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LA SCOMUNICA

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

E altre storie dal Mezzogiorno.

Per quanto fossi psicologicamente preparato a dover ricorrere ad una dose massiccia di pazienza, il fatto che a fine Novembre stessimo ancora aspettando l'arrivo della prima mareggiata consistente della stagione, di fronte ad un mare desolatamente piatto, ha iniziato a far vacillare anche le ultime labili certezze che riponevo nelle potenzialità del mare interno. Meteorologicamente parlando lo scorso autunno ha letteralmente spaccato in due la comunità surfistica Italiana, regalando una stagione più o meno nella norma alle due isole maggiori, Toscana, Liguria ed alto adriatico e lasciando praticamente a bocca asciutta le regioni del medio e basso versante tirrenico e di quello jonico. Causa principale di questa scomunica meteorologica inflitta a noi surfisti del centro e sud Italia è stata un nucleo di alta pressione che si è consolidato per mesi coprendo come un ombrello le nostre regioni e chiudendo la porta ad ogni possibile infiltrazione di correnti umide. Con conformazioni bariche come quella riportata in alto le speranze di poter surfare gli spot di casa erano ridotte quasi a zero. Per interminabili settimane il consolidamento dell'alta pressione ha impedito a qualsiasi perturbazione di origine atlantica di irrompere nel Tirreno spingendosi oltre le Bocche di Bonifacio ed il Canale di Sardegna, ed ha inibito la formazione di minimi depressionari sul mar Jonio ed il golfo della Sirte costringendo anche i surfisti di Puglia, Calabria e Sicilia orientale ad un lungo periodo di digiuno. Per dirla in parole povere, surfare il Tirreno e lo Jonio fra metà Ottobre e metà Dicembre ha costituito una sorta di tabù: tutti ne parlavano ma nessuno (o quasi) lo ha fatto sul serio. Il fatto che questo periodo di piatta abbia coinciso con un'ondata di caldo decisamente insolita per il periodo autunnale ha contribuito ad alimentare inquietudini e speculazioni di ogni tipo sulle possibili ragioni del fenomeno: gas serra, riscaldamento del pianeta, mancato rispetto del protocollo di Kyoto, spostamento dell'asse terrestre sono solo alcune delle probabili cause di quello che in molti si sono affrettati a definire uno sconvolgimento climatico su scala globale. Di sicuro c'è che le previsioni, elaborate dopo la scorsa estate dagli istituti di previsione meteo più accreditati e che paventavano un inverno più freddo della norma nel bacino del Mediterraneo e nell'area dei Balcani, sono andate completamente disattese. Tutto può ancora succedere, è vero, ma sta di fatto che al momento di andare in stampa (fine gennaio), al centro sud le mimose sono già fiorite da due settimane e la temperatura, fuori e dentro l'acqua, sia decisamente primaverile. A riguardo la comunità scientifica sembra essere divisa in due correnti di pensiero ben distinte: da una parte ci sono gli ottimisti, quelli secondo i quali i cambiamenti climatici che osserviamo rientrano nelle oscillazioni cicliche dei parametri atmosferici attorno a valori medi costanti, mentre dall'altra ci sono i fatalisti che gridano al riscaldamento globale pronosticando una progressiva desertificazione dell'area del Mediterraneo. Fra i due fuochi, è il caso di dirlo, ci siamo noi surfisti che, avendo sviluppato una dipendenza ossessiva dalle previsioni meteo, siamo costantemente esposti alle ragioni degli uni piuttosto che degli altri. Quello che dal canto nostro abbiamo potuto riscontrare è che anche quando le onde sono finalmente arrivate sulle coste 'scomunicate', le perturbazioni sono state in genere molto violente ma altrettanto veloci, disattendendo spesso le aspettative di coloro che hanno atteso per lungo tempo che la mareggiata perfetta si materializzasse nel loro homespot. Azzeccare la giornata dell'anno in un determinato spot non è mai stato facile, ma l'autunno appena trascorso è stato senza dubbio il più difficile con il quale i surfisti italiani, almeno quelli del centro sud, si siano dovuti confrontare negli ultimi anni. Se si pensa poi alla quantità di risorse meteo attualmente disponibili in rete, risulta ancora più evidente di quanto il vero limite di questa stagione sia stato la mancanza di materia prima: le onde. Uno degli esempi più rappresentativi fra le vittime illustri della scomunica autunnale è stato probabilmente Banzai, spot di riferimento della scena laziale, nel quale i surfisti locali, dopo una mareggiata estiva verificatsi verso la metà di agosto, hanno dovuto attendere fino al periodo di Natale per surfare onde più consistenti del 'solito' mezzo metro ventoso. Un altro caso di frenesia da mancanza di onde si è verificato in concomitanza della gara in programma a Bova che ha tenuto per mesi incollati alle previsioni almeno un centinaio tra atleti, organizzatori e fotografi. Chi ha potuto, e in questo quadro come dargli torto, ha approfittato per migrare verso destinazioni più ondose, mentre chi come me ha scelto di trascorrere l'autunno a casa si è dovuto adeguare e, armato di tenacia, ha macinato chilometri e chilometri di strada a caccia di onde 'giù' per la penisola. In un quadro meteorologico così disastroso la decisione di andare 'a sud' a molti è sembrata un controsenso: perché ostinarsi a cercare onde lungo coste che sono state dormienti per così a lungo? Perché giocarsi le sorti di una stagione scommettendo su un cavallo, il sud, che fino ad ora si è dimostrato perdente se messo a confronto con altre realtà italiane, come ad esempio il nordovest? La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo: nel desiderio di conoscere sempre più a fondo un mare così imprevedibile era venuto il momento di prendere qualche rischio e giocarsi il tutto per tutto. Anche guardare la piatta dritto negli occhi se necessario. Certo, sapevamo benissimo che avremmo potuto surfare in altre regioni senza complicarci troppo la vita, ma probabilmente quello che stavamo cercando era qualcosa in più, forse stavamo inseguendo quel senso di libertà che solo andare controcorrente ti può dare. Possibile che il surf d'autunno fosse finito davvero? No, si è solamente fatto desiderare come una donna al primo appuntamento, e quando finalmente si è rivelato dopo essere stato dato quasi per disperso, ci è apparso attraverso gli alberi, dietro una collina, o alla foce di un fiume così come lo vedete in queste foto.


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