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STATALE 106 FRONTIERA SUD

a cura di Leonardo Santini Condividi SurfNews

Onde perfette e morti invisibili ai confini della Fortezza Europa.

Mi aspettavo di tutto da questo mio primo viaggio in Calabria Jonica. Tracce di una storia millenaria, natura selvaggia e incontaminata, intrecci malavitosi da far invidia al miglior Scorzese e, naturalmente, nuove onde da esplorare lungo le sue coste meridionali. Mi ritrovo invece ad essere testimone di un'assurda guerra di sopravvivenza, che va avanti ormai da decenni lungo le frontiere meridionali della 'Fortezza Europa'. I numeri sembrano quelli di un conflitto: solo nell'Ottobre di quest'anno almeno 296 migranti e rifugiati sono morti lungo le sue spiagge. Più di 200 dispersi al largo delle isole Canarie, 51 vittime tra il Canale di Sicilia e la Calabria, 33 nel mare Egeo tra la Turchia e la Grecia. Sono almeno 1343 i morti dall'inizio dell'anno, gente in fuga, spesso uccisa dalle stesse tempeste che noi innocentemente rincorriamo. Ma quanto innocenti possiamo sentirci se tra i nostri spot migliori si consuma una tragedia di queste dimensioni?

ONDE NELLA NOTTE

Mi ritrovo in autostrada con Emiliano e Valentina a malapena so dove mi stanno portando, ma sono entusiasta quanto loro di essere in viaggio diretto a sud. Non mi preoccupa la processione di chilometri che dovremo percorrere, andiamo incontro alle correnti meridionali che si stanno incanalando nel Golfo della Sirte, e che porteranno maltempo e onde su molti tratti della costa meridionale dello stivale. In auto però il tempo non passa veramente mai. Non serve correre, lo sconforto è inevitabile quando dopo ore e ore di curve e slalom tra i paletti dei cantieri un grande cartello verde ci ricorda che siamo solo nel tratto iniziale dell'autostrada con la fama peggiore d'Italia. Mentre guido i ragazzi mi descrivono le onde dello storico spot che visiteremo come prima tappa. Bova è solo una parola per me ma Emi lo conosce da tempo e gli si accendono gli occhi quando ne parla. A tarda notte finalmente la penisola finisce e ora è lui al volante, felice ed emozionato come un bambino al nostro ingresso nell'area grecanica. Imbocca con sicurezza una serie di vie strettissime in discesa e sottopassaggi, per poi sbucare sul mare al lato di un piccolo fiume. La luce velata della luna piena illumina la notte, abbastanza da poter ammirare la parete dei set che srotolano luccicando, 'la swell è appena iniziata!' è il suo unico commento mentre contempla una sinistra vuota. L'aria è umida e calda per lo scirocco e il rumore della risacca sui ciotoli copre tutti gli altri suoni. Scopro che non siamo venuti qui solo a controllare lo spot, la nostra casa è proprio una delle villette a schiera con ampie vetrate che guardano la spiaggia. Il suono sordo del mare arriva fino in stanza, ci rassicura e concilia il sonno. Quando alla mattina apro gli occhi i miei due compagni di stanza sono già spariti, mi affaccio alla finestra e mentre mi stiro li vedo nuotare verso il picco. Il vento strapazza i cespugli di canne sulla spiaggia ma soffia sul picco quasi da terra, senza disturbare la forma regolare delle onde. Ogni set produce in successione almeno tre belle sinistre che dopo una piccola sezione close-out si congiungono con il lungo inside. Si entra in cima al point, non appena la potente risacca lo permette, e in poche bracciate sono già in posizione per partire. Durante la session osservo dalla line-up il paese che si sveglia. Bova Marina non è un luogo particolarmente attraente da un punto di vista paesaggistico, ha i tratti moderni e vagamente decadenti di una piccola cittadina cresciuta nell'ultimo secolo. In questa zona gli insediamenti più antichi si sono sviluppati soprattutto nell'entroterra, a causa delle pestilenze