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MALESIA

a cura di Sam Bleakley Condividi SurfNews


IL PROFUMO DELLA COMPLESSITA'

Ansioso come un animale in trappola. Gli ultimi tre minuti ci mettono un'eternità a trascorrere. Aria umida e densa, opprimente persino. Poi la sirena pone fine allo stress ed ecco la mia. Tutto è blu chimico attorno a me, esito in cima al lip poi mi metto in piedi e pianto un bottom profondo seguito da tre passetti incrociati. Una brezza arruffa la faccia dell'onda vaporizzando schiuma al cloro che brucia negli occhi. Tornando verso il centro della tavola, quando l'onda rallenta, mi accorgo che qualcosa non quadra in questa planata liofilizzata: senza la densità del cloruro di sodio anche un longboard single-fin rallenta ed affonda. L'onda mi spinge a riva e pateticamente sparisce in una schiuma chimica che frizza sul reef di piastrelle. Immerso nella luce blu riflessa dal fondale mi sento brillare come una lucciola. Il cloro annebbia la vista, mi sento un attore alle prese con un assurdo set cinematografico. La realtà non è molto diversa dalle mie visioni: sono a Kuala Lumpur e tutto quello che mi circonda è finto. Lo spot, la spiaggia, le statue, tutto finto. Anche l'onda che ho appena surfato è prodotta da un macchinario che pompa acqua in cima ad una collina e la lascia cadere attraverso un lungo scivolo, in questa piscina. L'impatto tra le due masse d'acqua produce un frangente lungo quanto uno stadio da calcio. 'Feel the Flow', recita il cartello all'entrata di Sunway Wave Pool. In verità questo 'flow' è un simulacro, una copia senza originale della planata vera, un surfare sterile, senza correnti, senza tagli da corallo infetti, senza animali pericolosi o set anomali. Benvenuti quindi nel surf postmoderno dove la vita e le onde sono tangibilmente virtuali! La nostra mareggiata sintetica dura in tutto un'ora: un'onda ogni tre minuti esatti. Uno strano rombo la precede, è il turno di Dane Peterson che la percorre tutta con le dita fuori dal nose in una posa quasi felina. Belinda Bags, appena arrivata dall'Australia, rende giustizia all'esagramma cinese 'Montagna Dietro ' Acqua Davanti' così caro ai malesi Daoisti, arricchendo l'ambiente orientaleggiante col suo tocco Yin. A Elliot Dudley tocca la terza onda, identica alle prime due. Dopo un profondo drop knee il gallese, però, perde la tavola che rotola sulle sponde di cemento e va a cozzare contro un filtro a griglia procurandosi una innaturalissima crepa. Qui il surf è confezionato come in un videogame. Il tempo e lo spazio coincidono per un totale di tre manovre: la tua creatività di surfista viene digerita dal park come i salti della scimmietta vestita da clown al circo. Tra una performance e l'altra puoi berti un drink, fare shopping, lanciarti da uno scivolo ad acqua, visitare lo zoo e, quando la sirena suona, ritornare al tuo ruolo di surfista liofilizzato. Faccio fatica ad abituarmi al respiro di questo mare chimico, visto che la sirena che annuncia il set è del tutto identica ai clacson assordanti nel traffico di Kuala. Perso in tanta finzione inizio a immaginare il futuro per il surf, mentre aspetto il mio turno a lato piscina. Cosa succederebbe se gli spot 'veri' diventassero iperaffollati? O se venissero tutti privatizzati? O se l'inquinamento, la guerra o i costi dei trasporti rendessero la costa impraticabile per il surfista comune? Forse gli orizzonti del surf si sposterebbero verso l'interno, lontano dalla costa, in piscine come questa, magari attrezzate per emulare condizioni e tubi Tahitiani e deliziare la folla dei giuochi olimpici. In un futuro come questo io vorrò essere quello che ri-scopre una spiaggia dimenticata e riporta il surf al suo stadio pre-virtuale, al contatto con le creature marine, il corallo e le correnti. Arriva la mia ultima onda. Cammino insicuro verso il nose e mi metto in posa allineato alla lente di John. Nella luce tagliente del tramonto, le statue di plastica sembrano prendere fuoco. Un finto fuoco per finte divinità. Placati i sensi ma con mille pensieri in testa, ci lasciamo alle spalle il cancello di Sunway e puntiamo dritto verso gli spazi aperti del Mare Cinese.

