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TE-AHU-UPO O

a cura di Emiliano Mazzoni Condividi SurfNews

Un muro di teschi, due isole, una gara

'Camminando nelle vicinanze di Matavai Point, dove sorgeva il nostro accampamento, mi capitò di vedere un uomo che procedeva in una piccola canoa, pagaiando con energia. L'uomo di colpo smise di remare ed iniziò a muoversi alla stessa velocità dell'onda, fino a raggiungere la riva. Poi vuotata la canoa dall'acqua, ricominciò tutto da capo, inseguendo un'altro cavallone. Non potei far altro che concludere che questo uomo stesse provando un piacere supremo mentre veniva trasportato così velocemente e senza sforzo sulla superficie del mare'. Capitano James Cook. A Voyage to the Pacific Ocean.

Mentre l'Airbus della Air Tahiti Nui sorvola Matavai Bay riesco ad intravedere nell'oscurità un set frangere sul reef di Point Venus, lo stesso sulle cui onde scivolavano i nativi documentati da Cook nei suoi celebri diari. Immagino l'esploratore, seduto davanti alla sua tenda ad annotare questo insolito sport. Al suo fianco Charles Green (il suo astronomo) è alle prese con un quadrante astronomico, intento a controllare la posizione di venere, motivo primario della loro missione nel 1769. Poi la loro attenzione viene disturbata dalle onde che frangono proprio sotto il promontorio. Un pescatore polinesiano si avvicina alla costa sulla sua Va'a, la tipica canoa ad un solo bilancere, inseguito da un'enorme gobba d'acqua. Man mano che l'onda si avvicina al pass diventa sempre più grande fino a sovrastare e spingere la fragile imbarcazione. Il pescatore allora smette di remare, lo scafo inizia a planare. Per acquistare velocità infila il remo nell'acqua virando a sinistra, verso la schiuma. L'onda di Point Venus è, oggi come allora, una destra potente che tuba avvicinandosi all'inside. L'indigeno tenta di mantenersi sulla spalla per evitare un pericoloso rotolone in mezzo alla schiuma, poi, con un gesto istintivo, infila il remo alla sua destra per riprendere una traiettoria più sicura. La velocità aumenta col procedere della corsa e la canoa finisce nel canale dove l'acqua è più profonda. Il capitano Cook rimane sbalordito, non aveva mai visto niente di simile prima d'ora e solamente i racconti dell'equipaggio della Dolphin, che aveva assistito a questo prodigio anni prima, lo convincono che non sta sognando. La cosa più stravolgente, per un europeo come lui, è che il pescatore non si arrende. Finita la corsa si dirige nuovamente verso il mare aperto aspettando un'altra onda e ripetendo tutto da capo. Mentre il navigatore inglese ed il suo astronomo sembrano nervosi e spaesati, persi in un universo di corallo, tribù ostili e sole cocente, l'indigeno si sta rilassando dopo una giornata di pesca, praticando uno sport che è assieme tecnica marinara e stile di vita. Fortunatamente la mia condizione è completamente diversa da quella di Cook nel 1769: il mio viaggio non ha nessuna velleità scientifica. Tahiti è oggi meta di un turismo limitato ed elittario alimentato da una crescente esposizione su riviste di viaggi, depliant di turismo e, non ultimo, testate di surf. L'incarico di documentare i luoghi e l'evento mi è arrivato dall'Ufficio del Turismo di Tahiti il quale ogni anno offre la possibilità ad un media italiano di documentare il Tahiti Pro, la celebre competizione di surf che si svolge a Teahupoo nel mese di Maggio. Il passaggio del World Tour da questo villaggetto di 1400 anime costituisce un momento di confronto tra la tradizione surfistica più antica al mondo e l'universo patinato delle riviste, dei professinisti e delle grandi sponsorizzazioni. Per i surfisti locali come Manoa Drollet, Vetea David, e Manoa David, la gara è una occasione per dimostrare il proprio talento in condizioni impegnative. Dai tempi di Cook sono cambiate molte cose a Tahiti, l'unica cosa che, fortunatamente, non può cambiare sono le onde e la naturalezza con cui i locali ci si relazionano. I reef dell'arcipelago tahitiano sono per lo più formati da spaccature nella barriera corallina, scavate da antichi ruscelli che dalle montagne entrano in mare. A differenza delle spiagge, dove la sabbia viene trasportata e depositata quasi casualmente ad ogni grossa mareggiata, i reef-pass come Teahupoo impiegano migliaia di anni a formarsi e rimangono praticamente invariati per secoli. La confidenza estrema dei polinesiani con i loro spot è data anche da questa millenaria interazione con onde praticamente sempre identiche a se stesse. Questo rapporto atavico tra rerra, onde e popolazione, inoltre, ha fatto sì che al surf non venga attribuita alcuna connotazione di status symbol. I miei compagni di surf sulle onde di Papara, uno degli spot più frequentati a mezzora da Papeete, sono intere famiglie, di ogni livello sociale e grado culturale. Passare una intera giornata in mare, magari portandosi dietro figli, nipoti ed un enorme frigo ricolmo di cibo e birra, fa parte della quotidianità surfistica tahitiana. Le onde di Papara sembrano fatte apposta per intrattenere surfisti di ogni livello. Nella lunga e bianchissima spiaggia i più giovani si godono la risacca con i bodyboard, diretti discendenti dei Paipo, le corte tavole di legno usate dai bambini fino al secolo scorso. Gli adolescenti invece sfrecciano sulle onde del beachbreak con tavolette affilate e piccolissime, (la versione moderna degli antichi Alaia) ispirandosi alle manovre dei loro idoli, che presto vedranno in azione a Teahupoo. La scenetta più toccante si consuma però sul reef esterno, dove tranquilli signori di oltre cinquant'anni fanno a turno sulle lunghe onde del main-point. La loro routine è semplicemente invidiabile. Pagaiano in piedi verso il picco più esterno, appena l'onda inizia a sospingerli piantano il remo usandolo come timone. La loro corsa finisce 200m più in basso, dopo un paio di larghi cut-back ed un eventuale tubetto. Ad attenderli nel profondo canale, legato su una tavola ancorata al fondo, alberga il frigo della birra e degli snack. Ad ogni onda corrisponde un sorso di birra gelata. La session si interrompe solo quando la mareggiata cala sotto l'altezza della testa o quando il frigo si svuota. La postura tenuta dai polinesiani di mezza età è statuaria. Del resto la recente moda dello stand-up paddle board, diffusissimo qui, ha fatto leva proprio su questa esigenza di 'stile tradizionale'. Piedi quasi paralleli in mezzo alla lunga tavola, pancia in fuori e peso perfettamente distribuito per planare con il minor attrito: pare di vedere i regnanti del XVIII secolo sui loro pesantissimi 'Olo' di legno pieno. Non tutte le onde, però, permettono un approccio così rilassato. Ci sono spot che incutono terrore solo a pronunciarne il nome.

