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RILEVANDO EL KADDOUS

a cura di Francesco Stecchi Condividi SurfNews


Diario surf di una missione scientifica in Algeria.

19 Febbraio 2007: La spiaggia di El Kaddous l'ho riconosciuta subito, appena l'aereo ha virato verso la baia di Algeri. Se hai studiato un luogo per settimane su di un'immagine satellitare ad alta risoluzione, quando lo vedi dal vero ritrovi mille particolari. Le ruspe impegnate a smantellare i giacimenti di sabbia, le profonde ferite inferte all'ambiente costiero dall'edilizia ed il colore nero delle foci fluviali sono particolari che a malapena si scorgono da mille metri di quota. La prima cosa che cerco con gli occhi sono le dune; rappresenteranno il nostro campo d'azione in questa missione di ricerca ed io quelle di El Kaddous, a furia di studiarle sulle carte, le conosco ormai come quelle di casa, lungo la costa Ravennate dove vivo e surfo. Erosione, depauperazione dell'ambiente costiero, inquinamento: i problemi della costa attorno ad Algeri non sono dissimili da quelli che incontrano i surfisti italiani ad ogni uscita in mare. E' per questo che la comunità europea finanzia ed appoggia progetti che tentino di salvaguardare l'ambiente di tutti i paesi mediterranei, indipendentemente dal fatto che appartengano o meno all'Unione. Lavorare a contatto col mare è tutto quello che ho sempre desiderato, purtroppo le onde, questa volta, le potrò solo vedere!

LA MISSIONE

La nostra missione fa parte di un progetto a più ampia scala della Comunità Europea, mirato ad infondere ai paesi mediterranei del Nord Africa, le conoscenze tecnico-scientifiche necessarie per una gestione integrata della zona costiera. Questa è la direzione presa dai paesi europei, per la quale le varie discipline che si interessano del sistema spiaggia-mare (biologia, ecologia, geomorfologia, turismo, ecc), al momento di compiere interventi sul territorio, devono interagire tra loro, perché solo in questo modo si può giungere ad una reale comprensione degli equilibri in gioco evitando di effettuare interventi inutili o addirittura dannosi al sistema, magari sperperando denaro pubblico. Il nostro compito, all'interno del progetto è quello di allestire una rete geodetica di capisaldi lungo i 64 Km di costa della Wilaya D'Alger, il distretto urbano della capitale, uno dei più turbolenti dal punto di vista degli attentati. In pratica rileveremo, grazie a lunghi chiodi conficcati nel terreno (i capisaldi geodetici appunto), la quota sul livello del mare delle zone critiche di litorale perchè gli studiosi locali possano, dopo la nostra partenza, monitorarne e curare smottamenti, bradisismi ed erosione. Ravenna essendo letteralmente circondata da mare e valli e dipendendo economicamente dal turismo estivo, ha da anni affrontato questi problemi. L'università di Scienze Ambientali, dove svolgo un dottorato di ricerca, è impegnata ad elaborare progetti integrati, per la protezione delle fragili aree costiere. Pochi istanti prima dell'atterraggio la mia attenzione passa dal campo di lavoro alle onde. Ci sono barre piccole ma perfette che si infrangono sulle secche triangolari della spiaggia, non si vedevano dalle foto satellitari e mi causano un groppo in gola visto che non ho potuto portare una tavola. Queste piccole onde in un giorno in cui le previsioni mettevano mare piatto confermano, purtroppo, la mia teoria che questa costa sia ben esposta alle mareggiate provenienti dai quadranti settentrionali, le più frequenti del Mediterraneo. Del resto organizzare un surf trip in Algeria al momento è un azzardo e questa è l'unica opportunità che abbiamo per visitare il paese forse più pericoloso dell'intero bacino mediterraneo. Nonostante tutti i permessi governativi accordatici, questa è la seconda volta che tentiamo di entrare in Algeria. Un'anno fa i nostri strumenti di rilevamento restarono in dogana per oltre un mese in quanto considerati 'materiale potenzialmente pericoloso'. In quell'occasione le frizioni tra i vari gruppi di potere ci toccarono da vicino: invitati dal governo ma rifiutati dalle autorità di confine, tornammo a Ravenna a mani vuote. Sorvolando il patchwork di tetti della capitale spero che questa volta vada tutto liscio.

