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ROTTE SURF

a cura di Michael Kew/Nicola Zanella Condividi SurfNews

Dai polinesiani al Mediterraneo. La storia della surf exploration attraverso le parole dei suoi protagonisti.

'A surfer's dream is to walk into a unique location with a perfect peeling wave, totally unknown.' - Peter Troy, legendary 1960's surf adventurer.

'Il sogno di ogni surfista, da sempre, è quello di arrivare in un luogo sconosciuto e trovarvi l'onda perfetta' ama dire Peter Troy, il padre della surf exploration moderna che fra l'altro surfò in Italia nel '63. Questa frase estremamente semplice, riassume fin troppo bene i sogni e le intenzioni di chiunque abbia deciso, per un giorno, un anno o tutta la vita, di vagare attraverso gli oceani con una tavola sotto il braccio. Surftrip, vacanza surf, surfing safari, missioni esplorative, chiamateli come vi pare ma ogni spostamento in cerca di onde, da quello del neofita alla ricerca di una spiaggia isolata al navigato tube-rider ai confini del mondo, trae forza dallo stesso viscerale bisogno, quello di abbandonare le certezze del proprio home-spot e mettersi in giuoco alla ricerca di qualcosa di diverso e migliore. Non c'è nulla di garantito in questa caccia al tesoro, lo sanno bene i milioni di surfisti che ogni anno si mettono in viaggio alla ricerca del proprio eden. Infatti, in barba a tutte le comodità messe a nostra disposizione dalla tecnologia, il viaggio resta ancora una delle poche situazioni in cui le cose possono andare storte. Nello spostamento l'imprevedibile e l'incognito entrano di forza nella nostra vita mettendo in crisi le sicurezze della quotidianità e quindi rinforzandoci. In questo articolo di taglio storico tentiamo, assieme a Michael Kew, di riassumere gli ultimi 150 anni di questa effimera caccia al tesoro.

