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IL CONFINE INVISIBILE

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Esplorazione surf in Mauritania.

Le lettere dipinte sulla scabra fiancata del relitto si leggono appena. Fra un set e l'altro alzo lo sguardo verso la prua arrugginita del grosso peschereccio scorrendo parole e simboli, sovrapposti senza una logica apparente. Sono caratteri cinesi, sillabe arabe e lettere latine; raccontano una storia confusa, una storia finita ingloriosamente su questo reef ai margini del Sahara.

È una strana sensazione quella di 'sentire' la serie arrivare prima di poterla vedere. Sulla torretta di prua, dove una volta svettavano radar ed antenne radio, una colonia di cormorani attende con le ali socchiuse che il sole del mattino asciughi il piumaggio e li riscaldi. D'improvviso un tonfo sordo scuote lo scafo. Il ventre si gonfia spruzzando acqua in ogni direzione attraverso le crepe della chiglia. Una nuvola di schizzi costringe i cormorani ad una chiassosa fuga. Seduti a fianco del rabbioso bestione, aspettiamo che l'acqua si innalzi raggiungendo i boccaporti, per poi rimbalzare in avanti creando un tubo di color verde smeraldo. A turno prendiamo posizione a pochi centimetri da un oblò tondo, preparandoci al pericoloso ed improvviso take-off. Scavalcato l'ostacolo e passato questo momento di propizia confusione, in mare torna il silenzio e l'onda riprende il suo cammino come se nulla fosse accaduto, seguendo il profilo della baia per qualche centinaio di metri fino al canale di acqua profonda. Appollaiati su una falesia a picco sul blu, il fotografo John Callahan ed il fedele Brahim contemplano questo insolito line-up da un punto di osservazione privilegiato, in bilico tra deserto ed oceano. A parte noi, non c'è nulla di piccolo qui: le forze che la natura mette in gioco sono proporzionali alla vastità degli elementi. Quando le irruenti correnti dell'Atlantico incontrano l'aria calda che si forma sull'enorme distesa del deserto, il risultato, agli occhi di noi surfisti, è stupefacente. Il vento, infatti, soffiando costantemente verso il mare aperto, regola e distende la furia delle mareggiate nord atlantiche. In un anfratto fra le rocce, al riparo dal vento, Brahim accende il fornello da campeggio e prepara tè verde alla menta. Con una straordinaria padronanza dei gesti versa l'infuso in un piccolo bicchiere di vetro poi lo travasa in un secondo bicchiere ripetendo l'operazione varie volte. Il primo ad essere servito, prevede l'antica usanza del deserto, è il più anziano, nel nostro caso John. Sapendo di fare cosa gradita e vedendoci uscire dall'acqua indirizziti dal freddo, Brahim ci fa trovare del tè caldo, che sorseggiamo con la muta ancora addosso appena raggiungiamo l'accampamento. Dal nostro bivacco improvvisato sulla sommità di una duna restiamo ad ammirare questo insolito panorama mentre ci scaldiamo al sole centellinando l'infuso. Di fronte a noi, leggermente inclinati su un fianco ed adagiati su un piatto fondale roccioso due relitti gemelli sembrano tenersi compagnia. Poco più a nord, oltre la punta della baia, le onde frangono in potenti e disorganizzati close-out il cui fragore, amplificato dal vuoto del deserto, inonda il nostro accampamento. Vicino alla punta però le serie si regolarizzano ed iniziano a srotolare ordinatissime sul basso reef. La geometria del fondale amplifica la misura delle serie al punto che anche le onde più piccole, dopo aver franto in cima al point, si trasformano in tubi over-head lunghi quasi duecento metri che si schiantano fragorosamente sulla poppa del primo relitto. Nello specchio d'acqua fra le due navi le onde sono imprevedibili e pericolose, ma appena le creste raggiungono lo scafo del secondo relitto, miracolosamente si ricompongono