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LE BOMBE DI KIRITIMATI

a cura di Michael Kew Condividi SurfNews

A cinquant'anni dai test nucleari, un viaggio ricognizione tra i reef della Micronesia

Nei tardi anni '50 l'atollo di Kiritimati, anche noto come Christmas Island, fu condannato a morte dalla fissione nucleare e dalla paura di un attacco comunista all'Occidente. La guerra fredda dilagava a migliaia di chilomentri da questo paradiso micronesiano ma i suoi effetti si fecero sentire fino a qui, sotto forma di bombe all'idrogeno e test nucleari di varia intensità. Furono gli inglesi i primi a schiacciare il bottone rosso. Il primo test lo portarono a termine con successo proprio sulla punta meridionale dell'isola nel novembre del '57. A questo succedettero decine di esperimenti ufficialnente dichiarati 'non pericolosi per l'uomo'. Anche gli Stati Uniti iniziarono a far saltare atolli nella stessa area. Loro optarono per i tradizionli funghi nucleari, facendone sbocciare una ventina durante l'operazione passata alla storia come Operation Dominic. Molti toponimi qui, come i villaggi di Banana e Main Camp, sono stati attribuiti proprio al tempo degli esperimenti militari, quando migliaia di soldati stanzionavano sull'isola. Quel periodo di esplosioni programmate adesso sembra sepolto sotto la lussureggiante vegetazione dell'enorme atollo, lavato via da quarant'anni di mareggiate. Eppure gli isolani non dimenticano le parole di Henry Kissinger che, all'alba dei test radioattivi, liquidò il problema popolazione con un lapidario: «E chi se ne frega! In fondo ci abitano solo 90 mila persone!». Una di queste persone era il padre di Etuati Arao, uno dei pochi surfisti a frequentare regolarmente le onde di Christmas Island. Nel '58 suo padre abitava sull'isola di Tarawa, 2000 miglia ad ovest di qui, ma venne reclutato dalle truppe inglesi e portato a Kiritimati. «Tarawa stava diventando un posto caotico e mio padre fu contento di cambiare vita» racconta Etuati davanti al suo point destro preferito, «fu uno dei testimoni della prima bomba H. Da allora ebbe problemi agli occhi e difficoltà di respirazione. Con il passare del tempo ed il succedersi di nuovi esperimenti, la sua pelle iniziò a deteriorarsi. Allora decise di tornare a Tarawa dove morì. Nessuno ad oggi ha analizzato i corpi di chi, come lui, ha assistito agli esperimenti, la popolazione non fu mai evacuata!». Etuati è nato a Tarawa ma ha seguito cinquant'anni più tardi, le orme del padre ed ha trovato lavoro nelle piantagioni di cupra di Kiritimati. Arrivare qui, anche dall'Europa, oggi è molto più semplice di un tempo. Lo stesso, il fatto che il volo da Honolulu parta una sola volta alla settimana rende l'idea di quanto remoto sia questo enorme atollo, posizionato pochi gradi a nord dell'equatore in pieno Oceano Pacifico. La North Shore di Oahu, esposta alle stesse mareggiate, è un perfetto 'indicator' per le onde di Kiritimati. Le stesse mareggiate che attivano i reef di Pipeline, Sunset e Waimea, giungono in Micronesia due giorni dopo, ridotte nelle dimensioni ma perfettamente stese e con un periodo lunghissimo. Alla nostra partenza le onde sulla North Shore erano enormi, un ottimo segno. Dall'aereo si vedono lunghe linee blu piegare sulle punte esterne dell'atollo disegnando invitanti triangoli di schiuma bianca. Uno dei fattori problematici di Kiritimati è però il vento, anzi, la sua intensità visto che la costa meridionale lo riceve esattamente da terra. Nell'inverno '07-'08, grazie anche da una situazione di Niña particolarmente pronunciata, il vento non ha mai smesso di soffiare. «È stato l'inverno peggiore da quando mi ricordo», ci comunica Chuck un americano espatriato che vive in barca a vela trasportando i surfisti a zonzo per gli spot che lui