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DA TAIPEI A KENTING

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Le altre onde dell'altra Cina

Taipei, agosto '08. È l'ora di punta in una delle stazioni ferroviarie più caotiche dell'Asia e io sono in ritardo. Gli effluvi bollenti della metropolitana e la nebbia del mattino avvolgono la torre 101, orgoglio di Taipei, in una nebbia surreale. Il quartiere Zhongzheng che ospita la stazione centrale è l'area urbana con la più alta densità di popolazione al mondo. Il fiume in piena di studenti frettolosi mal si sposa con le immagini di mare blu e spiagge deserte che mi hanno trascinato su quest'isola. Immobile di fronte ad un pannello luminoso, attendo invano che le scritte divengano comprensibili e che, come per magia, il numero del mio treno si materializzi di fianco a quello del binario. Solo dopo aver letto per la terza volta lo stato delle azioni di New York, Tokyo e Shanghai capisco di non essere di fronte alle partenze ma al pannello della borsa.

La folla letteralmente mi attraversa, aggirando me e le mie ingombranti tavole come fossimo parte dell'arredo. A quest'ora sarei dovuto essere di fronte ad un point sinistro, 400km a sud di qui e invece mi trovo cinquanta metri sotto terra in capitale, due giorni in ritardo sul gruppo e sulla mareggiata. Detesto ammetterlo, credevo di essere abituato alla sensazione di vuoto data da stazioni e aeroporti ma mi sento perso. L'unica cosa dall'aspetto rassicurante è un adesivo della Visa attaccato al vetro della affollatissima biglietteria. Lo sportello riservato ai portatori di handicap è l'unico vuoto. 'Forte' di cinque punti di sutura sotto a un piede e di un deficit comunicativo che mi rende effettivamente 'disabile', busso insistentemente sul vetro. Un zelante impiegato mi invita a cambiare sportello senza neppure guardarmi negli occhi. Gli mostro il biglietto per Kaoshiung, il piede fasciato e mi batto la testa in stile rain-man per sottolineare la mia incapacità a capire il cinese ma lui non ci casca. Confuso dal mio atteggiamento esce dall'ufficio e mi mostra il binario che devo raggiungere ma continua a scuotere il capo indicando la sacca delle tavole. Tento di liquidarlo avviandomi verso il treno a passo spedito ma lui, visibilmente innervosito, mi sbarra la strada. 'Vai a prendere un metro allora e misuriamo questa dannata sacca!' ! Gli sbotto all'improvviso in italiano, sovrastando con la voce il brusio della stazione. Poi lo supero a forza, tavole al seguito. Shock culturale: il suo volto mostra una combinazione di sorpresa, disorientamento, incertezza e confusione. Lo vedo sprofondare in uno stato di smarrimento catatonico. Approfitto del momento e infilo la porta del treno, stipando le tavole vicino all'entrata di questo treno iper tecnologico, mentre lui si avvia verso il posto di guardia farfugliando in mandarino. Le porte si chiudono alle mie spalle e un segnale acustico avverte i passeggeri della partenza imminente poi, senza il minimo sobbalzo, la banchina scivola silenziosamente via. «Non ci sono fermate intermedie», penso, «se non si ferma ora sono salvo!». Il treno emerge poco fuori dal centro e continua ad accelerare sibilando fra i palazzoni grigi della periferia. Mi investono fotogrammi di quotidianità taiwanese: panni stesi oltre il ventesimo piano, un vecchio in canottiera al balcone, una televisione accesa con una soap in costume e dentro ogni casa la luce soffusa rossa dei tempietti taoisti. Sul treno regna il silenzio più assoluto. Composti come scolaretti al primo giorno di scuola gli altri passeggeri ascoltano musica in cuffia, scrivono email o dormono nel rispetto più assoluto del silenzio. Anche quei pochi che parlano al telefono lo fanno sottovoce senza sovrastare il ronzio di