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GENERAZIONE NIAS

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews


Un viaggio ricognizione attraverso trent'anni di perfezione e isolamento.


Estate 1975. I tre surfisti australiani che stavano attraversando in motocicletta l'arcipelago indonesiano non avevano alcuna idea di quello che avrebbero trovato su quella piccola isola al largo della costa di Sumatra. A motivarli erano semplici sogni, quelli che accomunano i surfisti contemporanei, viziati da immagini satellitari, siti internet e onnipresenza mediatica agli esploratori dell'epoca romantica. A quei tempi le parole Nias Palau ancora non evocavano alcuna suggestione nell'immaginario dei surfisti ma, come Kevin Lovett, John Geisel e Peter Troy (lo stesso ad aver surfato per primo in Italia nel 1963) avrebbero scoperto molto presto, le cose stavano per cambiare e non necessariamente per il meglio. A spingerli 'beyond Bali' era una semplice valutazione geo-morfologica dell'isola. Quella baia, esposta a sud, non poteva che nascondere un'onda destra di qualità. Alla fine di quella piccola strada malridotta e dopo aver attraversato una giungla fittissima, Lovett, Geisel e Troy giunsero in una profonda insenatura incorniciata da verdissime palme da cocco: la baia di Lagundri. L'onda sulla quale i tre stavano per posare gli occhi avrebbe ridefinito il concetto di front-side surfing per una intera generazione di regular alla ricerca di tubi in Indonesia. Per molti anni i tre surfarono le onde di Nias da soli o in compagnia di pochi, fidatissimi amici. Il clamore della scoperta fu però amplificato dal fatto che, fino a quel giorno, le onde di qualità scoperte in Indonesia erano quasi esclusivamente sinistre. Sinistra era Uluwatu (scoperta nel '71 durante le riprese di Morning of the Earth), sinistra era G. Land (surfata la prima volta dagli americani Bob Laverty e Bill Boyum nel '72), onde di riferimento per chi, all'epoca, fuggiva dagli affollati break di Queensland e Bassa California in cerca di solitudine e perfezione. Inevitabilmente la notizia di una destra da sogno in Indonesia si diffuse ben oltre la loro stretta cerchia di amici e già dai primi anni ottanta il villaggio di Sorake, proprio di fronte allo spot, divenne una delle surf-destination più gettonate dell'Oriente. A trentatrè anni da quella fortunata scoperta è lo stesso sogno, ed un incarico commissionatoci dal sito internet surfline.com, a spingere fin qui il sottoscritto e il fotografo John Callahan. La nostra missione è meno utopistica di quella dei tre australiani: tenteremo di capire come decenni di turismo, due terremoti ed uno tsunami abbiano cambiato la destra più famosa in Indonesia ed influenzato la vita di chi attorno ad essa ha costruito la propria esistenza. Percorrendo la stessa strada oggi, non posso fare a meno di chiedermi quanto di ciò che vedo sia cambiato da quando Lovett, Geisel e Troy misero piede sull'isola per la prima volta. A prima vista verrebbe da pensare che le similitudini siano molto più numerose delle differenze. La giungla è sempre lussureggiante e inospitale, l'asfalto è ancora malridotto e pieno di buche, e gli sguardi dei bambini che inseguono il van lungo le strade polverose dell'entroterra incrociano i nostri con lo stesso stupore: sembrano frame sbiaditi di una vecchia pellicola superotto. Persino le aspettative di chi oggi come allora rischia di prendersi malaria e dengue per giungere fino qui sono praticamente le stesse: onde perfette e, con un po di fortuna, vuote. Anche oggi raggiungere Nias non è di certo agevole e serve una certa dose di motivato idealismo per affrontare il viaggio. Neanche il diffuso uso dell'aereo ha facilitato le cose. Il volo da Bali è una maratona di quasi venti ore fra gli aeroporti di mezza Indonesia e, se si decide di viaggiare via mare, la traversata può durare anche diversi giorni, rimbalzando di porto in porto su malfermi traghetti. Non mi stupisco quindi se il piccolo paese di Sorake non sembra essere differente da come lo dipinsero i primi articoli pubblicati sulle riviste di surf negli anni ottanta: un modestissimo villaggio di pescatori e contadini, attraversato da un'unica stradina dissestata, privo di energia elettrica, acqua corrente o di qualsiasi altra comodità. Anche John Callahan, il cui primo viaggio qui risale al 1981, conferma la mia impressione. Poche ore dopo il nostro arrivo, contempla dal balcone della guest house le ultime serie della giornata e commenta: «L'unica differenza che salta agli occhi è che ora tutte le case sono state ricostruite in cemento, ma tutto il resto è esattamente come lo ricordo». Anche se oggi quasi tutte le famiglie del villaggio contano sul turismo stagionale come principale fonte di sostentamento, lo stile di vita a Sorake è rimasto praticamente immutato: turisti e locali si svegliano all'alba e vanno a dormire poco dopo il tramonto. L'unica forma d'intrattenimento, oltre alle Bintang bevute in balcone, è costituita dalle onde, ed i surfisti sembrano adattarsi perfettamente a questo stile di vita senza soffrire per la mancanza di altri svaghi. Una rete anti zanzare ed un ventilatore