UN MURO DI TESCHI

Teahupoo, l'onda mitica, dovrebbe essere chiamata Hava'e, il nome ancestrale del pass che si apre nell'oceano per una lunghezza di 300 metri di fronte al villaggio. Per molti anni i surfisti viaggiatori (per lo più australiani) chiamarono questa pericolosa onda 'Kumbaya' ma alla fine le venne dato il nome del villaggio. La pericolosa reputazione di questo reef riflette in qualche modo la storia della penisola di Tairapu narrata nelle leggende orali. In antichità i guerrieri di Teahupoo erano infatti conosciuti col nome di Matahihae, che significa 'occhi che brillano di rabbia' ed erano in eterna lotta con la popolazione di Tautira, a nord della penisola. Dopo una sanguinosa e vittoriosa battaglia, i guerrieri di Teahupoo decapitarono i nemici e costruirono un muro (ahu) coi loro teschi (upo'o) per marcare il confine del territorio e scoraggiare altre incursioni. Il villaggio di Te-ahu-upo'o, oggi contratto in Teahupoo prese il suo nome proprio da quella storica carneficina. Le relazioni simboliche tra il muro di teschi e l'onda più potente al mondo saltano agli occhi immediatamente. La violenza di Theaupoo è data dal brusco dislivello nel fondale che passa da 1 a 30 metri in uno spazio di appena 50. Le mareggiate oceaniche, inoltre, arrivano fino qui senza aver incontrato nessun ostacolo, trasformandosi in un muro lungo solo una settantina di metri ma dalla potenza distruttiva. I primi a surfare questo mostro di natura negli anni '80 sono stati i surfisti locali, che si limitavano ad entrare in mare con condizioni di 3-6ft. Le immagini di queste caverne pericolosamente perfette cominciarono a raggiungere i media di surf solo nel '86 quando il body-boarder Mike Stewart e Ben Severson surfarono e documentarono una mareggiata di 8-10ft. Il Tahiti Pro aprì i battenti solo nel 1997 come gara WQS, creando non pochi patemi agli atleti (e soprattutto alle atlete) abituati a competere in onde mediocri e chiamati di colpo a misurarsi con quest'onda freak. La fama di questo spot crebbe in maniera esponenziale nel 2000 quando Laird Hamilton si fece sparare in un tubo di 18ft guadagnadosi la cover di tutti o quasi i surf-magazine. Record a parte, in un 'qualsiasi' giorno con onde di 10ft, alla fine dell'amplissimo tubo di Teahupoo si possono trovare solo due cose: gloria o pericolo. Tra i tanti incidenti causati dalla potenza dell'onda e dal suo impatto violento col reef, gli abitanti di Teahupoo ne ricordano uno in particolare. Qualche giorno prima del Tahiti Pro, nel 2000, Briece Taerea, un giovane talento tahitiano, venne sorpreso nell'inside da un'onda di 15ft. L'impatto con il fondale gli spezzò collo e spina dorsale in tre punti facendolo sprofondare in un coma da cui non sarebbe mai uscito. In ospedale i medici riscontrarono nel suo corpo gli stessi traumi causati dall'esplosione di un ordigno antiuomo. Questa fama di pericolosità e perfezione ha reso in pochi anni il Tahiti Pro una tra le gare più seguite del tour, trasmessa in diretta internet e attesa da milioni di fan. «Il pericolo qui fa parte del gioco», spiega Kelly Slater, (otto volte campione del mondo e vincitore di questa competizione per ben tre volte) ai media che lo intervistano, «Nessun'altro evento al mondo offre ai fotografi simili inquadrature ed una posizione così privilegiata, a poco più di venti metri dal cuore dell'onda. È in assoluto il tubo più spettacolare al mondo, così pericoloso da rendere gli spettatori isterici ad ogni wipe-out!». Nonostante il clamore mediatico l'atmosfera nel canale durante la gara è rilassatissima. La folla di Teahupoo è composta principalmente da fotografi ed operarori e dagli abitanti del villaggio che raggiungono il reef esterno con le barche, o remando sulla paddle-board, frigo al seguito, per godersi lo spettacolo in prima fila. L'atmosfera nel pass è di festa ma appena ci si avvicina all'inside il pericolo diventa reale ed i barcaioli mostrano un sincero rispetto, spostandosi continuamente per paura di finire tra le fauci del mostro.

