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COMORE

a cura di Michael Kew Condividi SurfNews

Le Isole della Luna

'Calammo l'ancora in un canale del reef ai lati del quale frangevano onde destre e sinistre e ci sbrigammo a prendere le tavole e raggiungere la lineup. Approfittai per scattare qualche foto di Geoff intubato in quelle piccole onde, mentre una piccola folla di indigeni assiepati lungo la spiaggia salutava ogni surfata con urla di esaltazione. I nativi rimasero talmente entusiasti delle sue gesta che offrirono a Geoff un passaggio per tornare sullo yacht a bordo della canoa del loro capo villaggio. Una volta salpata l'ancora dirigemmo verso il piccolo insediamento di Dzaoudzi, dal quale proveniva un intenso profumo di fiori'. _Ron Perrot, Surfer magazine, Novembre 1967

La grande occasione, del tutto inaspettata, si materializzò un mese dopo che Ron e Geoff arrivarono a Durban. Si presentava sotto forma di un messaggio appeso in bacheca nella bettola dello yacht club, dove i due trascorrevano lunghe ore a bere birra e a fantasticare sui luoghi esotici che avrebbero voluto visitare. Quel pezzo di carta con su scritto 'help wanted' attrasse subito la loro attenzione, e fu così che nell'agosto del 1967 Ron Perrot e Geoff White si imbarcarono a bordo del trimarano Kyalami per un'avventura che li avrebbe portati in Grecia attraverso il Mar Rosso e le Seychelles risalendo la costa orientale dell'Africa. Ma prima avrebbero dovuto navigare attraverso il Canale del Mozambico, un tratto di mare lungo oltre mille miglia temuto per il carattere tempestoso delle sue acque e la massiccia presenza di squali, ed avrebbero dovuto fermarsi in un piccolo arcipelago di origine vulcanica per rifornirsi di acqua e cibo: le Isole Comore. Nonostante fossero una colonia francese e costituissero una tappa obbligata per le navi in transito lungo il canale, le quattro isole di Ngazidja, Mwali, Ndzouani e Maore erano ancora considerate uno dei luoghi più misteriosi ed inesplorati del pianeta. Proprio al largo di Maore (l'odierna Mayotte), Perrot e White si imbatterono nelle onde che poi descrissero nelle pagine di Surfer, le stesse onde che, quaranta anni dopo, vedo frangere lungo dei reef vergini dal finestrino di un Boeing 737. Dopo aver attraversato mezzo mondo, in un malridotto sobborgo di Moroni sull'isola di Gran Comore incontro quelli che saranno i miei compagni di viaggio in quest'avventura africana: Erwan Simon, surfista della costa bretone francese, l'italiano Emi Cataldi, Randy Rarick ed il fotografo John Callahan che, dopo Ron Perrot, è la seconda persona ad aver viaggiato fin qui per documentare il potenziale surf delle Comore. Isole ricche di profumi, di paesaggi dalla straordinaria bellezza, di storia millenaria attraversata da sanguinose guerre civili e, come i due amici australiani scoprirono in quella lontana estate del '67, di onde sorprendenti.

Per tutta la notte e buona parte della mattina seguente la pioggia cade ininterrottamente su Moroni. Il gran caldo e la forte umidità rendono l'aria della stanza quasi irrespirabile. In albergo manca l'acqua, per quel poco che serve non essendoci il bagno e nemmeno la doccia. Poco male. 'Bisogna fare attenzione con l'acqua' mi avverte Erwan 'un ragazzo francese che lavora per la Croce Rossa mi ha detto che è scoppiata un'epidemia di colera sull'isola. Fino adesso hanno contato più di 800 casi e 14 persone sono già morte'. Malaria, colera, un sistema fognario pressoché inesistente, mancanza di acqua potabile, strade invase dall'immondizia: Moroni, che per secoli ha brillato come capitale di un ricco sultanato e crocevia di fiorenti commerci, è oggi ridotta ad una cittadina fatiscente ed insalubre. Eppure, grazie soprattutto alla posizione strategica che occupano, nel quindicesimo e sedicesimo secolo le Comore erano fiorenti come i porti dell'Oman e di Zanzibar. Su queste isole vulcaniche ricoperte di fitte foreste iniziarono a transitare spezie, schiavi, materie prime e genti provenienti da Persia, Madagascar, Asia ed Africa, portando con loro la parola del Profeta ed il culto dell'Islam. 'La mia gente discende da molte genti' sussurra in tono solenne un anziano signore con il quale mi trattengo a parlare di fronte alla moschea principale di Moroni: la sua corporatura alta e robusta, i capelli ricci e la carnagione scura sono segni inconfondibili delle sue origini africane ma il taglio degli occhi ed i lineamenti gentili del volto tradiscono una chiara discendenza asiatica. Nonostante ciò, l'apparato burocratico del paese sembra non aver risentito minimamente della proverbiale operosità orientale ed è tuttora prigioniero di arretratezza e corruzione, tanto che per spostarsi da un'isola all'altra sono necessari dei permessi che riusciamo ad ottenere solo dopo due giorni passati negli uffici dell'immigrazione. Oltre ad essere uno dei paesi più poveri al mondo, da quando ha ottenuto l'indipendenza dalla Francia nel 1975 l'Unione delle Comore ha patito ben diciannove colpi di stato, diversi assassinii politici e numerose insurrezioni fiancheggiate da truppe di mercenari che hanno lasciato l'economia e le istituzioni nella confusione più totale. Come se non bastasse, proprio in questi giorni è previsto lo sbarco di un contingente militare dell'African Union nell'arcipelago per ristabilire l'ordine dopo la dichiarazione d'indipendenza promulgata dalle isole di Anjouan e Moheli e, non avendo molto tempo a disposizione, decidiamo di imbarcarci sul primo traghetto non appena ottenuti i visti per visitare le isole minori.