MEDITERRANEO INSANGUINATO

Passiamo senza problemi i controlli, questa volta la documentazione degli strumenti ed i cento permessi rilasciatici sono sufficienti a farci passare. Questo clima di grande tensione che caratterizza oggi l'Algeria, è lo strascico di una complessa situazione socio-politica che da 40 anni insanguina questo angolo di Africa. Subito dopo l'indipendenza dai Francesi, ottenuta nel 1962, si scatenarono lotte di potere tra le diverse fazioni che avevano partecipato al conflitto per la liberazione. In questi scontri ebbe la meglio il rivoluzionario Ben Bella, impegnato nella causa indipendentista fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, grazie all'appoggio dell'esercito guidato da Houari Boumedienne. Nel 1963 Ben Bella venne eletto presidente della repubblica mentre veniva varata una Costituzione che conferiva al capo dello stato ampi poteri e poneva le premesse per la creazione di una sorta di regime a partito unico. Nel 1965 però il governo fu abbattuto da un golpe guidato dall'ex ministro della difesa Boumedienne, che consegnò il governo del paese agli alti dirigenti dell'esercito. Il regime militare durò una quindicina d'anni dando vita da ulteriori lotte intestine e scontri che portarono alla profonda crisi economica degli anni '80. Nel 1990 il Fronte Islamico di Salvezza Nazionale (FIS), già presente all'epoca dei disordini, vinse le elezioni amministrative ma il voto venne annullato portando allo scioglimento del Fronte, all'applicazione di una rigida censura e all'arresto degli oppositori. Si innescò allora una spirale di violenza destinata a durare fino ai giorni attuali, una situazione nella quale alla dura repressione del governo, gli integralisti rispondono con azioni di stampo terroristico. Gli attentati di Febbraio scorso sembrano essere stati rivendicati dal gruppo 'Al Qaeda in Maghreb', noto durante gli ultimi dieci anni come Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, ma l'informazione diffusa in Italia dai media è scarsa e confusa visti gli interessi economici, principalmente legati alla fornitura energetica, che legano il nostro paese all'Algeria.

21 FEBBRAIO: PASSARE CONOSCENZA

Oggi si parte da Kolea, poco più che una baraccopoli situata 30 Km ad Ovest di Algeri; è qui che si trova l'unico caposaldo superstite di una vecchia rete trigonometrica, ed è l'unico riferimento altimetrico sicuro rispetto al livello del mare. Qui posizioniamo un GPS geodetico di precisione mentre piantiamo e misuriamo i nuovi capisaldi di riferimento con un secondo ricevitore. Per compiere uno studio sulle caratteristiche costiere di un luogo, è fondamentale conoscere la quota rispetto al livello del mare degli elementi che lo compongono ed è per questo che gran parte del tempo la spendiamo piantanto grossi chiodi in zone di interesse geomorfologico e rilevandone tramite precisi GPS l'altezza sul livello del mare, con un errore di pochi millimetri. Il tratto di litorale ad Ovest di Algeri non è un buon rappresentante delle bellezze che si possono trovare nel Mediterraneo. Le grandi dune di sabbia accumulatasi grazie a millenni di Maestrale che si estendevano a perdita d'occhio sono state interamente sbancate in quanto fonte primaria di materiale per l'edilizia, lasciando la spiaggia al suo infelice destino. L'erosione ha fatto arretrare la linea di riva di oltre cinquanta metri e la plastica regna ovunque. Le coste e i fondali qui sono bassi e spesso battuti da forte vento di ponente. Le onde tendono a frangere lontano da riva in maniera sconfusionata. Le condizioni che vi trovo non si discostano molto da un classico giorno di mare attivo in qualche spiaggia del Tirreno. Il primo chiodo che piantiamo si trova a fianco di una piccola foce fluviale, una cloaca di acqua nera che scarica pigramente a mare un brodaglia maleodorante. Trascorre qui la prima ora dei nostri rilievi in Algeria; il tempo necessario per calcolare con esattezza la posizione del caposaldo è infatti di circa un'ora e nei giorni successivi passeremo un'ora in tanti luoghi ad aspettare che il ricevitore acquisisca i dati. Questa è una strana maniera di lavorare; il tuo compito si esaurisce in alcune operazioni ormai divenute meccaniche e nell'ora successiva hai tempo di guardarti intorno e rapportarti con l'ambiente in cui ti trovi, ma poco dopo è ora di smontare i macchinari, salire in macchina e raggiungere la nuova posizione di rilevamento per ricominciare tutto da capo. Alla fine di una giornata in cui hai installato svariati capisaldi, hai gli occhi pieni di cose, colori, ambienti diversi e ti chiedi quali siano i tratti comuni a tutti questi luoghi.