ALLA FINE DELLA STRADA

Dopo aver trascorso i primi giorni a perlustrare le innumerevoli baie che circondano l'isola, Pascal Luciani, presidente della Federazione Tahitiana di Surf, chiama finalmente la gara per il 13 Maggio. Il team del Tahiti Tourisme organizza ogni cosa nei minimi dettagli fornendo a noi media programmi precisissimi e sempre aggiornati. L'appuntamento per i fotografi è all'alba del 13. Nel porticciolo di Teahupoo incontro Pascal Bredin, general manager di Tahiti Yacht Services, che gestisce il traffico di barche fra i reef-pass dell'isola. Nella settimana che serve per svolgere la gara diventiamo amici. Pascal lavora come capitano da molti anni. Dopo aver studiato in Francia e negli Stati Uniti ha deciso di ritornare qui e mettere su famiglia. È praticamente cresciuto fra le onde di Tahiti e quando gli chiedo se ricorda la sua prima surfata scuote la testa. «Anche se il ricordo è confuso e tende a svanire man mano che il tempo passa credo non scorderò mai le emozioni che provai quel giorno. Avevo poco più di quattro anni ed i miei genitori mi portavano spesso alla spiaggia di Papara durante il week-end» racconta governando tra i bassi fondali «mio padre mi costruì un Paipo di legno e mi lanciò fra le onde. Surfare fa parte della nostra cultura ed il nostro rapporto con il mare è pressochè immediato dopo la nascita». Pascal mi conduce sul dinghy di Moana David ed in pochi minuti siamo lì di fronte a Teahupoo. La gara è ricca di emozioni, la mareggiata finalmente è arrivata e quando la wild-card locale Manoa Drollet batte CJ Hobgood e Slater al primo round, prendendo una delle onde migliori del contest, la piccola folla esplode. La strada di Manoa verso la finale sarà motivo di discussione e fonte di racconti per lungo tempo tra gli abitanti di Teahupoo. Nonostante le condizioni non ottimali (Manoa ama onde sopra i 6ft) al terzo round batte di nuovo Kelly che si congratula personalmente con lui. Poi sono Tom Whitaker, Adrian Buchan e Joel Parkinson a cedergli il passo mentre si infila in tubi di schiena al limite della fattibilità, collezionando punteggi ben sopra il 9.0.
In finale, quando tutti sono ormai convinti chi sarà Manoa a trionfare sul 'muro di teschi', il giovane brasiliano Bruno Santos (secondo ai trials con onde di 15 piedi), riesce a prendere le due ultime onde della swell, vincendo così l'edizione 2008 del Tahiti Pro e lasciando Manoa con un po di amaro in bocca. I giorni prima della mia partenza li trascorro fra le onde di Tavinho, Taapuna e Atiha, sulla splendida isola di Moorea. Fortunatamente gli spot non sono tutti assetati di sangue ed ossa rotte come Teahupoo, così anche i surfisti abituati ad onde piccole, come il sottoscritto, hanno di che divertirsi in attesa del lungo volo di ritorno.

Ringraziamenti:

Aigo www.tahiti-tourisme.it

Tahiti Tourisme www.tahiti-tourisme.pf

Air Tahiti Nui www.airtahitinui.it

Le Meridien Tahiti www.lemeridien.com


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