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SEMANTICA OCEANICA

a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews

Blair McNamara

Surfista, pittore, fotografo e gallerista, Blair McNamara è uno degli artisti più affermati della Gold Coast, quel fortunato tratto di costa a sud di Brisbane reso famoso da onde come Kirra e Noosa. La sua arte testimonia trent'anni di beach-culture australiana in modo critico e gradevole al tempo stesso. Non a caso l'intervista che segue, registrata tra una visita alla Cooperativa del Mosaico di Ravenna ed una session sulle destre di Adria, spazia dal surf, all'ambientalismo, alla cultura aborigena. Blair è un surfista della specie più evoluta, ama le onde pulite, i mosaici bizantini, le tecniche compositive dell'arte rinascimentale e il design italiano contemporaneo. Blair infatti è in Italia per contaminare con nuove tecniche la sua beach-art. Fortunatamente il suo periodo di studio a Ravenna ha coinciso con una serie di tiepide mareggiate autunnali che ci hanno dato modo di condividere entrambi i suoi ambiti di interesse.

Nelle tue interviste spesso hai affermato che il surf è il tuo 'campo semantico'. Da dove deriva questo interesse?

Sono nato in una famiglia di guarda-spiaggia, mio padre era il presidente della Surf Life-Saving association di Coolum Beach nel Queensland Meridionale. Nei tardi anni '60 le associazioni di salvamento stavano diventando sempre più importanti e mio padre desiderava assolutamente che noi ne facessimo parte. Sfortunatamente per lui io sono sempre stato una persona creativa ed uno spirito libero e non ho mai amato la vita da club. Nei tardi anni '60 il surf stava diventando molto popolare grazie anche alle Koolite, tavolette giocattolo prodotte in serie con polestirolo non resinato. Da bambini, nei primi anni '70, legavamo la Koolite alla caviglia con una corda ed un calzino. Appena ci regalarono una tavola vera, un mini-gun single fin, io e mio fratello ci buttammo a capofitto nel surf, tralasciando completamente tutto il resto. A quattordici anni ero già completamente preso dalle onde ma capivo, fin da allora, che surfare e dipingere erano due attività strettamente legate.

Come hanno potuto due cose apparentemente antitetiche come il surf e la cultura artistica, fondersi così tranquillamente nella tua vita?

L'arte è sensibilità emotiva. Attorno ai vent'anni mi sono reso conto di reagire emotivamente all'ambiente che mi circonda. Riuscivo a percepire la storia umana e geologica della mia terra, una zona abitata dagli aborigeni fin dall'alba dei tempi e densa di significati. Sono stati proprio loro a indicarmi la via artistica. Sono cresciuto a stretto contatto con famiglie aborigene, affascinato soprattutto dalla naturalezza e dalla spontaneità del loro rapporto con la natura. Da loro ho assimilato, del tutto intuitivamente, informazioni e punti di vista riguardanti la mia terra e la costa sulla quale vivo. Il loro sistema culturale è uno dei più evoluti e peculiari a detta degli antropologi. Mi ha sempre attratto il fatto che la loro arte non si basi su canoni rigidi come la prospettiva o le proporzioni classiche. I loro dipinti sono quasi sempre visioni aeree, organizzate come storie. Si tratta di saghe famigliari, mappe tracciate dagli antenati mitici, rievocazioni di animali. E non serve appendere i dipinti in un certo verso o dargli un senso unitario. Un intero filone delle mie opere si ispira a questo. Ad esempio Paddock, uno dei miei preferiti, è stato dipinto dall'alto. Rappresenta i sentieri ed i campi che da casa mia portavano al mare. È una mappa ed una storia al tempo stesso.

A proposito di storia. Come si rapportano con la cultura Europea gli artisti australiani?

Vivere di arte in Australia è molto difficile. L'Australia è una nazione fortemente urbanizzata. Tutti gli abitanti, o quasi, vivono nelle grandi metropoli lungo la costa e si concentrano sulle attività umane. La mia arte invece viene da quello che c'era prima e che ancora si trova fuori dalle città. La popolazione inoltre non è numerosa e quindi il numero di persone interessate all'arte è molto ristretto. Ed è anche questo il motivo di questa visita in Italia: voglio esporre il mio lavoro ad un pubblico nuovo, con un background diverso dal mio.

Torniamo per un'attimo alla cultura di spiaggia. Sappiamo che sei cresciuto surfisticamente proprio negli anni della short-board revolution. Come è cambiata la Gold Coast da quado la frequenti?

Negli anni '60 Jack Kerouac amava definire i surfisti 'throw-forwards of society' cioè una frangia avanzata della società. Quando ho sentito questa frase nei primi anni '70 mi ci sono subito specchiato. All'epoca lungo la Gold Coast c'erano pochissimi surfisti. Quando incontravi qualcuno con una tavola era un piacere fare amicizia e condividere le onde. Ho passato giorni interi a guardare onde enormi aspettando che qualcuno venisse a farmi compagnia in acqua. Fino ai primi anni '80 la gente ci guardava come marziani. I giovani di oggi non ci credono quando sentono le storie degli anni '70. La Gold Coast era una zona freak, tutto costava poco, c'erano fiori, incensi e negozi di cibo naturale ad ogni angolo. C'erano molti europei all'epoca, in fuga dallo stress della vita nel vecchio continente, e tutti si vestivano con sarong e si aiutavano a vicenda. Poi di colpo, con la fine degli anni '80 la vita è cambiata. La popolazione di Coolum Beach è passata da seicento a trentamila abitanti. Oggi mille persone alla settimana vengono a vivere nel Queensland Meridionale. Tutti sono molto aggressivi, anche nelle onde, e quel senso di comunanza che si respirava nelle comunità costiere è andato perso. Molta gente della mia età pensa che i surfisti di oggi abbiano sbagliato sport! La loro competitività e la violenza che dimostrano in acqua sono più indicate per giocatori di calcio o per piloti di moto da corsa! Sono stato in California alla fine degli anni '90 e mi sono preso paura. A Los Angeles ho visto il futuro della mia costa. Ora lungo la Gold Coast la cementizzazione è sotto gli occhi di tutti. Sta diventando una zona fortemente industrializzata con quartieri ricchi, grattacieli e parti degradate.