in camera sono ancora considerati un lusso, mentre aria condizionata, radio, televisione ed internet, tutte comodità ormai di routine a Bali, appartengono ad un mondo distante anni luce. Ed è soprattutto questo che mi incuriosisce di Nias: il suo sviluppo nel corso degli anni ha seguito un percorso per molti versi antitetico rispetto al resto delle surf-destination indonesiane. Mentre nella maggior parte delle zone frequentate dai surfisti si è assistito ad un progressivo sviluppo costiero (basti pensare agli scempi architettonici della penisola di Bukit a Bali o alle innumerevoli resort per surfisti benestanti sorte nelle vicine isole Mentawaii), a Sorake questo salto di qualità non è mai avvenuto. Nias ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di trovarsi al centro dell'attenzione mediatica in anticipo sui tempi, driblando quasi miracolosamente abusivismo edilizio e sfruttamento incondizionato delle risorse. Anche all'apice della sua popolarità infatti, durante gli anni ottanta e i primi anni novanta, l'isola rimase un avamposto difficile da raggiungere e per molti versi impegnativo da affrontare, accessibile quindi solo da surfisti di abilità medio alta e pronti a tutto. Lo stesso Geisel, forse il primo a infilarsi in uno di questi splendidi tubi verdi che oggi ho la fortuna di vedere di persona, pagò con la vita la sua sete di esplorazione contraendo la malaria e morendo appena nove mesi dopo la scoperta. Quando poi il turismo legato al surf di lusso è decollato in Indonesia verso la fine degli anni novanta, l'aura di Nias era stata già oscurata dalle più invitanti scoperte nelle vicine isole Mentawai lasciando il villaggio di Sorake in un pittoresco ma poverissimo isolamento. Chi ha più bisogno di Nias ora? La frontiera della perfezione si spostò repentinamente da Lagundri a Lance's Right, e in questa corsa all'oro i surfisti lasciarono progressivamente le malsane capanne di Sorake per un nuovo surf-ghetto chiamato Katiet. Sono state le caratteristiche dell'isola e soprattutto i suoi limiti, infatti, a proteggere il villaggio e la sua onda dalla feroce globalizzazione di cui il surf moderno si è fatto veicolo. Le mareggiate che accendono onde come Uluwatu (a Bali) e G.Land (a Java), Thunders o Lance's Right (alle Mentawai) arrivano dentro questa baia ridotte di un terzo nella misura. Questo costringe i surfisti a lunghe giornate di attesa tra una swell e l'altra. Ovviamente esistono altre onde nell'area, ma nessuna può competere in perfezione con il picco destro. Questa caratteristica minò alla base l'insorgere di surf-camp per surfisti ricchi. Del resto chi vorrebbe mai pagare 300 dollari al giorno per un'onda splendida che rompe solo da 4ft in su? L'inaffidabilità del break è stato ciò che ha fatto la selezione ed è per questo che ora, i turisti presenti a Sorake, sono per lo più persone che passano qui lunghi mesi consecutivi o addirittura l'intera stagione surfistica che va da Aprile a Ottobre. Un punto di rottura per questo fragile equilibrio si verificò nel marzo del 2005, quando un violentissimo terremoto scosse l'isola seminando morte e distruzione, sollevandola di quasi due metri rispetto alla sua quota originaria. Fu un colpo durissimo per i trentamila abitanti, avvenuto a pochi mesi di distanza dal devastante tsunami del Dicembre 2004. Dopo lo shock iniziale e la preoccupazione per la popolazione, iniziarono a circolare voci incontrollate circa gli effetti dell'innalzamento del reef sulla forma dell'onda, voci che contribuirono ad allontanare ancora una volta il popolo dei surfisti dalla trabellante economia del villaggio. «Il 2005 è stato un anno terribile» mi conferma Avenus Zagoto, uno dei locali più attivi «durante tutta la stagione si sono visti pochissimi surfisti, molti hanno preferito andare altrove scoraggiati da tutte le voci che giravano dopo lo tsunami e il terremoto. Si parlava di epidemie e di distruzione. La verità è che l'onda è migliorata dopo il terremoto e che noi locali abbiamo ricostruito le guest-house quasi subito. Lo stesso per un paio di anni siamo stati praticamente soli in mare. Alcuni di noi avevano perso tutto sulla terraferma, ma di colpo ci siamo ritrovati un'onda ancora più perfetta qui di fronte». Se da un lato queste vicissitudini hanno contribuito a preservare una certa genuinità, è innegabile che la tragedia abbia di fatto inibito il processo di sviluppo turistico e surfistico dell'intera comunità. «Il feeling diffuso tra noi locali è che siamo stati sfortunati rispetto al resto dell'Indonesia» continua Avenus. Ha ragione: in un certo senso è come se nel corso degli anni la popolazione di Nias si fosse sempre trovata al posto giusto nel momento sbagliato. Il risultato è che l'intera scena surfistica dell'isola ha vissuto uno sviluppo diametralmente opposto rispetto a quello di altre coste esposte a sud in Indonesia. Mentre ai surfisti di Bali il turismo ha aperto le porte del professionismo e delle sponsorizzazioni, ai ragazzi di Sorake questa possibilità è stata negata. Sorake è l'unico spot in Indo dove le onde sono migliorate ma il livello di sviluppo sulla terraferma è rimasto praticamente invariato.
