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DIGNIDAD Y OLAS

a cura di Juan Fernandez Condividi SurfNews

Da La Havana a Baracoa, le ultime onde dell'era Fidel

Antimperialismo, rivoluzione del popolo, sete di giustizia poi virata in dispotismo: da sempre nutro una forte attrazione per Cuba ed il suo contraddittorio regime. E per una volta non sono solo le onde ad attirarmi in modo così ossessivo, ma la voglia di respirare il fascino di quest'isola e capire il ruolo di uno sport filoccidentale come il surf all'interno della sua società, sospesa tra veteromarxismo, cultura creola e modernità mancata. È per questo che, sentite le prime notizie riguardo al precario stato di salute di Fidel Castro, capii di non aver tanto tempo prima che un nuovo corso politico cambiasse definitavamente la faccia dell'isola. Così iniziai a documentarmi e a raccogliere informazioni sulla possibilità di surfare a Cuba. Vista la grandezza dell'isola non sembrava un'impresa difficile, ma dopo alcuni giorni di ricerche e dopo aver scrutato mappe e foto satellitari, sono riuscito a identificare un paio di spot a L'Havana, gli stessi visitati dagli americani Cory e Shea López alcuni anni fa. Il surfista caraibico Jason Aparicio è il primo a credere ciecamente nel mio reportage. Abbiamo lavorato insieme alle Barbados alcune settimane prima, e si entusiasma all'idea fin da subito: «Non ho mai surfato a Cuba, è una delle poche isole che mi mancano nell'arcipelago» mi spiega sorridendo. A lui si uniscono il giovane asturiano Dani Aznar e il promettente surfista basco Txaber Trojaola.

TABACCO E POLITICA

Molto è stato scritto su L'Avana. È una città intensa, misteriosa e contraddittoria in cui si mischiano, non sempre armonicamente, cinque stili architettonici diversi. Il mare al nostro arrivo è piccolo e nei primi giorni dedichiamo la maggior parte del tempo a visitare la capitale, perdendoci per le calli senza un vero obiettivo. Il lungomare è pieno di giovani, musicisti di strada e pescatori: una folla caotica e festosa che anima ogni angolo. Visitiamo il centro storico, passiamo a fianco del Campidoglio, della cattedrale e attraversiamo Piazza Della Rivoluzione dove campeggia la famosa figura del Che ed il monumento a José Martí, poeta e padre del pensiero cubano. Ma non sono le immagini da cartolina il mio obiettivo. Sfruttando il mio spagnolo cerco di interagire con le persone, di capire come si possa vivere in una situazione sociale e politica in sfacelo. In qualche occasione le nostre chiacchierate vengono interrotte dalla polizia, che non gradisce vedere i turisti conversare con i cubani per più di qualche minuto. Gli agenti chiedono ai nostri interlocutori i documenti d'identità, fanno una serie controlli via radio, annotano tutto sul registro e ci lasciano andare. Il governo ufficialmente protegge i visitatori, visto che rappresentano una delle principali risorse economiche dell'isola, ma in verità cerca di limitare lo scambio di idee tra cittadini e stranieri. Una politica che contrasta in modo stridente con lo spirito accogliente e caloroso della gente. Alloggiamo in un hotel nel quartiere Miramar nei pressi della Calle 70. La via dà nome all'onda più conosciuta di Cuba, La Setenta. È qui che entriamo con contatto con la comunità cubana e conosciamo Eduardo Valdés, presidente dell'associazione nazionale di surf. Ci racconta dei suoi primi passi tra le onde dell'isola, all'inizio degli anni '90, quando assieme a pochi amici costruirono le prime improvvisate tavole. «La schiuma di poliuretano veniva recuperata da vecchi frigoriferi, la resina e la fibra di vetro che usavamo, e che usiamo anche oggi, sono quelle utilizzate per la riparazione delle barche. Oggi costano fino a dieci volte più di allora!». Mentre conversiamo osservo il gruppo di locali in acqua, usano vecchie tavole e consunti bodyboard godendosi le piccole e divertenti onde dello spot cittadino. Uno di loro spicca per bravura e chiude un air in grande sicurezza proprio davanti ai nostri occhi. «E lui chi è?» chiedo sorpreso. «È Hubert, il miglior surfista di qui. Una volta c'erano altri surfisti di talento ma ora sono andati via tutti». Nel corso della mattina si alternano sul picco una ventina di locali, parte di una comunità, quella de L'Avana, che conta circa un centinaio di praticanti.