PALEO-ESPLORAZIONE

'All'inizio c'erano le Hawaii, e poi ancora le Hawaii' affermò in più occasioni Drew Kampion, ex editor di Surfer Mag e autore di del libro 'Stoked, a history of Surf Culture'. La storia della surf exploration infatti va scritta a partire da questo arcipelago. Attorno al secondo millennio avanti Cristo popolazioni del Sudest Asiatico iniziarono una lunga migrazione verso est utilizzando canoe e sfruttando il vento ed il moto ondoso. Solo nel 400 d.C però, con l'arrivo alle Hawaii, la pratica di cavalcare onde uscì dalla sfera del gioco e divenne parte integrante della vita sociale dei polinesiani. Quando i primi occidentali arrivarono in questo arcipelago (nel XVIII secolo) la pratica del surf era al suo apice. Uomini e donne cavalcavano onde in piedi, sfrecciando veloci su lunghe tavole di legno come riportato ad esempio dai diari di James King giunto nel 1759 alle Hawaii al seguito della spedizione del Capitano Cook. Il surf pre-contatto non era però assolutamente stanziale. Anche se il surf moderno (fatto in piedi) è quasi certamente nato in spot facilmente accessibili come Kealakekua Bay su Big Island, la sete di nuove onde spinse fin dal 1800, gruppi di intrepidi hawaiiani ad esplorare gran parte dell isole, da Molokai a Ni'ihau fino alla lontana Kauai. La cosa più sorprendente è che questi giovani non erano a caccia di cibo, donne o terra da coltivare ma erano solamente attratti dalle potenzialità ricreative di nuove onde e nuovi paesaggi oceanici. L'avvento dei missionari ed il contatto con la civiltà 'bianca' fece regredire la pratica del surfing fino quasi a soffocarla, se c'è però una attitudine che il surf primordiale passò al suo figlioccio moderno fu proprio la passione per la ricerca. Fu l'hawaiiano George Freth a far rinascere l'antica arte e ad esportare il surf in California nel 1907, cavalcando le tranquille onde di Redondo Beach con una tavola da surf di 70kg. Era hawaiano anche Duke Kahanamoku che, al seguito della nazionale di nuoto, portò il surf e la cultura polinesiana nella costa est degli Stati Uniti (1910, Ocean City, New York) ed in Australia dove, nel 1915, stupì astanti ed autorità costruendo una tavola e cavalcando le grosse onde di Freshwater Beach. Durante gli anni '20, grazie anche alla neonata Autostrada n.1, la sete di onde 'diverse' aveva già spinto i pochi surfisti dell'epoca ad esplorare e surfare molti spot della California Meridionale famosi ancora oggi. Swami's, Windansea, Long Beach, Huntington e San Onofre erano già frequentate durante gli anni '20 e, tra i pochi appassionati, già si favoleggiava di onde pià a nord. Erano posti freddi come Santa Cruz, Rincon e Palos Verdes a stimolare la fantasia. Furono due giovani di Santa Monica, Tom Blake e Sam Reid, ad aprire la prima stagione della surf exploration continentale. Non che ci fossero problemi di affollamento! Nel settembre del 1926, quando i due partirono verso nord, la popolazione surf della California era veramente sparuta. Nondimeno, la loro scoperta, in quel caldo giorno estivo, avrebbe dato al surf la sua prima 'onda perfetta'. 'Andare a Malibù da Santa Monica era come andare in un paese diverso. Appena arrivati abbiamo messo in acqua le nostre tavole di sequoia, poi abbiamo abbiamo nuotato fino ad una spiaggia a mezzaluna sulla cui distesa sabbiosa non si vedeva neppure un'orma' ricorda Reid nel libro The Uncommon Journey of a Pioneer Waterman scritto da Blake. 'A Malibù non c'erano palazzi, non c'era il molo, c'eravamo solo noi ed i gabbiani.' Le lunghe e facili pareti di Malibù che tanto avrebbero dato alla storia del surf californiano costituirono la prima vera ricompensa per una caccia al tesoro ben svolta. Nonostante fosse un viaggio relativamente breve, quella 'prima volta' a Malibù nel 1926 è identica a tante 'prime volte' in luoghi lontani e famosi come J. Bay, Nias, Cloud 9. Dal 1920 agli anni '50 l'orizzonte geografico del surf non si espanse gran chè: per oltre vent'anni California ed Hawaii rimasero le tappe obbligate di ogni surf trip. I californiani Pete Peterson e Lorrin Harrison seguirono le orme di Blake (che era stato alle Hawaii nel '24) ed arrivarono a Waikiki nel '32. Quindici anni dopo, gli hawaiiani Wally Froiseth, George Downing e Woody Brown ricambiarono la visita raggiungendo la California a vela. Nel '37, Carlos Dogny, un peruviano in visita alle Hawaii, portò una tavola in Perù innescando la nascita della scena surf del Club Waikiki poco fuori Lima. Negli anni '30 alcuni life-guard introdussero il surf a Durban in Sud Africa che però, fino all'avvento delle reti anti squalo, non riscosse molto seguito. Anche se Fu Peter Troy ad aprire le rotte sudamericane visitando Brasile ed Argentina nel 1961, fin dal '39 due figli di un coltivatore di caffè di Santos costruivano tavole 'hollow' ispirati dal celebre articolo di Tom Blake, apparso sulla rivista Popular Mechanics. Nel '56 il produttore californiano Dick Zannuck lasciò un longboard agli amici Viertel e Georges Hennebute che presero la prima onda Francese alla Cote de Basque. Il surf aveva definitivamente attecchito fuori dalle Hawaii ponendo le basi per la prima ondata di surf exploration a dimensione planetaria.

