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LATITUDINE PELLE

a cura di Olga D Alì Condividi SurfNews

Il surf, il sole, il dove

Sono molti i fattori che influenzano la quantità (e la pericolosità) delle radiazioni solari che raggiungono la nostra pelle ad ogni uscita in mare e non tutti sono valutabili osservando semplicemente il cielo ed il termometro! Si parte dalle condizioni atmosferiche tra cui la più significativa è la concentrazione dell'ozono. Questo utilissimo strato protettivo, situato nella stratosfera, funge da filtro trattenendo da solo circa il 99% di radiazioni UV. Il suo spessore, però, varia in base alla stagione e alla latitudine. In primavera, per esempio diminuisce drasticamente toccando i suoi livelli minimi nelle regioni polari, in particolare nell'emisfero Sud dove il surriscaldamento del pianeta ha provocato la sua quasi completa scomparsa. Non è un caso se tra i surfisti di Australia e Nuova Zelanda, sulle cui teste grava il celebre 'buco', il cancro alla pelle mieta più vittime degli attacchi di squalo. Meno noti, invece, sono i fattori 'geometrici' che intervengono direttamente sulla pericolosità delle radiazioni. Il primo è la declinazione solare cioè l'angolo formato dalla linea che congiunge il centro della Terra e il piano equatoriale, seguito dall'angolo zenitale che indica la posizione del Sole rispetto a una superficie orizzontale. Infine arriva l'indicazione che, forse più di tutte, può dare un'idea di quanto pericolosa sia la vita in mare, ovvero il rapporto tra l'energia riflessa da una superficie e l'energia direttamente assorbita. È stato dimostrato che mentre un prato verde riflette solo il 3% dei raggi, con la sabbia si sale già al 18% per arrivare al 22% dell'acqua e infine toccare l'80% sulla neve. Sono indicazioni importanti perché le radiazioni ultraviolette non possono essere nè viste nè sentite ma agiscono subdolamente a livello del DNA. Fondamentale allora imparare a tener conto, oltre che della temperatura esterna anche dell'angolo con cui i raggi solari raggiungono la terra, la latitudine alla quale ci si trova e lo spessore di ozono presente sulle nostre teste. Sorvolando infatti sulle solite scottature e colpi di sole (che comunque rischiano di compromettere seriamente un surf-trip), l'aspetto da valutare più seriamente rigurda i possibili danni a lungo termine. I surfisti, infatti, spendono fino a 200 giorni l'anno in spiaggia o in mare e questo li espone a rischi notevoli, anche a latitudini mediterranee. I dati diffusi dall'AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) parlano chiaro: purtroppo i tumori della pelle sono in aumento, tanto che il melanoma, fino a pochi anni fa considerato una forma rara, oggi registra solo in Italia tra i 6 e i 9 casi ogni 100.000 abitanti, mentre i carcinomi sono addirittura 50 volte più frequenti. E il maggior fattore di rischio è proprio l'esposizione cronica alla luce del sole, i cui raggi possono danneggiare il DNA delle cellule della pelle fino a provocarne una crescita incontrollata. A riprova della 'colpevolezza' del sole c'è la mappatura delle zone dove i tumori della pelle si sviluppano con maggior frequenza: viso, orecchie, collo, cuoio capelluto, spalle e dorso. Chiaro il concetto? Se si vuole entrare in acqua tranquilli non resta che adottare una serie di precauzioni. Quella più semplice e ovvia, ma ancora troppo trascurata dai surfisti italiani, è usare una buona crema solare, che difenda dai raggi UVA e UVB il cui indice di protezione sia almeno 20. Perfette per gli sport acquatici le formule resistenti all'acqua e a schermo totale anche se è comunque necessario riapplicarle più o meno ogni due ore.

La scelta è ormai infinita: dalle formulazioni antiallergeniche e inodori, a quelle ipertecnologiche completamente liquide che offrono una protezione fino a 10 ore, a quelle che puntano sulla praticità e, invece del solito barattolo si presentano sotto forma di leggerissimi bracciali da tenere al polso. Utile poi, quando si surfa sotto il sole estivo, indossare una Lycra a maniche lunghe anche in piena estate e, se proprio non si riesce ad evitare di entrare in acqua tra le 12.00 e le 16.00 (orari a rischio) sarebbe buona regola 'spalmare' la surfata su varie session corte, reidratandosi ad ogni sosta e senza superare i 60 minuti di esposizione diretta.

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