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MARE MONSTRUM

a cura di Leonardo Santini Condividi SurfNews


Un viaggio inchiesta attraverso le migliori onde e le peggiori acque d'Italia

Focene, Aprile 2008. È il primo sabato di onde da almeno due mesi. In previsione di un consistente afflusso di surfisti, arrivo in spiaggia di buon'ora in compagnia di un amico. Osservo il mare dal pennello di scogli di fianco alla secca del Baraonda, i set non sono grandi ma frangono regolari e un leggero vento da terra dona alle onde una parete liscia e potente.
Di solito, pochi secondi dopo una visione del genere, ho già la muta addosso e sto remando verso il picco. Oggi invece sono ancora qui fermo in piedi sugli scogli, con una certa preoccupazione che blocca il mio entusiasmo. Conosco questo spot e non mi aspettavo certo un mare azzurro e cristallino, oggi però fa letteralmente schifo. L'aria è invasa da un leggero ma persistente fetore ed il colore dell'acqua ha assunto una tonalità più tendente al marrone che al solito verde-marcio di questa zona. Mi decido ad entrare, al primo duck-dive infilo la testa sotto una schiuma color giallo scuro. L'acqua è torbida e densa di piccoli frammenti di alghe, legno e sostanze non meglio identificate in sospensione. I surfisti toscani lo chiamano 'lavarone' ma qui in Lazio manca una parola che definisca questa fastidiosa poltiglia. Si insinua tra i capelli e negli occhi. Quel poco che si infila nella muta provoca un fastidioso prurito. Cerco di concentrarmi sulle onde e ne prendo qualcuna di bella, ma non basta. Non mi sto divertendo affatto e dopo neppure mezz'ora abbandono il mio amico sulla line-up. Nel frattempo il parcheggio si è riempito e decine di persone si addensano intorno ai picchi migliori. Mentre osservo questa folla surfare in grande serenità, mi rendo conto di come i surfisti italiani, accecati da un'atavica fame di surf, abbiano fatto l'abitudine a frequentare regolarmente tratti di costa in cui nessuna persona sana di mente andrebbe a farsi un bagno.