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Gli anni '60-'70

'Da sempre è così. Per apprezzare le Hawaii devi andartene.' dice Randy Rarick, direttore delle gare del Triple Crown sulla North Shore di Oahu. 'Il mio primo viaggio in California lo feci quando avevo 15 anni ed anche per me fu una vera avventura.' Sfido chiunque a trovare un surfista più navigato di lui. A 58 anni suonati Randy è stato quasi dappetutto ed ha incontrato persone dagli ambienti più disparati. Il suo personalissimo sentiero-surf attraversa oltre 100 nazioni, in 60 delle quali ha trovato onde ed ha partecipato alla maggior parte delle spedizioni di John Callahan, forse il più attivo tra i surf explorer contemporanei. Anche se sono luoghi come Somalia, Yugoslavia, Liberia, Myanmar ad attrarre la sua attenzione oggi, i suoi primi passi 'on the road' furono proprio sulle orme di Froiseth e Downing. 'Negli anni '60' racconta Rarick 'le riviste di surf stavano prendendo piede ed io vedevo tutte queste foto di onde perfette su spiagge sabbiose in California. Qui alle Hawaii non capita spesso di surfare beach-break e quindi immaginavo quanto divertente dovesse essere saltar giù dalla tavola dopo ogni corsa e camminare sulla sabbia, senza paura del corallo.' Grazie alla riduzione dei prezzi dei voli ed alla forte influenza del documentario 'Endless Summer' (Bruce Brown, '64) la febbre del surfing-safari (questa era la parola in voga all'ora) raggiunse sempre più surfisti. Chi avrebbe mai pensato al Ghana, a Tahiti o al Senegal come ad una destinazione surf? La mappa degli spot stava decisamente riempendosi alimentando esponenzialmente la sete di novità. Le riviste di surf ebbero grande influenza in tutto questo e fu proprio negli anni '60 che iniziarono a mostrare destinazioni nuove come Messico, Baja California, Europa e Mauritius. L'Europa, in cui il surf era arrivato fin dal 1956, col suo fascino del vecchio continente, i vigneti ed il clima mite divenne una destinazione di moda. Peter Troy la visitò tra il '63 ed il '64 surfando, tra l'altro, in Italia (a Genova) e Jugoslavia. Molti altri seguirono le sue orme da Australia e Stati Uniti. A testimoniare questi primi sentieri-surf, restano le pellicole Wave of Change (Greg Mac Gillivary, '68) ed Evolution (Paul Witzig, '69) che per prime diffusero tra i surfisti immagini dei potenti beach-break francesi. Si costituirono allora vere e proprie rotte migratorie, come quella che dalla California attraversa i pesanti beach-break del Messico e porta dritto ai point perfetti del Costa Rica, o quella che, percorsa dai surfisti in fuga dai rigori del clima invernale, unisce Inghilterra (che vanta la tradizione surf più lunga in Europa), Spagna, Portogallo e Marocco. Il flirt del surfing con l'Oceano Indiano ha inizio proprio durante gli psichedelici anni '70. Albie Falzon, il visionario regista australiano, arrivò a Bali nel '71 per filmare 'Morning of the Earth', seguendo un consiglio di Russell Hughes. Ciò che trovò, aprì le porte ad un pellegrinaggio esplorativo che continua ancora oggi verso l'arcipelago più ricco di onde al mondo. 'A differenza di oggi' ricorda Falzon 'Kuta era solo un piccolo villaggio di pescatori con polli e maiali che scorrazzavano lungo viuzze fangose. A parte qualche hippy tedesco sulla Legian, eravamo gli unici stranieri. All'inizio surfammo il beachbreak a Kuta poi il reef esterno poi la swell calò ed affittai una moto per raggiungere il tempio di Uluwatu da dove speravo di vedere la costa. La swell era piccola e dal tempio non vedevo onde rompere, quindi mi incamminai per un sentiero alla fine del quale raggiunsi la battigia. Le onde erano solo 2-3ft ma il paesaggio mi lasciò a bocca aperta. Dopo alcuni giorni la mareggiata crebbe e tornammo tutti ad Uluwatu. Sul point le onde erano 8-10ft e tubanti! Dopo un po di tentativi trovammo il sentiero per la spiaggia e Stephen Cooney e Rusty Miller si buttarono attraverso la famosa grotta, senza leash e senza calzari. Il resto è storia...' Il messaggio era molto semplice e colpiva i surfisti dritto al cuore in quegli anni di fermento politico ed affollamento in acqua: 'ci sono tantissime onde in giro per il pianeta e viaggiare è la scuola di vita migliore'. 