percorrendo in linea retta l'intera lunghezza della baia. «Prima che le navi venissero lasciate qui quest'onda doveva essere una delle destre più lunghe dell'Africa Settentrionale» è il commento di Sam Bleakley, che sembra interpretare il pensiero di tutti noi mentre guardiamo sfilare un'altra serie perfetta. Raccolti intorno al fornello Raul García, Tristan Jenkin ed Erwan Simon annuiscono contemplando, in un silenzio quasi reverenziale, l'immensità della sera che cala. È una terra di frontiera questa e la notte amplifica questa sensazione. Le frontiere qui non sono solo geografiche ma anche e soprattutto politiche ed econimiche. Questo arido lembo di terra, oggi come ai tempi delle colonie, è di vitale importanza per l'esportazione di materie prime, (soprattutto minerali ricchi di ferro) e per la sopravvivenza stessa delle colonie. A pochi chilometri da qui passava, fino a pochi decenni fa, il confine che tagliava da nord a sud la penisola di Ras Nouadhibou, e lungo il quale Francia e Spagna hanno a lungo combattuto. Ancora oggi non è raro imbattersi anche in pieno deserto in bossoli arrugginiti di AK47, il famigerato Kalashnikov, e nelle temibili mine antiuomo ed anticarro. Un problema questo ancora più sentito a nord lungo il confine con il Saharawi, un territorio letteralmente cosparso di ordigni, rivendicato sia dal Marocco che dal fronte indipendentista del Polisario appoggiato e finanziato dalla vicina Algeria e dalla Libia. Proprio per arginare le incursioni del Polisario, a partire dai primi anni ottanta il Marocco ha costruito quello che è conosciuto anche come 'Muro del Sahara Occidentale', una fortificazione lunga più di 2700 chilometri lungo la quale sono stati disseminati oltre un milione di ordigni. Nonostante la zona in cui ci troviamo sia stata recentemente bonificata e sia considerata più sicura, si stima che nella sola regione di Ras Nouadhibou, lungo il confine fra il Sahara Francese e quello Spagnolo, ci siano ancora oltre sedicimila mine inesplose. Sotto consiglio di Thierry Vergnol, un surfista francese nato e cresciuto in Mauritania che si è offerto di accompagnarci in questa spedizione, evitiamo di avventurarci al di fuori delle piste battute. La regola d'oro è seguire le tracce dei mezzi e le orme di chi è passato prima, ma non sempre è possibile applicarla in una zona poco battuta come questa. Alla luce dei fatti non è difficile capire perchè la Mauritania, nonostante l'altissimo potenziale di onde e l'incredibile varietà di spot, non sia mai diventata una destinazione surfistica rinomata come il vicino Marocco o il Senegal più a sud. Una piccola comunità di surfisti frequenta abitualmente i beach-break della capitale Nouakchott ma le altre decine di point e reef di questa costa atlantica non vedono un surfista per mesi. Per trovare qualcuno in acqua serve andare a nord, in Sahara Occidentale o molto più a sud nella zona di Dakar. Nonostante la distanza e la desolazione del deserto le nostre guide non ci fanno mancare nulla. Per ripararci dal sole e dalle sferzate di sabbia alzate dal vento, Thierry e Brahim hanno portato una tipica tenda berbera che servirà come campo base per la giornata di fronte allo spot. Identica in tutto e per tutto alle tende usate dai nomadi del deserto, questa abitazione mobile è l'ideale per la surf exploration: si monta in pochi secondi, occupa poco spazio ed è abbastanza leggera da essere trasportata a dorso di dromedario o nel baule della Jeep. Una volta dispiegato il tappeto che fungerà da pavimento, al suo centro viene posizionato un palo di legno che, grazie a quattro pioli angolari, contribuirà a mantenere in tensione le pareti della tenda. I lembi del drappo di copertura vengono poi insabbiati lungo tutto il perimetro, creando una struttura stabile, perfettamente isolata