Home Page
IL SETTIMO SENSO

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Onde e miraggi nel deserto dell'Oman.

Lascio che l'aria salmastra e carica di umidità riempia i polmoni mentre scruto l'orizzonte cercando di distinguere la sagoma bassa ed allungata di Masirah nella verde distesa del Mar Arabico. Il monsone di sudovest increspa la superficie di questo tratto di mare ed alza gli schizzi dello scafo bagnando il ponte principale del vecchio traghetto e le poche cose che trasporta. Di miraggio in miraggio abbiamo inseguito la costa per un giorno intero, solcato l'aria torrida del deserto attraverso montagne, oasi, dune di sabbia, pietraie e laghi salati prima di giungere in riva al mare e poter finalmente tirare una boccata di vera aria salmastra. Stavolta non è un miraggio: il deserto ha ingannato i nostri sensi per ore lungo il tragitto con visioni di laghi e specchi d'acqua tra i calanchi pietrosi. Ora, finalmente, lasciamo che sia l'olfatto a guidarci verso la fine di questa lunga giornata: una boccata alla volta, ognuna più salata e reale della precedente. Il sole tramonta alle nostre spalle proprio mentre il traghetto ormeggia lentamente fra due relitti semisommersi di vecchi dhow. La banchina si anima di persone, di merci e di cibo, di acqua e di carburante, di asini pecore e cammelli, casse di pesce, auto, camion e materiali da costruzione: tutto ciò che serve alla sopravvivenza sull'isola passa per questo molo. La vita delle banchine, delle bitte e dei magazzini è strettamente legata alle maree in porti piccoli come questo. Le banchine brulicano di vita ad ogni alta marea, quando in rada c'è abbastanza acqua per far attraccare il battello e tornano alla desolazione durante le ore di bassa marea. L'arrivo del traghetto ed il calare della sera coincidono con l'inizio della giornata lavorativa fra i bassi edifici intonacati a calce e le strade polverose di Masirah. Appena l'arsura del giorno allenta il suo morso, lungo l'unica via che attraversa il paese aprono i battenti le botteghe dei sarti, l'ufficio postale, un paio di ristoranti ed un negozio di cellulari. Anche qui, come nel resto del paese, di giorno fa troppo caldo per uscire di casa o andare a lavorare, e la gente approfitta delle ore più fresche della giornata per svolgere le attività quotidiane. Seguiamo la strada fino all'unico albergo dell'isola, ci liberiamo degli stracci impolverati che abbiamo indosso e tentiamo di recuperare l'uso dei sensi resettandoli con una doccia e ad un sonno profondo. È un caldo opprimente a svegliarci poco dopo l'alba: il condizionatore ha smesso di funzionare durante la notte e sono bastati i primi raggi di sole filtrati attraverso le finestre ad infuocare l'aria all'interno della stanza. Fuori il cielo è terso e già spira una leggera brezza che fa sventolare la pesante bandiera sul pennone della vicina base militare. Oltre la dorsale di colline spoglie e pietrose che l'attraversa da nord a sud si estende il versante dell'isola che siamo venuti ad esplorare, un tratto di costa esposto alle mareggiate dell'Oceano Indiano e dove, da Aprile a Settembre, i venti monsonici soffiano prevalentemente da terra. Attraversiamo l'entroterra dell'isola osservando il continuo mutamento del paesaggio che ci circonda: alle profonde gole del nord si sostituiscono gradualmente le maestose colline di ghiaia che a loro volta cedono il posto alle dune di sabbia bianchissima del versante meridionale. Non a caso Masirah è considerata alla stregua di un libro aperto dal punto di vista geologico dato che è uno dei pochi luoghi al mondo dove i geologi possono osservare, a cielo aperto, l'intero processo evolutivo delle ofioliti cioè quelle sezioni di crosta oceanica sollevatesi dalla placca continentale fino ad affiorare in superficie. Un fatto questo che ci rende ancora più impazienti di giungere sulla costa e capire la reazione delle mareggiate a questi strani