'Le nostre storie scritte in capo al mondo' Dice Kevin Naughton, celebre collaboratore itinerante di Surfer Mag 'risuonarono come una vera e proria sveglia nel cervello dei surfisti. Era preferibile farsi rubare il passaporto in qualche paese straniero piuttosto che tenerlo fermo in un cassetto a casa. Per un surfista a caccia di onde in giro per il pianeta, è più importante aver fortuna che soldi'. Prendiamo ad esempio l'articolo su Tamrin Bay alle Mauritius. Scoperta nel '66 grazie ad un articolo di Surfer, questa inconsistente onda rimase a lungo un segreto fungendo da icona stessa della ricerca. L'articolo di Larry Yates 'Forgotten Island of Santosha' non parlava di un luogo ma di una condizione mentale. Santosha non era dipinta come un luogo reale, nessun riferimento, nemmeno il nome dell'isola, apparivano nel celebre articolo. L'argomento non era un 'dove' ma un 'come', Santosha rappresentava la visione di un eden-surf che ogni surfista ha dentro. Randy Rarick ricorda quegli articoli e l'etica di viaggio degli anni '70 quando un mondo enorme attendeva solo di essere esplorato. 'L'aspetto più interessante della scoperta era l'interazione con la cultura locale e con gli altri surfisti coinvolti nel viaggio.' dice Randy 'Io personalmente non viaggio per surfare, viaggio per conoscere luoghi differenti. Trovare le onde è giusto la ciliegina sulla torta. Se vuoi fare solo surf basta che prenoti un posto in barca alle Mentawai, non puoi sbagliarti. Ma viaggiare in questo modo ti preclude l'interazione col posto e, di fatto, nega le finalità stesse del viaggio. Quando viaggi così non sei altro che un turista. Io penso che un viaggiatore sia uno che si sposta per fare esperienze, un turista invece viaggia solo per vedere.' Tornando all'esplorazione, l'australiano Kevin Lovett trovò la sua 'Santosha' sull'isola di Nias dopo aver attraversato in motocicletta Sumatra assieme a John Geisel ed a Peter Troy. 'Dopo aver letto quell'articolo' racconta alla redazione di Surfer's Journal 'mi svegliai a lungo sognando paesaggi tropicali, palme ed onde perfette, la scelta dell'autore di non identificare spazialmente quel luogo mi ha fatto sorgere non poche domande. Il sogno dei surfisti è veramente solo un gioco mentale? Io ed il mio amico John Geisel eravamo determinati a dimostrare che il sogno era reale e che noi lo stavamo vivendo in prima persona! La scoperta più grande fu quella di capire che in un viaggio spesso sono le digressioni a regalare gli attimi migliori. Quel senso di interazione non mediata con un'ambiente, la coscienza di essere parte di un'unità più grande di te e la sensazione di vivere il viaggio attimo per attimo, sono ricordi che non ti lasciano più.' Questa idea di viaggio in luoghi non contaminati dal turismo spinse, negli anni '70, orde di Americani ed Europei negli angoli più remoti del pianeta e gli effetti di questi spostamenti non furono sempre positivi. Lagundri Bay, grazie al colonialismo surf degli anni '80 e '90, presto si trasformò in un vero ghetto surf in cui furti, sporcizia e cattive vibrazioni coi locali erano all'ordine del giorno. Per non parlare delle enclavi americane, brasiliane ed europee in luoghi come il Costa Rica, Bali o Tahiti. E' inutile dire che la gente come Lovett spostò la propria ricerca in altri luoghi.

