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ABOUT SUMBA

a cura di Brendon Bosworth Condividi SurfNews

Un viaggio nel cuore animista dell'Indonesia.



«Ombak besar!» due parole, umide di saliva rossa escono dai denti storti di un pescatore. rugoso quanto le seppie che sta stendendo al sole. Per nulla imbarazzato dalla bislacca dentatura sorride, poi sputa con naturalezza puntando il dito verso il reef esterno. Per terra attorno al suo scranno, un tappeto di viscidume viola parla del suo vizio e delle lunghe ore passate a rammendare e sputare. Ho macinato abbastanza indonesia da sapere che il pescatore si sta riferendo alla misura delle onde. Dal suo rientro con la piroga, questa mattina, la marea è calata, scoprendo ulteriormente il corallo ed amplificando la misura dei frangenti lungo la costa meridionale di Sumba.



Lo smalto dei suoi denti si è letteralmente sciolto, corroso dal succo del Betel, una noce a forma di ghianda dai poteri leggermente narcotici e capace di creare forte dipendenza. La vendono ad ogni angolo di strada, tagliata a pezzetti e unita a calce in polvere. L'ipersalivazione che provoca, tinge di rosso le strade di una intera nazione, da Jakarta alle isole più remote del paese. 'Terima kasih', lo ringrazio dell'informazione e continuo a camminare verso l'acqua, abbassando la spalla destra in segno di rispetto: c'è qualcosa di subdolamente piacevole nel sapere che la mareggiata è arrivata e che la tua è una delle sole cinque tavole sull'isola. Eppure le dodici ore di traversata sul traghetto da Bali per Waikelo sono qualcosa che i surfisti tentano di evitare in ogni modo, spesso scegliendo costosi yact privati pur di risparmiarsi lo scalcinato battello pubblico. Si viaggia stipati, sudando nel fumo dei motori. A ogni porto orde di mercanti ed innumerevoli emaciate prostitute assaltano la stiva in cerca di clienti. Eppure lo shock culturale legato a questo spostamento è necessario per entrare in sintonia con la cupa personalità di Sumba. La calca delle vie attorno al porto contrasta con la desolazione ed il silenzio della costa meridionale che stiamo per raggiungere. Waingapu, sul lato nord dell'isola, è la capitale di Sumba e del distretto di Nusa Tenggara, tra Bali e Timor Est. La distanza fisica e culturale dal cuore dell'Indonesia è percepibile. In centro le strade sono ricolme di mercanzie, pesce secco, frutta, legno di sandalo e spezie che producono un profumo caldo e untuoso, che si incolla addosso come un tatuaggio. Il piccolo bus verde pisello che affittiamo pare cadere a pezzi, ma persino i suoi instabili sedili sono lussuosi dopo una mattina passata tra gli afosi ufficietti di viaggio a lato del porto. Dopo aver intrecciato a mani nude i cavi per l'accensione l'autista punta dritto verso la costa, sorridendo stupito dal nostro shock culturale. Acquistiamo provviste sufficienti per il soggiorno in uno stabile malamente coperto che ospita vari empori. Nel reparto macelleria piccoli maiali selvatici vengono venduti vivi, fissati a pali di legno perchè non si possano muovere. La presenza di carne di suino è un segno che la religione più diffusa, qui, è il cristianesimo. Poco lontano il reparto 'spezie' ci stupisce con banchi di peperoncini rossissimi e frutta multicolore di cui facciamo incetta prima di lasciarci alle spalle anche questo rimasuglio di urbanizzazione. Chiese cristiane e moschee islamiche, sempre presenti in Indonesia, si alternano per strada inframezzate da altari votivi della religione Marapu. Anche se l'opera di evangelizzazione fatta dai monaci calvinisti durante il secolo scorso ha massicciamente introdotto il cristianesimo, la maggior parte dei locali pratica culti animisti, che affiancano la mitologia cattolica ad antiche credenze locali. I tempietti, all'interno delle abitazioni e dei negozi ospitano le classiche immagini di legno Marapu assieme a statuette di Gesù e Maria. La fede animista concentra la sua attenzione sulle forze legate alla natura, controllate da un complicato olimpo di divinità e antenati che vengono quotidianamente omaggiati. Tracce di questa religione sono dappertutto, in particolare nel centro dei villaggi, dove due effigi in legno, una femminile ed una maschile, raccontano all'infinito la storia della creazione