fondali. Dove la strada si allontana dalla costa per puntare nuovamente verso l'interno imbocchiamo una pista di sabbia. Guidando lungo la battigia giungiamo nei pressi di un villaggio di pescatori composto di misere baracche dove alcuni uomini attendono il rientro delle barche al riparo dal sole e dal caldo soffocante. Ci fermiamo per una breve sosta all'ombra di un capanno da pesca. Il sole ed il sale hanno consumato le assi di legno, le reti stese ad asciugare ed i volti dei pescatori con la stessa impietosa forza. Poco più in là alcuni avvoltoi ed uno stormo di gabbiani si contendono chiassosamente i resti del pescato di ieri: dentici, scorfani, razze, un piccolo delfino e soprattutto diversi squali. Storditi dalla luce abbagliante e dal caldo quasi non facciamo caso alla prima serie di onde che entrando nella baia inizia a rompere su un banco di roccia proprio di fronte al villaggio. Dopo aver iniziato la sua corsa come una classica onda di point, questa piccola destra si alza improvvisamente in corrispondenza di un banco di roccia affiorante succhiando tutta l'acqua, proiettando il lip in avanti ed accelerando fino ad incontrare un canale di acqua più profonda. Sam è il primo a saggiare queste piccole onde con il suo longboard. Prima che la marea si ritiri ulteriormente anche Zed, Tristan ed io entriamo finalmente in mare dopo giorni di viaggio. La mareggiata, anche se piccola, è ben stesa ed intervallata e ci lascia intuire fin da subito il potenziale di questa costa: dopo poche onde surfate sia Zed che io siamo costretti ad uscire a causa di un incontro ravvicinato con il reef affilato che ci procura dei tagli sulle braccia e sulle mani. Le Ofioliti infatti, pur costituendo una rarità geologica, non sono per nulla piacevoli come compagne di surf. Si presentano sotto forma di pinnacoli lavici neri con lame taglienti orientate, dall'erosione, nella direzione della corrente dominante. Camminare senza calzari sul tavolato esposto dalla bassa marea è praticamente impossibile. Data la massiccia presenza di squali lungo questa costa, non ci sembra il caso di indugiare oltre sulla lineup. Identica sorte tocca poco dopo anche ad Emi Mazzoni che, dopo essere entrato in acqua per scattare alcune foto, viene travolto da un'onda di set e spinto con la schiena contro una roccia che pare un tritacarne. Le barche che rientrano dalla battuta di pesca utilizzano la spinta della risacca per arenarsi sulla battigia prima di essere liberate del proprio carico dagli uomini del villaggio. Con una certa inquietudine constatiamo che la quasi totalità del pescato è costituita da piccoli squali che, ammassati a centinaia nei cassoni di vecchi Land Rover pickup, verranno essiccati al sole e venduti come 'delicatessen' in Giappone. Fisicamente ed emotivamente provati da questa prima session e con l'intera costa ancora da esplorare, decidiamo di proseguire la nostra ricerca verso sud nella speranza di trovare spot più esposti alle mareggiate che, dopo aver attraversato mezzo globo in mare aperto, tentano di raggiungere questo angolo arabico di Oceano Indiano. Le nostre speranze sono legate a quelle enormi swell che da giorni vediamo sconvolgere l'emisfero meridionale, transitando dal Sud Africa all'Indonesia e (Inshallah!) propagandosi fino alle coste affacciate sul Mar Arabico. Impieghiamo alcuni giorni per comprendere appieno il potenziale della costa ma quando, per la prima volta, ci affacciamo dalla sommità della collina che sovrasta Shelter Point non abbiamo dubbi: questo deve essere il posto che stavamo cercando. Una punta di roccia inserita all'interno di un'ampia baia d'acqua turchese attorno alla quale le onde corrono indisturbate per un paio di centinaia di metri pennellate da un leggero vento da terra. 