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FINO ALL'ULTIMO BARILE

a cura di David Strahan Condividi SurfNews

I tubi più insidosi non contengono acqua ma petrolio. Il surf e la crisi energetica.

Le due tavole schiacciate tra la chiglia ed il timone del Boston Whaler sembrano fuori luogo qui, nel Golfo del Messico. Le secche di Galveston, infatti, impediscono alle onde oceaniche di scuotere queste acque verdastre e limacciose riducendo a zero la possibilità di trovare onde naturali. Ma noi non stiamo cercando onde di questo tipo ed infatti non dobbiamo attendere molto per trovare una parete surfabile e scattare l'immagine che riassume l'estrema vulnerabilità del mercato surf e dello stile di vita che propone.

I surfisti che mi hanno portato qui dipendono dalle riserve fossili più dei surfisti classici. Per James Fulbright (costruttore di tavole e cineasta di Galveston, Texas) ed i suoi amici Peter Davis e John Benson le petroliere sono infatti l'unica fonte di surf. I loro spot preferiti rompono sulle secche a lato dello Huston Ship Channel, una rotta importantissima nel commercio del greggio ma completamente fuori dai tipici itinerari surf. John scruta l'orizzonte con un potente binocolo giallo. «Ecco che arriva un carico, prua bassa e chiglia completamente immersa!». Una nave cisterna carichissima ha appena virato attorno alla cima della baia e si dirige veloce verso di noi. I miei amici iniziano una preparazione per loro di routine: John si mette al timone mentre gli altri due lanciano le tavole in mare e si tuffano. Quando il tanker Isabella si avvicina alle secche la massa d'acqua spostata dalle sue 105.000 tonnellate si alza ed inizia a frangere formando una parete alta oltre un metro. Pochi secondi dopo Peter e James sono già in piedi e ci rimangono per oltre dieci minuti visto che la strana onda generata dalla nave continua a seguirla frangendo per chilometri. «Ti fa venire i crampi alle gambe, è un'esperienza che toglie le energie, mentali e fisiche!» commenta James dopo la lunga cavalcata. Il loro personalissimo record è di 22 minuti sulla stessa onda, una surfata lunga 4 miglia nautiche! La crew di Galveston è certamente atipica nel mondo del surf, lo stesso l'immagine di surfisti a caccia di onde sulla scia delle petroliere è rappresentativa della dipendenza del nostro sport dall'oro nero. I surfisti di Galveston però non sono gli unici a dipendere strettamente da questa sostanza oleosa ed inquinante. La nave si allontana lasciandoci indietro. È in rotta verso Huston, la zona con la maggior concentrazione di raffinerie al mondo. La Isabella, come molte petroliere, rifornisce di materia prima l'industria petrolchimica da cui anche il nostro sport dipende. Poliuretano e polistirolo per le tavole, plastica per pinne e leash, il neoprene per le mute e molti altri materiali che comunemente usiamo noi surfisti, sono interamente costituiti da molecole reperibili solo in giacimenti sotterranei. Questo solleva non pochi interrogativi riguardo il futuro del nostro sport visto che i depositi stanno iniziando ad asciugarsi. Ironicamente la nave che inseguiamo sta anche dirigendosi verso il luogo di nascita della teoria scientifica che può aiutarci a capire come si sta evolvendo la situazione. Cinquant'anni fa nei laboratori della Shell a Huston, M. King Hubbert, un brillante ed irascibile geologo texano, fondava una corrente di pensiero conosciuta come 'Peak Oil'. Nel 1956 Hubbert scosse l'industria pronosticando che la produzione annuale di petrolio in America avrebbe raggiunto il suo apice tra il '65 ed il '70 (vedi grafico) per poi iniziare a calare. Al momento della sua previsione, l'estrazione di petrolio era ancora in forte crescita negli USA. Il solo pensiero che la curva potesse invertirsi venne considerato ridicolo dalla iperottimista industria petrolchimica. Le teorie di Hubber vennero schernite ma il tempo diede ragione al ricercatore texano. La produzione di greggio in America raggiunse il suo apice nel 1970 esattamente come previsto, indipendentemente dal fatto che solo il 50% delle riserve fosse stato sfruttato. Da allora la produzione iniziò a calare, scendendo da 11 milioni di barili al giorno fino a meno di 7 milioni nel 2006. La geniale intuizione di Hubbert fu quella di capire che la produzione di petrolio in una certa