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LE 30 STAGIONI DI BIG WEDNESDAY

a cura di Nicola Zanella e Giulia D'Agnolo Vallan Condividi SurfNews

Intervista al regista John Milius.

Sono passati trent'anni dall'ultimo ciak di 'Un Mercoledì da Leoni'. La stessa distanza, e sembrano anni luce, ci separa anche dall'anno zero della scena surf italiana. La relazione di questa pellicola con il nostro paese e con la sua comunità surfistica è stata 'intima' fin dall'inizio.

Big Wednesday, nonostante il freddo benvenuto riservatogli dal pubblico americano, venne presentato al Festival del Cinema di Torino già nel '78, cosa che accelerò il processo di doppiaggio rendendo il suo messaggio effettivo, da Aosta a Trapani, in meno di un anno. L'impatto su surfisti e windsurfisti dei primi anni '80 fu enorme in Spagna, Inghilterra, Portogallo, Giappone ed in tutte quelle nazioni che, come l'Italia, si avvicinavano solo allora alle onde. Dopo varie fortunate stagioni, Un Mercoledì da Leoni divenne un classico estivo, riproposto per anni nei cinema all'aperto e lungo tutte le spiagge della nostra penisola. Contemporaneamente i primi windsurf tagliati e risagomati, le prime tavole più o meno inventate, legate alla caviglia con corde elastiche, cominciarono a popolare le onde di Liguria, Toscana, Lazio e Romagna, alimentando un processo di diffusione che continua ancora oggi. Per i surfisti italiani di allora, cresciuti alla periferia del surf mondiale, senza riviste e senza video, la cassetta di Un Mercoledì da Leoni ha rappresentato la principale, (se non l'unica) fonte di sapere surfistico. Anche se il connubio surf-guerra proposto dal regista ha destato non poche critiche, le precise informazioni sulle onde, sui vari stili del surf, sulla sua storia e sulla costruzione delle tavole, veicolate dal film, hanno apportato un vitale nutrimento alla comunità surfistica a cui tutti apparteniamo.

Per celebrare le trenta stagioni di Big Wednesday vi proponiamo una lunga chiacchierata-dibattito con il regista John Milius, registrata il 27 Luglio scorso durante il Santa Marinella Film Festival che lo aveva tra i suoi ospiti. Ringraziamo Olga Strada (curatrice del Festival) e Giulia D'Agnolo Vallan (moderatrice dell'incontro e autrice della biografia su Milius), per aver reso possibile l'incontro col regista.



Buona sera signor Milius. Sicuramente sarà al corrente dell'enorme impulso che Big Wednesday diede, trent'anni fa, al surf europeo in generale ed italiano in particolare. Quale è stata la reazione del pubblico all'uscita del film in nazioni con una lunga storia surfistica?

Ha ha! B.W. è stato un punto di svolta per molte ragioni. La cosa divertente è che ha avuto un enorme seguito anche in nazioni in cui già c'era una cultura surf sviluppata. Come in Australia ad esempio. La gente ancora parla di quanto seguito ebbe il film quando uscì. Anche per loro, con una lunga storia di surf alle spalle, B.W. rappresentava qualcosa di importante.
Qualcuno aveva fatto un film che parlava esattamente del surf come i surfisti lo vivevano. E se ci pensi è ancora adesso l'unico film drammatico a parlare di surf. Non so perché, ma pare proprio che sia impossibile per chi non lo pratica, parlare in maniera coerente di surf. Un regista può tranquillamente parlare della vita sui monti, come ho fatto con la storia di Jeremiah Johnson, o del far west, senza preoccuparsi troppo di quello che i montanari diranno. Ma per il surf è diverso. Sarà il linguaggio inesatto o l'attitudine sbagliata ma la maggior parte dei film che parlano di surf mi mettono tristezza perché trattano i surfisti come idioti. Pensate al personaggio di Jeff Spicoli (ndr nella commedia Fast Times at Ridgemont High): magari sarà anche simpatico ma di sicuro non rende giustizia e non assomiglia per niente ad un surfista. I surfisti non amano essere dipinti come dei fighetti alla moda. Vogliono vedersi rappresentati per quello che veramente sono.

