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IL RESTO DEL PAESE

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews


Una esplorazione on-land lungo la costa orientale del Madagascar

Inconsistente, ventoso, isolato e pieno di squali. È incredibile come quattro luoghi comuni tra i più banali siano riusciti, da soli, a cancellare dagli itinerari surfistici una nazione grande quasi il doppio dell'Italia, posizionata in pieno Oceano Indiano e circondata da aree surfistiche famose come Sud Africa, Reunion e Mozambico. I più accorti tra i lettori già sapranno che la costa meridionale del Madagascar è da vent'anni meta di surfisti da Europa ed America. La loro presenza, e la copertura dei magazine, interessa però solo la zona tra Tulear e Fort Dauphin, dove le infrastrutture sono accettabili anche dai viziati turisti occidentali e la presenza di una nutrita comunità surfistica rende il problema squali meno avvertibile. Ma guardando la lunga sagoma di quest'isola ogni surf-explorer con un briciolo di fantasia non può che porsi una sola, basilare domanda. «...e il resto del paese?!»

L'esperienza di Randy Rarick e di John Callahan tra le acque dell'Africa Orientale è quasi trentennale e non bastano certo 'voci di corridoio' per dissuaderli dal partire. Sanno bene che gli avvisi di 'presenza squali' e di condizioni sfavorevoli di vento, così efficaci nel dissuadere surftrip di massa, nascondono quasi sempre piacevoli segreti. La costa nordorientale del Madagascar è infatti esposta a quella fucina di onde che sono i 'quaranta ruggenti'. Un enorme tratto di mare tra i più irruenti del pianeta specialmente durante l'inverno australe. Ed è la curiosità suscitata da questi 300km di costa esposta che ha spinto Simon Erwan ed il sottoscritto a seguirli in Madagascar settentrionale. L'efficacia della disinformazione diviene lampante all'aeroporto di Antananarivo, quando il 100% dei surfisti presenti sul volo infila il corridoio dei passeggeri in transito affrettandosi verso il gate per Tulear. Noi invece attraversiamo il cancello dell'immigration, tavole al seguito, tra gli sguardi increduli. Andare ad est e non a sud in madagascar è una presa di posizione. Organizzare questo trip controcorrente si è rivelato infatti difficile fin dall'inizio. Il nostro contatto ad Antananarivo, un certo Fred, ci ha illusi per settimane, garantendoci trasporti, biglietti aerei ed alloggi in cambio di visibilità per il suo business. Purtroppo, a cinque giorni dalla partenza ancora nessun servizio da noi richiesto era stato effettivamente prenotato. Le nostre lamentele verso l'agenzia hanno fatto infuriare questo sedicente 'local' che, dopo giorni di irreperibilità, è arrivato a chiederci 150 dollari a testa solo per poter surfare 'senza problemi' gli spot della costa orientale. «Se non viaggiate con me, non avvicinatevi neppure a Mahambo» ci ha scritto nella sua ultima email, allegando la foto di un murales con la classica scritta 'locals only' e rivelandoci, di fatto, l'ubicazione delle onde migliori. Lo spostamento in 4X4 dalla capitale alla costa orientale richiede lo stesso tempo del volo Parigi-Antananarivo. Erwan Simon è quello a soffrire più di tutti quando la vista della costa di Toamasina, e delle prime onde surfabili, lo trovano sul sedile posteriore, febbricitante e disidratato. Noi invece ingoiamo le pillole antimalaria di fronte ad una lauta cena, prima di concederci un meritato riposo. Toamasina ospita il porto commerciale più grande del Madagascar ed è un punto di partenza ottimale per l'esplorazione surfistica del Nordest. I comfort della vita occidentale però finiscono qui. Toamasina è stata fino al secolo scorso la capitale commerciale del Madagascar. L'antico stile francese-coloniale è ancora visibile nei decadenti palazzi liberty che costellano le strade del centro. Più a nord inizia un tratto di mare selvaggio e surfisticamente quasi sconosciuto chiamato Vanilla Coast. Lasciamo passare un paio di giorni (di defaticamento) prima di avventurarci lungo l'impervia costa nordorientale. La città, infatti, il cui nome in Malagasy significa 'salato', sorge su una bassa penisola sabbiosa perpendicolare alla costa. Una lunga barriera corallina la separa dall'oceano fornendo un porto a due entrate relativamente sicuro. Le onde però lasciano a desiderare. I reef pass sono così lontani da riva da richiedere l'utilizzo di una barca di appoggio. Le spiagge a sud della città nonostante le condizioni di mare più che surfabili, sono totalmente off-limits visto che proprio lì è collocato il macello pubblico. Il suo canaletto di scarico butta in mare