AGGIUNGERE SALE

Il paesaggio fuori da Kuala ha contorni ben definiti. Imponenti formazioni di roccia arenaria accompagnano la nostra marcia verso la costa. La vegetazione straborda da ogni crepa o buco nella roccia. In aree umide come questa, l'espansione edilizia entra in diretto conflitto coi ritmi della giungla. In periferia la gara tra cemento e verde crea strani abbinamenti paesaggistici: palazzi enormi e vuoti circondati da giungla impenetrabile. I primi sono in attesa di essere abitati, la seconda di essere distrutta. Nonostante i depliant di viaggio vendano la costa Est della Malesia come 'luogo senza tempo, culla della cultura Malay' la linea costiera è spesso spezzata da enormi porti, impianti per la lavorazione del gas e fabbriche metallurgiche. L'arte tradizionale degli aquiloni, gli improvvisati spettacoli Wayang Kulit, in cui ombre di cartone raccontano storie dalla tradizione Malay, sembrano appartenere ad un'altro luogo. 'Ma Cheranting, 45km a nord di Kuantan è diversa e ti lascierà a bocca aperta!' mi aveva raccontato un amico fidato ed è qui che arriviamo, mentre il vento da mare, come tutti i pomeriggi, scompone le cime dei frangipani. A Cheranting la strada letteralmente sfuma in pista ghiaiata per finire direttamente sulla spiaggia. Al nostro arrivo un paio di polli scappano starnazzando nella polvere. Due macachi usano il tetto in lamiera di una baracca come trampolino elastico. Raggiungono saltando i fili del telefono e si spostano di casa in casa rovistando nella spazzatura. Anche se la spiaggia non è color alabastro come in altri luoghi in Malesia, questo villaggio mi piace fin dal primo momento! Inoltre un'onda lunghissima rompe proprio di fronte all'abitato. A bassa marea si scorgono le formazioni rocciose degradanti che permettono la rifrazione. Un fondale così rende surfabili anche mareggiate piccolissime ed infatti restiamo in acqua fino a buio, lavorando di piedi e di rail lunghe sinistre di mezzo metro. 'Nei giorni migliori quest'onda può rompere per oltre un chilometro,' sentenzia John mentre scansiona con gli occhi il reef sperando di testare la sinistra di persona. In effetti il promontorio ripara questo spot dall'insistente vento di nordest che soffia nel Mar della Cina da Novembre a Marzo, rendendo surfabile anche la più sconfusionata delle mareggiate. All'ombra delle palme da cocco, seduti sui gradini delle tipiche abitazioni kampung, gli abitanti di Cherating sono contenti di scambiare due chiacchiere con uno straniero sorridente e così, lentamente, entriamo nella fitta trama della vita locale. Il Bahasa è la lingua ufficiale in Malesia ma, grazie alla grande varietà etnica dei suoi abitanti, cinesi, malay e tamil spesso scelgono l'inglese per comunicare. Nonostante il motto nazionale reciti 'L'unità è Forza' esiste una rigida gerarchia sociale tra le etnie. I malesi Malay hanno il controllo sulle attività di cinesi ed indiani. Ad esempio qui a