fondo. Impiegati, contabili, funzionari, dirigenti, ufficiali governativi, professionisti ma anche studenti e abitanti delle campagne, per andare in centro prendono il nuovissimo THSR, il treno superveloce progettato in Giappone e costato 12 miliardi di euro, in grado di attraversare l'isola da nord a sud ad una media di 300 chilometri orari. Ed è solo uno dei vanti di questa isola da record. Taiwan detiene anche il primato per l'edificio più alto del mondo, il Taipei 101, la cui sagoma è ispirata alle canne di bambù e domina la metropoli dai suoi 508 metri. Ovviamente i problemi non mancano, e nel caso di Taiwan il problema principale è costituto da una scomoda 'sorella maggiore': la Repubblica Popolare Cinese. La Cina comunista, infatti considera Taiwan una provincia ribelle, 'fuggita' al controllo di Pechino nel 1949 e tutt'ora in mano ai 'reazionari nazionalisti' tanto combattuti da Mao nella Lunga Marcia. Le pressioni esercitate sulla comunità internazionale da Pechino tutt'ora precludono l'entrata di Taiwan tra le Nazioni Unite. Questo non gli ha comunque impedito di stringere rapporti commerciali con tutte le più grandi potenze economiche, Stati Uniti ed Europa in testa, affermandosi negli anni '80 e '90 come una delle economie più floride dell'estremo oriente. Eppure, pur essendo proiettata nel futuro, Taiwan mantiene un profondo legame con le tradizioni, la cultura e le radici della storia cinese, della quale, per ironia della sorte, è oggi la principale depositaria. Durante la rivoluzione comunista la maggior parte dei manoscritti, delle opere d'arte e dei reperti archeologici sono stati distrutti nell'assurdo tentativo di cancellare ogni legame con il passato dinastico. È per questo che i sinologi di tutto il mondo affollano il National Palace Museum e la Biblioteca Nazionale dove sono conservati i testi e le opere d'arte salvati dal generalissimo Chiang Kai-shek nella sua fuga a Taiwan del 1949. Mentre il treno attraversa le campagne, un display all'interno del vagone indica istante per istante la velocità del convoglio. E' proprio in questa distesa pianeggiante a sud della capitale che pulsa il cuore produttivo dell'isola. Industrie manifatturiere, stabilimenti per la lavorazione dei polimeri e laboratori di biotecnologia si alternano a risaie e piantagioni di palme. Dopo nemmeno mezz'ora riesco a scorgere la distesa del Mar della Cina spazzata da un forte vento da nord dovuto al passaggio del tifone Nuri. Durante il suo percorso verso ovest, il tifone si è alimentato nelle calde acque del Pacifico Occidentale generando un flusso ininterrotto di onde diretto verso la costa sudorientale di Taiwan. Nuri ora si trova sopra le acque ancora più calde del Mare della Cina e non ne vuol sapere di perdere vigore: la violenta mareggiata che si sta abbattendo sulla costa sud occidentale della penisola di Kenting ne è la prova. Fortunatamente, è proprio lì che sono diretto. «Stiamo venendo a prenderti in stazione. La mareggiata è anocora troppo grossa, dobbiamo aspettare che cali» mi scrive Erwan Simon in un attesissimo messaggio. E non sta esagerando: quando li incontro in stazione, i miei amici sembrano dei naufraghi! Elliot Dudley ha rotto il suo long preferito durante una duck dive, Erwan e Michel Velasco sono stati portati via dalla corrente rischiando di perdersi in mare. Chi ha risentito di più della furia di Nuri è però John Callahan. Una risacca carica di tronchi lo ha travolto trascinando in mare gran parte della sua attrezzatura fotografica: non proferisce parola da 36 ore! Con loro c'è Toumei, un longboarder e shaper locale che ci ospiterà durante la nostra permanenza sull'isola. Oltre a possedere una collezione di sessanta tavole e una casa splendida con shaping room annessa, Toumei è anche il surfista più conosciuto dell'isola. È l'unico Taiwanese che partecipa