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TANZANIA

a cura di Stuart Butler Condividi SurfNews

La colpa di essere qui

Il fuoristrada carico di tavole e corpi bianchicci si ferma alle porte di un piccolo villaggio. Per alcuni secondi i sottili muri di fango e sterpaglia tremano, poi il grosso diesel tace ed il nostro gruppo si divide lungo la polverosa strada, ognuno in cerca di una migliore ricezione sul cellulare. Josh ed io ci incamminiamo attraverso una penisola punteggiata di turgidi baobab e raggiungiamo la costa. La vista è sorprendente: sotto di noi si apre una spiaggia bianchissima, chiusa da uno spuntone di terra rossa in cima al quale frange un'onda spettacolare. Tutti i pensieri e le paure che fino ad un minuto prima avevano affollato la nostra mente di colpo svaniscono. Percorriamo la savana a ritroso, accelerando il passo per portare prima possibile la lieta novella al resto della comitiva. I serpenti e gli insetti velenosi che sappiamo nascondersi tra gli arbusti sembrano appartenere al mondo dei documentari televisivi, non al nostro. Solo un egoista all'ultimo stadio, come un surfista, può restare insensibile ai pericoli ed alle contraddizioni della costa africana.

È un pomeriggio come tanti, in questo fortunato surftrip. E pare impossibile di essere in Tanzania, una nazione fuori dalle mappe, che i surfisti hanno da tempo bollata come 'disperata' per i troppi problemi sociali, per la presunta inconsistenza delle mareggiate e per l'asprezza della natura che si manifesta sotto forma di predatori carnivori di ogni tipo, non ultimi gli squali. Le onde però sono state splendide fin dal primo giorno, molto meglio di quello che le nostre aspettative ci avevano portato a credere lasciando l'Europa. Ma nonostante tutto questa abbondanza di stimoli, oggi, abbiamo smesso di ridere. E non riesco a capire quando questa trasformazione sia avvenuta. Saranno stati i racconti del nostro autista sulla vita in queste zone: di sicuro la gioia per le onde perfette provata i primi giorni si è trasformata in presa di coscienza e senso di colpa. «Non posso lamentarmi. Io sono uno dei pochi fortunati» ci ha ripetuto più volte Romeo attraversando le lande subsahariane, «quando guardo come sono finiti i miei amici sono contento di aver avuto questa chance. Il mio lavoro non è mai monotono e nasconde ogni giorno una sfida ed una ricompensa. Negli anni, ho imparato a leggere i movimenti dell'erba, e a riconoscere se sono causati da un leone o da un leopardo. I turisti vogliono solo questo da me, tento di aprire loro gli occhi mostrandogli insetti, uccelli, ed anche persone, ma chi me lo fa fare. A loro dell'Africa interessano solo gli elefanti e i leoni». Siate sinceri, quanti di voi hanno insultato qualcuno solo per avere rovinato un'onda? Chi non ha almeno una volta abbandonato la fidanzata febbricitante per una session di surf? Io sono il primo tra i peccatori e di sicuro sono in buona compagnia. Il surf, a mio parere, trae la sua forza proprio dall'egoismo dei praticanti. Spesso, contemplando le mie stesse mancanze, mi sono chiesto se esiste uno stile di vita più autocelebrativo del nostro. Il malcostume dei surfisti, purtroppo non si ferma all'educazione in mare o alle mancanze verso i partner. Il nostro egoismo è tanto grande da farci considerare secondaria qualsiasi cosa non riguardi la nostra 'missione' di vita. Ho sempre trovato ironico, ad esempio, il fatto che i surfisti siano i primi a denunciare uno 'scempio ambientale' quando tocca il loro home-spot ma nessuno muova un dito se i lavori rischiano di crearne un nuove onde! Questa attitudine ci rende completamente ciechi ed insensibili a tutto quello che succede attorno. Volete un altro esempio? Sicuramente ognuno di noi riesce con facilità a descrivere nei minimi dettagli le onde della sua ultima surfata ma cosa ricordiamo della spiaggia su cui abbiamo camminato? Che colore hanno le rocce che la circondano? Che forma avevano le pozze di marea? Il nostro rapporto con gli spot è in verità molto limitato. Di solito arriviamo in auto, valutiamo la qualità della mareggiata per un paio di minuti poi, se nulla di buono sembra rompere, distolgliamo lo sguardo dalle schiume per guidare verso un'altro posto. Se le onde sono buone non serve neppure spostarsi: semplicemente ci lasciamo la spiaggia alle spalle per entrare in mare dimenticandoci di tutto e tutti. In condizioni normali questo atteggiamento non mi fa sentire in colpa. E di sicuro sembrerà fuori luogo parlarne in un articolo 'esoticheggiante' come questo. Dopo tutto i lettori vogliono sapere di nuove scoperte, di tubi perfetti e non di malnutrizione e problemi sociali. Gli articoli standard, infatti, parlano solo di questo, riservando digressioni minime sulle attività ricreative praticate tra una mareggiata e l'altra. Vi sembra giornalismo questo? Alcuni anni fa mi è capitato di leggere un articolo di Tom Anderson, uno scrittore surfista gallese. Nel suo pezzo Tom dipinge i surfisti, o almeno un certo tipo di essi, come corvi, pronti a trarre vantaggio dalle miserie e dalle sfortune del prossimo. L'articolo racconta di come un'agente di viaggi-surf, nel vendergli un biglietto aereo per Sri Lanka, lo informò che, a causa della tregua tra separatisti Tamil ed Esercito Singalese, le onde della costa orientale non erano più deserte come