24 FEBBRAIO : GUARDANDO A NORD

Abbiamo ormai mappato completamente il tratto di litorale sabbioso che precede il capo di Ain Benian e ci accingiamo a percorrere l'alta falesia che porta verso la baia di Algeri. Finalmente il pessimo tempo che avevamo trovato i primi giorni lascia spazio a un bel sole caldo che asciuga l'umidità accumulata nei vestiti in tre giorni di rilievi sotto la pioggia. Il mare visto dall'alto ha sempre un fascino particolare. Non a caso noto che, essendo questo tratto ben esposto al nord, sono molte le lingue di roccia e le baiette a mezza luna in cui possono frangere buone onde. Le falesie infatti, in quest'area sono costituite da rocce sedimentarie, formate cioè dai sedimenti depositati sul fondo del mare quando il livello di questo era più alto di decine o centinaia di metri. A differenza di rocce dure come il granito, le arenarie si sgretolano facilmente a contatto col moto ondoso creando le punte sommerse e gli angoli degradanti su cui frangono point e reef, le tipologie di onda preferite dai surfisti. Mentre contemplo questa batimetria perfetta, Farid, un ragazzone della scorta armata, mi fa notare la cattedrale di Notre Dame d'Afrique in cima al crinale; mi spiega che quella è la chiesa che i francesi costruirono nel 1872. Al suo fianco si trovano anche gli uffici della sede del Vaticano in Algeria. Non posso fare a meno di notare la vicinanza della cattedrale, emblema della cultura occidentale, con il quartiere Bologhine, che il Prof. Boutiba, mio referente all'università di Algeri, mi dice essere la zona calda della città, quella abitata dai settori più integralisti. 'Terrorists!!' sibila con sguardo cupo mentre mima la posa di un cecchino. Ancora adesso non ho capito se mi prendesse in giro o dicesse sul serio, quella mattina che, mentre spiegavo ai ragazzi come mettere in asse lo strumento, mi ha detto di finire in fretta e imppacchettare tutto perché la tensione nella zona stava crescendo. Dopo altri due giorni di rilevamenti finalmente entriamo nella baia di Algeri. Non che questa riservi chissà quali bellezze ma per il nostro gruppo significa essere a buon punto con il lavoro e questo non può che dare una certa soddisfazione. Dopo le lunghe ore passate insieme, il rapporto con i driver e la scorta si fa sempre più sereno riuscendo a rendere più piacevole il lavoro. Senza il loro supporto i trasporti, la comunicazione con la gente e soprattutto i rilievi sarebbero stati complicatissimi. Ogni sera sistematicamente elaboro i dati acquisiti durante il giorno e vedo con soddisfazione la rete di capisaldi crescere lungo il territorio e con essa la nostra conoscenza dei suoi problemi. Le secche, che fin'ora avevo solo immaginato guardandole dalle foto satellitari, di colpo diventano reali, ogni insenatura è misurata e mappata, e questo, assieme alle ore spese in spiaggia, mi fa apprezzare di più questa costa. Ora tocca alla foce del fiume El Harrach entrare nella nostra griglia conoscitiva. Ci troviamo nell'esatto centro della baia e lungo gli ultimi 30 Km di questo fiume vengono versate le peggiori sostanze. Anche se nei giorni successivi mi è capitato di vedere onde di discreta qualità all'interno della baia, escluderei a priori la possibilità di andare in acqua in condizioni di tale degrado ambientale.