a tempo pieno alle gare del circuito ASP di Longboard e, grazie alla doppia cittadinanza, anche al circuito professionistico Giapponese. L'intera scena di Kenting gravita attorno a lui e alla sua casa/negozio dove i surfisti amano riunirsi per guardare le previsioni o rilassarsi dopo una surfata. Toumei è venerato dai locali come una specie di guru vista la sua conoscenza della costa e dei tifoni. Averlo come guida e ospite si rivela provvidenziale già dalla mattina successiva, quando sveglia tutti all'alba per una session in costa est. La penisola di Kenting è una sottile striscia di terra che si attraversa in meno di mezz'ora. Contiene un numero imprecisato di beachbreak, rivermouth, point e reef che ricevono onde da quasi tutti i quadranti, soprattutto da quelli orientali. Nonostante la vicinanza, il paesaggio e le onde dei due versanti non potrebbero essere più diversi. La costa est è ricca di baie sabbiose e foci di fiumiciattoli, la costa ovest invece è disseminata di pointbreaks su roccia. All'estremità meridionale si trovano i facili picchi della spiaggia di Kenting. Con oltre cinque milioni di visitatori ogni anno, questa cittadina e il suo parco nazionale costituiscono la principale destinazione turistica dell'isola. Grazie a centinaia di guest house dai prezzi modici, ristoranti e surf shop, negli ultimi dieci anni Kenting è diventata anche la capitale surfistica. Sempre più giovani taiwanesi infatti si sono avvicinati al surf negli ultimi anni, al punto che 'scivolare sulle onde' (questa è la traduzione del verbo cinese 'ch'ung lang') è diventato un vero e proprio fenomeno sociale. Non è un caso se in appena cinque anni Taiwan sia diventata il terzo mercato più importante dell'industria surf in Asia dopo Giappone e Indonesia. Basta guardare i cartelloni pubblicitari per strada per capire che il surf si sta affermando anche come fenomeno mediatico e strumento di marketing. Grazie a uno show televisivo condotto da How, uno dei surfisti più conosciuti di Taipei, il surf arriva regolarmente nelle case dei Taiwanesi con servizi video incentrati sulle mareggiate della settimana e sulle gare del circuito mondiale. Nonostante l'inevitabile boom commerciale, i valori del soul-surfing sono ben radicati nella comunità locale. Complice forse un retaggio confuciano, che predilige l'armonia del gruppo all'affermazione del singolo, qui il surf vuol dire anzitutto condivisione e rispetto del prossimo. Molti atteggiamenti 'machisti' tipici della cultura surf occidentale non hanno trovato terreno fertile qui. Anche nelle spiagge più affollate come quelle vicine a Taipei o nell'area di Kenting, l'atmosfera tra le onde è sempre rilassata. Tensioni sul picco o episodi di localismo semplicemente non sono contemplati. Nella visione delle cose secondo i surfisti 'confuciani', un break affollato non significa necessariamente 'meno onde per me', piuttosto 'più divertimento e sicurezza per tutti'. Mi chiedo se questi simpatici surfisti riuscirebbero a sopravvivere anche solo mezz'ora al clima competitivo che si respira in uno qualsiasi dei top-spot Italiani. Chiade Hsieh, che insieme a Toumei ci accompagna tra gli spot della penisola, ha le idee molto chiare in proposito: «Se ad ogni mareggiata ci ritroviamo tutti nella stessa spiaggia è perché vogliamo surfare insieme, condividere una giornata con gli amici e tenerci d'occhio l'un l'altro, non perché ci mancano spot alternativi». Per questi ragazzi in fuga dalla città l'esperienza di surfare va ben oltre il semplice atto di scivolare sulle onde: nelle spiaggia più frequentate ad esempio, si sono organizzati in efficientissimi surf-club che fungono da negozio, bar, rimessaggio per le tavole e bed&breakfast. Quando hanno finito di surfare si rilassano sotto la veranda, guardando le riprese dell'ultima