nostro agio in questo inferno umanitario e a dare un senso, almeno simbolico, alla nostra presenza in Birmania.

Ringraziamenti:

Slam Jam che ancora una volta ha creduto nel nostro progetto.

Thai Airways International www.thaiairways.co.it

Roma, prenotazioni 06.47813304

Milano, prenotazioni 02.8900351


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