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I DIAMANTI DI LÜDERITZ

a cura di Brendon Wosworth Condividi SurfNews

«Non fare il codardo. Grabba il rail della tavola e infilati nel tubo!» urla tutto eccitato Gunther, la nostra surf-guide locale. Dave Richards spinge la sua fragile 6.0 tra le mandibole di un'onda che sembra una caverna, mantiene la posizione, si infila nel tubo e sfreccia verso la seconda sezione, sguardo fisso all'uscita. Ha preso velocità e per una frazione di secondo sembra che ce la faccia, ma quella massa informe rompe in un close out e collassa, schiacciandolo tra schiuma e sassi. L'onda che ci dà il benvenuto in Namibia è una sinistra di otto, forse dieci piedi che, tenuta alta dal leggero vento di terra dell'alba, si infrange su un tavolato di roccia a fior d'acqua. Il risultato è un tubo d'acqua pressurizzata così ampio che ci potremmo parcheggiare dentro la nostra 4x4. Un lastrone infestato dalle cozze nella zona d'impatto aumenta il fattore di rischio. In acqua non c'è nessuno tranne noi, nessuno che possa testimoniare la carneficina in atto.

Ci troviamo poco fuori Lüderitz, una città portuale situata nella parte meridionale della Namibia. Questo tratto di costa dell'Africa occidentale è l'incarnazione dell'aggettivo 'ostile': acqua gelida dell'Atlantico, venti affilati come lame, un paesaggio lunare punteggiato da roccia nera di origine vulcanica. Gli stagni d'acqua salata attorno alla città sono la patria di migliaia di fenicotteri rosa acceso. Contro questo sfondo scuro, sembrano fuori luogo almeno quanto le nostre tavole da surf. Questa città dura e aspra conta una popolazione di 13.000 abitanti ed è orlata dal solitario deserto della Namibia. Con la sua media di meno di due persone per chilometro quadrato la Namibia è uno dei paesi più desolati del pianeta. Cosa che potrebbe spiegare perché Gunther sia l'unico surfista di Lüderitz. Durante il boom dei diamanti degli anni Novanta un'esile gruppo di cercatori esplorò molti dei surf spot dell'area, ma ora che i diamanti scarseggiano, la gran parte dei cercatori è ritornata in Sudafrica. Ancora oggi intere sezioni di costa sono classificati come proprietà privata. A gestire l'accesso sono le grandi società estrattive, impegnate nella ricerca industriale delle pietre preziose. A sud del reef dove stiamo surfando la baia si allunga verso lo 'Sperrgebiet', la zona vietata di una miniera. Metterci piede senza permesso è impossibile, così restiamo al di là del recinto di filo spinato chiedendoci quanti meravigliosi reef stiano rompendo proprio dietro l'angolo. Sfortunatamente la mareggiata si spegne poco dopo la nostra prima surfata e così decidiamo di abbreviare il nostro soggiorno a Lüderitz. Studiamo le carte nautiche e decidiamo di proseguire verso nord. Per raggiungere Swakopmund bisogna percorrere una strada sterrata lunga 780 km che, prima di puntare a nord, ti conduce verso l'interno, per poi piegare di nuovo verso la costa. In verità le strade della Namibia sono tra le più dritte al mondo e lo scenario naturale è incredibile: zebre, gazzelle dalle lunghe corna, vagano tra l'erba gialla bruciata dal sole e fuggono via appena intravedono il bagliore dei nostri fari. Alberi irregolari oppressi dai nidi enormi degli uccelli tessitori, ondeggiano come stracci nel terso vento africano.