ON A MISSION FOR CASH

Gli anni '80 e '90

Fin dagli anni'80 la crescente industria ha sfruttato a piene mani l'immagine del surfista viaggiatore, sponsorizzando iniziative come 'the Search', l'eterna 'ricerca' di Rip Curl che continua ancora oggi. Il progetto 'Crossing' lanciato da Quiksilver merita una nota a parte: nata con lo scopo di trovare nuove onde di qualità a bordo di una barca esplicitamente progettata per i surf-trip (il celebre Indies Trader giunto oggi alla quarta versione con tanto di elicottero al seguito), la spedizione partì da Cairns in Australia per esplorare in un'anno di tempo il Pacifico Meridionale. Grazie al successo mediatico riscosso, l'iniziativa, si trasformò ben presto in un viaggio di sei anni attraverso Polinesia, Melanesia, Micronesia, Indonesia, le isole dell'Oceano Indiano, Africa, Europa, America Latina, Caraibi ed anche Mediterraneo. La sete di novità dei giornali specializzati spinse l'esplorazione anche in luoghi decisamente inospitali. Dalle acque infestate di pirati dell'arcipelago delle Molucche (esplorato prima da Surfer Mag nel 2000 poi dalla spedizione di John Callahan del 2004) agli iceberg dell'Antartide i surftrip redazionali diventarono la norma. 'Sono i viaggi più difficili a restarti in mente più a lungo' afferma Hans Hagen impegnato nei progetti di Surfer Mag. 'Ci sono luoghi in cui bellezza e pericolo camminano mano nella mano. E' in viaggi così che veramente capisci quanto frivola sia la surf exploration.' Alcune aree del mondo sono divenute accessibili solo recentemente. Non è un caso se il concetto di 'muta da surf' (inventata da jack O'Neill) sia nato a Santa Cruz nei freddi inverni della California Settentrionale ed abbia riscosso un successo planetario rendendo accessibili onde in luoghi come Alaska, Europa Settentrionale e molti altri. 'Non conosci il freddo se non hai surfato con gli orsi polari!' disse Mark 'Doc' Renneker in un'intervista a Surfing dopo la spedizione in Antartide. Fu la spedizione di Surfer in Islanda nel 1996 ad aprire queste nuove vie settentrionali. Nessuno prima di allora aveva pensato che quest'isola, sperduta nel mezzo dell'Atlantico Settentrionale, avrebbe regalato onde di tale qualità. Robert 'Wingnut' Weaver (reso famoso dal film Endless Summer II) ricorda: 'le onde erano veramente divertenti, point e reef di buona qualità ed un river-mouth incredibile. Ovviamente fa freddo ma quando trovi un point lungo tre miglia non ci fai molto caso. Tornerei in Islanda anche subito!' Groenlandia, Svezia, Svalbard, Terra del Fuoco, Nova Scotia, Isole Falkland, Danimarca, Russia, Norvegia sono solo alcune delle nuove destinazioni surf nel regno del grande freddo rese accessibili da mute sempre più tecnologicamente avanzate. 'Mute a parte' afferma Steve Hawk, storico editore di Surfer 'è il crescente numero dei praticanti ad alimentare la ricerca. Ognuno ha bisogno di luoghi adatti alle proprie abitudini di viaggio ed ai propri gusti surfistici. A molti un surf trip in Alaska può sembrare completamente assurdo ma altri, come ad esempio per Renneker, ne hanno avuto abbastanza di palme e bikini e non disdegnano accamparsi all'aperto in climi rigidi.' Doc ha surfato addirittura alle Svalbard, un'isola a nord della Norvegia infestata dagli orsi polari e tanto fredda da far sembrare l'Alaska una destinazione tropicale. Appena tornato a San Francisco poi, ha deciso che era ora di migrare a sud per l'inverno. Se state pensando a destinazioni come il Costa Rica o le Fiji vi state sbagliando. Il suo obiettivo erano le onde dell'Antartide. Ma come nasce un'idea così? A dir suo, la scintilla è scattata grazie all'esploratore inglese Ernst Shackleton. 'Sfogliando il libro di Shackleton' ricorda Hawk, 'ho visto una foto scattata su Elephant Island. L'esploratore aveva, per motivi di sopravvivenza, lasciato l'equipaggio sull'isola ed era andato a cercare aiuto. La foto ritrae il momento in cui i due gruppi si riincontrano, Shackleton sta avvicinandosi alla costa su una lancia a remi, sullo sfondo si vede la nave madre e tutto l'equipaggio sta esultando per il ricongiungimento del gruppo. A venti metri da loro si intravede una piccola onda che srotola ed è stata questa immagine a far nascere l'idea del viaggio in Antartide.' 'Il primo spot che surfammo fu proprio quello della foto' ricorda Hawk 'Quando Chris Malloy ed io abbiamo raggiunto il line-up, il progetto si è realizzato!' Ma è consigliabile un surftrip in Antartide? 'Assolutamente no!' ci assicura Hawk 'è stato uno di quei viaggi-novità, una buona scusa per visitare un posto insolito. Tutti i trip migliori sono così.'