dall'esterno e che offre un ottimo riparo sia dal caldo del giorno che dal freddo pungente della notte. Dopo aver sistemato all'interno le provviste di acqua e di cibo e l'immancabile fornello per il tè, ci concediamo un paio d'ore di riposo aspettando il cambio di marea. L'odore di menta ed il borbottio sommesso della teiera sul fuoco ci svegliano giusto in tempo per la session del pomeriggio. Basta una rapida occhiata fuori della tenda per trasformare il torpore in frenesia. L'assenza di vento ha fatto calare sulla baia un velo di foschia che, con la luce del tardo pomeriggio, riverbera sfumature fra il rosa e l'arancione, nascondendo parzialmente i relitti. Grazie all'impulso combinato della marea entrante e del lungo periodo della mareggiata, la sezione più esterna ora rompe in tutto il suo splendore. Le onde iniziano a tubare in cima al point diventando più alte, larghe e veloci durante la loro corsa sul reef per poi abbattersi sulla poppa della nave. All'interno della tenda, l'odore della paraffina si mischia con quello del neoprene ancora umido. Puntuale come sempre, Brahim ci porge il bicchierino con il tè appena fatto e, nel rivolgerci un sorriso arguto attraverso le pieghe del turbante nero, sembra augurarci buona fortuna. Vista dal canale l'onda si mostra in tutta la sua perfezione superando ogni nostra aspettativa. La velocità con cui si irripidisce in partenza è tale da rendere ogni take off una sfida con la gravità: ogni centimetro di bordo e di pinna è fondamentale per rimanere ancorati alla parete e superare indenni la sezione. Tristan è il primo a trovarsi in posizione al sopraggiungere della serie: i suoi piedi premono sul bordo interno e lo sguardo è costantemente puntato sul muro d'acqua che ha di fronte. Un guizzo gli permette di anticipare il lip e trovare una via d'entrata in un tubo quasi all'asciutto. Da questo punto in poi l'onda si fa così veloce che per tenerne il passo Tristan è costretto a pompare come un forsennato, assecondando con le gambe ogni variazione nella parete. Poco prima dello schianto con la rugginosa chiglia, l'onda rallenta consentiendogli di uscire dal tubo, scavalcare la parete e mettersi in salvo. Trovandosi poco dopo alle prese con la stessa sezione, Erwan non è altrettanto fortunato: vedendo il lip riformarsi di fronte pensa bene di staccare un coreografico air a pochi metri dalla nave, ma dopo aver perso il controllo atterra rovinosamente nell'acqua piatta alla base dell'onda. «Penso di aver sbattuto sul reef con una spalla» dichiara una volta tornato sul picco. «Sei atterrato su un pezzo di nave Erwan» lo corregge Sam osservando da vicino gli strappi, «quelle sulla muta sono macchie di ruggine!». Prima del tramonto percorriamo a ritroso la pista per il ranch, il bivacco dove alloggiamo in città, seguendo con cura le tracce lasciate dai pochi fuoristrada che si avventurano su questo versante della penisola. Il 'camping', come lo chiamano da queste parti, è un trafficato crocevia per i convogli diretti a sud e ricorda un fortino della Legione Straniera più che un campeggio attrezzato. Intorno ad uno spiazzo polveroso sono state costruite alcune casupole dal tetto in eternit, dei bagni alla turca in comune, una tenda berbera, un ufficio disordinato e la casa del proprietario Ali, con tanto di ovile ricavato sul terrazzo. Ogni sera piccoli convogli di veicoli giungono al camping per passare la notte in un luogo sicuro. Quasi tutti i membri di queste spedizioni sono attrezzati per dormire dentro le auto o in tende montate sul tetto dei potenti fuoristrada, e la sera amano riunirsi per scambiare informazioni e condividere storie di viaggio. Per la maggior parte si tratta di europei appassionati di fuoristrada e di deserto. Molti di loro sono diretti in Mali, Niger, Senegal o ancora più a