'Sachet, monsieur! Sachet! Sachet, s'il vous plait!' Una moltitudine di persone, in maggioranza bambini, iniziano a soffrire il mal di mare appena il traghetto lascia il porto di Moroni. Correndo freneticamente da una parte all'altra del ponte superiore nel tentativo di raggiungere i più bisognosi, un uomo tenta di distribuire dei sacchetti di plastica prima che i poveretti si vomitino addosso o lo facciano sui malcapitati sdraiati accanto a loro. Ignari di tutto ed accampati nel buio fra decine di altre persone, io ed Emi pensiamo che sia un gioco, prima che Erwan si lasci andare ad uno spontaneo ''è disgustoso!'. Randy Rarick, letteralmente circondato da un gruppo di sofferenti, fa del suo meglio per evitare di essere colpito dai sacchetti lanciati oltre il parapetto o, peggio, dal loro nauseabondo contenuto. 'Sembra che abbiano mangiato tutti la stessa cosa' cassava. Benvenuti sul traghetto per l'inferno!' esclama sarcasticamente Callahan prima di accendere con apparente noncuranza una sigaretta. Sentendo queste parole mi torna in mente la frase di un'e-mail che John ha scritto poco prima di partire proprio riguardo agli spostamenti fra le isole: 'prenderemo il traghetto, mescolarsi con i locali sarà divertente.' Per l'appunto. Lo Shissiwani II, un vecchio traghetto norvegese dismesso agli inizi degli anni settanta, è un rottame arrugginito che galleggia a malapena sotto un carico disordinato e scomposto di animali, cose e persone. Sul ponte inferiore le nostre tavole sono sepolte sotto un cumulo di sacchi di canapa, materassi consunti, barili di gasolio, pneumatici usati, legna, capre e polli. Contro ogni legge della fisica lo Shissiwani impiega oltre dieci ore ad attraversare questo tratto di canale inseguendo la Croce del Sud a quattro nodi di velocità e con otto piedi di swell di traverso. Quando alle prime luci dell'alba arriva in prossimità della costa di Ndzouani possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Sull'isola si festeggia il giorno dell'auto proclamata indipendenza ma, senza risorse o materie prime da esportare ed un turismo inesistente, i suoi abitanti possono solo sperare di sopravvivere fino al prossimo colpo di stato in questo splendido angolo di paradiso. 'Abbiamo il mare e nient'altro' dice con aria rassegnata un anziano signore seduto accanto a me mentre con lo sguardo segue la costa della sua isola natia. Colonne di fumo si alzano dai villaggi costruiti all'ombra della foresta pluviale sulle ripide pendici dell'isola, mentre un pescatore spinge la sua canoa verso il largo con vigorosi colpi di pagaia. 'E le spezie?' chiedo io nascondendo goffamente un senso di disagio. 'Produciamo chiodi di garofano e ylang-ylang, ma non è abbastanza. Con le spezie non si diventa ricchi. L'unico ad essere ricco è il presidente, di certo non perché coltiva ylang-ylang'. Un tempo Ndzouani produceva oltre il novanta per cento del totale mondiale di questo ricercatissimo fiore giallo da cui si estraggono oli essenziali usati come base dei più preziosi profumi francesi, e l'economia dell'isola ne ha beneficiato per oltre un secolo prima dell'introduzione delle essenze sintetiche. Se teniamo in considerazione che il prezzo della vaniglia, altro prodotto fondamentale per l'economia, è calato drasticamente negli ultimi due anni a causa della sovrapproduzione e le esportazioni di pesce sono praticamente nulle, è facile capire come la maggioranza dei comoriani viva in condizioni di sussistenza. 'Almeno l'isola ha un buon profumo' tenta di sdrammatizzare Randy. Di sicuro più piacevole di quello che si respira sulla nave dopo dieci ore di traversata! Dopo aver convinto i militari in servizio alla dogana che non siamo mercenari ma semplici turisti, carichiamo tavole e bagagli sul pickup di Moustali, la nostra guida locale, e attraversiamo l'isola diretti alla nostra destinazione finale, un piccolo villaggio sulla costa meridionale. Su grandi teli ai margini della strada i contadini lasciano essicare al sole i chiodi di garofano il cui odore si mischia con quello delicato dell'ylang-ylang e del legno di sandalo appena tagliato: l'aria insalubre di Moroni è solo un lontano ricordo per nostra fortuna. La strada si snoda tortuosamente attraversando fitte foreste di alberi del pane e palme da cocco, piantagioni di banana ed ylang-ylang, caffé, vaniglia, cannella e fiancheggiando vallate profonde, cascate impetuose, piccoli villaggi composti di capanne di fango dove dozzine di bambini salutano il passaggio delle auto con festosi cori 'Bonjour! Bonjour!'. 'Questa gente non sembra curarsi troppo del fatto che la loro isola sia diventata indipendente' commenta Randy osservando i gruppi di uomini intenti a giocare a domino o le donne vestite dei tipici shiromani colorati con il viso coperto dal tradizionale impasto a base di legno di sandalo. Il passaggio del nostro piccolo convoglio di mzungus (uomini bianchi) suscita nei locali una certa curiosità e, dopo aver oltrepassato l'ultima collina, scorgiamo finalmente la costa esposta e le onde che si frangono ai lati delle baie e sui reef più al largo.