TREDICI DOLLARI

Il primo consiglio che ci avevano dato era quello di non comprare tabacco illegale e non parlare di politica per strada. Siamo appena arrivati e già ci ritroviamo a comprare sigari al mercato nero e a parlare di Fidel con una famiglia locale. Visitiamo la loro casa e dai loro discorsi emerge la realtà precaria e ingiusta in cui è costretta a vivere la gente di qui. «Sono più di quarant'anni che aspetto la fine del regime» ci dice la padrona di casa con gli occhi al cielo. «Io guadagno tredici dollari al mese, lavoro da trentacinque anni come bagnino in una piscina» dice il marito mentre mi mostra la tabella dei razionamenti, un documento dove sono elencate le quantità di derrate alimentari, come riso e olio, che spettano mensilmente alla famiglia. «Da tre mesi siamo senza sapone!» si lamenta la donna. L'altro consiglio che ricevi prima della partenza è quello di tenersi alla larga dalle prostitute. Negli ultimi vent'anni Cuba si è fatta conoscere nel resto del mondo per il mezzo milione di prostitute, più delicatamente chiamate jineteras, a caccia di turisti in capitale. Fortunatamente non siamo fra quelli che alimentano questo triste mercato. Iniziamo anzi ad essere preoccupati per lo stato del mare che non sembra ancora dare segni di mareggiata. La traballante connessione internet offerta dall'hotel ci permette comunque di controllare le previsioni e sembra che a Baracoa, nella punta orientale, il mare debba crescere in modo significativo.

ATTRAVERSANDO CUBA

Così iniziamo ad organizzare la spedizione, chiediamo ai locali e ai tassisti informazioni per raggiungere Baracoa. Tutti ci consigliano di lasciar perdere per via della pericolosità e lunghezza del tragitto e per il cattivo stato delle strade. Noi però siamo determinati a trovare onde di qualità e ci prepariamo al meglio per questi 1200Km. Riempiamo il bagagliaio di viveri e assicuriamo le tavole al tetto dell'auto. Appena partiti attraversiamo il barrio di Miramar, tutti ci guardano cercando di capire cosa siano quelle strane barche che portiamo sul tetto. Non passano neanche due minuti e veniamo fermati per un primo controllo di polizia. Inizia male, abbiamo superato il limite di velocità. Ci fanno subito una salata multa e proseguiamo per le strade della capitale, consapevoli di essere la preda ideale dei poliziotti. Poco dopo infatti, nei pressi del Tunel de La Bahía, veniamo fermati per la seconda volta. Ogni scusa è buona per spillarci danaro, questa volta abbiamo attraversato il tunnel con un carico sul tetto. Rimango perplesso su questa strana regola e chiedo all'agente se verremo multati ad ogni tunnel. «Non preoccupatevi, non troverete nessun altro tunnel sull'isola» ci risponde pigramente prima di lasciarci andare. Percorriamo diversi chilometri e superiamo altri due posti di blocco senza problemi. Sull'autostrada A1 in direzione Santa Clara, non c'è molto traffico ma un gran numero di venditori di tabacco, formaggi e frutta si accalca in attesa di passanti. C'è anche molta gente che chiede un passaggio in auto, il trasporto pubblico funziona piuttosto male sull'isola ed è normale arrivare con ore di ritardo al lavoro, magari aiutati da un passante munito di auto. Del resto l'asfalto è distrutto e non c'è alcun tipo di segnaletica se non i cartelli di propaganda: 'Somos un pueblo de patria o muerte!', 'Junto a Fidel y Raúl venceremos', 'Firmeza, dignidad, resistencia', 'Unidad es revolución' e molti altri slogan. Dopo Santa Clara finiscono le pianure coltivate a canna da zucchero della provincia di Matazanas, le case dei contadini qui sono fatte di legno e ricoperte da un semplice tetto di paglia. Se a L'Avana hai l'impressione di vivere negli anni '50, viaggiando verso Est sembra di tornare ancora più indietro nel tempo, ad una condizione rurale che trascende i concetti di rivoluzione e capitalismo. Questa gente non vive molto diversamente da come facevano i loro bisnonni. L'affasciante paesaggio fatto di fiumi, baie, montagne e fitti boschi di palme svanisce nel buio una sessantina di chilometri da Camagüey, quando mancano ancora otto ore di viaggio per arrivare a Baracoa e su di noi scende la notte. Buona parte della strada non è illuminata ed i fari delle vecchie auto in circolazione emettono una luce molto flebile. Quelli della nostra auto nuova vengono scambiati per abbaglianti e ogni mezzo che incrociamo lampeggia freneticamente per protesta. Decidiamo di trascorrere la notte a Holguín sfiniti da dieci ore al volante.