sud nel cuore dell'Africa Sub Sahariana. Al calare del sole il cortile si anima di una mescolanza di lingue diverse. Raccolti attorno al fuoco o seduti nella tenda, gli autisti si scambiano informazioni sullo stato delle piste o sulla situazione politica dei paesi vicini. I nomi delle più antiche città del deserto filtrano attraverso le piccole finestre della nostra camera: Tamanrasset, Bamako, Chinguetti, Timbuktu. Sdraiati su dei materassi, completamente vestiti per il freddo, ci abbandoniamo ad un sonno profondo accompagnati dal brusio delle storie. La mattina di buon ora il piazzale si svuota, le carovane riprendono la via del deserto lasciandosi alle spalle un focolare ancora fumante. Il camping torna ad assumere il tipico aspetto di ogni non luogo prima dell'arrivo della prossima ondata di umanità. In realtà Ras Nouadhibou, grazie alla sua posizione geografica, è sempre stata un crocevia di storie, brulicante di genti e merci di passaggio. Basta fare due passi per le vie della città per rendersi conto di come qui tutto e tutti siano in transito. Che ci siano nati, che ci siano venuti per lavorare nell'industria del pesce o per imbarcarsi alla volta delle Isole Canarie, tutti qui sembrano aver fretta di andare altrove. Come accade spesso, luoghi come questo attraggono ogni sorta di commercio alimentando le speranze di molti disperati. Da questa penisola passano il ferro destinato a Cina e India, gran parte del pesce venduto in Europa ed i grossi fuoristrada provenienti dai paesi 'ricchi'. Nouadhibou è anche un nodo cruciale per una serie di traffici illeciti. Dalla droga sudamericana ai ricercatissimi meteoriti del deserto, fino al traffico di esseri umani, tutto è in vendita in questa terra di nessuno. Sfortunatamente però, i grossi capitali che transitano di qua non lasciano alcuna ricchezza tra queste secche lande. Le illusioni dei più finiscono per sgretolarsi come i mulinelli di sabbia che si rincorrono tra i sassi, nei giorni di vento. È a questo punto che il mercato delle illusioni offre all'esercito dei disperati un'ultima, grande occasione: l'Europa. Da quando il Marocco ha stretto le maglie dei controlli, la Mauritania è diventata la nuova terra promessa per migliaia di migranti. Bastano 500 dollari, i risparmi di una vita, per lasciare Nouadhibou su una barca da pesca, caricata all'inverosimile verso un miraggio chiamato Gran Canaria. Il viaggio costa relativamente 'poco' ma è una roulette russa contro il mare. Almeno un tentativo su quattro si conclude infatti tragicamente lungo le 400 miglia marine che separano due mondi agli antipodi. «La metà di quelli che ci provano ce la fa. L'altra metà torna indietro, o muore». Con queste parole Jerome Dukiya, che dirige un centro di accoglienza per immigrati a Nouadhibou, descrive le proporzioni del fenomeno in un intervista rilasciata al sito internet peacereporter.net. Le autorità mauritane ritengono che almeno 10 mila immigrati clandestini vivano in città in attesa di imbarcarsi. In strada se ne incontrano tanti, alcuni ci mostrano i passaporti e ci raccontano le loro storie. Vengono da Mali, Sierra Leone, Liberia, Gambia, Burkina Faso e si aggirano per le vie polverose in cerca di qualcosa da fare in attesa del grande giorno, o meglio, della grande notte in cui partiranno. Senza che ce ne accorgiamo, questo mondo di persone in fuga, silenziosamente entra a far parte della nostra quotidianità. I ragazzi senegalesi all'internet cafè, il garzone ivoriano del forno dove compriamo le baguette al mattino, il cameriere della Guinea al ristorante cinese, il tuttofare del camping dalla Sierra Leone, inseguono tutti lo stesso sogno: lasciare l'Africa. Per quanto tragica però, questa clandestina transumanza di corpi non ha attirato l'attenzione dei media occidentali quanto un singolo