Gli enormi pipistrelli volteggiano sopra la terrazza del nostro hotel, uno spazio affacciato sul mare spartanamente arredato con tavoli di plastica, lasciando cadere sul pavimento grossi semi e torsoli di frutta rosicchiati. Meglio conosciute come volpi volanti di Livingstone, questi pipistrelli sono una specie peculiare di Ndzouani e, con un'apertura alare che può raggiungere i due metri, sono fra le specie più rare e a rischio di estinzione del pianeta. Direttamente di fronte alla terrazza, oltre una piccola spiaggia di sabbia bianca ed una laguna turchese, ci sono un paio di spot che, con le giuste condizioni, potrebbero produrre delle sinistre favolose. Purtroppo però, tranne la sera del primo giorno quando Emi ed Erwan hanno surfato fino a buio in condizioni perfette, gli spot davanti a casa si sono sempre fatti desiderare a causa del vento, della marea, o di tutte e due. Fortunatamente lungo le coste esposte dell'isola ci sono molte baie, insenature e reef pass che mostrano un ottimo potenziale ed ogni mattina di buon'ora partiamo alla volta di uno spot diverso secondo le condizioni del mare. Grazie all'infaticabile Moustali nel giro di tre giorni battiamo palmo a palmo entrambi i versanti esposti dell'isola, individuando oltre una dozzina di spot di ottima qualità che, inutile dirlo, sono assolutamente vuoti. 'Questo potrebbe essere lo spot migliore se non fosse per il vento' si lascia andare Callahan osservando il sole tramontare in mare dalla terrazza di casa 'i pescatori dovrebbero organizzarsi per portare i surfisti là fuori con le barche ed aspettarli all'ancora nel canale'. 'Nessuno verrà mai qui per surfare, John' mi permetto di ribattere, 'è troppo complicato'. 'Di sicuro non è né facile né economico, altrimenti sarebbe stato colonizzato da surfisti sudafricani e francesi già molti anni fa'. Per cena ci concediamo il lusso di ordinare aragoste in quantità e brindare alla buona riuscita di questa spedizione con la birra gelata che siamo riusciti a procurarci, non senza qualche difficoltà, nell'unica città dell'isola. Sotto la fievole luce delle lampade alimentate dal generatore restiamo ad ammirare la luna piena mentre sorge dal mare e che, come da migliore tradizione nell'Oceano Indiano, si riflette sulle onde di una nuova swell. Oggi è stata una giornata fondamentale per la spedizione dato che abbiamo surfato in uno dei migliori setup dell'isola. Destre lunghe e potenti che frangono su un basso lastrone di roccia in tubi larghi e insidiosi. La nuova mareggiata ci fa ben sperare per i giorni a venire e le previsioni che ci giungono via sms da casa sono confortanti. 'Su un paio di onde ho smaltito' dice Emi descrivendo la session davanti ad una Castle ghiacciata, 'appena fuori il reef l'acqua è molto profonda ma dove l'onda rompe non arriva neanche al ginocchio. Quando impatta il reef la parete rallenta fino quasi a fermarsi e tutto quello che c'è dietro viene letteralmente scaraventato in avanti sul lastrone di roccia. C'è un solo punto dove si riesce a partire, ma se lo manchi è garantito che l'onda ti lancia in avanti sul reef con conseguenze anche serie. Probabilmente ne abbiamo lasciate più di quante ne abbiamo surfate. È veramente pesante!' Dopo aver appreso che molti pescatori sono morti proprio nel punto dove abbiamo surfato decidiamo di battezzare lo spot Dead Fishermen Point, un'onda che incute rispetto anche in un veterano abituato alle lineup hawaiiane come Randy Rarick: 'Con le condizioni giuste quell'onda non ha nulla da invidiare a spot ben più conosciuti e blasonati. Ha un potenziale davvero notevole'.