Cheranting, al fine di non intaccare l'originalità etnica del villaggio, i Malay hanno proibito ai business-men cinesi di acquistare terra. Ai visitatori stranieri queste discriminazioni razziali non sono immediatamente percepibili vista la gentilezza e l'onestà con cui vengono accolti dalla popolazione di tutte le etnie. I risultati però sono sotto gli occhi di tutti. Una spiaggia come questa in Tailandia sarebbe irritantemente affollata, a Cheranting invece il ritmo inalterato della vita di paese, affascina e rilassa i pochi turisti. Poco dopo il nostro arrivo incontriamo Khairil e Mamat i migliori due surfisti della Malesia al Cherantin Bay Hotel. Ne approfitto per chiedere loro la ragione di una tanto grande varietà di hotel e guest house in un villaggio così piccolo. 'Negli anni '80 e '90 Cheranting era molto più frequentata,' mi risponde Khairil, 'ma i turisti stranieri hanno smesso di frequentare l'Asia Musulmana ed ora è visitata quasi solo da malesi, durante le festività.' Il surf ha giocato un ruolo fondamentale nella riqualifica di questa costa. 'Nei weekend i surfisti di Kuala Lumpur e Singapore vengono giù a decine e si buttano in acqua qualsiasi siano le condizioni del mare.' E c'è poco da stupirsi: ottimo cibo, stanze a prezzi modici ed onde di buona qualità avrebbero lo stesso effetto su qualsiasi comunità surf del pianeta. Per darcene una dimostrazione i nostri due amici ci portano subito a pranzare in un ristorante di nasi lemak. Qui il riso viene cotto alla santan, cioè con cocco, sambal ikan bilis (una pasta dolce di acciughe secche), cetrioli e arachidi ed avvolto in foglie di banana. Con la lingua che ancora brucia per le spezie ci dirigiamo a Cendor, dieci minuti a nord di Cheranting ma lontano dalle rotte dei turisti. La costa è completamente coperta da flora pluviale e l'auto procede attraverso sentieri appena percorribili. La foresta si presenta in ogni sua possibile tinta di verde dalla scura ossidiana al verde pisello. Quando raggiungiamo la spiaggia, la marea bassissima spoglia la terra esponendo lunghe lingue di fango. I set che frangono sulla secca sono soffici come un Sari di seta e molto divertenti, nella loro minimale perfezione. Tutto vien fatto con grazia in Malesia, anche le onde! Il nostro prossimo stop è Kijal Beach, probabilmente lo spot più consistente lungo questa costa dove troviamo picchi divertenti ad altezza delle spalle. Con alta marea le onde sono facili e lente ma appena l'acqua si ritira diventano succhiose ed impegnative. L'unica nota negativa in questo posto pare essere lo Strawberry Kijal Resort, un enorme hotel abbandonato sulla cui bellissima spiaggia privata vengono bruciati, a mo' di discarica, i detriti e la plastica spinti a riva dal mare. Capita spesso a chi cerca onde, di scoprire qualche segreto scomodo. Purtroppo la nostra testimonianza non sarà sufficiente a fermare le spirali di fumo nero, date dalla combustione illegale di rifiuti.