DALLA TENDA ALLA RESORT

Molto spesso i surf explorers sono i precursori di flussi turistici ben più cospicui. Pensate alla scoperta di Bali effettuata da Albie Falzon nel '71, o alle prime spedizioni di John Callahan alle Andamane (1998) e alle Filippine (1992). In pochi anni le location più remote si sono trasformate, nel bene e nel male, in destinazioni di massa. Alcune scoperte hanno infatti il potere di cambiare il modo di viaggiare di innumerevoli surfisti. Nel 1981 Dave Clark lavorava come insegnante a Pago Pago, nelle Samoa Americane. Un amico che aveva navigato attraverso le Fiji gli parlò di questa splendida isoletta appena fuori da Viti Levu e gli consigliò di esplorarla surfisticamente. Quell'isoletta era Tavarua e quelle prime camere costruite da Clark proprio di fronte all'onda di Restaurants cambiarono per sempre l'idea di surf-trip presentando, nel bene e nel male, il concetto di surf-resort. 'Penso che sia stata un'evoluzione naturale,' sostiene Clark, 'la popolazione surf cresce e la gente vuole surfare luoghi diversi e più remoti. La natura ha fatto un lavoro splendido creando il reef di Restaurants e Cloudbreak e così abbiamo pensato che sarebbe stato bello offrire ospitalità ai surfisti in un posto così.' Era la prima surf resort ed il messaggio ai surfisti era chiaro. Dimenticatevi gli zaini, le tende e le lunghe camminate attraverso i pericoli della giungla. Una semplice strisciata di carta di credito vi garantisce onde perfette, tre pasti al giorno ed una suite con aria condizionata davanti all'onda dei vostri sogni. Nel 1984 Surfer Magazine grazie ad un articolo di Naughton e Peterson divulgò questo nuovo stile di viaggio e da allora, questi business si sono moltiplicati in maniera non sempre corretta e sostenibile dall'Indonesia al Cile passando per Giappone, Polinesia ed Europa. Un'avventura simile fu quella di Tony Hinde e Mark Scanlon che nel 1975, sulla rotta dallo Sri Lanka al Sudafrica urtarono la barrierea corallina delle Maldive e furono 'costretti' a vivere e surfare l'atollo di Malè per alcuni mesi prima di poter ripartire verso l'Australia. Questa storia, resa famosa dall'articolo di Shawn Shamlou sul Surfer's Journal, è esemplificativa del rapporto tra esplorazione e turismo. Le onde migliori, quelle fuori da Malè, vennero scoperte solo durante il quarto trip quando Tony decise di esplorare un'isola su cui aveva visto rompere onde la stagione precedente. Quella spedizione in Doni (la barca tipica maldiviana) cambiò per sempre la sua vita: non una ma due onde perfette rompevano su un'isola praticamente disabitata. Un picco perfetto con destra e sinistra lunghissime furono la ricompensa per quattro anni di disavventure. Alla fine di quella prima session di assaggio Tony capì di essere arrivato al capolinea del suo viaggio, cercò un villaggio abitato sulla vicina isola di Himmafushi e surfò da solo Sultan's e Honky's per quasi vent'anni. Oggi Tony ha abbracciato la religione islamica, si è sposato con una donna locale ed ancora vive alle Maldive dove, sfruttando il successo della sua surf resort sull'atollo di Kanuhuraa, surfa quasi tutto l'anno la sinistra privata di Pasta Point. Al giorno d'oggi non occorre però naufragare su un atollo per trovare il proprio 'nirvana'. Sono sempre di più i surfisti che decidono di trasferirsi in paesi in via di sviluppo proprio per essere più vicini ad onde splendide e clima mite. Pensate alla quantità di americani in Costa Rica, agli Europei a Bali, ai Francesi in Polinesia. Nel bene e nel male hanno trovato la loro 'Santosha' alla fine di un surf-trip. Ma che fine ha fatto allora il surf trip classico, quello in cui vai in un luogo che non conosci e speri di trovare le onde? 'Si, ci sono ancora surfisti che raggiungono posti remoti, magari a bordo di barche di pescatori e vivono con cento dollari al mese di fronte ad onde perfette,' dice Randy Rarick 'quando avevo vent'anni facevo così anch'io ma con gli anni, ho sentito il bisogno di massimizzare il mio tempo. Ho speso mesi guidando lungo le coste dell'Africa Occidentale su strade polverosissime, aspettando una mareggiata decente. Settimane intere buttate via di fronte ad un mare piatto, mangiando cibo pessimo. Puoi anche trovarci un lato romantico se vuoi, suona figo guidare attraverso il deserto in cerca di onde, ma guardando indietro mi vengono in mente anche tanti giorni di merda nei quali avrei preferito essere da qualche altra parte. E' per questo che non sono contrario alle surf resort se aiutano la gente a massimizzare il proprio tempo tra le onde.'