SWAKOPMUND

Swakop, come la chiamano i locali, era una volta il porto principale tra la Germania e la Namibia (allora chiamata Africa Sud-Occidentale Tedesca). Questo accadeva tra il 1892 e il 1915, quando la Namibia era una colonia tedesca. Oggi Swakopmund è diventata la città vacanziera numero uno della nazione mentre invece la vicina baia di Walvis riveste il ruolo di porto commerciale. Un'atmosfera dolce e calda avvolge la città, soprattutto in prossimità della spiaggia dove, durante le prime ore della sera, i turisti tracannano litri di Tafel, la birra locale. Aggirarsi tra le strade equivale a intraprendere un viaggio nel tempo vista la massiccia presenza di elementi architettonici germanici. In origine questa regione era chiamata 'Tsoakhaub', questo il nome che i Nama, la popolazione indigena, le aveva attribuito. Tradotto significa 'passaggio di escrementi', cosa che riassume abbastanza bene l'aspetto del fiume Swakop mentre attraversa la parte meridionale della città: un misto di fango, sabbia e alberi che rotola verso la foce. Fortunatamente il fiume è spesso in secca e non straripa tanto frequentemente. L'area è conosciuta per una serie di reef che formano onde tubanti. Le più famose sono tutte sinistre: Guns, Thick Lip e Lockjoint. Potenzialmente, anche altri reef rocciosi ed irregolari originano onde, ma soltanto con mareggiate specifiche e con condizioni particolari di venti e maree che richiedono un buon grado di conoscenza del luogo. Puoi stare certo infatti che, quando le condizioni sono adatte, i locali se ne stanno rintanati in qualche secret sconosciuto. Intanto la mareggiata è entrata ma nessuno dei reef mostra il suo potenziale. Ma c'è ancora un barlume di speranza. La costa a nord di Swakop infatti è molto più esposta alla swell. È una costa desolata, frammezzata da baie, insenature e fessure, che si allungano fino all'Angola, lungo la spettrale Skeleton Coast. Questo braccio di mare è infaustamente noto per i numerosi naufragi che vi hanno avuto luogo. Purtroppo il point di Cape Cross, che origina sinistre da sogno, è tristemente interdetto ai surfisti perché fa parte della riserva di foche di Cape Cross, una delle più grandi colonie al mondo. Non c'è verso di fare surf nella riserva e se lo fai, vieni perseguito dal ministero dell'ambiente e del turismo. Jay, un surfista che abbiamo incontrato a Swakop, ci ha ammonito a riguardo. In passato è stato costretto dalle forze dell'ordine ad uscire dall'acqua: ci troveremo sicuramente nei guai se infrangessimo la legge. Così speriamo di trovare qualcos'altro in zona. Sveglia alle 4:00 la mattina successiva. Carichiamo le macchine, direzione nord. Cape Cross ovviamente è chiuso. Non ce ne dispiaciamo neppure perché la spiaggia è davvero stracolma di foche. Migliaia e migliaia di foche sparpagliate sugli scogli sbraitano, lottano, si riproducono e gozzovigliano. Sono ovunque, sembrano un denso strato di kelp che spunta fuori sulla line up. Frankie Oberholzer surfa mentalmente il picco riassumendo in due parole un possibile scenario: 'take off, scansa una foca, con un bottom turn aggira un'altra foca e infine vira verso il labbro dell'onda con una foca tra i piedi. Impossibile!'. I maschi di foca possono raggiungere anche i 360 kg e mordono. Aggiungi questo particolare al fatto che la baia rappresenta uno dei terreni di caccia preferiti dagli squali bianchi (cosa dimostrata dalle foto-trofeo appese fuori alla pescheria della vicina città di Henties Bay che ritraggono pescatori sorridenti in piedi su carcasse di squali) e avrai ben più di una ragione per startene a riva. Il consenso è presto raggiunto: nessuno ha voglia di surfare qui di, nemmeno se ci sono tubi perfetti. La terza ed ultima baia della riserva offre, per fortuna, una sinistra fantastica. Alla luce delle ultime ore dell'alba linee perfette si staccano dal point, dritte e perfettamente sagomate. Fondale sabbioso, onde dai due ai quattro piedi, niente foche in vista. C'è solo un problema, questo scenario da sogno si trova sul lato sbagliato del recinto che delimita la riserva. Troviamo (o forse ci costruiamo) una scappatoia. La lingua di sabbia che si estende alla fine del point fa parte della spiaggia privata di Villa Cape Cross. Un hotel che, come un'oasi, si erge appena fuori dai cancelli della riserva. Tecnicamente, se ci buttiamo in acqua da qui non ci troviamo nell'area protetta. Questa argomentazione è veramente debole ma di fronte all'unica onda surfabile nel raggio di 300 km, decidiamo di rischiare. È uno dei momenti di bellezza più pura. Onde glassy vivificate dal sole tenue del mattino, sciacalli dal dorso nero si muovono con passo felpato tra dune di sabbia rossa come Marte mentre, in acqua, sette surfisti prendono onde in silenzio. E la giornata non fa che migliorare. La villa è un po' troppo costosa per il nostro budget, ma offre una colazione a buffet al prezzo di 6 NAD. C'è un'atmosfera piuttosto tranquilla e Leon, il proprietario, ci accoglie a braccia aperte. Un profumo meraviglioso di cibo penetra le nostre narici. Chiacchieriamo con Leon a proposito di quanto sia legale surfare il point. Leon sostiene che la riserva si estende soltanto fino al segno dell'alta marea e che non dovrebbero esserci problemi se ci buttiamo in mare davanti alla villa. Le 72 ore successive consistono in una piacevole routine. Sveglia alle 4:00, raggiungere in macchina il 'breakfast point' (adesso così soprannominato), surfare fino a quando non sopraggiunge il vento, rimpinzarsi fino a perdere i sensi al buffet. La vita non potrebbe essere migliore. Ma sfortunatamente non tutti condividono la nostra euforia. Il secondo giorno una grassa donna in uniforme avanza pigramente verso la spiaggia e ordina al nostro fotografo di andare via. Questi obbedisce senza battere ciglio. La donna ricompare il terzo giorno e cerca di confiscare la tavola di Brett che giace sulla battigia. Alan Van Gysen, un altro fotografo della crew, le parla e riesce a riaverla indietro. 'Di' loro che non è permesso fare surf qui' lo ammonisce la donna. C'è aria di guai ma siamo così gasati dal surf che ignoriamo la cosa.