e della continua minaccia di incursioni dal mare. L'incubo delle navi di predoni saraceni durò dall'alto Medioevo fino alla fine del XVIII secolo ed i villaggi si arroccarono sulle colline, da dove era facile avvistare i pericoli per tempo e difendersi dagli attacchi. Bova Superiore infatti domina la vallata da lontano ed è più antica di qualche migliaio di anni rispetto al suo insediamento a mare. L'onda finisce la sua corsa davanti al lungomare, dove ogni tanto un'auto si ferma e scarica capannelli di spettattori incuriositi. Nonostante Rocco, Vincenzo, Saverio e gli altri locali cavalchino queste onde da oltre quindici anni, il surf desta ancora non poca curiosità in questa zona. Il picco è estremamente vicino a riva e così dalla strada si gode di un'ottima visuale su ogni manovra. Se l'onda, come spesso capita, è particolarmente lunga, conviene surfare anche l'ultima sezione e risalire a piedi lungo la spiaggia. Guardando l'orizzonte verso il mare si vede in lontananza l'imponente sagoma dell'Etna che emerge dall'acqua, avvolta in uno strato di foschia. Quando entra in attività, la luce incandescente dei fronti di lava che scendono lungo i fianchi del vulcano si vede molto bene da qui. Dev'essere uno spettacolo nel buio della notte. Con il passare delle ore il line-up è sempre più frequentato e la precedenza va guadagnata nel fragile equilibrio tra locali e altri surfisti, per lo più visitatori storici provenienti da tutto il centro-sud. I set però si fanno via via più fequenti e la spalla apre sempre meglio. Verso mezzogiorno raggiungiamo l'alimentari di Bruno, un bovese col quale Emi ama abbandonarsi a lunghe chiaccherate. L'unico personaggio del paese con cui non riesce a scambiare neppure una parola è il barbiere che frequenta abitualmente quando si trova da queste parti. Il loro rapporto verbale si limita ad un buongiorno o buonasera, l'uomo già conosce i dettagli tecnici sul taglio da eseguire. Passeggiando faccio caso ai nomi delle vie che incrociano la piccola piazza, Via Risorgimento, Via Garibaldi e Via Cavour rievocano la nascita di uno stato italiano che coincise con una vera e propria guerra civile nel meridione. Prima i contadini aiutarono Garibaldi perchè sconfiggesse i Borboni. Poi Cavour diede carta bianca all'esercito padano-piemontese per reprimere il fenomeno del brigantaggio, e rincominciarono i guai per la gente povera che viveva al sud. Nel decennio tra il 1860 e il 1870 ci furono oltre 500.000 condane a morte, deportazioni di massa, decine di paesi rasi al suolo, arresti, fucilazioni, stupri. È proprio in questo periodo che in molte parti del meridione si insediò un sistema di controllo della società alternativo allo stato, che era di nuovo nemico. Qui prese il nome di Società, appunto, Onorata Società. I nomi di questi 'eroi' dell'unità d'Italia sono scritti su targhe bilingui, in italiano e in greco. Il dialetto greco-calabro, o greco vutano (da Vùa, Bova), è un'eredità culturale che arriva da più lontano ancora, dai tempi in cui colonie della Magna Grecia fiorivano lungo queste coste. Osteggiato apertamente a favore della lingua italiana, soprattutto nel ventennio fascista, è rimasto nell'oblio per molti anni ed ora è considerato una lingua arcaica che rischia l'estinzione. Oggi il paese ha circa quattromila abitanti e un'atmosfera accogliente e ospitale, soprattutto verso la innocua comunità surfistica. Il giorno successivo la misura delle onde è aumentata ulteriormente e così anche la velocità della prima sezione. In acqua neppure i surfisti migliori riescono a stare davante alle sezioni più veloci. Vedo Emi e Roberto (il Lungo) scomparire in tubi profondissimi ma chiaramente privi di uscita. Le poche onde che carezzano la secca con l'angolo giusto, permettono quattro o cinque manovre senza nessun problema di velocità.

