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ISPEZIONANDO L'IRAN

a cura di Olivier Servaire Condividi SurfNews

Una spedizione francese lungo la costa di Chabahar.

'No Visa, no flight!' ripete con accento azero il robusto e baffuto funzionario dell'immigration desk. Non c'è verso di convincerlo: gli altri turisti hanno il visto per l'Iran, noi no. Pare che dovremo rimanere in Azerbaijan finchè non riusciamo ad ottenerne uno. Il mio amico David guarda la scena senza dire una parola ma so benissimo cosa gli passa per la testa: 'Cosa ci faccio qui?!' Perchè impazzire per entrare in Iran, quando avremmo potuto prendere un volo per Bali e goderci onde perfette senza intralci burocratici? Beh, i motivi sono più di uno! Tutto era cominciato con una mail dell'esploratore inglese Stuart Butler e con il suo invito ad unirci a una spedizione britannica. Dieci giorni prima della partenza, dopo aver prenotato i biglietti e compilato i moduli per il Visto d'Ingresso, il team inglese si è tirarto indietro a causa dei continui ritardi burocratici. A quel punto io e David ci siamo organizzati da soli, andando il giorno prima a Parigi direttamente all'ambasciata. E lì scopriamo che i nostri permessi non sono pronti, ma possiamo lo stesso salire sul volo per Teheran poichè, grazie ad una legge passata solo un paio di settimane prima, è possibile ottenere un visto di una settimana direttamente all'arrivo. Peccato che in Azerbaijan nessuno sembra essere ancora al corrente delle novità apportate dalla legge. Proviamo a bluffare: '... qui c'è scritto Visto per l'Iran ed il numero della nostra autorizzazione è scritto qui!' L'uomo guarda con sospetto i piccoli fogli di carta presi all'ambasciata di Parigi, poi ci lascia salire sull'aereo. Non saprà mai che sono semplici bigliettini numerati per la fila agli sportelli!

BENVENUTI IN IRAN!

Il nostro sollievo dura poco, il tempo di imbarcarci su un Tupolev vecchio di quaranta anni comprato di seconda mano dall'esercito russo. Il catorcio che ci porterà in Iran è un modello già protagonista di molti incidenti in ex Unione Sovietica. Lungo i corridoi, alcune barre metalliche rotolano liberamente sbattendo di qua e di la. Le cinture di sicurezza sono praticamente inutilizzabili ed i giubbotti salvagente sono custoditi in borse di cuoio nei compartimenti per i bagagli, che neanche si chiudono. Atterrati a Teheran, decidiamo di risparmiare tempo ed evitare di perderci nei meandri burocratici di una megalopoli che conta quindici milioni di anime. C'è una grande mareggiata in arrivo nel sud del paese, esploreremo la costa per una settimana alla ricerca di onde e solo dopo ci preoccuperemo del rinnovo dei visti. L'unico altro turista che entra in Iran assieme a noi, è un giornalista che finge di essere un decoratore di interni. Probabilmente la sua non è una cattiva idea, dal momento che molti suoi colleghi sono oggi dietro le sbarre delle prigioni iraniane. I politici locali non amano troppo la pubblicità fatta dai media alle continue violazioni dei diritti umani. In Iran si registrano più di 170 forme di tortura fisica e psicologica. Qui è diffuso il ricorso a pratiche quali la lapidazione, l'impiccagione, l'amputazione, la decapitazione. Solo due giorni prima del nostro arrivo due ragazzi di diciotto anni accusati di omosessualità sono stati impiccati in pubblico dopo aver ricevuto 228 frustate. Neppure gli stranieri vengono risparmiati: qualche anno fa un cittadino tedesco venne giustiziato dopo aver passato la notte con un ragazzo. Proprio mentre alcune personalità riformiste sembravano in grado di spingere lentamente l'Iran lontano da questo tipo di tradizioni, dopo le elezioni del 2005 andò al potere il presidente Ahmadinejad, un leader fondamentalista. Oggi il suo governo non esita a provocare la comunità internazionale con un sospetto piano di sviluppo nucleare e sostiene apertamente la necessità di cancellare Israele dalle mappe del medio oriente.