session, facendo uno spuntino, o lavando la muta in attesa di rientrare in mare. L'ambiente è sempre accogliente e rilassato e durante i weekend di onde in molti si fermano per la notte, trasformando i surf-club in una versione cinese delle comuni hippy della Bassa California anni '60. «Stanno vivendo un momento storico simile a quello che si viveva negli States durante la short-board revolution» osserva Callahan, «questi ragazzi hanno scelto uno stile di vita anticonformista, vogliono surfare tutto il giorno e vivere sulla spiaggia. Lasciano le città per il mare e carriere sicure per impieghi stagionali nei surf shops nelle scuole di surf o nei ristoranti. La loro è una scelta radicale». Nonostante la loro sete di indipendenza questi ragazzi sono attentissimi alle mode e ai trend. Lo dimostra la quantità di gadget e accessori a cui non sanno rinunciare. Dalle loro utilitarie giapponesi esce di tutto: dalle taniche riscaldate alle grucce con deumidificatore per asciugare le mute, dalle pinne di ultima generazione ai long skate all-terrain. Intanto noi, attrezzati di tutto punto, surfiamo in costa orientale un paio di giorni prima di spostarci verso gli spot esposti. La prima session la facciamo proprio sotto la torre della Guardia Costiera. Conosco quest'onda per averla vista in foto, ma oggi il line-up ha un aspetto completamente diverso. Durante i tifoni i venti soffiano con tale intensità da generare un flusso pressoché ininterrotto di onde. Gli intervalli fra le serie sono appena percettibili. Approfittiamo di un raro momento di calma per tuffarci in cima al point. Le condizioni sono impegnative ma di tanto in tanto le onde si regolarizzano seguendo la curvatura della costa. Michel Velasco, cresciuto fra i beach break della Cantabria e i tubi di Mundaka, dimostra subito una grande confidenza sulle potenti sinistre prendendo, insieme al gallese Elliot Dudley, alcune delle onde più grosse della giornata fra le urla di incitazione dei locali e gli sguardi incuriositi degli uomini della guardia costiera. «Di solito le guardie non lasciano avvicinare nessuno alla spiaggia durante il passaggio dei tifoni», ci spiega Chiade, «ma oggi devono aver fatto un'eccezione». In seguito a numerosi annegamenti avvenuti nell'area di Kenting (principalmente business-men ubriachi), il governo ha emanato una legge che vieta la balneazione e in alcuni casi anche l'accesso in spiaggia durante le grosse mareggiate. «Siamo di fronte alla loro caserma ma non ci disturberanno. È un luogo piuttosto isolato, dove veniamo solo noi e dove possono tenerci d'occhio facilmente», continua Chiade, «nelle spiaggie frequentate dai turisti invece sono più intransigenti». Dopo aver surfato questa lunga sinistra per un paio d'ore e aver salutato la guardia costiera ci avviamo verso il mercato notturno di Hengchung, dove ci aspetta una lunga serata dedicata allo street-food. La maggior parte dei ristoranti serve una sola pietanza, che è considerata la specialità della casa. E non c'è neanche bisogno di ordinare dal momento che sedersi equivale già a prenotare una porzione. Nel giro di un'ora assaggiamo di tutto, dalla frittata di ostrica al rombo saltato con verdure, dalla zuppa di anatra allo zenzero ai deliziosi ravioli ripieni di maiale ed erba cipollina, evitando solo un paio di piatti a base di toufu e sangue, dall'aspetto non troppo rassicurante e dall'odore atroce. Il mercato notturno è il fulcro della vita sociale in piccole città come questa e brulica di persone. Dopo cena ci perdiamo in chiassosi passatempi come la tombola, il tiro al bersaglio e l'onnipresente karaoke. Toumei ci tiene d'occhio sorseggiando un frullato di papaya poi, dopo un ennesimo sms di qualcuno sullo spot, richiama tutti. «E' ora di andare, il vento ha girato ora e sarà off-shore tutto il giorno domani!». La