IL NUOVO MILLENNIO

Ci sono però zone che, a causa delle difficili condizioni di vita o della situazione politico-militare, restano praticamente impermeabili a tutto questo. 'Negli anni '70' racconta John Callahan in una intervista a SurfNews 'il mondo era un libro aperto. Onde come Gradjagan a Java e Tavarua alle Fiji erano appena state scoperte. Il mondo era forse più sicuro di ora ed i surfisti avevano abbastanza motivazione, tempo e soldi da inseguire onde fino ai quattro angoli del globo. Non è una coincidenza che sia G. Land che Tavarua, posizionate sulle rotte tra Sydney, Nandi (Fiji) e Jakarta, vennero avvistate dai passeggeri di voli di linea. Per scoprire onde così oggi non basta guardare fuori dal finestrino dell'aereo. A quarant'anni dall'inizio dell'esplorazione surf puoi stare sicuro che ogni spot raggiungibile in auto è già stato surfato e mappato. Ci sono eccezioni ovviamente ma nel mondo occidentale ogni onda vicina ad un centro abitato è stata già visitata da un surfista.' Tra i grandi buchi neri della surf exploration mondiale, l'Africa è in assoluto il più profondo. Nonostante molte siano state le spedizioni (a partire da Endless Summer) lungo la sua costa occidentale, i surfisti sono principalmente abituati a sentir parlare di Marocco, di Dakar e del Sud Africa. Ma cosa si nasconde nel resto del continente nero? Una risposta sta tentando di darla Stuart Butler, lo scrittore surfista inglese che da anni esplora gli angoli più inconsueti dell'universo surf per riviste come Surfer's Path, Surf Session, SurfNews e le guide Lonely Planet. 'Anche se la terra è stata completamente esplorata e mappata dal punto di vista scientifico, enormi porzioni di costa restano ancora inesplorate nel loro potenziale ondoso. I surfisti sono in una situazione simile a quella dei cartografi medievali.' scrive Stuart in un articolo su Surfer's Path, 'I primi esploratori europei venenro in Africa a cercare ricchezza e la trovarono sotto forma di schiavi, oro ed avorio. Io stavo cercando un altro tipo di ricchezza.' E Stuart di onde ne ha davvero trovate tante aprendo vie attraverso Mauritania, West Sahara, Guinea Bissau, Benin, Togo, solo per nominarne alcune delle sue avventure. Sopravvivere alle asperità della costa africana (Stuart è quasi morto per la malaria contratta in Guinea Bissau ed ha passato non pochi patemi a causa dei campi minati così frequenti nel continente nero) ha reso l'esploratore inglese praticamente inarrestabile. Ed allora perchè non continuare la ricerca in Medio Oriente? Avete mai notato che ha uno dei fetch più lunghi del pianeta? Del resto se le Maldive e Sri Lanka hanno buone onde perchè non dovrebbero averle anche le coste del Mare Arabico? Uno stimolo per tutti fu la fortunatissima spedizione alle isole Andamane ideata da John Callahan nel '98 alla quale presero parte Sam George di Surfer, Jack Johnson e Chris Malloy. Le foto di John scattate a Kumari point dimostravano che c'era ancora molto da scoprire in Asia. Di fatto un manipolo di inglesi capitanato da Butler ed un francese (Antony Colas) surfarono in Pakistan nel 2000. Anche se, vista la situazione politica, un viaggio turistico qui non è certo consigliabile, quel trip rimase memorabile. 'Fu una foto aerea delle costa pakistana a far nascere questo progetto.' Racconta Butler a Surfer's Path 'un antico fiume ormai completamente asciutto serpeggiava tra dune arancio del deserto del Makran e proprio alla foce si vedeva una lunga e potente destra. Ci ho pensato su per mesi poi ho preso la decisione. Devo andare a surfare questo deserto di mito e mistero.' La sete di oriente non si spense certo con il viaggio in Pakistan. Nel 2001 in una spedizione organizzata da Emiliano Mazzoni di SurfNews (assieme ai rider Francesco Palattella, Emiliano Cataldi e Alessandro Maddaleni) le onde della costa meridionale dell'India vennero per la prima volta, mostrate al mondo del surf. L'anno successivo lo stesso Callahan, assieme ai McIntyre, Randy Rarick ed Antony Colas estese l'esplorazione all'Andra Pradesh, la costa orientale del subcontinente. Gli articoli di quei due trip vennero pubblicati da innumerevoli riviste specializzate destando la curriosità di tutta l'editoria dall'Europa agli States fino in Giappone. Nel 2003 di nuovo Butler surfò per primo le onde dello Yemen e dell'isola di Socotra confermando la sua teoria che il golfo di Aden è una vera fucina di point perfetti. E la Russia? Nulla sembrerebbe più lontano dall'immagine del surf della stella rossa dell'ex unione sovietica. Eppure la spedizione di Shayne McIntyre nelle isole Kuril in Russia, fruttò un bottino fotografico davvero ragguardevole. Il luogo non era certo accogliente per via delle tante basi militari e per il clima rigido del mare di Okhotsk eppure Shayne ricorda quel trip come uno dei migliori di sempre: 'non stavamo cercando una nuova Kirra, volevo sentirmi fragile, vulnerabile agli elementi ed alle pressioni dell'esercito russo che ci voleva cacciare dall'isola. Da solo, lungo una spiaggia vergine, nel mezzo di una tempesta in Russia.. non potevo essere più felice!'