episodio di violenza, verificatosi alla vigilia del Natale scorso. In seguito all'uccisione di quattro turisti francesi avvenuta nel sud del paese ed attribuita ad un gruppo terroristico vicino ad Al Qaeda, il governo francese ha infatti richiesto ed ottenuto l'annullamento in extremis della Lisbona-Dakar per motivi di sicurezza. Le conseguenze per le malridotte finanze dei paesi attraversati dalla corsa sono state devastanti. La Mauritania, che dalle due settimane di gara ricava oltre il 40% dei proventi annui del turismo, è tra i paesi maggiormente danneggiati. L'eco di questi eventi, accaduti appena un mese prima della nostra partenza non ha però fermato la nostra curiosità verso la straordinario susseguirsi di punte, baie e setup sparsi lungo il versante occidentale della penisola. La costa è letteralmente disseminata di onde surfabili di ottima qualità, tanto che scegliere quale spot surfare può rivelarsi una decisione difficile. Quando però la prima mareggiata consistente si materializza davanti ai nostri occhi, decidiamo di puntare senza esitazioni su El Castillo. Qualche giorno prima, infatti, guidando lungo la costa ci siamo imbattuti in un forte cinquecentesco costruito su di uno sperone di arenaria attorno al quale abbiamo visto frangere delle onde destre di buona qualità. A poca distanza, su una punta poco più a sud, un'altra destra perfetta rompeva indisturbata di fronte ad uno splendido edificio che, ai tempi della dominazione spagnola, aveva ospitato 'El Colegio', ovvero l'accademia navale. «Ora sappiamo dove andare se dovesse entrare una mareggiata grossa» erano state le parole pronunciate da Callahan prima di far cenno a Brahim di proseguire lungo la carrettiera. Ma, come avremmo scoperto ben presto, entrare ad El Castillo non sarebbe stato semplice: l'intera area è presidiata dai militari dell'esercito mauritano e non c'è modo di arrivarci senza essere intercettati e fermati. Al nostro arrivo un soldato armato ci viene incontro intimandoci di riporre le macchine fotografiche e di seguirlo. La zona attorno al fortino è accessibile solo previa autorizzazione delle autorità militari. Dopo aver preso posto fra Callahan e Brahim sui sedili anteriori, il soldato ci guida fra le dune indicando la pista giusta con la canna del fucile fino ad un centro abitato. A giudicare dallo stato di abbandono e distruzione in cui versano gli edifici pubblici e le case che si affacciano sulla piazza, la città deve essere stata bombardata pesantemente ed abbandonata. Tetti crollati, vetri rotti e migliaia di fori di proiettili sui muri è quanto resta di La Aguera, una roccaforte spagnola in terra di Mauritania. A più di trent'anni dalla fine del conflitto, l'esercito mauritano, per puro orgoglio, ancora mantiene un contingente militare simbolicamente a guardia di questa città fantasma così faticosamente conquistata. A parte i militari infatti, qui non abita nessuno. Dopo un approccio freddo e piuttosto arrogante, il capitano del contingente ci accorda il permesso di proseguire a patto di venire con noi. Ha trent'anni e la faccia sveglia: probabilmente non ha niente di meglio da fare in questo pomeriggio di Gennaio. Dal momento che monta in macchina sveste i panni del militare severo e torna ad essere semplicemente un ragazzo. E come un ragazzo qualunque si entusiasma per ogni tubo di Raul, ogni hang ten di Sam ed ogni air di Erwan sulle lunghe onde di El Castillo. Per una lunga giornata il suo confine, le pietre e le baie per cui ha imbracciato il fucile e preso i gradi, diventano motivo di divertimento. Il sorriso con cui ci saluta, quando lo riaccompagnamo alla sua scalcinata caserma, riassume uno dei proverbi più popolari in Mauritania: 'Essere felici è meglio che essere Re'.


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