Nei tuoi quadri infatti documenti il cambiamento della costa sottolineando la distruzione dell'ambiente.

Sì, nella comunità artistica sono però famoso per essere un artista ottimista. Non mi piace sottolineare i toni cupi del cambiamento, preferisco documentarli con precisione ma senza infliggere dolore. Lo stesso non possiamo pensare ad un futuro migliore senza prima analizzare il nostro passato. Per questo utilizzo, da trent'anni, anche la fotografia. Questo legame col tempo è visibile in un quadro come Blueprint che ho dipinto nel '86 e trasferito su tela solo recentemente. È una veduta della costa dalla casa in cui sono cresciuto, una storia di cambiamento e persistenza. I palazzi che vedete dipinti in bianco sono stati costruiti recentemente bloccando completamente la visuale del mare dalla nostra casa (i miei l'hanno venduta quasi subito). Le costruzioni sono, come nella pittura aborigena, eteree come fantasmi. Gli alberi invece, i famosi pini delle Norfolk island, nonostante siano stati abbattuti, sono dipinti in viola intenso e sono il cuore pulsante del quadro. Questi quadri-storia sono stati esposti in una grossa mostra che documentava i cambiamenti della mia città negli ultimi trent'anni. La popolazione ha reagito molto bene alle opere, gli anziani piangevano vedendo scorci che non esistono più ed anche la comunità aborigena mi ha mostrato rispetto in questo lavoro a metà tra storia ed arte.

La tua arte si basa su valori propositivi. Mi interesserebbe sapere quali sono questi valori ed i mezzi tecnici con cui li veicoli.

Nonostante il mio ottimismo sono molto attento alla qualità della vita ed a come il suo livello si stia abbassando in Australia Orientale. Penso che il degrado ambientale danneggi innanzitutto le persone. Con l'urbanizzazione è arrivata anche la smania di potere e l'avarizia. Ora anche da noi si stanno diffondendo i quartieri privati, con chiavi magnetiche per entrare e sorveglianza armata di ogni tipo. Tutti ora vogliono possedere, non essere! Come trascrivo questo sulla tela? Innanzitutto devo dire che non so mai, all'inizio, come sarà il lavoro finito. Uso molte tecniche diverse ma parto spesso da stratificazioni di colore acrilico. È una tinta che asciuga molto in fretta e si presta alla mia pittura emotiva. Un quadro di solito comincia con una mano di fondo sulla quale inizio una narrazione. Le mani successive di colore mettono in evidenza particolari specifici del disegno. Continuo così per anche venti volte ed alla fine l'idea originale, quella espressa sul primo strato di colore, è completamente cambiata. Spesso lavoro su serie di quadri anzichè su un'opera sola. Seascape 1-5 è un esempio di questa tecnica. Appena raggiungo l'intensità emotiva che cerco mi fermo e comincio un'altro scorcio. A volte finisco per avere quindici versioni della stessa veduta e sono costretto a scegliere solo le migliori. In questo caso le scene ruotano attorno alle grosse rocce sedimentarie che si trovano sulla spiaggia. Le chiamiamo Coffee Rocks e sono le ultime superstiti di epoche passate in cui qui era tutta palude. Mi piace vedere come vengono coperte e scoperte dalla sabbia ad ogni stagione e come la gente le eviti o ci cammini sopra a seconda della marea. È un esperimento di 'morfing' tra natura e persone nel quale io, come autore, sparisco quasi completamente. Non sono per niente egotico con la mia arte. Le idee vengono fuori da sole in tre dimensioni come nei sogni aborigeni. Io sono solo un canale attraverso il quale l'arte si materializza, sono un pennello che gestisce altri pennelli. Io stesso ne sono stupito! È come quando prendi un'onda e devi decidere se andare a destra o a sinistra. Il movimento avviene in un istante e deve essere perfetto altrimenti perdi l'onda o, nel mio caso, l'energia del quadro.

E come pensi che l'Italia possa aiutarti in questa tua ricerca artistica?

Una mia amica americana che ha vissuto a Ravenna mi ha parlato della Cooperativa del Mosaico, dei suoi lavori di restauro e della sua produzione artistica. Le loro tecniche starebbero benissimo sulle mie opere quindi ho iniziato con loro una collaborazione che spero maturi fin da questi miei mesi in Italia. Mi capita spesso di essere contattato da privati o istituzioni per allestire opere di grosse dimensioni. Il fatto di poter contare su specialisti italiani mi apre nuovi orizzonti. Sono in un periodo in cui sto voltando pagina artisticamente e ho bisogno di esplorare media diversi. Un'altra cosa che mi affascina dell'Italia è il fatto che, gran parte della produzione artistica, è ancora fatta da gruppi di persone, come ad esempio le botteghe artigiane. Mi attira l'arte senza 'firme', quella fatta per migliorare la vita di molte persone e non per glorificarne una sola e mi sembra che l'Italia sia il posto ideale per questo. Se poi le onde continuano ad essere divertenti come oggi mi toccherà proprio restare più a lungo dei tre mesi preventivati!

Per info e contatti: blairmcnamara.com


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