NEI GUAI

È duro risvegliarsi dopo una lunga notte di bagordi. Un colpo alla porta. Due ufficiali ben piantati in uniforme color cachi stanno in piedi sulla soglia. «Ragazzi lo sappiamo, avete fatto surf nella riserva!» «Non sappiamo di cosa stia parlando», è la nostra prima, cauta risposta. «Strano perché abbiamo i vostri numeri di targa e c'è un ufficiale che giura di avervi visto surfare lì per ben due volte». Dannazione, è difficile trovare una risposta a questo. «E poi siete qui per motivi di lavoro, vero? Scattate foto per una rivista surf». Il tizio parla come se fosse della CIA. Deve aver fatto le sue ricerche. «Vi rendete conto che avete bisogno di un permesso di lavoro per scattare fotografie in Namibia? Potrei confiscare il vostro materiale e sbattervi in galera se ne avessi voglia». La strategia del terrore funziona. Alan ed io decidiamo di prendere la via diplomatica. Seguiamo i guardiani fino al loro quartier generale, il Namibian Wildlife Resorts Reservation e poi all'ufficio del turismo. Ho la sensazione di trovarmi nell'ufficio del preside di scuola. Sedie piccole e scomode, silenzio imbarazzante. «Dobbiamo regolarizzare la cosa» grugnisce l'ufficiale risoluto. «Non intendiamo allontanare i turisti dalla Namibia e per questo abbiamo deciso di andarci piano con voi. Potrei spillarvi molto di più. Siete entrati nel parco senza pagare, avete fatto surf in un'area protetta e avete scattato fotografie senza un permesso di lavoro». Appoggia la schiena contro lo schienale della sedia, congiunge le punta delle sue grasse dita, e infine emette un sospiro altezzoso. È soddisfatto di se e lo da a vedere. Cerchiamo di argomentare accennando al livello dell'alta marea ed ostentando la nostra amicizia con Leon, mentre evito di menzionare che proprio l'anno scorso migliaia di foche, molte delle quali ancora cucciole, sono state uccise legalmente in Namibia. È difficile capire come alcuni surfisti ai margini della riserva possano realmente compromettere la vita degli animali, tuttavia, l'ufficiale non ne vuole sapere. Ci guarda come se fossimo degli idioti irresponsabili. Alla fine si giunge a una multa di 30 NAD a persona. Ci diamo per vinti senza opporre resistenza, torniamo a casa per recuperare i nostri passaporti. Seduti fuori dell'ufficio della polizia, un'ammissione di colpevolezza infilata tra le mani. Mi torna in mente una domanda che l'ufficiale mi ha posto nel cuore della disputa: «ma perché avete fatto 2000 km in macchina per surfare in Namibia? Non avete abbastanza oceano ed onde laggiù in Sudafrica?». Non tento nemmeno di spiegargli le emozioni dell'esplorazione, la sensazione che si prova a studiare mappe e carte nautiche fantasticando sul potenziale della costa. A stare stipati per ore dentro una macchina. A lottare per chi si deve sedere davanti. Arrivare alla meta e magari non trovare niente. Anzi, trovare solo immondizia ed una swell in calo. Surfare da soli, spaventati a morte dagli squali. Svegliarsi presto, prima che arrivi il vento. Distruggere le tavole contro le rocce affioranti. Arenarsi con l'auto nella sabbia. Tornare a casa e raccontare il tutto agli amici esagerando un po'. No, non potrebbe capire.


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