area raggiunge il suo massimo molto prima che la zona in questione sia stata totalmente sfruttata. Questo dipende da due caratteristiche innate dell'industria estrattiva. Per prima cosa il petrolio è comunemente reperibile in giacimenti sotterranei in cui il liquido si trova sottoposto ad alte pressioni. É la sua stessa pressione a spingerlo verso l'alto attraverso i pozzi. Viene da sè che più olio viene estratto, più si abbassa la pressione del giacimento e di conseguenza la velocità a cui la sostanza viene portata in superficie. Il secondo fattore è relativo alla tendenza delle compagnie estrattive a sfruttare i giacimenti più grandi prima di quelli di dimensioni minori. Solo quando la produzione comincia a calare nei giacimenti principali si iniziano a trivellare quelli più piccoli. Come notato da Wubbert, la produzione in una data zona non si interrompe bruscamente ma raggiunge un picco massimo quando le riserve sono sfruttate al 50% e poi inizia drasticamente a calare. Una domanda sorge spontanea: Se la teoria di Hubber si è dimostrata affidabile sul modello americano, cosa prevede a livello planetario per il futuro immediato? In che periodo la produzione mondiale raggiungerà il suo picco massimo? Le evidenze suggeriscono che questo momento è molto vicino. Ci sono solo 98 nazioni nel mondo con accesso diretto alle risorse di greggio e la produzione sta già calando in 60 di loro. Paesi come Inghilterra (i cui giacimenti nel Mare del Nord raggiunsero il picco nel '99), Messico, Norvegia, Indonesia, Colombia, Argentina, un tempo solidissimi produttori, ora stanno assistendo ad un calo di oltre il 40%. La produzione tra gli stati della Organization of Economic Cooperation and Development (in pratica il club delle nazioni ricche) è in calo dal 1997. La produzione mondiale, ad esclusione delle nazioni dell'OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries) raggiungerà l'apice tra il 2010 ed il 2020 ma molti esperti sostengono che il picco potrebbe essere già stato raggiunto. Agli occhi di un surfista la caduta verso il basso della curva di Hubbert non sembra per nulla ripida. Lo stesso, il veloce passaggio dalla crescita alla contrazione potrebbe portare alle stelle i prezzi del greggio innescando una profonda recessione economica. Per l'industria del surf, così strettamente dipendente da idrocarburi e prodotti petrolchimici, la crisi sarebbe devastante quanto un wipe-out a Maverick's! Uno dei motivi di questa allarmante situazione è da cercare nel fatto che il petrolio, da solo, supplisce al 95% dell'energia utilizzata nei trasporti. I cosidetti 'combustibili alternativi', da tanti proposti come soluzione al problema del cambiamento climatico, non riusciranno da soli a sostituire gli idrocarburi. Come documentato nel mio libro The Last Oil Shock, se gli Stati Uniti convertissero tutta la produzione di mais in bio-etanolo, riuscirebbero a coprire appena il 12% della richiesta energetica ora soddisfatta dal petrolio. L'Inghilterra, per fare un'altro esempio, se volesse sostituire con energia pulita tutto il carburante utilizzato nei trasporti stradali, avrebbe bisogno di 67 centrali nucleari grandi quanto quella di Sizewell (in Inghilterra sudorientale) o di una fattoria eolica grande come l'intero sudovest del Regno Unito! Le ripercussioni di questa carenza di carburante potrebbero innescare effetti devastanti nell'economia di intere nazioni con ripercussioni pesanti anche sulla vita quotidiana dei surfisti. L'impatto della crisi sulle forniture di materiale industriale non sarà meno drammatico. La chiusura della fabbrica di Clark Foam ha destato un gran clamore nella stampa specializzata ma è indicativa della crisi a cui il mercato sta andando incontro. La preoccupazione riguardo i cambiamenti climatici ha già innescato, nel mondo del surf, diversi progetti tesi a ridurre la dipendenza del nostro sport dal poliuretano indirizzandolo verso materiali nuovi e rinnovabili. Un buon esempio nel campo delle tavole è quello sviluppato da Chris Hines, membro fondatore di Surfers Against Sewage (una delle più attive associazioni di surfisti ambientalisti) ed ora respondabile della sostenibilità dell'Eden Project, un futuristico giardino botanico e centro di studi ambientali di St Austell in Cornovaglia. «Le tavole da surf, all'inizio, erano fatte interamente