A proposito della sua formazione come surfista. Ci racconta qualcosa dei suoi inizi a Malibu e di come la sua vita di surfer si rispecchia nella sua produzione?

Malibu rappresentava una cultura ed una tribù al tempo stesso. Il surf era una pratica tribale e c'erano diverse comunità lungo la costa. Se fossimo stati indiani, saremmo stati tutti Apache. Noi a Malibu ci sentivamo di essere i Chirakawa! Eravamo convinti di essere nel posto migliore, di avere lo spot migliore e le onde più belle. Di fatto, all'inizio degli anni '60, i surfisti migliori frequentavano proprio il nostro spot! Le grandi innovazioni tecniche di quegli anni stavano succedendo tra le onde di Malibu, Wind and Sea, La Jolla. Crescere in una scena così stimolante aveva però un prezzo. Il localismo era molto diffuso. I più grandi facevano di tutto per cacciarti via, ti tiravano pietre, ti picchiavano persino. E così all'inizio dovevi tenerti alla periferia del branco, ti chiamavano 'gremmy' o 'wooly' e potevi prendere solo le onde che i più grandi ti lasciavano. Poi, quando finalmente avevi imparato a surfare, venivi ammesso al picco. Quello era per tutti un giorno molto importante e non serviva neppure che te lo dicessero. Da quel giorno entravi a far parte di qualcosa di più grande di te. Quel gruppo di persone, che ti piacesse o meno, diventava la tua famiglia, la tua tribù. Noi di Malibu ci sentivamo totalmente diversi dai locali di altre spiagge. Eravamo dei grossi casinisti e ne andavamo tremendamente orgogliosi! Era difficile entrare nel nostro gruppo, non era per tutti, ma quella era la nostra cultura madre. Malibu era un'onda splendida ed è un bellissimo posto anche adesso, ma molte cose sono cambiate. È sempre stato uno spot affollato ed è molto frequentato anche oggi. Quando ho cominciato io nel '59 la gente stava già smettendo di surfare per via dell'affollamento. «Le onde migliori sono già state prese» dicevano i più anziani.

Big Wednesday è ambientato in un'epoca di forte trasformazione tecnica del surf. Cosa pensa della shortboard revolution?

Personalmente, le tavole corte non sono mai state fuzionali al mio surf! La tavola più corta che ho usato fu un 8'.6'' che Gerry Lopez mi costruì per surfare Sunset ma che usai anche a Pipe. Mi fece due tavole quel 8'6'' ed un 9'6'' per Waimea. Usai molto la prima delle due, era perfetta con onde fino a 20ft e non c'era modo di farle perdere aderenza! Erano fatte secondo principi moderni che non conoscevamo negli anni '60. Le tavole che usavamo una volta, quegli enormi gun di 11ft, non erano affidabili in condizioni radicali. Appena prendevano velocità entravano in spin-out e cadevi proprio nel posto più pericoloso. Ci volle il genio di George Greenough per correggere quei problemi.

Parliamo di educazione militare. Ed Pressman, il suo produttore, ha detto che lei ha un'attitudine da generale e lei stesso ha ammesso che da bambino sognava di far carriera militare.

Si, è tutto vero ma avendo problemi di asma non ho potuto intraprendere quella carriera.

Restando in tema di guerra. Quale sono le similitudini tra B.W.e Apocalypse Now? Qual è il ruolo della guerra del Vietnam in questi due film?

Beh, non so. Allora pensavo che il surf avesse un ruolo importante in quella guerra. Il Vietnam era principalmente una guerra californiana, in molti la chiamavano 'the California War'. Era la California che si scontrava con una antichissima cultura orientale. E ovviamente la California ha perso! Ma è stato normale per me mischiare guerra e surf in entrambi i film. Pensa agli elicotteri che si usavano in Vietnam, con gli stemmi degli Hell's Angels dipinti sulle fiancate. Io sono cresciuto a Los Angeles e la gang di Malibu era la cosa più importante che avessi. La cultura tribale Californiana letteralmente permeava quel conflitto. Il Vietnam inoltre aveva ottime onde quindi il contatto tra guerra e surf fu inevitabile.

Una caratteristica che colpisce in B.W., specialmente paragonandolo agli altri film di surf prodotti da Holliwood, è la forte componente mitologica e metaforica.