ACQUE DI BALNEAZIONE: I PARAMETRI UTILIZZATI

Questo articolo nasce per cercare di capire qualcosa di più su quali rischi comporti fare surf in un ambiente marino inquinato. Per farlo, partiremo dal concetto di 'costa non balenabile per inquinamento' come riconosciuto dalle legislazione italiana. Ogni anno il Ministero della Salute pubblica il Rapporto sulla Qualità delle Acque di Balneazione, in cui viene riassunta la situazione delle coste e i relativi provvedimenti di divieto disposti dalle autorità locali. I controlli utilizzano una serie di parametri chimico-fisici (colorazione e trasparenza, pH, ossigeno disciolto, oli minerali, Fenoli e sostanze tensioattive) e altri microbiologici (Coliformi e Streptococchi, Salmonelle). Per essere balneabile l'acqua deve inoltre avere un colore normale e una trasparenza di almeno un metro. Il valore del pH, che è il risultato di tutti gli equilibri chimici presenti, deve essere compreso tra 6 e 9. L'ossigeno disciolto deve avere un valore di saturazione tra il 70 e il 120%: una quantità inferiore potrebbe indicare un inquinamento dovuto a sostanze organiche, che tendono ad ossidarsi consumando l'ossigeno presente, una superiore potrebbe invece essere indice di eutrofizzazione in atto, ovvero dell'eccessivo sviluppo di alghe e mucillaggine provocato dalla presenza di grandi quantità di nutrienti. Alla vista e all'olfatto la superficie dell'acqua non deve presentare tracce di oli minerali, spesso provocati dai rilasci delle imbarcazioni, che devono rientrare nel valore limite di 0.5 mg/l. I Fenoli, pericolose sostanze chimiche di origine industriale, hanno invece un valore limite dieci volte inferiore. Sono utilizzati nella fabbricazione di gomma, plastica e prodotti farmaceutici, hanno un odore e un sapore molto sgradevoli, ed i composti che contengono (Clorofenoli) possono creare problemi sanitari: sono corrosivi, provocano irritazioni della pelle, degli occhi e delle mucose. L'ultimo dei parametri chimico-fisici presi in esame è la presenza di sostanze tensioattive che reagiscono al blu di metilene, spesso diffuse nelle acque in quanto componenti principali dei detersivi. La loro presenza esalta la tossicità di altri contaminanti e riduce l'ossigeno nell'acqua. Le analisi per queste sostanze devono presentare un valore numerico uguale o minore di 0,5 mg/l. Coliformi totali, Coliformi fecali e Streptococchi fecali sono invece i microrganismi considerati indici di contaminazione fecale per la valutazione di inquinamento delle acque, sono utili soprattutto a individuare una contaminazione provocata da scarichi fognari non trattati. Permettono di quantificare l'entità di una contaminazione biologica e, indirettamente, dare indicazioni su possibili pericoli derivanti da eventuali patogeni (Salmonelle, Vibrioni ecc.). Dal momento che segnalano un rischio acuto infettivo, il loro controllo è importante per le attività di protezione dell'ambiente e della salute umana. C'è infine un controllo diretto sulla presenza di Salmonelle, enterobatteri patogeni che comportano il rischio reale di contrarre un'infezione. I controlli delle acque vengono eseguiti dall'1 Aprile al 30 Settembre di ogni anno, i campioni vengono raccolti ogni quindici giorni. Quando le analisi eseguite su un campione risultano sfavorevoli, anche per uno solo dei parametri previsti, oltre ad individuare ed eliminare le possibili cause di inquinamento vengono effettuati cinque campioni suppletivi, in giorni diversi, nello stesso punto. Si raccolgono inoltre campioni nelle zone vicine, allo scopo di delimitare la zona inquinata da sottoporre all'eventuale divieto temporaneo di balneazione. Attualmente le norme che regolano la materia sono contenunte in una legge che risale al 1982. Recentemente è stata approvata una nuova direttiva europea che presto anche il nostro paese dovrà recepire. È prevista la ridefinizione delle zone di controllo, per ognuna delle quali sarà necessario pianificare un calendario di monitoraggio. Dovranno poi essere introdotti nuovi e più efficenti parametri di analisi: Escherichia Coli ed Enterococchi intestinali. La valutazione della qualità verrà espressa sulla base dei dati di quattro stagioni di monitoraggio e secondo quattro classi: scarsa, sufficiente, buona ed eccellente. Viene infine individuata nel 2015 la data limite entro la quale tutte le acque di balneazione devono raggiungere almeno lo stato 'sufficiente'. Ma intanto, noi surfisti, continuiamo ad essere bersaglio di agenti chimici ed organici dannosissimi.