sangue e carcasse di animali richiamando squali tigre da mezzo emisfero meridionale. In verità troviamo un paio di spot ad una certa distanza dal macello, probabilmente sicuri. Se questa fosse l'unica area-surf disponibile non esiteremmo a buttarci in mare ma con oltre 300 km di costa esposta e ignota a nostra disposizione pensiamo bene di lasciarci la città alle spalle puntando verso altre baie. Guidando in direzione di Foulpointe il nostro itinerario incrocia quello del ciclone Ivan, che solo due settimane fa si è abbattuto su queste coste causando la morte di centinaia di persone. All'arrivo a Foulpointe ci accorgiamo della devastazione causata. Case, imbarcazioni, le piccole guest house lungo la costa, qualsiasi cosa si trovasse sul suo tragitto è stata letteralmente spazzata via. I primi 200m della spiaggia sono costellati di detriti, ammucchiati in alti cumuli e sparpagliati ovunque. Purtroppo le potenzialità surfistiche, ad esclusione di alcuni possibili reef-pass molto lontani da riva, non sono buone quindi ripartiamo verso nord, preoccupati per le precarie condizioni sanitarie della costa che stiamo per esplorare, severamente colpita dal ciclone. Il sistema stradale in Madagascar è famoso per essere uno dei peggiori al mondo. Un inconveniente che i malgasci superano con una attitudine quasi zen. La parola che definisce questo comportamento è 'mora-mora', un concetto a metà tra il fatalismo orientale e la capacità di adattamento dei popoli africani. Un esempio di 'mora mora' lo incontriamo pochi chilometri a nord di Foulpointe dove un ponte galleggiante, costruito dal governo, viene sistematicamente affondato dai locali per motivi di lucro. Da quando un tifone ha spazzato via il vecchio ponte in muratura, gli indigeni hanno costruito zattere di bambù galleggianti con le quali aiutano le carovane di auto ad attraversare il fiume, ovviamente in cambio di danaro. Grazie a questo escamotage che allunga di varie ore il tempo di sosta dei veicoli, su entrambi gli argini del fiume sono sorti piccoli centri urbani con un mercato, negozietti ed anche un hotel. Troviamo divertente il fatto che tutti i giorni o quasi il governo della regione mandi esperti a riparare il ponte, che viene però regolarmente affondato dai padroni delle zattere impegnati pochi metri più in là lungo il fiume. Ed anche se questa situazione si protrae da mesi, ostacolando il flusso di veicoli, nessuno degli interessati sembra lamentarsi o innervosirsi per il disagio subito. «Speriamo non succeda lo stesso ad ogni ponte del paese» è il pacato commento del nostro driver dopo un paio di ore in fila tra polvere e smog. Se trovate questo atteggiamento molto 'orientaleggiante' sarete stupiti di sapere che la cultura malgascia ha radici proprio tra le etnie orientali malay ed indonesiane. Queste popolazioni, attraversato l'Oceano Indiano, approdarono in madagascar tra il II ed il V secolo e trovarono risorse naturali come cannella, minerali e legno, particolarmente ricercate nella madre patria. Il commercio che instaurarono unì per secoli i due angoli opposti dell'Oceano Indiano e toccò anche le coste africane da dove arrivarono, attirate dalla favorevole situazione economica, numerose popolazioni africane. Arriviamo a Mahambo, la città proibita, al quarto giorno di viaggio, accolti da onde ad altezza della testa e da un sole incandescente. Portiamo dentro una certa apprensione, viste le minacce ricevute per email. E ci sembra impossibile che nessuno sia in acqua a godersi la mareggiata visto che proprio questo è il tratto di costa che Fred si era raccomandato di non visitare per via dei 'locali'. Nonostante le indubbie potenzialità surfistiche, Mahambo non assomiglia propro ad una surf-destination vendibile. Ad eccezione di un paio di alberghetti sulla spiaggia, seriamente danneggiati dall'ultimo ciclone, il villaggio sopravvive senza elettricità, strade asfaltate e acqua corrente. Dietro la striscia di edifici prospicenti la spiaggia, le costruzioni si riducono ad una serie di malferme capanne di legno coperte da un tetto di lamiera ondulata. Nei giorni successivi al nostro arrivo il vento e le onde cambiano spesso direzione imponendoci di esplorare gran parte del circondario. L'onda più vicina al paese è una divertente sinistra caratterizzata da un inside tuboso ed impegnativo. Poco a nord, invece, rompono onde prevalentemente destre su un fondale tagliente e coperto di ricci. Ovviamente la nostra presenza non è passata inosservata ed alla seconda session sulla sinistra finalmente incontriamo i locali. Ci aspettavamo visi duri e droppate ma, con nostra sorpresa, la