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IL CODICE SANTINI

a cura di Leonardo Santini e Nicola Zanella Condividi SurfNews

I bagni di risucchio, i canachi e l'Art Nouveau.

La storia di un contatto e di un oblio.

Contaminazioni, parole, mondi che vengono a contatto per brevi istanti prima di un nuovo oblio: anche di questo è fatta la storia del surf, soprattutto in Italia. Febbraio 1899, è una domenica qualsiasi per le strade di Ferrara, l'aria è gelida e l'umidità appesantisce i cappotti di feltro dei passanti. Le Hawaii e le sue spiagge sono lontanissime. Qui è la nebbia a fare da padrona e sfuma i tratti delle vie e delle case invitando alla lettura. Antonio ed Orfeo Santini hanno poco più di vent'anni ed abitano nella villa liberty di famiglia, in Via Cavour, a qualche centinaio di metri dal castello estense. I Santini sono i proprietari dell'unico stabilimento industriale della città: realizzano elementi di arredo urbano, panchine, gazebo ed eleganti macchine da caffè nello Stile Floreale (Art Nouveau) tanto in voga all'epoca. Sono personaggi curiosi ed eccentrici ed amano trascorrere i pomeriggi leggendo e catalogando i volumi che riempiono lo studio del padre. Antonio sfoglia il numero di febbraio della rivista Natura ed Arte, un'elegante periodico di costume e cultura. Arrivato alla rubrica 'miscellanea', un articolo colpisce la sua attenzione. 'Uno Sport delle Isole Hawai', lo legge e depone la rivista tra i volumi 'da conservare' in una pesante cassa di legno. Ora, oltre cento anni da quel giorno d'inverno, il ritrovamento di questa rivista ci regala la prima testimonianza letteraria a parlare di surf in lingua italiana. Mai i fratelli Santini avrebbero pensato che, nel tempo di due generazioni, quei curiosi 'bagni di risacca o di risucchio' di cui parla Lino Pasqua si sarebbero trasformati da passatempo dei Canachi a passione sportiva per gli stessi italiani inclusi i propri discendenti diretti.

IL RITROVAMENTO

I lasciti importanti attraversano le generazioni seguendo percorsi patri-lineari. È stato mio padre, infatti, a riaprire e riordinare quella cassa gelosamente custodita in un granaio da mia nonna Celestina ed è dalle sue mani che ho ricevuto il prezioso fascicolo. Natura ed Arte è quindicinale illustrato con copertina litografata a colori, pubblicato dal 1893 al 1906 a Milano da Vallardi Editore ed esplicitamente ispirato al movimento culturale del Art Nouveau. Gli articoli sono accompagnati da splendide decorazioni, per lo più raffinate composizioni di uccelli e fiori e da fotoincisioni di elegante fattura. Anche i temi trattati tengono fede al mood culturale di fine secolo: il preziosismo, l'esotismo, l'allusione ai mondi del passato, l'opposizione al positivismo e l'interesse verso la natura romanticamente intesa come fonte di stupore ed ispirazione artistica costituiscono la linea editoriale della testata. Fra i collaboratori della rivista spiccano nomi di intellettuali illustri come la scrittrice sarda Grazia Deledda, all'inizio di una carriera che le frutterà il Premio Nobel nel 1926. Le due colonne che ci riguardano si intitolano 'Uno sport delle isole Hawai' e si trovano in una sezione riservata a stranezze quali i Gamberi Mostruosi e la nuova Lampada Elettrica ad Incandescenza, allora appena sperimentata. Per darvi un'idea del valore storico di questo ritrovamento basti ricordare che, nel 1899 la pratica di cavalcare le onde, era diffusa solo tra le tribù della Polinesia che l'editore generalizzando chiama 'canachi' (canaco si usa oggi in riferimento ad una etnia di Vanuatu in Melanesia). Il surf 'bianco', ad eccetto di uno sporadico episodio nel 1885 a Santa Cruz che vide tre giovani principi hawaiani cimentarsi alla foce del San Lorenzo, sarebbe approdato in California solo nel 1907 con George Freth e non avrebbe trovato seguaci almeno fino agli anni '20 di Tom Blake. Conscio di ciò che tenevo in mano, ho letto l'articolo lentamente, nel salotto buono di casa, assaporandone ogni parola proprio sotto i severi ritratti dei bisnonni. Eccovi il testo integrale:

'Uno sport dalle isole Hawai. I bagni di risucchio. Per i naturali delle isole del pacifico, i canachi, il mare è l'elemento prediletto. Due o tre giorni dopo la loro nascita i bambini vi sono portati dalle madri e parecchi sanno nuotare prima di saper camminare; perciò tra i canachi esistono ammirabili palombari e meravigliosi naviganti. Con le loro bilancelle, piccole piroghe a bilancia, s'avventurano spesso a grande distanza sul mare: s'avvicinano agli scogli subacquei, li evitano con destrezza e utilizzano con una rara abilità, per atterrire, la potenza dei flutti...'

