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DIRT OLLIES

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A SKATEBOARD TRIP TO MONGOLIA

Un'immagine scattata nel 2002 a Ulaanbaatar è stata la scintilla per questo viaggio. Da allora l'idea di raggiungere, skateare il cemento della Mongolia ha contagiato undici skater e l'intero cuore creativo di Carhartt Europa. Sono passati cinque anni, migliaia di kilometri e innumerevoli ollie da quel primo 'click' ma ora questo skate-trip visionario ai confini del mondo finalmente partorisce un libro 'Dirt Ollies' ed un film 'Mongolian Tyres'. Dirt Ollies, da cui sono tratte le immagini che in esclusiva vi offriamo, parla delle gioie e dei dolori dello skateboarding, dei piaceri e dei castighi legati al viaggio, di quella ampia gamma di sentimenti che si provano solo skateando in mezzo alla sporcizia, tra cieli blu, shock culturale e degrado urbano.

LO SKATE-IL VIAGGIO

Viaggiare, spostarsi, conoscere: è in assoluto la cosa più importante capitata alla mia vita di skater negli ultimi dieci anni. Skateare infatti non significa solo fare manovre con una tavola ma anche affrontare la strada come persona e ragionare su quello che ti capita. Questo è il motivo che mi ha fatto continuare a skateare anche se il mio corpo mi dice da dieci anni di smettere. Ed è per questo motivo che il progetto Mongolia non parla solo di skateboarding, di skaters e di manovre su strutture perfette ma propone immagini e sensazioni dalla vita quotidiana, dalle strade polverose di un paese culturalmente molto lontano da noi. Troppo spesso i media distruggono una storia di viaggio cercando in qualche modo di glorificare chi l'ha vissuta. Bene, li sfido a farlo con questa! Non abbiamo trovato nulla di glorioso in Mongolia ed abbiamo dovuto lavorare sodo per concretizzare questo progetto fotografico ma alla fine, tutti i partecipanti, sono stati profondamente toccati da questa esperienza. Ed è per questo che tra gli scatti selezionati nel libro, molti non ritraggono skaters o manovre ma luoghi e persone che il viaggio ha voluto incontrassimo. (Scott H. Bourne)

NOTE DA UN BALCONE

Tramonto, in piedi sul balcone contemplo un cielo post-nucleare scendere su Ulaanbaatar. Piccole capanne avvolte nella polvere, abitate da allevatori nomadi sullo sfondo di enormi palazzi moderni solo parzialmente terminati. Dietro, più lontano, le gru ed i macchinari da costruzione esalano neri sfiati di fumo. Filtrato dal loro smog il sole basso produce un anomalo arcobaleno. Dall'arancio al viola, tutti i toni dell'inquinamento sono riassunti qui. Camminando per queste strade, cercando qualcosa di skateabile, mi è capitato spesso di sentirmi imbarazzato, come se essere qui, adesso, possa essere motivo di vergogna. Eppure bastano dieci minuti di taxi per scappare da tutto questo e respirare a pieni polmoni a contatto con la natura. Un uomo a cavallo procede lentamente lungo la striscia di asfaltato. Ha un bimbo con se. Un'auto sfreccia coprendo anche loro di polvere. Il vecchio ed il nuovo si scontrano proprio sotto il mio balcone ma nessuno sembra curarsene molto in Mongolia. (Scott H. Bourne)

NOTTE A ULAANBAATAR

3 am. I cani latrano e si azzuffano tra le vie del ghetto ed io non riesco a dormire. La periferia è completamente degradata ed abbandonata a se stessa. Oggi siamo stati al tempio Buddista Tibetano, uno dei luoghi più sacri della città nonostante il pessimo stato del palazzo e di tutta l'area. Nel cortile due ubriachi stavano facendo a pugni spingendosi a vicenda nel fango delle pozzanghere con le facce deformate dall'alcol e dalla miseria. Circondati da bambini con le mani tese, completamente frastornato dalla religiosità dei monaci e dal degrado, sotto un cielo cupo ed una pioggia insistente sono entrato in quella che gli occidentali che vivono qui chiamano la 'sindrome depressiva mongola'. Le glorie di una dinastia potente come quella di Gengis Khan distrutte in nome del mondo occidentale e dei suoi palazzi di cemento. La modernità è un mondo che questa gente è destinata a rincorrere senza mai raggiungere. A perdita d'occhio, dal mio balcone, vedo le Yurte, le classiche tende dei nomadi mongoli, perse in mezzo ad enormi quartieri in costruzione. Vorrei scappare ma dove posso andare da qui? Questa notte a Ulaanbaatar rimarrà per sempre nella mia mente, come una tragedia infantile, o la perdita dell'innocenza. Il cielo stasera è pieno di stelle ma non oso esprimere nessun desiderio. (Scott H. Bourne)

ARCHEO-SKATE

L'immagine del park fu scattata durante una spedizione archeologica a cui ho partecipato nel 2002. Prima di partire per il sito degli scavi spendemmo un paio di notte in capitale. Sapendo che sono un appassionato skater il mio amico Batsaikhan mi portò subito a vederlo. Quando mi ci trovai di fronte mi accorsi che, più che un park, questo posto pareva un monumento preistorico. Il terreno e le strutture erano quasi completamente rovinate ma ancora skateabili così affittammo un appartamento proprio di fronte. Due anni dopo, siamo tornati assieme ad un gruppo di skater professionisti con lo scopo di skateare, fotografare e riparare quella cattedrale nel deserto. Purtroppo al nostro arrivo il park era sparito! Rampe, bank, tutto smantellato e rimosso tranne una strana struttura in ferro stretta ed alta. Abbiamo ripetutamente chiesto durante questi due viaggi alla gente di Ulaanbaatar chi commissionò e chi smantellò quel park. Come molte altre cose successe in questo trip anche questo park resterà una domanda senza risposta. (Johannes Hempel)


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