Il sole deve ancora sorgere quando all'alba del giorno successivo mi affaccio dal balcone e mi trovo per la prima volta a tu per tu con il motore primo di tutto questo dibattito: la favolosa destra. Sul picco ci sono già sei o sette persone che siedono ben più al largo rispetto a dove onde sui quattro piedi rompono indisturbate seguendo il margine di un enorme reef completamente emerso. «Il fondale non era assolutamente così nel 1981, anche a bassa marea rimaneva sempre coperto da una spanna d'acqua», commenta Callahan mentre osserva una serie che inizia a frangere sul bank più esterno chiamato Indicator. La prima onda esaurisce la sua corsa nel canale e sembra svanire nel nulla inghiottita dalla profondità del fondale, i surfisti sul picco però iniziano a remare frettolosamente verso il largo affannandosi per conquistare la precedenza. Per un attimo l'avanzata della serie diventa impercettibile, le onde sembrano sparire nel nulla prima di alzarsi sotto forma di una parete scura che improvvisamente si gonfia in corrispondenza di un brusco dislivello nel fondale. Con uno scatto deciso uno dei ragazzi si gira e con due sole remate parte sulla prima onda: il bordo interno e due pinne della tavola sono la sua unica ancora di salvezza mentre scivola lateralmente lungo una parete di sei piedi che sembra volerlo inghiottire in un grosso closeout. Con un gesto d'ingenua naturalezza lascia che la tavola si assesti sulla parete prima di distendersi completamente e lasciarsi avvolgere da un tubo che sembra ancora più insidioso nella foschia del primo mattino. Scompare alla nostra vista per quattro o cinque secondi poi, nel momento in cui lo diamo per spacciato, emerge con altrettanta naturalezza, imposta un roundhouse cut-back prima di sparire di nuovo sotto al labbro alzato dalla seconda sezione. È la seconda sezione dell'onda quella ad aver subito il cambiamento più radicale. Quella che fino al terremoto era considerata una 'coreografica spalluccia' ora produce un nuovo tubo lungo una decina di metri e veloce quanto il primo. Sono le 6:14 del mattino, il giorno inizia nel migliore dei modi per Justin Buulolo. A 19 anni Justin è indiscutibilmente il locale più competitivo sull'affollata lineup di Sorake. La sintonia con cui surfa le onde di casa è semplicemente stupefacente: ogni suo gesto è istintivo e naturale, al punto che, vedendolo surfare, si ha l'impressione che sia l'onda a seguire i suoi dettami piuttosto che il contrario. Anche se, a giudicare dalla quantità di onde che prendono potrebbe sembrare che per Justin ed i suoi coetanei le cose non potrebbero andare meglio, i problemi per i surfisti locali rimangono gli stessi di sempre. L'isolamento del villaggio e la mancanza di qualsiasi tipo di infrastruttura rischiano di infrangere qualsiasi loro ambizione surfistica. I coetanei di Justin come Serius e Rahel Wau, Avenus e Saldin Zagoto, Alex Buulolo e Sesuaican Dachi costituiscono la terza generazione di surfisti locali. Molti di loro inseguono invano il miraggio di una carriera nella scena sportiva Indonesiana, ma l'isolamento ed il pregiudizio rischiano di vanificare ogni loro sforzo. Nias non è Bali, qui non ci sono surf shop colmi di tavole nè team manager pronti a corteggiarli e tanto meno fotografi che possano garantire loro copertura mediatica. E così, pur surfando ad un livello altissimo, sono ancora costretti ad allenarsi con tavole rattoppate e vecchi pantaloncini consunti lasciati da qualche surfista di passaggio. Nonostante il loro livello non abbia nulla da invidiare a quello dei coetanei indonesiani, americani o australiani, la loro attrezzatura non è certo all'altezza delle onde che si trovano a cavalcare. I limiti non sono solo legati ai materiali. Qualsiasi velleità di carriera per questi ragazzi passa infatti per Bali e, per quanto assurdo questo possa sembrare, molti di loro non hanno nemmeno la possibilità economica di raggiungere Kuta e tentare la fortuna tra le popolarissime onde della penisola di Bukit. Avenus è uno dei pochi che dopo molti sacrifici è riuscito a raccogliere i soldi