DIMENSIONE MEDITERRANEO

Le spedizioni chirurgiche

Ma cosa è rimasto da esplorare allora? Internet e Google Earth hanno reso ogni angolo del mondo estremamente accessibile. Basta scaricare le foto satellitari analizzare i modelli meteo ed organizzare la logistica. Nonostante molti si lamentino della mancanza di poesia che questo comporti, io penso che la scienza apra infinite possibilità esplorative a chi ha tempo e tanta immaginazione! Ne sono una riprova le spedizioni iper-tecniche in voga in questi ultimi anni. A questo nuovo stato conoscitivo sono da attribuire le scoperte dei Cortes Banks, al largo di San Diego ma anche le onde di Hainan in Cina (Callahan ' Bleakley 2002), di Jeju Do in Corea (Callahan ' Cataldi 2004), della Numidia (SurfNews '03 ' '05) e della costa Turca nel Mar nero (Colas '03), e persino del Pororoka, l'onda che risale il Rio delle Amazzoni in Brasile, tutte surfabili solo con ristrettissime condizioni meteorologiche. Questo nuovo tipo di surftrip potrebbe essere definito 'chirurgico' per quanta importanza abbia la preparazione scientifica e la flessibilità sul campo. 'Le spedizioni nel Mediterraneo sono sicuramente le più impegnative dal punto di vista logistico e, a causa della natura delle perturbazioni, raramente durano più di una settimana' spiega Emiliano Cataldi che ha partecipato a quasi tutte le spedizioni eplorative di SurfNews e collabora costantemente con John Callahan e Dustin Humphrey . 'Bisogna intuire la situazione metereologica ottimale, reperire la cartografia per studiare i fondali ed organizzare la logistica del trip in meno di 48 ore. Quando va bene arriviamo on spot con 12 ore di anticipo, surfiamo quattro giorni, ci lasciamo un giorno per le foto di life style e ripartiamo esausti al sesto giorno'. Il Mediterraneo merita una nota a parte visto la popolarità che sta risquotendo sulle riviste di mezzo mondo. Nonostante i surfisti già stessero godendosi le onde dai tardi anni '70, fu solo nel 2000 che si accesero i riflettori dei media sul mare interno. A parte sporadiche foto sugli americani Surfer e Surfing (spesso fornite da Doc Paskowitz residente in Israele dal '68) fu la rivista inglese Surfer's Path a dedicare, per prima, ampio spazio alle onde Italiane con l'articolo 'The far off island of Sardegna' di Nik Zanella ed Emi Mazzoni. Quelle prime immagini di Capo Mannu e Sa Mesa ritratte al meglio della loro forma fecero il giro del mondo anche attraverso le pagine della StormRider Guide innestando, tra le tante testate surf, una vera corsa a foto di onde perfette su scenari mediterranei. 'Di colpo ci siamo resi conto di avere un play-ground enorme ed inesplorato davanti a noi.' racconta Emi Mazzoni ripensando a quei primi tempi, 'Ancora adesso, nonostante i tanti viaggi, ci sono ancora onde deserte e perfette nascoste tra le falesie del mare interno.' Tante gemme nascoste hanno messo la pulce all'orecchio anche ai più esperti surf explorers. Stuart Butler fu il primo a seguire SurfNews in Sicilia settentrionale nel 2001, un'esperienza che anche John Callahan volle fare nel 2005 assieme a Sam Bleakley, Nicola Zanella ed Emi Cataldi. Stuart però spinse anche nel mare interno i limiti dell'esplorazione documentando nel 2005 una enorme mareggiata ad Alessandria in Egitto. Dustin Humphrey (fotografo di Transworld Surf) ebbe modo di ritrarre la perfezione di Sardegna, Calabria, Liguria in svariati trip tra il '03 ed il '06 per le pagine di Transworld Surf e durante le riprese di Sipping Jetstreams effettuate in Egitto e Calbria nel 2005 con l'aiuto di Emiliano Cataldi. Ma alla fine, cosa hanno in comune questa miriade di viaggi? 'La surf exploration è come la ricerca del Santo Graal' ironizza Randy Rarick 'per quante scoperte puoi fare, ci sarà sempre qualcosa di migliore dietro l'angolo. Se sei contento di quello che hai trovato puoi fermarti e dire ok, io sono arrivato, metto su casa. Ma per i più, la ricerca è uno stato mentale e semplicemente non ha fine.' Quindi qualsiasi sia il vostro mezzo di locomozione, il vostro raggio di azione ed il vostro budget, ricordate che la strada è una scelta, la scelta di ognuno di noi.


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