JUVENTUDES COMUNISTAS

Il giorno successivo scegliamo di percorrere la strada che passa per Moa e ci permette di sbucare prima sulla costa. Il tragitto si rivela piuttosto complicato per via della disastrata strada sterrata. Ci fermiamo in diversi punti ad osservare il mare: la barriera corallina è disseminata di schiume ma non si vedono onde di qualità. Di sicuro la mareggiata è un po' più grande, ma ancora non basta. Pochi chilometri più in là le grida di Jason interrompono il silenzio che è calato in auto. «Fermi, fermi! Ho visto qualcosa rompere laggiù». Dopo una breve retromarcia intravedo una schiuma attraverso un varco tra la vegetazione. Scendiamo dall'auto e corriamo verso la spiaggia lungo un sentiero che costeggia un cimitero. Arrivati sulla battigia la visione non è certo idilliaca ma riusciamo a distinguere con chiarezza una destra e una sinistra. Questa scoperta risolleva subito il morale del gruppo dopo il lungo e faticoso viaggio. Troviamo facilmente un hotel nei pressi dello spot, in serata il vento cala ed surfiamo onde di un metro molto divertenti. La baia è un piccolo paradiso di acqua trasparente e onde facili. Ovunque attirerebbe turisti e surfisti ma in acqua siamo totalmente soli. Dani si accorge di una persona che ci osserva da riva. Poco dopo la sua sagoma si allontana, ma passano dieci minuti ed è di nuovo lì, vicino ai nostri zaini, gesticolando per farci uscire dall'acqua. Mentre mi avvicino a riva immagino già quello che mi sta per dire: «questa è zona militare, la baia è del governo, non si può accedere». Invece mi trovo davanti un ragazzo sulla ventina, che mi stringe amichevolmente la mano avvertendomi che da qualche giorno un grosso squalo si aggira nella baia. «Mio padre esce in barca per pescare ogni giorno, e dice che quella bestia è uno degli squali più grandi che abbia visto recentemente». La cosa anziché turbarmi mi tranquillizza, so che è molto difficile che ci succeda qualcosa considerata la vicinanza dello spot alla riva. Lo ringrazio, gli spiego la situazione e lo saluto prima di tornare a godermi le onde. I giorni successivi esploriamo i dintorni di Baracoa e scopriamo anche un point destro vicino a Yumurí. La costa è incantevole, la gente che incontriamo impersona lo spirito rurale caraibico. Chi non lavora nelle piantagioni di cacao, si dedica principalmente alla pesca di aragoste sul reef. Anche qui, a Barigua, incontriamo un piccolo gruppo di surfisti. Hanno scoperto il surf da poco e sono capeggiati da Wilmer, un ragazzo gentilissimo che fa parte della Unión de Juventudes Comunistas, e sfoggia un grosso tatuaggio di Che Guevara. Hanno una sola tavola, lasciatagli da un surfista francese capitato qui, chissà come, qualche mese prima. Doniamo loro un po' di materiale tecnico ed in cambio riceviamo braccialetti, collanine ed una statuina in legno di Che Guevara. Per nostra grande soddisfazione un paio di giorni più tardi la mareggiata cresce e dopo una notte di vento forte ci svegliamo con un bel mare formato. Decidiamo di spingerci fino a Duabo, un'enorme baia selvaggia e deserta. La situazione al nostro arrivo non è invitante ma qualche ora dopo il cambio di marea trasforma le onde. I ragazzi sono galvanizzati dalle buone condizioni, si infilano nei tubi della prima sezione e volano alto sfruttando la risacca a riva. Le secche di sabbia sono perfettamente orientate per la mareggiata e regalano destre e sinistre di buona qualità. Finita la session, torniamo in fretta allo spot nei pressi del cimitero, dove ci aspetta un'altra lunga surfata sulle onde migliori trovate fino a questo momento.