sua parola è legge in materia di mareggiate. Nessuno ha accumulato più esperienza di Toumei lungo questa costa e tutti i locali letteralmente dipendono dalle sue decisioni. Nato e cresciuto nel sud dell'isola, Toumei si è trasferito in Giappone con la famiglia quando aveva pochi anni. È lì che ha iniziato a surfare affermandosi come uno dei più raffinati longboarder nel paese del sol levante. Per alcuni anni ha fatto la spola tra Taiwan e Giappone fino a che, una decina di anni fa, ha deciso di stabilirsi a Kenting insieme alla moglie Aki. Ora hanno due bambine e si sostentano grazie al Naluwan Surf Club e a una redditizia attività di surf-tour fatti su misura per i giapponesi. La mattina seguente Toumei è in piedi all'alba intento a caricare il furgone. La radio diffonde gli aggiornamenti sul tifone Nuri. «Ha raggiunto Hong Kong la scorsa notte», ci spiega «e ora sta disperdendo tutta la sua energia sulla terraferma. Dobbiamo approfittare di oggi perché da domani il mare tornerà ad essere calmo». Senza perdere tempo finiamo di caricare le nostre cose e puntiamo diretti verso gli spot più esposti. Le condizioni sono assolutamente perfette, il sole splende e una leggera brezza da terra accarezza i numerosi picchi che vediamo rompere dalla strada. «Come mai nessuno surfa queste onde?» ' esclama qualcuno dalle retrovie del furgone. «Non lo so», risponde Toumei, «di solito i surfisti preferiscono surfare onde che conoscono e comunque meno impegnative di queste». Non fa in tempo a terminare la frase che già si alza un coro di «Torna indietro!». La visione di linee perfette e deserte ha galvanizzato tutti e pochi minuti dopo stiamo già cercando di aprirci un varco in mezzo alla boscaglia fra nuvole di fastidiose zanzare. Quando arriviamo sulla spiaggia ci troviamo di fronte a ben due point che srotolano vicino alla riva in un susseguirsi di sezioni tubanti e spalle più lente e facili. Sul point più esterno sembra esserci più misura quindi ci affrettiamo a estrarre le tavole. La scaduta di una typhoon-swell somiglia molto alle mareggiate mediterranee: bisogna surfare finché le condizioni sono buone perché il moto ondoso potrebbe calare da un momento all'altro. Per nostra fortuna la mareggiata non cala fino al pomeriggio, ma una sorpresa ci attende al cambio di marea, quando decidiamo di spostarci nel picco più interno. La Guardia Costiera non appoggia affatto la nostra scelta. Dopo averci intimato di uscire dall'acqua attivando una sirena e gracchiando ordini in un megafono, un gruppetto di funzionari si dirige lungo la spiaggia verso Callahan, che in breve tempo si ritrova circondato da sei soldati in divisa. «Non potete surfare qui. Gli abitanti di quel villaggio laggiù ci hanno avvertito che c'erano persone in difficoltà tra le onde!». «Non c'è da preoccuparsi signore» tenta di spiegare John aiutato nella traduzione da Toumei, «l'altro giorno ci avete lasciato surfare onde molto più grandi di queste proprio di fronte alla vostra caserma! Non si farà male nessuno». Toumei e l'ufficiale capo iniziano una lunga discussione che si protrae per quasi un'ora. Gli uomini della guardia costiera espongono le loro ragioni ma intanto noi continuiamo a prendere gli ultimi set. Usciamo dall'acqua che il sole sta quasi per tramontare. Dopo aver scambiato alcuni convenevoli arriva il momento di togliere il disturbo: «Allora grazie mille per averci avvertito, non sapevamo che qui fosse così pericoloso!», ringraziamo e ci congediamo come vecchi amici e loro scompaiono nella boscaglia soddisfatti dell'autorità riconosciuta loro dal gruppo. Toumei ci raduna e si incammina verso il furgone, poi si gira verso di noi e con uno sguardo furbetto strizza l'occhio: 'Da queste parti la chiamiamo: diplomazia-surf confuciana!»

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