28 Febbraio, usciamo oggi da questa zona e raggiungiamo la punta orientale della baia di Algeri da dove inizia una costa alta ma ricca di fondali interessanti e, finalmente, acqua cristallina. Purtroppo oggi il mare supera di poco il mezzo metro e riesco solo ad intuire quello che in giorni migliori potrebbe essere un lungo point sinistro. Ma è proprio quando raggiungiamo il traguardo della nostra rete, cioè il tratto di spiaggia direttamente esposto alla mareggiata, che mi devo rassegnare all'evidenza di essere di fronte ad una ground swell di due metri in piena regola, senza tavola e con un gruppo di ingegneri locali che pendono dalle mie labbra. Anche se non ha fatto vento forte nè pioggia le onde sono grandiose, con un periodo attorno ai 10 secondi e set ben distesi. Chiedo a Boutiba se può seguire, per un po' i tecnici e mi precipito a scattare foto da un'altura. Ad El Kaddous la falesia è più arretrata lasciando davanti a sé una grande spiaggia che, sotto il livello del mare, incontra di nuovo la roccia. E' proprio sulle bancate rocciose esterne che frangono le lunghe linee di questa mareggiata. In altri tratti della spiaggia invece, l'accumularsi della sabbia vicino a riva ha favorito la formazione di secche a forma cuspidale, sulle quali vedo frangere potenti shore-pound. Vedo le onde tubare e sfiatare a poche decine di metri da riva. Tubi che rimarranno vuoti ancora per lungo tempo.
Il 2 Marzo qui a El Kaddous termina l'installazione della rete, ma iniziano i rilievi in spiaggia, che consistono nel mappare una serie di punti lungo numerosi profili perpendicolari alla costa. I punti da rilevare si trovano fino ad un metro di profondità, ed ironia della sorte, il primo di essi si trova proprio nella risacca. Questo mi porta nei giorni successivi a lottare contro le onde, attendendo il passaggio del set non per prendere la più bella ma per compiere il mio lavoro in momentanea tranquillità. La mareggiata proviene da nord, ma anche con i colpi di maestrale nel golfo del Leone, la lunga ed estesa propagazione delle onde favorisce condizioni di mare come queste, in assenza di vento. Non oso immaginare quali altri break e baiette vi siano in direzione est, fuori dal quartiere assegnatoci, ma è ora di concludere i rilievi sull'altro lato della baia, di dare le ultime dritte ai ragazzi dell'Università di Algeri perché possano proseguire il lavoro da soli, e di tornare a casa in Italia. Il 4 Marzo 2007 è il giorno della partenza ed uno Scirocco caldo solleva le foglie delle palme in modo irregolare. La perturbazione sta scivolando verso est e sò che a Ravenna i miei amici stanno surfando onde da sudest. Quando il nostro aereo si staccca da terra, la baia di Algeri è una tavola blu pettinata dalle raffiche triangolari del vento da terra. So già dalle previsioni che sta per entrare un'altra botta di nord, questa volta probabilmente con vento attivo. Dò un'ultima occhiata alla spiaggia di El Kaddous e tento di immaginare che onde romperanno qui in capo ad un paio di giorni. Questa situazione meteorologica, che in altre occasioni mi avrebbe fatto trasalire, in questo contesto di attentati ed insicurezza non tocca neppure una delle mie corde di surfista. Non ho mai abbandonato una mareggiata tanto volentieri!

20 Aprile 2007 ' Sono passati due mesi dal lavoro in Algeria. Solo dopo essere tornato in Italia ho saputo degli attentati avvenuti tra fine Febbraio ed i primi di Marzo proprio nelle aree che abbiamo rilevato. Durante la nostra permanenza hanno perso la vita in pochi giorni una quindicina di persone, tra cui alcuni ingegneri russi in una missione analoga alla nostra. Tra gli attentati sventati dall'esercito, uno era probabilmete indirizzato al Centro di Collocamento che si trovava presso la nostra sede lavorativa. Nonostante ad Algeri esista una piccola comunità di surfisti, credo che queste onde, belle e frequenti, rimarranno deserte ancora per lungo tempo.


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