con sostanze naturali e non con orribili pezzi di materiale petrolchimico» sostiene Hines «il nostro progetto è di riportare l'industria delle tavole a quello stato originario senza compromettere la performance». Purtroppo i limiti intrinsechi della chimica rendono alquanto ardua la sua nobile missione. L'idea delle Ecoboard venne a Chris quando un grosso albero di balsa del giardino botanico dovette essere abbattuto. Fu allora che decise di usare il prezioso legno per ricavarne alcuni plank, che poi vennero shapati e laminati con resina di canapa di fatto ottenendo le prime tavole interamente naturali. La produzione di longboard si dimostrò soddisfacente fin da subito ma le tavolette erano ben lontane dai moderni standard di peso e performance. «Erano pesantissime, non le avrebbe mai comprate nessuno!» ammette Chris. Recentemente però, lavorando con un piccolo gruppo di fornitori e produttori, Hines ha rielaborato l'idea ed ha prodotto un nuovo modello di tavola trovando un compromesso tra ambientalismo e performance. La resina utilizzata, prodotta con olio di semi di lino dalla ditta Sustainable Composites a Redruth, in Cornovaglia, è quasi completamente rinnovabile (96%). La fibra di canapa del primo esperimento è stata però abbandonata in favore della classica vetro-resina. Il plank di balsa è stato sostituito con un Biofoam (prodotto dalla ditta Homeblown nella vicina Portreath) che è composto per il 60% da materiale petrolchimico e per il restante 40% da sostanze rinnovabili, il 29,5% delle quali derivate dall'olio di soia. Anche se il direttore di Homeblown, Tris Cokes, conta di portare presto la percentuale della soia al 40%, questa è la proporzione più alta che si può al momento mantenere lasciando invariata la funzionalità del prodotto finale. Norman Foster, che occupa la stessa posizione di Cokes ma all'interno di Sustainable Composites, è arrivato alla conclusione che la percentuale di materiale rinnovabile in una tavola da surf non riuscirà mai a superare il 55% sul peso totale. Avrete già capito che le Ecoboard sono solo parzialmente ecologiche. Le loro performance però, hanno già ottenuto il plauso dei professionisti. I nuovi modelli sono stati testati al Boardmaster Meeting a Newquay (Cornovaglia) nell'Agosto '07 in una gara a squadre tra Foster e Rip Curl condotta usando solo tavole Ecoboard. Nathan Hedge, il celebre professionista, ha avuto parole di elogio per queste tavole: «Mi sono trovato benissimo con le Ecoboard, hanno un'ottima galleggiabilità, sono veloci e reattive» ha commentato il professionista dopo l'evento «inoltre è un piacere usare una tavola non nociva per l'ambiente!». Le Ecoboard sono un incoraggiante passo in avanti per l'industria del surf ma la situazione, purtroppo, richiederebbe sforzi ben maggiori. Neppure se tutte le tavole fossero interamente prodotte in materiali rinnovabili il surf si salverebbe dalla crisi del petrolio. Il problema infatti sarà la feroce competizione che si scatenerà per le riserve di greggio ancora disponibili e per tutte le risorse naturali ad esso alternative. E non sarà solo l'industria del surf a combattere per tali risorse. Come ho spiegato nel mio libro The Last Oil Shock, se l'America volesse produrre tutta la plastica che usa attraverso risorse vegetali, dovrebbe dedicare a questo materiale il 40% del suo raccolto di mais. Ma le risorse agricole sono tutt'altro che illimitate. Il Worldwatch Institute riporta che la produzione di grano, a livello planetario, è stata inferiore al consumo in sei degli ultimi sette anni. In poche parole il mondo sta già utilizzando le proprie riserve d'emergenza anche in questo campo. In questo scenario è facile capire che la crisi del petrolio innescherà una lotta a tre tra produzione industriale, mercato dei carburanti per auto e produzione alimentare. In una guerra di titani come questa che possibilità di sopravvivenza ha il mercato dei pantaloncini da mare e delle tavole da surf? Un'altro duro colpo al nostro stile di vita arriverà dall'alto. Anche se il traffico aereo consuma solo 1/8 del combustibile utilizzato dai trasporti terreni, il kerosene per jet sarà difficilissimo da sostituire. I biocombustibili infatti non sono adatti ai motori di aereo visto che, a basse temperature, tendono a divenire viscosi. Teoricamente gli aerei a propulsione