VALUTARE IL RISCHIO

Come abbiamo già visto, il concetto di 'divieto di balneazione' davanti a un set di onde perfette, assume il significato che ci fa più comodo. Conosciamo i rischi a cui andiamo incontro? A giudicare dal numero di surfisti presenti ad ogni mareggiata a Focene e Rosignano sembra di no. I rischi sanitari associati a quello che si può definire 'uso ricreativo dell'ambiente marino' sono di natura e origine diversa ed è difficile riassumerli. Numerosi fattori ambientali condizionano la qualità delle acque, ma è in particolare la pressione antropica, ovvero l'utilizzo del territorio da parte dell'uomo, a rappresentare la minaccia più seria alla salute di un surfista. L'urbanizzazione, le attività industriali, agricole, zootecniche spesso diventano fonti di contaminazione delle acque. Allo stato attuale le misure di divieto non sono basate su analisi tanto approfondite da poter dare informazioni certe sulla qualità delle acque, ma nascono dalla segnalazione di un 'rischio potenziale'. È quindi probabile che la nostra session in acque non balenabili per inquinamento non comporti gravi conseguenze, anche se il livello di rischio che affrontiamo è senza dubbio più alto di quello che potremmo incontrare in acque ufficialmente più pulite. Il grado d'inquinamento viene valutato sulla base della probabile presenza di organismi potenzialmente patogeni, che viene messa in rapporto alla presenza di organismi indicatori più facilmente rilevabili. È utile sapere che il tipo di indicatori attualmente utilizzato può rilevare una contaminazione di carattere fecale, dovuta all'immissione di liquami fognari, ma non è in grado di segnalare la presenza di microrganismi patogeni, quindi pericolosi, derivanti da altri tipi di contaminazione. Per quantificare il rischio con una certa precisione andrebbe inoltre considerata la capacità del mare di 'assorbire' il carico inquinante. Esiste un fenomeno di dispersione delle acque contaminate in rapporto alla distanza dalla fonte di contaminazione, ed un fenomeno di autoepurazione delle acque che si verifica in caso di inquinamento di natura organica, sulla cui portata si discute molto. Quantificare il rischio effettivo che comporta l'immersione in acqua e correlarlo con specifici livelli di contaminazione è dunque un operazione molto difficile. Di fatto però si tratta di un rischio concreto, che ovviamente è più elevato in aree direttamente esposte alla contaminazione di scarichi non depurati. Il rischio per il bagnante è individuale, legato alla propria predisposizione, e in rapporto all'effettiva capacità del microrganismo presente nell'acqua di danneggiare la salute. Vi sono diversi aspetti da prendere in considerazione: durata del bagno, modalità di immersione, distanza dalla riva e condizioni individuali dei soggetti indagati, età, sesso. Nella pratica del surf molti di questi aspetti giocano a nostro sfavore. Le nostre surfate, soprattutto nei rari giorni di perfezione mediterranea, possono durare diverse ore. Poche altre categorie di bagnanti restano in mare tanto tempo. In più, immergersi fra le onde che rompono, magari con una certa potenza, è probabilmente il comportamento più rischioso che si può tenere in acque inquinate. Il contatto con l'acqua è totale e spesso violento, il rischio che il nostro corpo entri in contatto e accumuli piccole quantità d'acqua potenzialmente pericolose è abbastanza elevato. Non solo, il moto ondoso provoca una sorta di effetto aerosol e vaporizza nell'aria le sostanze presenti in mare. Dannose o meno che siano, queste finiscono per entrare nel nostro organismo per inalazione. A ciò si aggiunge il fatto che le onde raramente rompono a grande distanza dalla riva, anzi molti dei nostri picchi migliori si trovano proprio alla foce dei corsi d'acqua, principali fonti di contaminazione delle acque marine.
I problemi di salute a cui ci esponiamo possono essere molto fastidiosi. Interessano soprattutto la pelle e le mucose esposte: dermatosi batteriche, micotiche, virali, congiuntiviti e infezioni del condotto uditivo. L'ingestione di acqua fortemente contaminata può inoltre portare a disturbi allo stomaco e all'intestino. Per tutti questi motivi, è sicuramente saggio evitare per quanto possibile di buttarsi in quei tratti di mare che sappiamo essere particolarmente inquinati. Nel caso non ci fossero alternative, si possono prendere alcune piccole precauzioni per tentare di diminuire il fattore di rischio. Innanzitutto è importante prestare la massima attenzione a non ingerire acqua. In alcuni casi potrebbe essere utile indossare, anche d'estate, una muta intera per ridurre il contatto della pelle con l'acqua contaminata. Infine è bene sapere che esistono tappi per le orecchie specifici per l'immersione, in grado di prevenire pericolosi accumuli d'acqua e le relative infezioni.