'Aggiungere sei piedi d'onda, 18 secondi di periodo e servire caldo!' ironizza John, per nulla intimorito dalla scarsa misura della mareggiata. Come spesso accade nell'esplorazione surf le cose non sempre vanno come ci si aspetta. I primi due impulsi della mareggiata infatti hanno inaspettatamente deviato il loro corso prima di raggiungere la costa di Masirah ed il terzo, (ci suggerisce via messaggi Nik, incollato alle pagine di Buoyweather.com), rischia di subire lo stesso destino. Le onde non mancano di certo ma sono decisamente al di sotto delle aspettative e per la piena riuscita del progetto fotografico abbiamo bisogno di spot che amplifichino quanto più possibile il respiro della swell. Queste considerazioni, insieme al fatto che durante una session in un beach break all'estremo sud dell'isola siamo stati costretti ad abbandonare il lineup a causa di un grosso squalo tigre, ci fanno dunque propendere per un cambio di programma. Tornare sulla terraferma ed esplorare i point dell'estremità settentrionale della penisola Arabica diventa la nostra nuova priorità. La sottile striscia di asfalto che scorre fra le ruote della Land Cruiser è l'unico appiglio con la realtà che abbiamo durante l'interminabile viaggio ai margini del deserto di Wahiba. Ancora una volta il mare di sabbia si prende gioco di noi e dei nostri sensi proiettando miraggi liquidi di duna in duna. Se da una parte non vediamo l'ora che questo incubo in tecnicolor finisca, dall'altra la presenza del deserto ed i suoi monocromi mutamenti ci guidano in sensazioni mai provate prima. Raggiungiamo Al Ashkarah che è ormai sera, quando gli ultimi raggi di sole colorano di rosa la superficie del mare e le onde del pointbreak poco fuori città. Anche a prima vista la mareggiata sembra avere un carattere diverso rispetto a Masirah, con serie più frequenti, meglio organizzate e più stese. Complice la presenza di un deserto tanto vasto a ridosso della costa, le prime ore del mattino regalano sempre una piacevole brezza da terra che aggiunge quel tocco di magia alle onde. A bassa marea le barre focalizzano su una grossa roccia affiorante e srotolano lungo il banco di sabbia per diverse decine di metri, alternando sezioni veloci e tubanti a sezioni più morbide e manovrabili. Lasciamo passare un paio di giorni durante i quali facciamo scorpacciata di onde ad Al-Ashkarah prima di proseguire con l'esplorazione di questo tratto di costa. Alla mattina del terzo giorno la nostra Land Cruiser punta verso nord. Anche se la swell sembra essere calata leggermente rispetto ai giorni scorsi, il moto ondoso rimane sufficiente per attivare un paio di altre onde lungo la costa, ed è proprio in uno di questi spot che facciamo l'incontro più sorprendente di tutto il viaggio. All'inizio penso che sia un'altra illusione ottica e non ci faccio caso ma quando, rivolgendo lo sguardo verso l'estremo inside del point, vedo 'il miraggio' nuotare e partire su un'onda mi accorgo che si tratta di qualcosa ben più strano di una visione: è un surfista. 'Non può essere!' penso fra me e me. E invece è un bimbo di circa otto anni che abita lì di fronte e trascorre i pomeriggi scivolando fra le onde del point sdraiato su un malconcio brandello di tavola! Vederlo surfare è commovente, e quando esce dall'acqua per venirci incontro sembra essere più stupito di noi nell'incontrare qualcuno con cui condividere il suo passatempo preferito. Grazie all'estemporanea traduzione del fratello maggiore apprendiamo come, dopo aver trovato la tavola in spiaggia (probabilmente la parte anteriore di una delle prime tavole da kite surf), il bimbetto l'abbia aggiustata con l'aiuto del papà pescatore ed abbia iniziato a surfare le onde davanti casa ogni giorno dopo la scuola. Mentre lui torna a casa felice noi proseguiamo la nostra ricerca in direzione nord fino a Ras al-Jinz, una riserva naturale la cui spiaggia è un santuario per le tartarughe marine. A centinaia, la notte, risalgono la spiaggia per depositare le uova nella morbida sabbia. Con le tartarughe abbiamo poca fortuna, ma lungo la loro spiaggia preferita