Si, la differenza è lampante. B.W. non parla di un campione e non favoleggia su onde enormi (ndr come Ride the Wild Surf, Don Taylor, 1964), B.W. parla dell'esperienza del surf a tutto tondo. Parla di come i surfisti si relazionano al mare, di come percepiscono i suoi diversi umori. B.W. infatti è diviso in quattro capitoli, uno per ogni stagione. La mia idea era quella di parlare della vita dei personaggi attraverso il ciclo completo delle stagioni. Il surf ha un enorme impatto sulla tua vita. Ti svegli alla mattina e guardi il cielo in maniera diversa dagli altri. Osservi le nuvole, stai attento alla temperatura, alla direzione del vento, perché aspetti sempre quei giorni in cui le onde sono perfette. In molti altri film questo aspetto non è visibile, i surfisti escono dall'acqua, si siedono attorno ad un fuoco ed iniziano a filosofeggiare su questo o quello... ma nessun surfista si sognerebbe mai di comportarsi così! Un surfista quando esce dall'acqua vuole solo asciugarsi e scaldarsi. Prende un asciugamano e si chiude in macchina perché il surf porta all'ipotermia. Ma tutto questo i film di solito non lo rappresentano. B.W. invece affronta l'argomento con una diversa drammaturgia, rappresentando l'esperienza del surf in maniera realistica ed accurata. Uno dei miei scopi era quello di immergere la audience in questo stile di vita e, a giudicare dalla entusiasta reazione dei non-surfisti, ci sono riuscito.

La prima sceneggiatura di B.W.fu scitta nel 1970 ed il titolo era 'We Were Kings'. Ci vuole spiegare il perché di questo titolo?

Beh, il surf era lo sport dei re hawaiani, è da li che viene. E noi ci sentivamo i discendenti degli Alea, la nobiltà hawaiana. Un cosa che mi viene in mente, guardando oggi B.W., che tutta la cultura polinesiana fosse ancora presente nel mondo del surf al tempo del film sia quasi sparita oggi. Ad ogni inverno, noi di Malibu, compivamo il pellegrinaggio alle Hawaii. 'Le isole' erano la Mecca per noi. Ed era proprio la cultura polinesiana a rendere affascinante ed elittario il nostro mondo.

In passato ha varie volte dichiarato di essersi ispirato alla saga di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Si, tutti gli scrittori amano fare cose pretenziose. Io ho infuso un po' di leggende arturiane all'interno di B.W. L'idea di costruire una tavola 'speciale', quella che Bear sta shapando sul molo all'inizio del film, richiama la leggenda della Signora del Lago, il personaggio arturiano che dona a Re Artù la spada Excalibur. La tavola di Bear, come la spada nella leggenda, è stata fatta per un giorno particolare ed importantissimo. Nella prima stesura del copione la tavola andava addirittura perduta, tornava al mare. Poi lo trovammo un po' troppo arturiano e lo togliemmo. Ma era una cosa che capitava spesso nella realtà, soprattutto nei giorni grossi a Sunset o Ventura. Anche perché allora non usavamo i leash e quando perdevi la tavola dovevi tornare a riva a nuoto e spesso impiegavi molto tempo. Capitava così che, una volta arrivato a riva esausto, vedevi la tavola andare verso l'orizzonte in preda alla corrente e sapevi che non l'avresti più rivista.

Gli anni descritti in B.W.sono stati tra i più turbolenti nella storia degli Stati Uniti. In che relazione stavano i surfisti e la contro-cultura pacifista che si stava affermando?