SPOT NON BALNEABILI

Dando una breve occhiata alle coste più frequentate dai surfisti italiani, è facile individuare alcune zone particolarmente soggette a fenomeni di inquinamento: l'area di Genova, Rosignano, Fiumicino, Napoli, Chioggia, Ortona solo per citarne alcune. La fonte d'inquinamento senza dubbio più comune degli spot italiani sono le foci di piccoli e grandi corsi d'acqua. Almeno un terzo degli spot segnalati sulla guida di SurfNews si trovano in prossimità di fiumi e fiumiciattoli che si immettono in mare portando spesso con sé carichi inquinanti di portata preoccupante. Molte delle secche che surfiamo si sono costituite proprio dall'accumulo di sedimenti trasportati dalle acque 'dolci'. A peggiorare ulteriormente la qualità ambientale delle nostre onde si aggiungono i fattori meteorologici. La maggior parte di queste secche infatti si attiva quando il bacino del Mediterraneo è interessato da perturbazioni atmosferiche associate a precipitazioni più o meno intense. Ovviamente all'aumentare della portata del corso d'acqua, aumenta anche l'apporto di sostanze inquinanti. E anche il tanto atteso vento da terra, che 'pulisce' le nostre mareggiate mediteranee, può essere una fonte di inquinamento temibile per la nostra salute. Quando entriamo in acqua in spot che si trovano nei pressi di stabilimenti industriali o a ridosso di grandi zone urbane, è possibile che la qualità dell'aria sulla line-up sia molto bassa. È utile prendere come esempio due spot italiani molto frequentati, in cui i problemi di inquinamento dell'aria si aggiungono a quelli già presenti nell'acqua.
Il primo spot è il Lillatro, a Rosignano Solvay, in provincia di Livorno. Questa frazione, inizialmente chiamata Paese Novo, prende il nome dall'industria belga Solvay che nel 1914 creò nella zona uno stabilimento destinato alla produzione di soda caustica, bicarbonato e carbonato di sodio. Successivamente lo stabilimento si è enormemente ampliato e oggi produce anche cloruro di calcio, cloro, acido cloridrico, clorometano, materie plastiche, perossido di idrogeno (acqua ossigenata). Da poco sono state inoltre costruite due centrali turbogas per la produzione di energia elettrica della potenza di circa 450 Mw ciascuna. Si discute molto sulla pericolosità delle emissioni di questo tipo di centrale, resta il fatto che queste sostanze vengono spinte dritte dritte sulla line-up di uno dei reef più consistenti della costa toscana, non appena il Libeccio gira da terra. Paradossalmente la località è molto popolare per via delle sue "spiagge bianche" formate proprio dagli scarichi dell'industria chimica: per il 90% si tratta di calcare cotto e finemente tritato e per il 10% circa di cloruro di calcio. Assomigliando alle spiagge tropicali attirano numerosissimi turisti durante l'estate ma non sono nulla di 'naturale'. In questa zona, lunga circa mezzo chilometro, c'è un divieto di balneazione di 421 metri intorno al fiumiciattolo artificiale dove scarica la Solvay. Un divieto che non ha senso anche secondo gli studi del CNR di Livorno, visto che persino a 6 km dalla costa è stato trovato mercurio nelle sabbie carbonatiche. L'elemento più tossico presente a Rosignano è proprio il mercurio, che negli anni si è accumulato in gran quantità nei sedimenti marini, e ritorna in circolo con i pesci, il calore solare e le mareggiate. Per far capire la pericolosità di queste splendide onde, basti dire che il tratto di costa prospiciente Rosignano è il quinto in ordine di rischio per la popolazione tra i 15 siti costieri più inquinati del mediterraneo (fonte UNEP)! Il secondo spot che vogliamo analizzare è Focene, punto di inizio di questo articolo nonché uno dei più frequentati dell'area di Roma. La qualità dell'acqua è gravemente compromessa dalla vicinanza della foce del fiume Tevere, le cui acque vegono normalmente spinte verso Nord dalla corrente. Se ricerchiamo il Comune di Fiumicino nel sito del Ministero della Salute, compare un lungo elenco di aree non balenabili per inquinamento. Fra queste spiccano le due bocche da cui sfocia il fiume che attraversa la capitale, e intorno alle quali il divieto si estende complessivamente per otto chilometri. Ma anche qui non è solo l'acqua a minacciare la salute del surfista. I beach-break di Focene distano una ventina di chilometri dal centro di Roma ed i venti dai quadranti orientali portano con se le emissioni del traffico e del riscaldamento urbano. La pista dell'aereoporto internazionale è invece molto più vicina, a solo 1,5Km dalla spiaggia, con un via vai costante di aerei in fase di decollo e atterraggio. Una fonte di inquinameto atmosferico (oltre che acustico) che i surfisti romani dovrebbero tenere in seria considerazione. Al di là di queste due realtà particolarmente critiche, da Nord a Sud molti surfisti italiani vivono sulla propria pelle il degrado dell'ambiente costiero nel suo complesso. Casi di dermatiti, otiti, congiuntiviti, disturbi intestinali sono sicuramente diffusi tra i surfisti italiani anche se nessuno ha ancora stilato una casistica specifica. Di fronte a questi problemi, c'è da chiedersi se non sia il caso di iniziare a ripensare le iniziative di mobilitazione e sensibilizzazione a cui partecipano i surfisti più volenterosi. Una saltuaria pulizia dello spot può essere utile, ma rimane per lo più un gesto simbolico, un modo per rendersi conto di persona del degrado dei nostri spot. Sarebbe importante dare a queste iniziative maggior respiro, usarle per mettere in evidenza i problemi più gravi, cercare visibilità nei mezzi di comunicazione locali, aprire ed alimentare un dibattito. In caso contrario, neppure raccogliendo tutte le bottiglie di plastica presenti lungo i nostri 8.000 Km di costa vedremo migliorare lo stato delle nostre line-up. A farne le spese sarà la nostra salute e quella dei surfisti che cavalcheranno queste stesse onde dopo che noi ce ne saremo andati.

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