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DISTRUGGERE SANTOSHA

a cura di Stuart Butler Condividi SurfNews

La storia di un non viaggio e di un non-luogo.

Dove il deserto sfuma in verdi e fertili colline esiste un luogo speciale, un posto in cui il vento profuma di gelsomino e buganvilla ed i cui placidi reef accolgono onde generate da mareggiate lontane. 'È più di un'isola. Sono molte isole ed è una sola isola allo stesso tempo, come la Terra sulla quale viviamo. È uno stato mentale, uno stato dell'esistenza ed una terra di sogni perduti. Un'isola unita dallo spirito del mare e dalle vite degli uomini'. Le parole di Larry Yates, pronunciate nel lontano '74, hanno un retrogusto Naive se rapportate alla situazione del surf di oggi. Per tutti quelli che, presi nella frenesia della vita moderna si trovano lontanissimi dalla propria Santosha, persi in una vita che non li soddisfa, questa frase suona però più attuale che mai. Santosha, quel misterioso cocktail cinematografico di palme da cocco e onde mozzafiato, creato dalla mente geniale di Larry Yates impaurì i surfisti mettendoli di fronte ad una scelta che prima non avevano ponderato. Il messaggio di fondo, che ognuno di noi può trovare il proprio eden surfistico, causò, nella sua semplicità, una rivoluzione nel mondo del surf. Negli anni '70 le coste surfisticamente esplorate erano limitate al Nord America, all'Australia, all'Europa ed al Sud Africa. Il resto del pianeta acquatico era 'terra nondum cognita' in tutto e per tutto. Da quando il film su Santosha venne distribuito, la scintilla della surf-exploration cominciò ad ardere nel cuore di migliaia di surfisti spingendoli oltre i limiti del mondo conosciuto. 'Esci dal tuo guscio!' recitava il film, 'Apri le vele al vento ed inizia a cercare il tuo eden, e se lo troverai, custodiscilo come un tesoro senza rivelarlo ad anima viva. Perchè se ne rivelerai le coordinate, il tuo paradiso sparirà per sempre, ucciso dall'avarizia'. Vi sembra un discorso manierista uscito dalla mente drogata di un hippy? Forse è così, ma provate a togliere dal surf di oggi la moda, gli adesivi degli sponsor e le manovre new-school. Vi resterà l'essenza stessa dello sport: un'onda deserta, un luogo pristino ed un paio di amici. Vi assicuro che nessuna session fotografica, nessuna novità tecnica, nessun contratto con lo sponsor può regalare la gioia di esplorare un tratto di costa in cui non sei mai stato, cercando onde di cui non esiste nessuna descrizione. Il viaggio è l'essenza ultima del surf. Il richiamo della strada ci assale ogni volta che prendiamo in mano una tavola. Il picco in fondo alla baia, la spiaggia oltre la punta, il continente oltre l'oceano, ognuno, in questa epoca di sovraffollamento e stress, ama trovare un luogo in cui collocare il proprio sogno. Ogni rivista di surf che apriamo, ogni film che guardiamo, ogni oggetto che acquistiamo nei sufshop ci rinfaccia lo stesso messaggio da quarant'anni. Non che realizzare i nostri sogni sia sbagliato, peccato che nel farlo stiamo distruggendo proprio quello che amiamo di più. Dai tanti siti di disinformazione surf, ai camp da milionari, passando dalle ditte di abbigliamento, dagli editori di surf magazine fino ai fotografi ed ai normali turisti, siamo tutti colpevoli per questa devastazione. Stiamo creando un sogno irrealizzabile, stiamo spedendo tutti a Santosha senza dir loro che quell'isola è stata lottizzata e svenduta ancor prima che le nuove generazioni ne sentissero pronunciato il nome. Il nostro primo giorno a Santosha inizia in un modo alquanto esplosivo. Le onde rompono a riva con la furia di un vulcano in eruzione, troppo potenti per surfisti del nostro calibro. Troviamo una baietta con onde più abbordabili ma