I surfisti erano parte della contro-cultura ancora prima che questo nome fosse coniato. I surfisti erano più simili ai Beatniks che a qualsiasi altra controcultura. Anche altri gruppi cosidetti 'eversivi' si incrociarono coi surfisti, parlo delle gang di motociclisti. Entrambi erano considerati 'la frangia lunatica' della società. Era normale per chi viaggiava con le tavole sul tetto, essere fermato dalla Polizia, perquisito ed interrogato. Se uscivi con una ragazza ed i genitori vedevano il portapacchi sulla macchina di sicuro cominciavano a temere per la figlia e ti dicevano di riportarla a casa entro mezzanotte. I surfisti non erano come i giocatori di football. Non erano considerati ragazzi normali. Così quando arrivarono gli Hippy i surfisti li accettarono facilmente. Anche loro si stavano ribellando contro la cultura americana del tempo. I surfisti si accorsero presto che gli Hippy erano un po' falsi e che non c'era troppo da fidarsi. Lo stesso gli Hippy avevano due cose per cui i surfisti andavano pazzi: il sesso libero e la marijuhana! E fu una cosa buona per il surf.
La marijuhana smorzò l'aggressività dei surfisti in mare. Mi ricordo giorni di onde splendide in cui i miei amici erano strafatti, completamente in balia della corrente, ed io potevo finalmente sedermi in cima al picco e prendere tutte le onde che volevo! Era un periodo di innocenza se lo paragoniamo a quello che successe dopo. Comunque i surfisti non erano un fenomeno di massa o di moda, come adesso. L'abbigliamento surf non era nulla di chic. I nostri vestiti erano di solito vecchi e logori.

B.W. è stato filmato nel 1978, prima dell'invenzione degli effetti speciali. Come avete organizzato le riprese dall'acqua e le scene più pericolose?

Questa è una bella domanda. Tutte le riprese che abbiamo usato in B.W. sono state filmate esplicitamente per il film. Non abbiamo usato nessun footage di repertorio. Ogni manovra, ogni piccola scena di surf è stata realizzata e filmata appositamente. Eravamo terrorizzati all'inizio, perché nessuno aveva ancora realizzato nulla di simile ma avevamo un vero esercito di talenti a nostra disposizione. Tutti i migliori surfisti, fotografi e videografi dell'epoca volevano lavorare con noi. Così fondammo una Unità Speciale per le riprese dall'acqua, la famosa A-Team Special Water Unity, formata dalla crema della crema. Solo certe persone potevano farne parte e fregiarsi della T shirt del team. E se qualcuno vedeva quella T shirt su un estraneo lo aggrediva e glie la strappava di dosso. Mi meraviglio che Bear non abbia fatto un remake. Io almeno non l'ho più vista da allora. Il team era composto da persone incredibili come George Greenough, l'inventore delle tavole moderne. George prese una cinepresa Airflex, la smontò e la rese impermeabile. Chiamavamo quella cinepresa 'Il mostro verde'! Era orribile da vedere ma faceva cose che neppure quelle moderne riescono a fare. Avevamo due persone in acqua, George e Dan Merkel. Era George a filmare l'azione nella impact zone. Ovviamente, essendo il regista, dovevo essere presente alle riprese, e così mi capitava spesso di dover surfare! Ognuno aveva il suo compito ed in spiaggia il piano sembrava sempre perfetto. Tutti però sapevamo che in mare, specialmente quando le onde sono grosse, i programmi sono destinati a fallire. Chiamavamo questa situazione 'the fog of war' (nebbia di guerra) perché presto o tardi qualcuno cadeva, qualcosa andava storto e tutti venivano a cercare me per sapere cosa fare. «Dov'è il regista?» chiedeva qualcuno, «È sul picco esterno, è appena caduto. Arriverà in spiaggia fra un minuto!». Fare le riprese sulla North Shore in onde enormi è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

Abbiamo parlato, poco fa, dell'influenza della cultura classica e del mito in B.W. Eppure, nonostante tutti i riferimenti culturali, i personaggi sono ispirati alla vita reale.