comunità surf di Mahambo conta solo una decina di unità. Il più vecchio tra i surfisti ha appena 14 anni. Sono timidi e contenti di incontrare qualcuno da fuori visto che in un anno sono mediamente 10 i surfisti che raggiungono questo avamposto. La loro attrezzatura è costituita unicamente da tavole semidistrutte lasciate qui dai pochi visitatori e malamente rappezzate con resina per imbarcazioni. A tardo pomeriggio, camminando sulla spiaggia, troviamo finalmente la scritta 'locals only' speditaci da Fred come monito. A scriverla però non sono stati i surfisti del villaggio, che fra l'altro non conoscono una parola di inglese, ma lo stesso Fred. A dimostrazione di questo sta un solitario cartello con la scritta 'surf school' ed i contatti della sua agenzia, piantato nella sabbia poco lontano. Uno degli imperativi categorici nei nostri viaggi è quello di non alterare l'equilibrio dei locali esponendo senza autorizzazione onde e coste sensibili all'affollamento. Per questo, prima di dare in pasto ai media onde perfette ai confini dell'universo surf, ci accertiamo di cosa la nostra presenza possa comportare e cosa potrà causare un eventuale flusso di surfisti stranieri. Di fronte alla miseria di Mahambo questi diventano dei non-problemi. Vista l'abondanza di onde di qualità e la necessità di sviluppo di quest'area, le istanze localiste di Fred ci sembrano proprio fuoriluogo. Soprattutto considerato il fatto che la sua agenzia non opera qui ma in capitale, arricchendosi proprio grazie alle difficili condizioni di vita del posto ed all'inesperienza di questi ragazzini. Dopo un paio di giorni Fred si materializza sulla spiaggia sfoggiando abbigliamento da gangstar rap, cellulare sempre all'orecchio ed un pick-up alla baywatch nuovo fiammante, con un tanto di adesivo 'life-guard' rosso fuoco ed una pila di 15 tavole legate sul tetto. Una ulteriore prova della sua malafede ci viene dai ragazzini che, di colpo, smettono di salutarci e si mostrano timorosi, come se le tante session fatte assieme sulla sinistra ed i passaggi in auto per gli spot fuori città fossero un inconfessabile peccato. In capo ad un paio d'ore il suo atteggiamento da bulletto supera il limite tollerabile. Mentre surfiamo sul point, Fred avvicina il nostro autista e l'albergatore reclamando la sua esclusiva sul turismo surfistico della zona e minacciandoli di ritorsioni se ci avessero aiutato. Toccati dalla situazione e spronati dall'albergatore stanco dei soprusi di questo estraneo decidiamo di fare qualcosa, almeno simbolicamente. È Randy Rarick la persona più indicata per le ramanzine e così, avvicinato gentilmente Fred, gli spiega, di fronte ai surfisti locali, che manipolare i ragazzini ed istigarli al localismo per interessi personali non è una pratica di cui andare fiero. Soprattutto considerando il fatto che quelle stesse onde che lui tenta di proteggere possono costituire una via di uscita dalla miseria non solo per i surfisti ma per l'intera citta di Mahambo. Randy gli racconta come altri villaggi di pescatori in zone problematiche come lo SriLanka o l'Indonesia abbiano trovato proprio nel surf una via sostenibile di sviluppo economico. Molto probabilmente le parole di Randy non convinceranno Fred a cambiare atteggiamento ma i ragazzini, grazie alla traduzione di un adulto, hanno ascoltato ogni parola e riprendono a salutarci. Il mattino successivo, lasciamo loro una tavola di Randy e ci lasciamo anche Mahambo alle spalle. Vista l'intensa attività ciclonica degli ultimi anni, la strada sterrata che unisce i villaggi a nord è stata spostata molto all'interno, rendendo difficile l'accesso a molte baie e penisole promettenti almeno sulla carta. Ci sarebbe da esplorare per mesi! Dopo averne a fatica controllate alcune, ci fermiamo a chiedere informazioni nell'ennesimo villaggio. È li che un signore, vedendo tavole da surf sulla macchina, ci urla «prochain village, gros vague!» in uno stentato francese. Seguiamo riluttanti le sue indicazione e raggiungiamo per l'ennesima volta la costa. La vista del mare ci lascia a bocca aperta ma non sono le onde a stupirci questa volta. Una ventina di bambini stanno surfando un morbido point-break su rudimentali tavole di legno. Sembra un salto indietro nel tempo. Saltiamo letteralmente fuori dall'auto e corriamo verso la spiaggia mentre alcuni di loro, incuriositi, lasciano il break per venirci incontro. Le tavole che usano sono di legno pieno, lunghe circa 4 piedi. Cavalcano le onde proni, aggrapandosi con le mani ai rail ed inarcando la schiena per governare. Dopo le presentazioni ed i convenevoli analizziamo la disposizione della loro onda. La sezione che stanno surfando è solo l'ultima di un lungo point destro che inizia a frangere diverse centinaia di metri più al largo. Solo quando un grosso set attiva le sezioni esterne ne capiamo le reali potenzialità. I ragazzini, in massa, ci guidano verso le sezioni più esterne ed impegnative della loro onda. È una session indimenticabile. Randy usa tutta l'esperienza accumulata a Sunset per selezionare le onde più grosse e tubose e percorre metri nelle succhiose caverne di questa destra. Io ed Erwan non riusciamo a smettere di prendere onde facili e perfette,