nei 'bei tempi passati', quando la guerra teneva i turisti lontani. E questa malata tendenza si ripete di anno in anno seguendo catastrofi e guerre. Vi ricordate la mobilitazione tra i surfisti dopo le bombe a Bali? O la febbre per Nias a seguito dello Tsunami? Anche qui, in Africa subsahariana, una zona bollata come disastrata, il nostro gruppo si sta comportando allo stesso modo, sfruttando la miseria e le malettie per cercare onde solitarie. Vi state domandando quanto buone siano le onde in Tanzania? Sicuramente di fronte a tante cerebrali elucubrazioni molti di voi avranno già rivolto la loro attenzione verso articoli più plastificati ed edificanti. Lo stesso, dopo innumerevoli viaggi nel 'cuore di tenebra', voglio rivelarvi un segreto: l'Africa ha onde bellissime, panorami sublimi, spiagge immacolate e persone splendide. Questo continente mi ha regalato talmente tante onde perfette da farmi considerare più volte di trasferire averi ed affetti dalla vecchia 'stressante' Europa alla costa Swahili. La triste verità è che una decisione del genere mi farebbe affondare in una spirale di depressione dalla quale forse non riuscirei ad uscite. Sotto questi cieli tersi, dietro questi point perfetti, si nasconde una nazione, anzi un intero continente, che ha ridotto i suoi abitanti in condizioni di vita subumane. Un paio di giorni dopo la chiacchierata lo sfogo di Romeo, la jeep che per giorni ci ha scarrozzato attraverso sentieri sconnessi e polverose lande ci abbandona. Trascurare quello strano rumore che proveniva dal motore non è stata una buona idea ed ora un pesante tonfo, seguito da una sventagliata di fumo bianco, indica che qualcosa di indispensabile è caduto al suolo. Chris ed io come al solito lasciamo il resto del gruppo a lamentarsi del caldo e ci avventuriamo oltre la strada, verso una serie di edifici costruiti per ospitare i turisti stranieri durante le escursioni. In luoghi come questo è possibile godersi l'Africa senza doversi preoccupare di 'fastidiosi' contrattempi come miseria, animali e denutrizione. La distanza di questa 'lodge' dalle capanne di fango del paese è però minima ed il contrasto tra i due mondi diventa insopportabile. Nonostante il villaggio sia posizionato proprio a lato dalla strada che conduce ai ricchi parchi nazionali, gli abitanti sono sospettosi come un branco di gazzelle alla vista di un felino. Per una mezz'oretta tutti sembrano nascondersi dietro scure tende poi un ragazzino si avvicina e saluta. Dopo un paio di minuti di comunicazione gestuale un giovane, l'unico che parla inglese, si unisce al gruppetto. La sua traduzione è cruciale per far capire al villaggio lo scopo di tutte quelle strane imbarcazioni e per far capire a noi qualcosa di questo posto. Il villaggio non ha acqua corrente, non ha nessun sistema sanitario e, men che meno, energia elettrica. Alla nostra domanda sui rapporti tra il villaggio e la lussuosa lodge costruita al suo fianco, il ragazzo si mette a ridere. «Il nostro villaggio costa sicuramente meno delle tavole che avete sulla jeep» è la sua lapidaria risposta. Romeo ha seguito la conversazione e al nostro ritorno sulla strada ci riserva un amaro commento. «Molti occidentali pensano all'Africa come ad un idillio rurale, dove le persone vivono a contatto con la natura senza conoscere lo stress della vita moderna. Senza le rate del mutuo da pagare, le carte di credito e la carriera da rincorrere. Alcuni addirittura, passando attraverso villaggi di fango come questo, continuano a raccontarmi di quanto fascino abbia questa terra rossa. Mi chiedo se si rendono conto che le immagini che scorrono fuori dai finestrini della jeep, non sono fiction televisiva ma realtà. Io provo a raccontargli come vanno le cose, che la metà delle persone di questa regione vive con meno di un dollaro al giorno e muore prima di raggiungere 40 anni. Ma neppure di fronte a numeri come questi riescono a provare emozioni. Quando vedono un elefante morente nella savana o una gazzella mangiata da un branco di leoni si commuovono fino alle lacrime ma se gli racconti che un milione di africani muoiono di malaria ogni anno, semplicemente scuotono le spalle». Al riunirsi del gruppo attorno alla jeep Romeo indossa di nuovo la maschera del bravo autista, risparmiando agli altri ospiti un inutile stress. «Bene tra poco avranno finito di riparare il motore, abbiamo cose molto importanti da fare oggi. Dobbiamo trovare nuove onde che lavorino a bassa marea!». Di colpo il suo humor rende ancora più pesanti i nostri sensi di colpa. Il famigliare rombo della vecchia jeep è il segnale che tutti attendono. In un secondo giriamo le spalle ad una miseria profondissima seppellendo il villaggetto, i suoi magri bambini e le capanne di fango sotto una cortina di polvere ed oblio. In auto la discussione cade, come sempre, su chi ha il segnale più forte nel cellulare. I più fortunati hanno due tacche e già comunicano a casa la notizia dell'incredibile avventura appena vissuta. In capo a due ore ripiombiamo nell'egoismo più cupo. Siamo di nuovo in cima ad una collinetta, occhi fissi sullo spruzzo in uscita dai tubi, a scegliere quale tra gli spot deserti surfare nella session prima di cena.

Un ringraziamento a Romeo, Bakari e Mohammed di xpresstours.org e al sito makepovertyhistory.org

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