Si, tutti i personaggi del film sono ispirati a persone realmente esistite. Il protagonista, Matt Johnson, è una rivisitazione di Lance Carson, uno dei migliori surfisti dell'epoca in onde medio piccole. Di sicuro il miglior surfista mai uscito dalla gang di Malibu. Lance a 19 anni era alcolizzato ed ha sofferto molto per uscirne. Ha fatto tutto da solo, senza aiuto. Siamo ancora amici, lui costruisce tavole come allora. Anche Leroy 'the Masokist' (ndr in italiano tradotto come 'Leroy Spaccatutto') è ispirato ad un vero pazzo dell'epoca. Si chiamava Mich ed era anche più radicale di Garey Busey in B.W.! Mich era un hippy ed aveva ereditato dei soldi coi quali comprò una serie di palazzi fatiscenti nei bassifondi di Venice. All'epoca viveva in una topaia ma col tempo quei palazzi a Venice iniziarono a valere milioni. Mich diventò ricco e si è spostò a Santa Cruz dove cavalcò alcune delle onde più grosse della California Settentrionale. Ancora adesso è vivo e vegeto, surfa e conduce una vita molto semplice anche se è molto ricco. È ancora Mich 'The Masokist'! All'epoca del Vietnam, Mich conosceva ogni trucco per evitare il reclutamento. Per anni detenne il record, la sua specialità era quella di fare il pazzo. Alla fine fu spedito al Camerino Mental Institute e passò molti anni dentro e fuori da ospedali psichiatrici. La gente diceva che quello non era esattamente 'evitare la leva'! Il personaggio di Bear, invece, è basato su vari shaper dell'epoca. Dale Velzy e Jacobs sono i primi che vengono in mente ma anche The Greek, (ndr Bob Bolen) un altro costruttore dell'epoca, reclama la paternità del personaggio. Il fatto che così tante celebrità si vedano in Bear dimostra che il personaggio è realistico. Anche Jack, il terzo del gruppo, è il condensato di molte persone diverse. È un life-guard, una figura tradizionale nella cultura californiana. Tutti noi siamo stati life-guard in qualche momento della nostra vita ed era importante avere un personaggio che rendesse giustizia a quel mondo.

Riguardo la voce narrante nel film. Da dove viene questa scelta drammaturgica?

Il motivo principale è che Big Wednesday fu concepito prima come libro che come film. Ne ho scritto vari capitoli ed era incentrato su una persona che raccontava la propria esperienza. Mi sono sempre piaciuti John Ford (soprattutto 'How Green Was my Valley') e John Stainbeck. Entrambi usano spesso una figura centrale, un narratore. Se ne è parlato molto negli anni, la gente mi chiede spesso: «Sei tu la voce narrante in B.W.?». No, non necessariamente. Il personaggio narrante è, almeno nella trama, uno dei due ragazzini che vedi all'inizio del film sul molo con Bear. La voce è quella di Robert Englund che ha poi fatto successo come Freddy Kruger in 'A Nightmare on Elm Street'. La sua voce era perfetta. Usando un narratore puoi parlare del mare e delle onde senza sembrare troppo pretenzioso. L'altra grande influenza in questa scelta mi è venuta da Moby Dick di Melville. Quel libro ha influenzato tutta la mia produzione, in verità. Apocalypse Now è basilarmente una rivisitazione di Moby Dick. Segueno il film risali questo fiume, alla ricerca di una 'balena bianca' non dissimile da quella di Melville. Anche in B.W. ho voluto ricreare questa atmosfera di attesa, sai che sta per succedere, che prima o poi, verso la fine del tuo viaggio, sarai chiamato a confrontarti con la tua 'balena bianca'. Il giorno in cui le tue paure, le tue passioni e la tua forza saranno messe alla prova. Ed anche in Moby Dick la storia è narrata in prima persona, pensa al bellissimo incipit 'Call me Ishmael...'. Una delle cose che mi fanno amare questo libro è il fatto che nel leggerlo, nel seguire le vicende di vari personaggi simbolici, impari moltissime cose sulla caccia alle balene. Ti soffermi a pensare a cosa mangiava la ciurma sulle baleniere, a come tagliavano la balena, a come la inseguivano a come fronteggiavano le tempeste. Bear ad esempio, è l'equivalente surfistico del capitano Ahab, un personaggio dannato con un cupo passato. E ci sono dei piccoli cammei all'interno del film, sequenze in cui impari come si formano le onde, come rompono, che tipo di vita conducono i surfisti, come costruiscono le tavole e tanto altro. Ed è anche per questo che ho voluto una voce narratrice in B.W. Ed è strano, infine, che il cognome dell'attore che interpreta Bear fosse proprio Melville! Fu una coincidenza fortunata!

Qual è il ruolo della natura nei suoi film e che tecniche usa per rappresentarla? Come riesce a relazionarsi con forze per definizione incontrollabili come le montagne, gli oceani o la giungla?