stesso ha scoperto. Nonostante il suo pessimismo, veniamo confortati dalle linee di mareggiata che frangono di fronte a London, un villaggio di raccoglitori di cupra fondato da un prete francese nel 1917. Anche se furono scoperte dal Capitano Cook il 24 dicembre del 1777 (da qui il nome di Christmass Island), la maggior parte dei villaggi di Kiritimati furono fondati da Emmanuel Rougier, un religioso francese che si arricchì tra il 1917 ed il 1939 grazie allo sfruttamento delle piantagioni di cocco. Poco a sud di qui ci sono altri due villaggi, Paris e Poland, anch'essi beffardamente battezzati con nomi di città del vecchio continente. La Polinesia, Hawaii incluse, è formata da 500 isole, la Melanesia ne conta 1.500 e la Micronesia oltre 2000. Quest'ultima, con un'estensione di quasi 2 milioni di chilometri quadrati, costiutuisce quasi certamente la maggior riserva mondiale di onde surfabili. La densità di surfisti in questa enorme area del Pacifico è sorprendentemente bassa specialmente se paragonata alle vicine Hawaii. Da un punto di vista surfistico la Micronesia è uno tra i luoghi meno sfruttati del pianeta. Le altre nazioni con forte presenza di atolli, come ad esempio le Maldive, hanno tratto vantaggio dalle onde mentre qui solo Chuck e pochi fortunati di passaggio sugli yact privati hanno la fortuna di godere di tanta perfezione. La conoscenza di Chuck si basa su trent'anni di surf ed esplorazione in un'area lunga duemila miglia surfisticamente tutta per lui! Inoltre, dei 33 atolli pricipali, solo questo è raggiungibile in aereo. La nostra guida si è innamorata a tal punto di queste isole da lasciarsi alle spalle la cittadinanza americana, crearsi una famiglia locale e devolvere la propria vita alla esplorazione surfistica di questo arcipelago. Chuck arrivò a Kiritimati nel 1992, dopo aver vissuto in barca sulle isole Gilbert per 12 anni. «Dopo aver visto centinaia di isole ed atolli, sapevo già dove cercare gli spot» ricorda. «Al primo viaggio ho caricato una tavola ed una moto nella stiva e mi sono precipitato al point appena toccato terra. Erano le migliori onde che avessi surfato in Micronesia e pensai, per un attimo, di aver sprecato gli ultimi dodici anni cercando nelle isole sbagliate!». Sfortunatamente il nostro tempismo non è stato buono quanto il suo di allora. Il vento, pur da terra, accelera al contatto con la lunghissima laguna e frusta con raffiche fortissime il point destro. Abbandoniamo per un paio di giorni la sicurezza del porto per aventurarci on-land attraverso la costa sudorientale. Specialmente lontano dal mare, nelle aree interne dell'atollo, è possibile camminare per giorni senza incontrare altro che palme ed arbusti. Migliaia di uccelli marini forniscono l'unica alternativa sonora al rumore del mare, che fortunatamente offre ottimi diversivi anche in questa anomala situazione di vento. Le onde migliori le troviamo su un reef vicino al villaggio London. Tante baie ed insenature che sembravano perfette nelle mappe di Google Earth si rivelano solo una chimera ma degli oltre 15 possibili spot che ho segnato nel mio tacquino, almeno tre cooperano. «Dovremmo denunciare Google!» suggerisce Mikala Jones, nascondendo una certa frustrazione per la misura non hawaiiana della mareggiata. Anche in assenza di vento le onde rompono su un fondale corallino bassissimo. Veloce e difficilmente prevedibile, fortunatamente il point di London, fornisce ai rider alcune buone sezioni. Prima di abbandonare l'isola ironizziamo sulle condizioni del mare con Chuck. «Il problema qui è dato dalla carenza di fondali. Anche le canoe hanno problemi ad avvicinarsi alla riva. Neanche le esplosioni negli anni 60 sono riuscite ad aprirsi la strada in tutto questo corallo!».

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