SABBIA CHIARA

In serata gli aggiornamenti meteo confermano la progressiva attenuazione del vento da Scirocco: con un po' di fortuna avremo un paio di giorni a disposizione per esplorare la costa Jonica. Dopo cena, alla surf-house, regna un'atmosfera di malcelato ottimismo ed ognuno pensa ad uno spot alternativo dove far manbassa di onde in solitudine. Noi lasciamo Bova all'alba con qualche perplessità visto che sul picco rompono sinistre non troppo grandi ma pulitissime. La SS 106 è la strada più a sud della penisola italiana, un'arteria fondamentale dei trasporti calabri. Collega tutti i centri della costa jonica, continuando poi in Basilicata e in Puglia fino a Taranto. Si viaggia per lo più su una sola carreggiata per senso di marcia fra i paesaggi granitici del litorale e gli innumerevoli centri abitati di piccole e medie dimensioni. Nel primo tratto, limitrofo alla zona dell'Aspromonte, attraversiamo Palizzi, Brancaleone e Africo prima di entrare nel cuore della Locride. Siamo nel territorio in cui è attiva quella che oggi è la più potente e pericolosa organizzazione mafiosa d'Italia, con fortissimi legami in tutto il mondo. Si ritiene che la 'Ndrangheta detenga ormai il monopolio della cocaina in Europa e sia saldamente connessa ai poteri politici ed alle organizzazioni massoniche. Una rete criminale sommersa che non è più mossa da loschi personaggi con coppola e lupara, ma da rispettabili signori in giacca e cravatta molto ben inseriti nel mondo degli affari. Nel suo percorso verso nord la statale corre a lato della ferrovia e della costa permettendoci di tenere sott'occhio le condizioni del mare. La luce del sole va e viene, le linee parallele della swell che si avvicina alla costa prendono colori sempre diversi. Le onde somigliano molto a quelle che avevo surfato in un altro tratto dello Jonio alcuni anni fa. Anche secondo Emi e Vale qui rompono con un energia particolare rispetto al resto del Mediterraneo, e non credo sia solo una nostra percezione. Il fetch dello Scirocco qui raggiunge 1500km, permettendo alle onde di raggiungere facilmente i dodici secondi di periodo. Se consideriamo che tra Bova e la foce del Nilo, in Egitto, non si trova nessuna terra emersa ma solo una piana abissale con fondali di oltre 5.000 metri è facile immaginare la potenza di queste onde nei loro giorni di grazia. Persi in questi pensieri raggiungiamo Roccella Jonica dove, nei pressi di un passaggio a livello, sono ferme diverse auto della polizia e alcune ambulanze. Sembra si tratti di uno dei tanti incidenti stradali che si verificano da queste parti ma non capiamo cosa stia succedendo. Surfiamo poco più tardi in una bella spiaggia di sabbia chiara circondata dalla scogliera a picco. La secca di sabbia mista a roccia produce destre e sinistre di un metro abbondante. È una soleggiata domenica di Novembre e ci sono quasi trenta gradi. Anche la temperatura dell'acqua è piacevole: per entrare il costume ed un buon corpetto sono sufficienti mentre nel resto d'Italia non si può fare a meno di tre millimetri di neoprene sulla pelle. Il mare è disteso e il vento aumenta di nuovo ruotando da Maestrale. Terminata la session ripartiamo senza perdere tempo. Inseguendo i potenziali spot che abbiamo individuato studiando le foto aeree satellitari, visitiamo altre tre spiagge con onde ottime. Surfiamo in abbondanza prima che la luce ci abbandoni. Troviamo ospitalità in un piccolo albergo nei dintorni. Finalmente ci concediamo un attimo di riposo e tiriamo le somme di una giornata soddisfacente, ma veniamo interrotti dai titoli del telegiornale. La notizia di testa riporta l'ennesimo drammatico sbarco di migranti avvenuto nella notte proprio nei pressi di Roccella, vicino al passaggio a livello che avevamo notato in mattinata. Sul motopeschereccio in legno arrivato nella notte c'erano più di centosessanta palestinesi di Haiza, partiti una settimana prima da un porto egiziano. La cronaca del loro arrivo è una storia che si ripete: la barca viene spinta verso riva dal mare agitato e finisce per arenarsi su una secca a qualche centinaio di metri dalla riva. In poco tempo le onde capovolgono e fanno a pezzi lo scafo, tutti finiscono in mare, nel buio, con i vestiti addosso. È una strage. Al mattino mentre noi ci godiamo un picco completamente deserto poco lontano vengono recuperati undici cadaveri, tra cui quello di un ragazzo di quindici anni. Centodieci si salvano, tutti gli altri sono dispersi. Le cronache riportano che, dopo aver pagato 1500 euro a testa per il viaggio, si erano rifiutati di partire con quella carretta, ma sono stati minacciati e imbarcati a forza dai trafficanti. Ora lo schermo mostra le immagini dei loro corpi rigidi stesi sulla sabbia, sullo sfondo le schiume delle onde, rimaniamo senza parole.