Nei giorni a seguire surfiamo ancora Dead Fishermen grazie alle condizioni favorevoli. Quando la mareggiata cala d'intensità decidiamo di esplorare la costa est nella speranza di trovare qualche spot più esposto. Quasi per caso, appena fuori uno degli insediamenti più antichi di tutto l'arcipelago, ci imbattiamo in un beach break incastonato fra due lunghi speroni di roccia che, insieme alla foce di un fiume situato poco più a nord, custodisce una delle onde più consistenti di tutta l'isola. Grazie alla rifrazione provocata dallo sperone di roccia le onde impattano i banchi di sabbia con un angolo ideale creando diversi picchi ripidi e spesso tubanti, mentre dalla lineup si scorgono le sagome dei minareti e si sentono i canti dei muezzin portati dal vento offshore. Più a riva, non lontano da dove John si è piazzato con il treppiede, un gruppo di bambini si accinge a lavare con acqua di mare il mantello di una capra, suggerendoci il nome per questo divertente beachbreak: Goat Wash. Prima di tornare verso casa decidiamo di visitare l'antica medina, dove un reticolo di vicoli strettissimi si snoda fra grandi palazzi in pietra dalle splendide porte in legno intagliate e le sontuose moschee in quello che un tempo era un centro strategico dei traffici fra l'Africa ed i paesi Arabi, l'India e la Persia. Ma la storia di queste isole ha radici ben più antiche: secondo l'ittiologo JLB Smith un grosso pesce preistorico di colore azzurro metallico e dall'aspetto mostruoso chiamato celacanto, ritenuto ormai estinto da settanta milioni di anni, viveva proprio in questa zona dell'Oceano Indiano. Curiosità a parte, l'importanza di questo essere risiede nel fatto che si ritiene sia strettamente imparentato con l'Eusthenopteron, il pesce che circa trecentosessanta milioni di anni fa, sviluppando degli arti al posto delle pinne, diede inizio alla colonizzazione delle terre emerse. Immaginate l'immensa sorpresa che devono aver provato Smith e l'intera comunità scientifica quando nel 1952 proprio nelle acque antistanti il beachbreak che stiamo surfando, fu pescato un esemplare di celacanto vivo e, neanche a dirlo, sano come un pesce! 'Quando l'ho visto ho avuto un tuffo al cuore ed ho iniziato a tremare. Ero emozionato e terrorizzato allo stesso tempo' si legge nelle memorie dello studioso 'Finalmente avevo realizzato una delle più grandi ambizioni della mia vita, trovare il luogo dove ha vissuto, e vive tuttora, il celacanto'.

Tornando verso casa dopo una lunga giornata sulla costa est, in queste stesse acque anche noi troviamo una sorpresa simile quando, appena prima di imboccare la strada del ritorno, scorgiamo fra le capanne delle onde sinistre che, frangendo per decine di metri lungo la costa sassosa, modellano un lineup sorprendente. Diverse volte siamo passati di qua fantasticando sul potenziale di quest'onda ma un forte vento da mare ed un'eccessiva escursione di marea ci hanno sempre fatto preferire altri spot. Questa volta però, come in ogni surf trip che si rispetti, lo spot si rivela alla sera dell'ultimo giorno giusto in tempo per un ultima session. 'Sentivo che non ci avrebbe abbandonato proprio ora!' esclama un euforico Cataldi prima di buttarsi tra le liscissime sinistre. Proprio come è successo ai due intrepidi australiani quaranta anni prima di noi, l'aura mistica delle Comore è scivolata nelle nostre coscienze. Sotto un cielo stellato e la luna piena riprendiamo la via di casa. La poesia è tutta qui: abbiamo surfato in un paradiso tropicale e stretto amicizie straordinarie immergendoci nella realtà di un paese tanto bello quanto tormentato. Eppure, a volte, l'isolamento è proprio alla base della magia di un luogo e della sua gente. Ci auguriamo che la popolazione delle Comore possa al più presto migliorare le proprie condizioni di vita, solo il tempo ci dirà se e quando questo miracolo accadrà nelle Isole della Luna.


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