percorrendo decine di volte lo stesso canale profondo, ogni volta con un sorriso più grosso. Solo alla fine della session ci preoccupiamo di cercare un posto per dormire. Lo troviamo proprio sulla spiaggia dove una famiglia locale ci affitta una casetta con vista sullo spot. Questa routine idilliaca continua per diversi giorni durante i quali abbiamo il tempo per capire i ritmi di vita di questa nutrita e particolarissima comunità surfistica. A giudicare dalle tavole utilizzate, il contatto con il surf 'bianco' è stato minimo o addirittura nullo. Eppure la loro attitudine non differisce molto da quella dei surfisti occidentali. Durante le lunghe pause tra una alta marea e l'altra, i ragazzini si aggirano tra le pozze del reef a caccia di pesci e polipi. Quando le condizioni sono ottimali (che per loro significa onde lente e lunghe) si accalcano sul picco, rispettando precedenze strettamente legate all'età ed alla stazza fisica. Cosa possa avvicinare le persone al surf in una realtà geopolitica avversa come il Madagascar è spesso motivo di discussione durante i nostri viaggi in luoghi 'estremi' come questo. A pensarci bene però, le risorse necessarie per la nascita del surf sono veramente minime: onde e legno per le tavole. Non serve altro. Realtà 'pre-contatto' come questa saltano fuori quasi ad ognuno dei nostri trip e John, che probabilmente ne ha incontrate più di chiunque altro ha una sua teoria a riguardo. «Se chiedi ad un surfista occidentale il motivo della sua passione per le onde, nel 99% dei casi ti risponde 'perché è divertente'. Questo avviene perché in occidente il surf è una forma di cura per lo stress. Tra comunità come queste i motivi sono altri. Surfando i bambini imparano ad interagire con l'oceano ed a gestire una imbarcazione tra le onde, a capire la forza dei frangenti e a sincronizzarsi con i set». A giudicare dalla maestria con cui i loro genitori governano pesanti piroghe a remi tra i frangenti dell'Oceano Indiano, John ha ragione. Il point destro di Le Cap funge da palestra e da scuola nautica per questo nutrito villaggio, di cui preferiamo omettere il nome, chissà da quante generazioni. Il fatto che non surfino in posizione eretta e che nessun adulto pratichi questa attività ricreativa conferma che il divertimento, per questa comuità, non è il motivo principale. Randy, cresciuto ad Oahu, a stretto contatto con la cultura polinesiana, ci fa notare che le tavole utilizzate dai locali sono in tutto identiche ai body-board 'paipo' in legno usati per millenni dai bambini polinesiani. Ricavati da un unico pezzo di legno piallato, queste rudimentali tavole hanno in realtà uno shape ricercato. Il nose è tondeggiante e presenta un certo rocker di entrata mentre il tail è squadrato ed ha bordi taglienti con cui impostare profonde curve alla base dell'onda. Durante le nostre session sul point, prendo dimestichezza con il loro stile e con la loro precisa lettura dell'onda. Essendo priva di pinna ma provvista di un rail pronunciato, i loro paipo disegnano traiettorie efficaci ed imprevedibili. Ad esempio, in uscita da un bottom-turn, riescono ad invertire quasi il senso di marcia lasciandosi scivolare piatti verso il cuore del tubo. Vederci surfare in posizione eretta non sembra incuriosirli più di tanto ma le conseguenze della nostra presenza non tardano a farsi sentire. Al terzo giorno di surf assieme Etienne, più furbetto di loro orgogliosamente ci mostra la sua nuova creazione. Ha sagomato una pinna di legno simile a quella del single-fin di Randy e l'ha incastrata con precisione sotto il suo belly-board. Pensiamo immediatamente che sia un segno: questa comunità ha bisogno di una tavola quindi ne ripariamo una, la equipaggiamo di leash e scorta di cera e la affidiamo al capo del villaggio per essere sicuri che verrà utilizzata da tutti i surfisti in maniera equa. L'immagine del piccolo Etienne, che prende la sua prima onda in piedi sarà il ricordo più bello di questo viaggio.

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