ARE WE PRISONERS?

Il giorno successivo di buon ora siamo di nuovo in strada, diretti verso alcune spiagge ben esposte alla mareggiata che, comunque, sta gradualmente scemando. Nei pressi di Crotone sorpassiamo una grande struttura recintata. È uno dei tanti Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza (CPTA) istituiti per trattenere i cittadini stranieri sprovvisti di un regolare titolo di soggiorno. Da un punto di vista legale questi luoghi hanno inaugurato in Italia lo stato della detenzione amministrativa, privando di libertà personale uomini che non hanno violato alcuna disposizione penale. Nei pressi dell'ingresso c'è disordine e decidiamo di fermarci per capire cosa stia succedendo. Gli ospiti stanno manifestando, agitano cartelli e striscioni con slogan scritti in italiano approssimativo e in uno stentato inglese. 'we need un intervention to refugee' si legge in uno di questi. Poliziotti in tenuta antisommossa cercano di arginare la pressione della folla sul cancello, ma in pochi minuti il cordone viene travolto e a centinaia si riversano sulla strada bloccando il traffico. Non appena si accorgono della nostra telecamera in molti si accalcano davanti all'obiettivo per gridare la loro frustrazione. La polizia è molto innervosita per la nostra presenza e cerca di allontanarci. Dobbiamo fare loro presente che abbiamo tutto il diritto di stare lì, e che per il momento non abbiamo intenzione né di andare in questura con loro, nè da nessuna altra parte. Nella confusione generale riusciamo a raccogliere alcune testimonianze e a capire le ragioni della protesta. All'interno dell'affollatissimo centro si vive in condizioni disumane, il cibo è immangiabile e mancano i vestiti. I migranti si sentono trattatati come criminali, 'Why? Are we prisoners?' ci domanda uno di loro agitando le mani. Chiedono il rispetto dei propri diritti umani in primo luogo, e in modo particolare, quello di poter richiedere lo status di rifugiati politici. Molti di loro sono arrivati via mare, e qualcuno ci mostra i segni indelebili che il viaggio ha lasciato sul suo corpo. Siamo frastornati dal contatto con tanta esasperazione ma non sappiamo davvero che parole usare o cosa fare per esprimere loro un minimo di solidarietà. Il fenomeno dei flussi migratori è oggi un problema davvero complesso, che nasce soprattutto dalle condizioni di miseria dei paesi di origine. Negli ultimi anni i governi europei hanno chiuso e militarizzato le frontiere senza ottenere alcun risultato e contribuendo solo ad alimentare una catastrofe umanitaria. L'immigrazione clandestina non è certo diminuita, attirata dal benessere occidentale e dalle opportunità del mercato regolare e irregolare del lavoro. Inoltre, mentre molti dei suoi stati membri sostengono ancora oggi 'missioni di pace' mandando le proprie truppe in Iraq, Somalia, Kosovo e Afghanistan, l'Unione Europea restringe le possibilità di ingresso ai rifugiati politici provenienti dalle zone di guerra. Il governo italiano ha recentemente annunciato l'intenzione di modificare le disposizioni fallimentari della legge Bossi-Fini, con lo scopo di 'governare in modo razionale l'immigrazione regolare' e 'scoraggiare l'illegalita'. Resta da verificare, sostiene Amnesty International, in quale misura queste 'intenzioni' siano consone agli standard internazionali sui diritti umani e dei rifugiati. Nel rapporto annuale del 2007 dell'associazione non governativa, la scheda che riguarda l'Italia presenta una serie di questioni critiche, la maggior parte delle quali legate al tema immigrazione: detenzione ed espulsione di minori migranti, corruzione e abusi nei centri di detenzione, difficoltà di accesso ai centri di detenzione, cooperazione con la Libia (che non ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati), espulsioni sommarie. In questo quadro poco rassicurante per un paese democratico si può capire come mai in molti centri si siano verificate insurrezioni come questa. Quando la tensione gradualmente si placa risaliamo in macchina, i migranti ci lasciano passare. Questo inaspettato incontro ha lasciato un fastidioso senso di impotenza nel nostro gruppo. Dopo la lunga sosta ci sono poche speranze di trovare un'onda surfabile, ma ormai non ha molta importanza.