appena entriamo in acqua ci accorgiamo che quei tubi non sono alti un metro ma quasi tre, onde in cui si potrebbe tranquillamente tenere una tappa della coppa del mondo. Quanto potrà durare? Negli anni immediatamente successivi al film, i surfisti si attennero alle regole di discrezione e segretezza suggerite dagli autori. Oggi però sono pochi i luoghi sopravvissuti alla devastazione del surf business che, come un ciclone, avanza e distrugge. Col passare del tempo infatti, le regole della morale sono entrate in collisione con il mercato e l'innocenza di quei primi viaggi andò presto perduta. Ora il contatto con la popolazione locale, uno degli aspetti più interessanti dei viaggi surf 'all'antica', è andato completamente perduto. Grazie a lussuosi yact e resort specificatamente studiati per il surf, è possibile passare quindici giorni in capo al mondo senza praticamente incontrare o parlare con nessun locale. L'attenzione si è spostata dal viaggio in sè alla vorace ricerca di onde. Sembra che senza la certezza di onde perfette, senza surfcamp, o senza una surf-guide distribuita a livello planetario non si possa più partire. Cosa è successo ai viaggi senza previsioni dettagliate, alle scommesse col destino lungo coste sconosciute? Ma soprattutto, come abbiamo potuto, noi surfisti, vendere all'industria i nostri più intimi segreti? Quest'isola, dal punto di vista paesaggistico, è la figlia più bella che Mediterraneo e Caraibi potessero partorire ed io mi sto lentamente innamorando di lei. Ci sono strade brulicanti dove il futuro è identico al presente ed ogni giorno passato si ripropone all'infinito. Ci sono valli di un verde intenso, piantagioni di banane e dune così luccicanti da abbagliare. Le onde sono un capitolo a parte. Il blu di queste acque dona un tocco irreale ai set che, dall'inizio dei tempi, giungono qui frenati e puliti dal vento da terra. Le onde che surfiamo, come la placida vita del paese che ci ospita, sono sempre identiche a se stesse. Take-off, sezione tubante, lunga parete per ogni tipo di manovra ed un canale di acqua fonda che accompagna fino al line-up. Dopo una settimana di questa routine ho finalmente capito perchè questi reef sono stati mantenuti così a lungo segreti: la mia Santosha è ad un passo da qui. Un passo da dove? Vi starete chiedendo. Tenete presente che, dopo due settimane senza incontrare anima viva tra le onde, ho rintracciato la sparuta comunità di surfisti locali. In tutta la loro vita non hanno mai visto un giorno di vento da mare e questo mi sembra una ragione sufficiente per aiutarli a mantenere il segreto. Ed è inutile che andiate a cercare tracce di quest'isola in rete perchè semplicemente non ce ne sono. Prima di partire ho voluto fare un'esperimento mediatico. Ho inserito un paio di domande sul blog del più famoso sito di surf trip in rete, un sito famoso per aver rovinato, esponendoli al pubblico, un gran numero di spot. 'Qual'è l'utilità di far conoscere aree surfistiche poco frequentate? Non sarebbe meglio mantenere un discreto silenzio sulle ultime coste inesplorate?' Le tante insolenze che quelle domande hanno innescato mi hanno suggerito la risposta: sono proprio i surfisti a volere comprare e distruggere gli ultimi paradisi. Intanto noi, senza mappe e senza internet, continuiamo a goderci ogni giorno, senza alcuna aspettativa, esplorando un paese nuovo che non ha nessun preconcetto verso i surfisti visto che i pochi locali neppure si spostano dal loro homespot. Per gli standard di viaggio moderni, dove tutto è ad una cliccata di mouse da te, stiamo semplicemente perdendo tempo. Cercare onde senza mappe nè computer pare essere un'attività del passato. Parlando di tempo però, forse è il caso di fermarci un attimo e di valutare