Beh, tento di utilizzare la natura e le sue forze come fossero personaggi del film. Non serve molto, basta essere sempre coscienti della loro presenza. Ad esempio se stai girando un film in un piccolo paesino in Italia, come Santa Marinella, devi far vedere i colori delle case, la relazione tra l'abitato la natura attorno, il suo rapporto con il mare e, non ultimo, la vita che conducono i suoi abitanti. Nei film contemporanei tutto questo è quasi scomparso. Le trame dei film semplicemente 'accadono' in uno spazio anonimo in cui il dove non ha nessuna importanza. Nel caso di B.W. essendo noi tutti esperti surfisti, trovare onde fu abbastanza facile. Lo stesso commettemmo alcuni grossolani errori. Ad esempio finimmo a filmare in El Salvador, un paese con onde splendide ma che, al tempo, era attraversato da una sanguinosa guerra. Ci ammalammo tutti di dissenteria, fu un disastro. Nella maggior parte dei casi, però, è possibile utilizzare la natura che ti circonda. Alba Rossa ad esempio è diviso in capitoli con titoli di apertura che scandiscono ogni mese dell'anno. In questo lo spettatore si accorge della natura che circonda la storia. La Terza Guerra Mondiale sta avendo luogo senza che la natura mostri alcun segno di interesse. È indifferente, ogni mese è uguale a se stesso negli anni perché la natura è molto più grande di tutte le nostre storie. Tornando alle onde, la North Shore di Oahu fu una scelta obbligata. All'epoca di B.W. avevamo già accesso alle immagini satellitari e fu facile prevedere la mareggiata. La famosa scena dell'addio al re fu girata a Waimea con onde perfette di 20ft. Avevamo ingaggiato Kenny Bradshaw e molti altri big-wave riders come stuntman. Avevano costruito la barca (ndr nella scena del salvataggio) e si erano allenati a capovolgersi in onde grosse. Così quando la swell arrivò tutto era pronto, mi telefonarono ed io volai alle Hawaii. La troupe era già pronta, gli stuntman erano sul posto e filmammo tutte le sequenze finali senza problemi. Da allora, molte delle mareggiate più grosse sulla North Shore sono arrivate proprio di Mercoledì!

Lei ha spesso affermato di essere motivato, nel suo lavoro di regista, da ideali quasi religiosi. C'è ancora posto per l'integrità personale nel mondo di Holliwood?

La maggior parte dei film oggi ti vengono commissionati. In questi casi devi fare del tuo meglio per renderli tuoi. Sono poche le volte in cui un regista può lavorare ad un'idea sua, a qualcosa che veramente vuol fare in completa libertà.
Lei ha parlato di guerra in quasi tutti i suoi film. Svilupperebbe un soggetto sulla guerra in Iraq se glie lo chiedessero?
Al momento non sto lavorando sull'Iraq ma ho un progetto che riguarda l'Afghanistan. Una storia che deve qualcosa al cinema italiano. Sergio Leone la amerebbe di sicuro!

Come vede il futuro del cinema? Siamo di fronte ad un declino o ad una trasformazione?

La cinematografia è in declino. Alla gente piace guardare i film a casa, su schermo gigante. Forse il cinema tornerà sotto forma di un'arte diversa, forse nelle serie televisive, chissà. Di sicuro non sarà il cinema come lo conoscevamo. Il cinema ha avuto i suoi giorni. Il fatto che i ragazzini vogliano vedere i film sul cellulare ti dice che i tempi sono cambiati.

Come si rapporta al surf contemporaneo? Non ha mai pensato di girare un altro film su questo mondo?

Si, per un certo periodo ho pensato di fare qualcosa sulle onde grosse ma poi mi sono accorto che era già stato fatto molto. Il mio assistente Lionel Braggy è ancora coinvolto profondamente. Surfa spesso, anche onde grandi, ed è lui a raccontarmi qualcosa. Io tento solo di tenere i contatti con i vecchi amici. Mi vengono spesso a trovare e mi raccontano storie splendide. Molti di loro sono diventati surfisti leggendari. Tutti stanno invecchiando, stiamo diventando gli anziani della tribù. Anche Gerry Lopez è invecchiato! Ma è bello vedere che il surf ha attecchito in molti paesi e che anche qui in Italia avete lo stesso entusiasmo che avevamo noi allora!


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