RICOMPENSA CREOLA

Da queste parti non ci sono tanti ristoranti come nella capitale, ma quello che troviamo, La Colonial, è perfetto per festeggiare l'esito positivo del nostro surf-trip. È in una viuzza nel centro di Barigua e siamo gli unici clienti seduti sotto il fresco porticato di legno. L'affluenza di turisti è decisamente ridotta in questa parte dell'isola ed il cuoco ha tutto il tempo di prepararci il meglio del suo menù. La gastronomia creola è semplice, si basa su riso, fagioli, maiale, pesci e crostacei ma unisce cucina francese, africana e caraibica in uno speziato e graditissimo abbraccio. Perdiamo la testa per due piatti in particolare: l'orata e l'aragosta preparate con salsa di cocco. Il nostro soggiorno a Baracoa volge al termine proprio mentre la mareggiata inizia ad esaurirsi. Sfruttiamo fino all'ultimo minuto il tempo a nostra disposizione godendoci le onde in calo, poi saliamo in auto per affrontare i lunghi chilometri che ci separano da L'Avana. Pianifichiamo turni di tre ore alla guida visto che dovremo affrontare la maggior parte del tragitto nel buio della notta cubana. Le cose sembrano mettersi male quando per sbaglio sorpassiamo a 140Km/h un cartello che indica il limite dei 40. I poliziotti che ci fermano scoprono che non è la prima multa che prendiamo per eccesso di velocità e ci trattengono con una lunga, ma meritata ramanzina. Questo incoveniente per fortuna non ci impedisce di arrivare per tempo a L'Avana, dopo dociassette estenuanti ore di viaggio trascorse sorseggiando Tu Cola, bibita dolciastra e caffeinica, surrogato cubano della Cocacola. Entrati in città, ci rendiamo conto che una nuova swell sta sferzando il molo del lungomare. Questa volta lo spot rompe con una certa misura e i ragazzi nonostante la stanchezza non vogliono sciupare l'occasione di fare un'ultima surfata con Eduardo, Hubert, Yeri e gli altri locali. «Il nostro problema è la disinformazione. A volte mentre camminiamo sulla spiaggia, ancora ci chiedono se abbiamo intenzione di scappare negli Stati Uniti!» mi spiega Eduardo durante il nostro commiato, «La burocrazia ha affossato i nostri tentativi di far nascere una scuola di surf, di associarci e organizzarci meglio. Qui i club sono proibiti e noi surfisti agiamo autonomamente, distribuendo equamente gli aiuti che ci arrivano dai surfisti di passaggio e dando informazioni a tutti coloro che si avvicinano alle onde. Io non ho viaggiato molto ma so che i surfisti sono come una grande famiglia sparsa per il mondo e voglio che tutti sappiano che anche qui a Cuba c'è qualcuno che ne fa parte». Non posso immaginare un finale migliore per questo viaggio. Quattro giorni dopo il nostro rientro a casa, il 18 Febbraio, giornali e i telegiornali annunciano la rinuncia al potere di Fidel Castro. Dopo quasi cinquant'anni di dominio assoluto sul suo popolo, il dittatore passa il potere nelle mani del fratello Raúl. Siamo stati testimoni degli ultimi giorni della Cuba di Fidel, abbiamo visto con i nostri occhi la sofferenza del popolo, non esclusa la comunità surfistica.

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