RIDEFINIRE IL CONCETTO DI GUSTO

Il ricco profumo del frutto del durian inonda l'aria da una bancarella. A lato della strada una pila di frutti ovali matura nell'ombra. 'C'era una bancarella di durian anche a Cherating,' racconta Khairil 'ma nessuno comprava mai nulla e così ha chiuso!' Gli chiedo se mi aiuta a gustare questo strano frutto. Khairil lavora come cuoco nell'attività di famiglia ed è uno specialista nel combinare i vari sapori della cucina Malay. 'Puzza come una carogna ma è dolce come il miele!' esulta il nostro amico! Questo popolarissimo frutto ha recentemente sollevato l'attenzione dei media. Il quotidiano asiatico New Straits Times ha addirittura ipotizzato, per il mercato estero, la produzione di durian privi di odore ma intatti nel gusto. Per nulla impaurito dal fetore io invece sono curioso di provarlo. 'Ma se puzza così tanto, come si fa a capire quale è buono da mangiare!?' chiedo. 'Bisogna soppesarlo e sceglierne uno leggero, poi annusarlo per sentire se è maturo. Bisogna infine squoterlo, per accertarsi che i semi siano staccati dalla polpa e che non sia pieno d'acqua. Se le spine sono bucate o hanno segni di insetti probabilmente il frutto sarà marcio. Le spine devono essere ben raggruppate, significa che all'interno i baccelli sono numerosi. Quando lo apri, come adesso, devi controllare che sia giallo, non scuro. Ecco, questo è buono!' Tolgo con le dita la scorza marron e mordo la polpa giallastra. 'Budino di frutta con formaggio!' Sono le prime parole che mi escono! 'Il colonnello Chapman aveva capito tutto!', commenta Khairil. Nel suo libro The Jungle is Neutral, Frederick Spencer Chapman descrisse il durian come 'quintezzenza di fragola, banana, ananas e budino racchiusa in una crema. Pungente olezzo di cipolla e formaggio ammuffito con un sottile retrogusto di fogna.' Questo eclettico ufficiale inglese che visse tre anni in questa giungla, considerava il durian 'semplicemente delizioso, di gran lunga il miglior cibo che ho mai assaggiato.' Di sicuro le sue parole colgono la complessità di odori e sapori a cui un visitatore è sottoposto durante un viaggio qui. Finalmente lasciamo il villaggio in cerca di nuovi spot. Dopo un inizio faticoso, nel quale ci siamo persi nella giungla cercando verso nord qualcosa di più esposto, raggiungiamo la apertissima spiaggia di Tanjung Tara. Serpenti e insetti velenosi abbondano tra queste ombrose frasche. Qui è impossibile non sentirsi minacciati. Chapman scrisse che 'la giungla in sè è neutrale, fornisce acqua potabile ed un tetto sia agli amici che ai nemici. La disfatta o la sopravvivenza dipendono esclusivamente dalla tua attitudine mentale.' Tra le onde mi sento molto più a mio agio. Onde ad altezza della testa spazzano la spiaggia come lenzuola agitate dal vento. Nell'incerta luce dell'aurora il silenzio regna. L'alba fa capolino all'orizzonte aprendo una ferita di luce tra il cielo ed il mare. Elliot entra nel line up e nuota sulla prima onda, illuminato di giallo limone. Si mette in piedi, incrocia due passi, il controluce lo trasforma in una sagoma nera che attarversa la palla del sole in piena planata, energetica come l'ombra dell'eroe nelle saghe epiche della Mahabharata. Dopo aver sfruttato per giorni i vari point e beach-break della zona, la mareggiata sfuma in nulla ed a noi resta solo di ripercorrere a ritroso, nella nostra scatoletta di lamiera, le cinque ore di strada che ci separano dalla capitale. Lamiera è la parola d'ordine nella frenesia costruttiva di Kuala Lumpur. Dalla sua nascita nel 1857 come borgo minerario ai bordi di un estuario malarico, al successo economico dell'era moderna, i palazzi di Kuala raccontano una delle storie più rappresentative del boom asiatico. L'influenza dell'Impero Inglese, coi suoi colonnati ed i suoi campi da cricket, fa da scenario ad una fumosa ed acceleratissima vita asian-style. Lo scrittore inglese Graham Greene la liquidò come 'disgustosa architettura della nostalgia', in effetti lo skyline della città è una vera accozzaglia di stili. Un riassunto dell'architettura mondiale riproposta a fini commerciali. Le celebri torri Petronas, i due grattacieli gemelli posti al centro di questo caos, rappresentano il punto zero della città ed il suo futuro al tempo stesso. Lo stile postmoderno trae forza dallo scontro di stili ed idee più che dalla loro armonica fusione. Le lucenti Petronas si lanciano verso l'alto per 452 metri: 88 piani di grazia architettonica uniti, all'altezza del quarantunesimo, da un ponte sospeso. La tradizione islamica ha un posto di rilevo in tutta questa modernità. La pianta di entrambe le torri, infatti, ricalca la stella ad otto lati tipica dell'Islam. Ed anche il nostro approccio surfistico alle onde malesi ha richiesto una certa dose di contaminazione postmoderna. Dal blu chimico della piscina alle tinte calde delle spiagge settentrionali, da longboard single fin resinati a mano a tavolette di plastica prodotte in serie, la Malesia ha assorbito ogni nostra sperimentazione senza scossare, offrendoci anzi una varietà quasi infinita di situazioni ed onde. Del resto questo è il dogma del movimento postmoderno asiatico: 'nessuno stile deve uccidere gli altri' e noi ci siamo adattati. Un'acquazzone tropicale improvvisamente spazza la strada. L'acqua evapora a contatto col cemento bollente. L'odore di ozono si mescola alla fragranza del durian, del frangipane, del pesce secco, del curry e della carne grigliata in un afrore umido di cui riconosco solo alcune tinte. Poi i rubinetti del cielo si chiudono ed il mercato notturno di Kampung Baru riapre i battenti tra le grida dei venditori. Sarà un profumo intrigante e profondo a rappresentare questo viaggio nel mare dei miei ricordi. La Malesia è complessa come solo un profumo sa essere.

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