PERFEZIONE JONICA

Nel pomeriggio finiamo per perderci in aperta campagna seguendo una serie di piccole strade sterrate nei pressi della foce del fiume Neto. Una di queste ci guida lungo l'argine, da un lato la vegetazione è selvaggia e fittissima, dall'altra si apre una distesa di campi coltivati a peperoncino. In Calabria ci sono molti posti in cui la natura è rimasta incontaminata, lo si deve all'assenza di grandi centri urbani ed allo scarso sviluppo industriale. Per qualche chilometro incrociamo solo animali, uccelli di ogni genere, bovini, cani da guardia ed una volpe che fugge con successo all'attacco di un rapace. La Foce del Neto, divisa tra i comuni di Crotone e Strongoli, è un Sito di interesse comunitario e Zona di Protezione Speciale. Si tratta di una area umida di notevole importanza naturalistica, habitat naturale di molti rettili e anfibi fra cui le rarissime testuggini d'acqua. Purtroppo noi non le incrociamo, nonostante la lunga camminata a cui siamo costretti per raggiungere la vastissima spiaggia. Il luogo è meraviglioso, davanti al fiume il mare è increspato e forma strane correnti, ma purtroppo è piatto. Passeggiamo tra la bassa macchia delle dune e gli oggetti portati dal mare mentre all'orizzonte ancora si vedono le tracce della mareggiata che sfila verso un'altra costa affacciata sullo Jonio, troppo lontana per esere raggiunta. Ritroniamo sui nostri passi verso Crotone, lo Jonio Catanzarese, la Locride e l'area Grecanica. Con nostra somma amarezza non riusciamo a completare del tutto il nostro programma che comprendeva una session fotografica tra le rovine dell'epoca aurea di questa zona, quando pensatori come Pitagora trovavano nelle città della Magna Grecia rifugio dalla tirannia della madre patria. Nella notte il mare torna a crescere allontanando questi pensieri. La perturbazione non ha le dimensioni di quella precedente ma attiva molti spot dell'area grecanica con onde superiori al metro. Con l'assistenza e i consigli di Rocco e Vincenzo riusciamo a surfare ancora una volta onde potenti e di sorprendente qualità su un insidioso fondale di roccia esaurendo le nostre ultime energie. Il tramonto ci trova esausti e preoccupati dal lungo ritorno, ma poco dopo la partenza intravediamo dalla strada un'ennesima onda di rara perfezione. Ci fermiamo ad osservare il set successivo, che rompe formando un tubo ampio e profondo che srotola verso destra. C'è pochissimo tempo per un'altra session ma Emi entra al volo raggiungendo velocemente il picco. Dopo alcuni minuti ha già preso due onde ma nel chiudere una manovra nell'inside sbatte il piede sul fondale ed esce dall'acqua sanguinante. È la violenta e degna conclusione di un'intensa settimana in Calabria Jonica. Rimango a contemplare un altro set vuoto sfilare nell'ombra, mentre il sole sparisce definitivamente nel profilo irregolare dei monti dell'Aspromonte. Emi si medica il piede, poi partiamo. Nonostante i molti momenti intensi vissuti in questi giorni, il ricordo di questo viaggio rimarrà legato a quello dei migranti e all'incertezza del loro destino. I sentieri del surf si intersecano sempre più spesso con quelli di chi fugge dalla sponda 'opposta' del Mare Interno. Ma quale 'opposizione' può dare un senso alla tragedia più grande ed ignorata del Mediterraneo?


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