avvistiamo un paio di spot che potrebbero funzionare al meglio con le condizioni offshore del mattino. Li marchiamo sul GPS e torniamo verso casa in tempo per una session ad Al-Ashkarah prima del tramonto. Mentre siamo in acqua e vediamo il sole abbassarsi fra le dune del Wahiba, dai minareti della cittadina i muezzin intonano l'ultima preghiera della giornata, e la gente inizia a radunarsi lentamente fuori dalle moschee per la cerimonia del venerdì. Le donne, nei giorni consacrati, sono coperte dal tradizionale Qubba'a: un abito nero integrale fatto di seta (più spesso nylon) e ricamato sulle maniche con disegni floreali in oro e argento. Gli uomini invece sono vestiti di bianco e ci rivolgono gesti di cordialità e simpatia, facendoci sentire i benvenuti anche nell'angolo più sperduto della penisola Arabica. Eppure per televisione sono numerosi i canali arabi che trasmettono ininterrottamente prediche inneggianti alla jihad e programmi apertamente antioccidentali. L'Oman invece è sempre stato un paese piuttosto autonomo e decisamente più aperto verso l'occidente rispetto alle confinanti Arabia Saudita, Yemen o al vicino Iran, e l'atteggiamento dei suoi abitanti rispecchia in pieno questa propensione nei confronti dei turisti o degli stranieri in genere. La mattina seguente, tentiamo di sfruttare le ore più fresche del giorno e, prima che il sole sia sorto del tutto, siamo già in viaggio in direzione sud. Puntiamo dritti verso il deserto del Wahiba e le sue temute dune di sabbia, una zona sconsigliata ai turisti per via delle numerose insidie in cui ci si può imbattere ma di grande importanza per l'esito di questa spedizione. In particolare ci interessa un promontorio sabbioso alle pendici del quale sfocia uno dei pochissimi fiumi della zona: sulla carta l'esposizione sembra ideale e la presenza della foce ci fa ben sperare sulla possibile morfologia del fondale, resta solo da vedere se e come sia possibile raggiungerlo. Il letto del fiume in secca appare come un grande lago salato, lo strato superficiale è arido e screpolato ma, tra le geometriche crepe, fa capolino uno strato di fango molle. Dopo un paio di tentativi riusciamo a lanciare la Land Cruiser a tutta velocità e portarla sull'altra sponda, in cima ad una duna di sabbia. Una volta scesi dall'auto la vista che abbiamo di fronte è da togliere letteralmente il fiato. Per la prima volta capisco di provare la stessa sensazione di chi per primo ha posato gli occhi su un'onda perfetta come Jeffreys Bay o Cape Saint Francis. Lunghissime barre di color verde smeraldo srotolano senza imperfezioni per centinaia di metri su di un basso fondale di sabbia, seguendo le pendici della duna fino alla foce del fiume. Anche se la misura delle serie non supera il metro di altezza la formazione è davvero perfetta e consente surfate lunghissime. Che sia un miraggio anche questo? L'unico modo per capirlo è entrare in acqua. Vedo arrivare la prima serie, sfioro le sue curve con le mani mentre remo verso il picco, respiro i rivoli d'aria che sposta incedendo e finalmente scivolo via con lei. No, questa volta non è un miraggio. Il deserto può prendersi gioco di vista, olfatto e tatto ed ingannare anche il nostro sesto senso facendoci perdere la rotta ma non può certo simulare la scarica di endorfine provocata da un'onda vergine, presa in capo al mondo!


Ricerca SurfNews
Articoli
LA PRIMA VOLTA DI PEPPINO

Un gelataio italiano, trent'anni di onde ed un enorme sogno

Newquay, ...
DANIMARCA

Il surf, le onde, gli amori.

Il cuore battagliero della Danimarca ...
ALLA CORTE DI RE MAESTRALE

Nascita, dominio e bizzarrie di un regno fatto d'aria.

Iracondo, ...
L'ORO DI VANCOUVER

Una terapia del gelo per Timmy Turner.

Dustin Humphrey non poteva ...
IL SETTIMO SENSO

Onde e miraggi nel deserto dell'Oman.

Lascio che l'aria salmastra ...
PHOTO SPECIAL 2007

Scatti liminali.

Archivio magazine »
Scarica gratis Surfnews Magazine