per iscriversi ad una gara dell'ISC (Indonesia Surfing Championship) a Bali. Le sue chance di successo sono naufragate nella prima batteria tenutasi sulle piccole risacche di Kuta Beach. Per chi è nato e cresciuto surfando solo onde perfette è difficile esprimersi su veloci closeout di beach-break in un clima di competizione serratissima. Come se non bastasse l'incredibile livello tecnico raggiunto dai ragazzi di Bali, un altro grosso ostacolo è costituito dal pregiudizio. Per quanto tollerante ed aperta possa sembrare a noi occidentali la società Balinese, il sistema induista delle caste e la generale diffidenza verso il resto degli Indonesiani (soprattutto se musulmani o cristiani) è tale da ridurre drasticamente le possibilità di carriera. Messi di fronte a questa dura realtà molti talenti di Sorake finiscono per emigrare nelle grandi città, facendo lavori di fatica nei cantieri di Medan o Jakarta. Solo i più fortunati vivono di surf, magari trovando un impiego stagionale sui charter o nei resort delle Mentawai, per lo più operati da tour-operator occidentali privi di scrupolo. Pochi di loro fanno ritorno al villaggio. «Il turismo legato al surf a Nias non riesce a garantirci alcuna sicurezza economica» mi spiega Avenus «i viaggiatori tradizionali cercano di evitare le isole attorno a Sumatra a causa della scarsità delle infrastrutture, della malaria o degli scontri etnici ancora attivi in zone come Banda Aceh. Eppure la nostra isola non ha nulla da invidiare al resto del paese, sia a livello di bellezze naturali, che per tradizioni culturali che per sicurezza.». Ad alimentare inutilmente le speranze degli abitanti di Sorake ha contribuito anche la possibile costruzione di un nuovo aeroporto nella vicina cittadina di Teluk Dalam, un progetto ventilato da tempo ma del quale, ad onor del vero, non si capisce la reale utilità. Anche se gli abitanti di Sorake sono convinti che un forte deterrente allo sviluppo del turismo nel sud dell'isola sia costituito dalla relativa lontananza dell'aeroporto di Gunung Sitoli, non sono di certo le tre ore di taxi fino a Lagundri a dissuadere i viaggiatori, quanto piuttosto la scarsità e l'inaffidabilità dei collegamenti da e per Sumatra. Tutte queste considerazioni non sembrano comunque scoraggiare il cospicuo numero di surfisti che ad ogni stagione affollano la baia di Lagundri: nonostante l'immenso, e in gran parte inesplorato potenziale che l'isola offre in termini di onde surfabili, la totalità dei surfisti si concentra sul picco di Sorake e non c'è quindi da stupirsi se, a trentatre anni dalla sua scoperta, la lineup di Nias è una delle più affollate di tutta l'Indonesia. Raramente si contano meno di trenta persone in acqua, e specialmente con mareggiate di piccola entità capita spesso di avvertire forte tensione sul picco. Il fatto poi che l'onda sia più scavata, potente ed intensa che in passato contribuisce ad attirare surfisti particolarmente preparati e pronti a tutto pur di conquistare una posizione nella gerarchia del picco. Sono i giovani professionisti australiani e gli spavaldi tube riders brasiliani che contribuiscono a mantenere elevato il tasso di testosterone in acqua, combattendo col coltello tra i denti per ogni frangente di qualità. La buona notizia è che a differenza di qualche anno fa, in conseguenza dell'innalzamento del fondale dopo il sisma del 2005, l'onda ora rompe anche con mareggiate più piccole e rimane surfabile anche ad alta marea. «Più le cose cambiano, più rimangono le stesse» mi dice Avenus sorridendo, mentre incera la sua logora 6.3 round-pin. A conti fatti, molte cose, comprese le onde, sono cambiate a Sorake nell'ultimo trentennio. Lo stesso la scena surfistica ed il business che attorno ad essa gravita, sono rimaste solidamente in mano alle famiglie del posto. E, a giudicare dalla quantità di onde che i locali prendono ad ogni session, fino a quando le mareggiate da sud continueranno ad entrare nella baia di Lagundri tutto il resto passerà inevitabilmente in secondo piano.

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