potrebbero funzionare anche ad idrogeno, ma il design dei nuovi velivoli dovrebbe adattarsi alle enormi dimensioni dei serbatoi, una conversione che potrebbe richiedere decenni. Per dirla con le parole di Bob Saynor, ricercatore all'Imperial College (la più prestigiosa università di taglio scientifico in Inghilterra) impegnato nello studio di combustibili alternativi per i jet: «Nel breve e medio termine non si vede nessuna soluzione realistica ed economicamente attuabile a questo problema». Una possibile alternativa sembrerebbe venire dal kerosene sintetico prodotto con gas naturale o carbone (due risorse non ancora in pericolo) usando il metodo Fisher Tropsch (inventato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale). L'aereonautica militare degli Stati Uniti ha dichiarato che entro il 2025 il 70% del combustibile usato sui suoi jet sarà di questo tipo. Di contro bisogna dire che questo processo di trasformazione è costoso in termini economici ed ambientali. I gas serra emessi dal metodo Fisher Tropsch raggiungono valori doppi rispetto a quelli emessi dai normali combustibili. Per assurdo la carenza di petrolio potrà addirittura accelerare i cambiamenti climatici, il chè favorirà l'applicazione di tasse e divieti che renderanno viaggiare in aereo sempre più costoso. I classici surfisti 'intercontinentali', quelli con cinque tavole al seguito ed una copia dello StormRider nel bagaglio a mano, vanno incontro a tempi duri! Cosa può fare un surfista, oggi? Una reazione cinica potrebbe essere quella di viaggiare più possibile e surfare le onde migliori al mondo prima che sia troppo tardi. Questo comportamento, però, contribuirebbe solo ad aumentare le emissioni inquinanti quindi, dando per scontato che i surfisti abbiano a cuore lo stato del pianeta, tenterò di dare alcuni suggerimenti che ci permettano di affrontare correttamente la situazione. Un primo passo potrebbe essere proprio quello di fare attenzione alle tavole che usiamo. Le tavole Ecoboard sono per ora difficili da reperire fuori dal Regno Unito, ma sono sempre di più gli shaper, anche in Europa, ad utilizzare i plank 'verdi' di Escape (UK) e Homeblown (USA). Chi non vuole o non può usare tavole ecologiche, dovrebbe chiedersi, ad esempio, dove sia prodotta la tavola che usa. Trasportare oggetti attraverso mezzo mondo è una forma di pazzia costosissima per l'ambiente. Supportare gli shaper nazionali riducendo i trasporti è quindi un bene sia per l'ambiente globale che per l'economia locale. Ma ancora più importante delle tavole che usiamo è, ai fini dell'ambiente, la distanza che percorriamo per surfare. Tris Cokes, di Homeblown, sostiene che «produrre una tavola brucia circa 22kg di CO2 mentre volare alle Mentawai ne brucia forse 5 tonnellate!». Prima di sbandierare il loro ambientalismo, i surfisti dovrebbero imparare a viaggiare meno, o almeno a restare più tempo nella stessa zona. Le vacanze mordi e fuggi sono le più costose dal punto di vista delle emissioni. Passare a Biarritz il weekend, ad esempio, causa più danni di una vacanza di due settimane. Il parere di Cokes a riguardo è anche più severo: «statevene a casa, surfate la vostra spiaggia e non venite nella mia». Anche gli spostamenti di chi abita sulla costa hanno un impatto. Quando il petrolio salirà alle stelle non sarà più possibile bighellonare tra gli spot di casa a bordo di un rombante SUV. «I fuoristrada sono estensioni mentali del pene» sostiene Hines «magari possono essere utili durante un surf trip in Messico ma non servono a nulla sulla maggior parte delle strade europee ed americane». Se a questo punto dell'articolo state per cadere in depressione, provate a consolarvi pensando ai surfisti di Galveston ed alla loro totale dipendenza dal petrolio. Le onde che surfiamo noi, quelle prodotte dal vento, almeno sono una risorsa inesauribile. La mancanza di petrolio, invece, costringerà James, Peter e John a lunghe attese tra una petroliera e l'altra.

David Strahan è un surfista e premiato giornalista specializzato in scienza ed economia. Dagli anni '90 lavora per l'emittente inglese BBC. Recentemente ha pubblicato il libro: 'The Last Oil Shock. A Survival Guide to the Imminent Extinction of Petroleum Man' edito da John Murray Ltd.

Per info: thelastoilshock.com

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