GRANDE MARE

Stiamo viaggiando con le tavole da surf in un paese sistemato tra Iraq, Afghanistan e Pakistan. È un territorio che si affaccia su tre mari, o Darya. Il Mar Caspio è il lago più esteso sulla faccia della terra ed il Golfo Persico è troppo piccolo e chiuso per produrre onde di buona qualità. Il Golfo dell'Oman invece, si connette con l'Oceano Indiano ed è su questo sconosciuto tratto di costa che riponiamo le nostre speranze. Sfortunatamente il nostro arrivo a Chabahar è abbastanza deludente, ci aspettavamo di sorvolare il mare gonfiato dalla swell, ma dal finestrino riusciamo a scorgere solo il monotono paesaggio offerto dal più arido di tutti i deserti, interrotto qua e là da una serie di accampamenti militari. Il viaggio ben organizzato completo di guide e fuoristrada è andato a monte, e ora siamo qui allo sbaraglio senza nessun appoggio. Come temevamo, nessuno in aeroporto parla inglese, così come al nostro hotel. Ci facciamo faticosamente capire a gesti, prima di riuscire a trovare un autista con cui riusciamo a comunicare. Partiamo per la spiaggia più vicina, il mare è completamente piatto. Ricorriamo al solito vecchio trucco e mostriamo al nostro accompagnatore una serie di foto su alcune riviste di surf. Le guarda attentamente e suggerisce una meta: 'Darya Bozorg'. La speranza di essere sulla buona strada ci viene dopo aver capito che il termine significa 'Mare Grande', e appena arriviamo ne abbiamo la conferma: l'onda rompe dritta sugli scogli, ma la vista dei set di un metro e mezzo ci tranquillizza molto, il mare c'è. Con grande soddisfazione riusciamo concludere la giornata con una breve session in un vicino beach break. Ovviamente non c'è birra con cui festeggiare queste prime onde, qui si beve il Dough, una bibita frizzante fatta con yogurt, sale, pepe ed erbe aromatiche. Finiamo in un piccolo ristorante davanti ad un misterioso menù scritto in Farsi. Non ci sforziamo di capire ed ordiniamo kebab, la tradizionale carne di agnello cotta allo spiedo che qui servono accompagnata da una montagna di riso. Il nostro autista si presenta il mattino successivo con suo figlio di diciotto anni. Il ragazzo è simpatico e possiede un dizionario inglese-farsi, il che ci convince ad assumere anche lui per tutta la settimana. Siamo in Iran solo da ventiquattro ore, ma abbiamo già capito quanto siamo fortunati ad avere un autista affidabile. Non è difficile qui finire nelle mani di pazzi che bruciano i semafori a tutta velocità nel pieno centro di Theran, o si infilano contromano alla cieca nelle corsie preferenziali degli autobus. Dopo una giornata di acclimatamento e molte session in acqua abbiamo mappato quasi tutti gli spot. Due sono i nostri preferiti, un lungo point sinistro battezzato Kabab, che rompe producendo una serie di diverse sezioni ripide, ed un potente beachbreak, Bod, che rompe di fronte ad un mulino a vento ed in cui riusciamo a surfare onde di un paio di metri.

LE ONDE ED IL DESERTO

Appena ci avventuriamo lungo la costa che lambisce il deserto, il paesaggio diventa sorprendente. Costeggiamo un lago di colore rosa ed un vulcano di fango, ammiriamo il profilo delle montagne disegnato dall'erosione. La swell aumenta man mano che ci avviciniamo al Pakistan, ma non possiamo arrivare troppo vicino al confine, è un'area pericolosa in cui avvengono i traffici più disparati e dove la spedizione di Buttler e Colas venne coinvolta in una sparatoria. Lungo le strade incrociamo spesso i fuoristrada guidati dai contrabbandieri di carburante. Si tratta probabilmente di un commercio molto lucroso, visto il prezzo ridicolo a cui si compra la benzina qui. Si dimostrano persone gentili ed amichevoli con noi, offrendoci il loro aiuto quando ci ritroviamo impantanati nel fango con la nostra piccola auto. La zona più vicina al confine è un invitante tratto di costa affacciato ad est, ma è occupato da un grande accampamento di polizia. I severi controlli che abbiamo già superato lungo la strada erano solo un assaggio! Improvvisamente ci troviamo davanti a soldati armati ed annoiati da mesi di servizio in questo desolato avamposto. Capiamo subito che non ci lasceranno andare prima di aver conosciuto ogni particolare della nostra spedizione e che, se insorgessero problemi, non sarebbe facile far sapere a qualcuno dove siamo. Fortunatamente le nostre guide sfoderano ottimi metodi persuasivi ed alla fine otteniamo il permesso di accedere alla costa ed alle onde che si nascondono antorno al campo. Siamo già abbastanza felici di essere liberi e, dopo aver dato un'occhiata molto interessata, ripartiamo nella direzione da cui eravamo venuti. L'ultima nostra scoperta è un point destro che rompe per un centinaio di metri alla foce di un fiume. Veniamo subito messi in allerta dalle nostre guide. Nel fiume finiscono gli scarichi industriali di una fabbrica vicina, è sconsigliabile fare il bagno qui. In più queste acque torbide sono il territorio di caccia ideale per gli squali, i veri locali nel Mare Arabico. Ma non siamo arrivati fin qui per rimanere immobili a guardare questa meraviglia! 'David, visto che ami surfare in backside, perché non ti butti mentre io faccio qualche foto?' Lo convinco, ma non ci metto molto a raggiungerlo tra i set di un buon metro e mezzo. I giorni trascorrono velocemente e presto ci ritroviamo all'ultimo atto del nostro surftrip. Entriamo in acqua un'ultima volta nei pressi del porto dei pescatori e surfiamo fino al tramonto, giusto per esorcizzare la continua ansia da squalo. Poi partiamo verso Isfahan, la città famosa per le sue moschee rivestite di piastrelle blu. Ci immergiamo nelle sue atmosfere, che saranno l'ultimo bellissimo ricordo che ci lascerà questo paese. Siamo stati fortunati a trovarci in Iran subito prima del rapido aumento della tensione internazionale, ed è curioso ora ritrovarsi a raccontare quanto rilassante e piacevole si sia rivelata la nostra permanenza. Eccezion fatta per quelle spaventose corse in taxi nel centro di Teheran!

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