Il trafiletto apre descrivendo lo splendido rapporto di questa popolazione con l'elemento liquido. E' quando entrano in gioco le onde, però, che il testo si fa linguisticamente interessante:

'...Ma dove l'abilità di questi isolani nell'arte del nuoto si mostra in tutta la sua bellezza è soprattutto negli esercizi del giuoco nazionale per eccellenza, conosciuto sotto il nome di bagni di risacca o di risucchio. Ecco in che consiste. Ogni bagnante è munito di un'assicella (papa be naru) per scivolare sulle onde. Quest'assicella talvolta è piatta ma spesso un po' convessa ai due lati. Allorchè il tempo è favorevole ogni Hawaiano prende la sua assicella e naviga verso il largo, spesso a più d'un miglio (1600m.) in mare: allora si stende sopra un'estremità dell'asse ed aspetta l'arrivo di un'ondata enorme, che avanza rotolando per andarsi a frantumare sulle scogliere della spiaggia ma allorchè giunge l'istante opportuno egli si slancia con la sua assicella, sulla quale si stende col ventre, per prendere posizione sull'onda; deve arrivare a mettersi in equilibrio quasi sulla cresta di essa e deve mantenersi. Se a ciò arriva, è trascinato dal flutto con una velocità meravigliosa, tra la schiuma e gli spruzzi; si lascia così trascinare fino ad una piccolissima distanza dalla costa, talvolta appena 1 o 2 metri; quando si crede che egli stia per essere frantumato dagli scogli, annegato dal risucchio, egli dirige il suo fragile schifo in mezzo alle anfrattuosità, oppure si lascia scivolare fuori dalla sua assicella, la prende a metà e si tuffa per ricomparire un momento dopo in pieno mare mentre l'onda rotola, schiumeggia e si spezza muggendo. E' con profonda emozione, quasi con angoscia che si assiste per la prima volta a questo giuoco ardito...'

Posso solo immaginare i problemi di traduzione incontrati dal redattore quando termini come surf, swell e plank sono entrati in gioco. Il testo infatti è una traduzione 'abbellita' dall'editore italiano dei resoconti di James King che, giunto nel 1759 alle Hawaii come luogotenente al seguito della spedizione di Cook, si sostituì al grande esploratore nella stesura del diario di bordo descrivendo, per la prima volta in una lingua occidentale, l'arte del surf. (riportato per intero a pag. 32 di Surfing, a history of Ancient Hawaiian Sport, Pomegranade '96). Vista la mancanza in italiano di una parola adatta a definire questa strana pratica, la scelta del traduttore, forse influenzata dalle immagini, è caduta sulla frase 'Bagni di Risacca o di Risucchio' di fatto nominalizzando per la prima volta il nostro sport in italiano. Forse non è stata la scelta linguistica più felice della nostra letteratura ma non dimentichiamo che la parola 'surf' che noi usiamo direttamente in inglese, proviene addirittura dal termine indiano ('suffe') entrato nella lingua inglese solo nel XVII secolo e sicuramente di difficile comprensione per il curatore italiano. La parola scelta per rendere l'idea di tavola (Plank nel testo inglese, Schifo in italiano) è, se possibile ancora più strana ma non meno linguisticamente efficace! Non fatevi ingannare dal significato odierno: 'Skif' nel suo etimo inglese medievale non significa nulla di 'orrendo' o 'schifoso' ma denota una piatta barca a chiglia planante ancora oggi usata lungo le coste del Regno Unito. I dubbi su questa parola devono essere stati molti, tantè che Pasqua preferisce affiancare alla sua traduzione sia la parola Hawaiana papa he nalu, che termini dall'italiano colloquiale come 'asse' e 'assicella'. Di particolare interesse descrittivo sono anche le due immagini che accompagnano il testo. Si tratta di riproduzioni di fotografie su lastra scattate alla fine del secolo, storicamente di proprietà del Bishop Museum di Honolulu. Va notato che, mentre il testo di King è stato scritto durante l'apice culturale della società hawaiana (circa 1780), le immagini sono state scattate sulla spiaggia di Waikiki oltre cento anni più tardi, quando ormai la pratica del surf e tutte le forme culturali polinesiane erano in declino, vietate ed osteggiate dai colonizzatori bianchi e dai cristiani calvinisti. Ma che giudizio esprime il curatore italiano? Trattandosi principalmente di una traduzione, l'editore ha riservato ben poco spazio al proprio parere. Le due righe conclusive, indirizzate alle benestanti lettrici della testata, ad una prima lettura sembrano addirittura schernire questa pratica.

'...Sento alcune lettrici che mormorano: - meglio il law-tennis. Mi sottoscrivo subito.'

Non dobbiamo però dimenticare che nell'Italia di fine ottocento la 'balneazione' cioè la fruizione a scopo turistico-ricreativo della spiaggia muoveva i suoi primi passi in selezionate località come Rimini o Capri e che solo con le terme e le colonie del ventennio fascista si sarebbe diffusa tra gli strati medio-bassi della società. Per la stragrande maggioranza della popolazione, nel 1899, le onde e la spiaggia erano sinonimo di pericolo e non certo di divertimento. In spiaggia si naufragava, si moriva, si combatteva e si lavorava. L'immagine di un Canaco in piedi su uno 'schifo di legno' poteva allora suscitare stupore, non certo desiderio d'emulazione! In questa ottica è forse più comprensibile il tono snob-ironico di Lino Pasqua riguardo il nostro 'ardito giuoco'.


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