a opera di due divinità complementari dalle quali discenderebbe tutto il popolo di Sumba. Nel profondo della giungla, ogni villaggio ha al suo centro un altare in cui le divinità Marapu vengono omaggiate con noci di betel, frutta e animali vivi. Il capovillaggio di un piccolo insediamento ci racconta che in ogni piazza, nei tempi passati, alberegava un albero secco sul quale venivano appese le teste dei nemici catturati in battaglia e decapitati. Il feeling di cupa sacralità percepito di fronte agli altari viene addirittura amplificato al cospetto delle tombe megalitiche, le ultime di questo genere a venir ancora costruite con tecniche tradizionali. Il villaggio che ci ospita giace poco lontano da una di queste enormi zone sepolcrali. Le dimensioni dei monoliti sono tali da richiedere ingenti somme e vari anni di lavorazione, periodo in cui la famiglia tiene macabramente i propri defunti in casa. Intere generazioni sono sepolte sotto questi circoli di pietre, decorate con figure mitologiche e religiosamente rivolte verso le stesse onde che noi quotidianamente surfiamo. Attorno alle sepolture alcune donne perlustrano il bagnasciuga piegate come aironi. Dai loro fianchi sporgono grosse bisacce, ricolme di molluschi appena raccolti tra le pozze della bassa marea. Sulla collina di fronte, un branco di bufali bruca erba ignaro del sanguinoso destino che li attende: saranno immolati come offerte rituali agli antenati appena sarà terminata la costruzione della nuova tomba. Appena dietro la spiaggia bianchissima, i tetti delle capanne fanno capolino dalla volta verde della giungla. Sono grosse palafitte di legno e fascine a base rettangolare dal cui tetto spunta un caratteristico cono di dense frasche. Si tratta della 'cassaforte' della famiglia. Infatti è impossibile per un ladro arrampicarsi sul tetto di paglia senza distruggere la costruzione ed allarmare gli occupanti. Troviamo posto in una casa in muratura, l'unica del villaggio. Ad affittarcela è una giovane coppia che, pur non capendo una parola di inglese, intende alla perfezione i nostri bisogni. Ogni mattina alle 6.30 la figlia ci porta una tazza di tè ed un piatto di piesang goreng, cioè banane fritte in pastella. I preparativi per il pranzo, invece, iniziano in tarda mattinata quando un grosso dentice appena pescato viene eviscerato e sfilettato direttamente sulla spiaggia. Le mani della figlia maggiore si muovono meccanicamente, insinuando la lama tra carne e lisca fino a scarnificare completamente il pesce. La cucina della famiglia si trova fuori dalla casa, una stanza col pavimento in terra battuta dalla cui sommità esce un eterno filo di fumo. E pare impossibile che un semplice fuoco di legna ed un incrostato calderone di alluminio riescano a produrre pranzi così sontuosi. Dalla fumosa camera escono verdure fritte, toufu in salsa cilly ed il pesce, perfettamente stufato e servito con l'immancabile riso. Di fronte ad un trattamento come questo lasciare il villaggio ed esplorare altri spot ci risulta particolarmente difficile. Seguendo i ritmi della marea diventiamo partecipi, o almeno testimoni, della routine dei pescatori. Li incrociamo ogni mattina, verso le 11, intenti a sistemare le reti che al tramonto dovranno calare di nuovo. Dai tagli sulle loro mani, dalle profonde rughe che circondano i loro occhi e dalla flessibile solidità delle loro piroghe si intuisce la forza degli elementi a cui sono quotidianamente esposti. Il giallo ambrato della sera spinge donne e bambini verso il porticciolo, dove i pescatori stanno armando le barche per l'uscita notturna. È un rituale quotidiano. Le donne rientrano in casa solo quando anche l'ultima piroga è sparita tra le onde scure all'orizzonte. Nonostante gli sguardi curiosi dei bambini che ci scrutano come animali da circo fino all'ultimo giorno, ci sentiamo parte legittima in questa spontanea processione. Con l'aiuto del dizionario il padrone di casa mi ha raccontato di come la religione locale creda in una scala magica, fatta di corna di bufalo, capace di congiungere il paradiso alla terra.

A poche ore dalla partenza guardo le tavole già imballate e penso alla traversata che mi aspetta. Vorrei proprio che quella scala fosse rotta.

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