cosa abbiamo causato al mondo noi dell'industria negli ultimi trent'anni. Se da un lato è vero che il surf offre a milioni di persone una ragione per sopravvivere al grigiore della vita moderna, dall'altro non dobbiamo dimenticare il prezzo che il nostro sport sta pagando per questa diffusione. Tutti amiamo pensare al nostro sport come a qualcosa di puro e di sostenibile, la verità è che proprio i surfisti nutrono invidie e gelosie che li spingono a rovinare, soprattutto in internet, i loro più preziosi segreti. Per non parlare dei danni che il mercato stesso provoca creando tendenze e mode buone solo a dividere i surfisti. Ad un estraneo i surfisti sulle spiagge della Francia o dell'Inghilterra potrebbero addirittura sembrare comparse ad una sfilata di moda. La situazione all'interno dell'industria surf non è molto più allegra. Abbiamo forse mostrato segni di preoccupazione quando i surfcamp hanno iniziato a far pagare i surfisti più dei normali visitatori? Ci siamo forse opposti alla privatizzazione degli spot o all'esclusione dei locali dai loro reef? Qualcuno si è lamentato se i surf magazine sono quasi completamente al servizio delle ditte che li supportano? Qualcuno nell'industria si è forse stupito se tutti i surf-shop in Europa assomigliano più a boutique di alta moda che a negozi sportivi? O se i boss di molte ditte surf non hanno mai cavalcato un'onda? Anche se al surfista medio questi sembrano problemi minori, da essi dipende il degrado del nostro sport e del suo ambiente e solo noi, surfisti 'coscienti' abbiamo le chiavi per arrestare il processo. Questi pensieri cozzano violentemente contro la splendida quotidianità di quest'isola. Per quanto tempo rimarranno tranquilli e silenziosi i paesini che attraversiamo? Durerà a lungo la completa desolazione dei suoi break? Quanto resterà pura la sua innocente africanità data da una viva accozzaglia di colori, suoni e profumi? Nel tentativo di assorbire questa rara energia abbiamo attraversato più volte l'isola, senza evitare neppure la costa riparata, dove alte montagne scure si tuffano a picco nel mare piatto. Tutti i paesini nelle fertili vallate sono ordinatamente disposti attorno alla chiesa. I ristoranti vendono pesce squisito e piccoli bar in cui fare conoscenza costellano l'unica via. Nonostante il potenziale di onde, l'industria surf qui non è ancora arrivata. Nessun tour operator ancora ha messo uno spillo su questa isola. È uno di quei posti in cui potrei veramente fermarmi e mettere su casa. In conclusione, questa è la prova che Santosha esiste ancora, e che se io manterrò il mio segreto, forse non andrà completamente distrutta. Ma non dimenticatevi che state leggendo questo articolo su una rivista che sopravvive proprio grazie al mercato, vendendo luoghi e sogni al grande dio Danaro, divinità che io stesso adoro. 'Allora dov'è quest'isola Stuart?' vi starete chiedendo 'anche il segreto di Larry Yates alla fine cadde e si scoprì che la sua Santosha era a Tamarin Bay nelle Isole Mauricius!'. Avete ragione, questa volta però non andrà così e neppure col danaro mi estrarrete le coordinate GPS. Perchè un luogo idealizzato come questo non si può né vendere né comprare, si può solo trovare, e per trovarlo non servono surf-guide, google-earth o un boat-trip, servono solo le indicazioni lasciateci da Yates quattro decenni fa. 'Santosha non è un luogo ma una parola, un significato, uno stato mentale che abbiamo dimenticato'. Ed ecco svelato il trucco. Santosha è una condizione mentale che tutti possiamo riconoscere. È lo spirito stesso del surf che ognuno di noi, viaggiatore o stanziale, surfista della domenica o addetto ai lavori deve ricordare e preservare.


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