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TUTTO SOTTO IL CIELO

a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews

CINA E TIBET

Dalle onde del Mar della Cina alle nevi dell'Everest.

Un viaggio attraverso due mondi e mille contraddizioni.

'Troppo spesso gli alpinisti dimenticano che le vette si dovrebbero scalare a partire dal mare perchè è li, e non al campo base, che inizia la salita' mi ha ripetuto più volte l'editore di Montagnard, Federico Acquarone nelle nostre chiacchierate. La strana idea di raggiungere la montagna più alta del mondo partendo da dentro un'onda mi è nata proprio leggendo i suoi reportage su questo ambiente, così diverso dal nostro ma ugualmente fragile e carico di energia. Per un paio di anni l'idea di investigare in un solo viaggio queste due realtà quasi antitetiche, mi ha affascinato ed impaurito fino a partorire questo progetto che ha unito le onde del Mare della Cina alle nevi del Tibet attraverso le minotranze etniche dello Yunnan ed il caos high-tech del miracolo cinese.

ATTRAVERSO LA FINE

Questo racconto inizia, o forse trova senso, proprio dove finisce la strada. L'asfalto si è interrotto. Lobsang, il nostro autista, lavora come quasi tutti i tibetani, al servizio di un cinese di etnia Han. Ovviamente parla mandarino ma in momenti come questi gli escono solo improperi in dialetto, facendomi sentire completamente fuori luogo. A settembre la stagione turistica sta per volgere al termine in Tibet e presto Lobsang abbandonerà la strada per tornare alla fattoria dove lo attendono la sua donna Daku, gli yak Ropo e Piiu e la figlia di sei anni, Lhami, ammalata di rachitismo. Pelle scura, zigomi alti, occhi profondi ed arrossati da quattro mesi di polvere e tabacco, ora, sogna solo una tazza di Chai bollente al burro di yak, una ciotola di farina d'orzo tostato e un po di carne secca. Ma i suoi sogni sono bloccati da un camion. Siamo in coda lungo la Friendship Highway, l'arteria ancora parzialmente in costruzione che collega Lhasa in Tibet a Katmandù in Nepal, di fatto unendo on-land i due universi culturali di Cina ed India che proprio lungo la catena himalayana vengono a contatto, sfumando l'uno nell'altro. E' attraverso questo sinuoso tracciato che il Buddismo ha raggiunto la Cina e l'estremo oriente a partire dal II Secolo a. C. ed è da qui che passano le carovane di tibetani (circa tremila all'anno) in fuga verso i campi profughi in India. Le due parole 'autostrada' e 'amicizia', sono però quelle meno indicate a descrivere la scena che abiamo davanti agli occhi e l'atmosfera che si respira. A lavorare lungo questa polverosa strada sono principalmente i seminomadi Dropka delle vallate vicine, un'etnia abituata a vivere di agricoltura e pastorizia. Il loro ambiente è il primo a sfaldarsi all'arrivo delle ruspe ed è veramente triste vederli lavorare ad una strada che sancisce la loro stessa fine. Oltre questo punto, al momento posizionato poco distante da Tingri, inizia il Tibet più genuino, quella fragile area in cui la silenziosa sacralità dell'altipiano non è stata ancora alterata dalle imponenti opere edili, come la contestatissima linea ferroviaria Qinghai-Tibet inaugurata il luglio scorso, patrocinata da Pechino per aumentare presenza ed interessi Han in questa regione solo nominalmente 'autonoma'. Il camion dietro cui siamo fermi è esso stesso un simbolo di cambiamento. Il famoso 'Vento dell'Est' (Dongfeng) è un automezzo orgogliosamente voluto da Mao Zedong nel suo piano per costituire il Terzo Blocco. Nel '68 in piena guerra fredda, la fabbrica era nascosta nelle lande del remoto Hubei al riparo dalla minaccia russa ma ora, caduto il pericolo Russia, la Dongfeng Motor Corp. è divenuta un colosso semistatale che vanta joint venture con multinazionali del calibro di General Motors, Honda, Peugeot. Questi robusti mezzi sono i veri testimoni della crescita cinese. Sporchi, carichi di calce e notoriamente indistruttibili, se ne vedono a migliaia nei cantieri come questo dove fisicamente prende forma la Nuova Cina e nessuno (neppure Prodi proprio ora in visita assieme a 500 industriali italiani) si scandalizza tanto se, tra i side-business di questa ditta ci sia anche il rifornimento di armi a Myanmar e Sudan. La scena è la stessa ovunque nei cantieri. Sul solido rimorchio una squadra di operaie scarica sacchi di ghiaia da 50kg in una nuvola densissima di nafta e polvere. A terra gli uomini issano i sacchi su un piccolo trattorino chiamato Shoufu col quale li depositano lungo il tracciato della strada di lato alla bettoniera che, sfornando cemento, risulta essere il cuore pulsante di tutto il processo. Ogni giorno la bettoniera si sposta di qualche metro verso la frontiera nepalese ed a coordinare questa triste carovana, sta un cinese bianco e paffutello con l'ombrello bianco delle olimpiadi di Pechino '08 ed il cellulare attaccato alla cintura. L'attesa si fa snervante, e neppure le richieste dell'autista al conducente tibetano del camion sortiscono alcun risultato. Scendiamo dall'auto per sgranchirci le gambe. Nel vicino accampamento a ridosso di un muro a secco, alcune operaie in pausa bevono Chai, togliendosi vicendevolmente dai capelli le uova di pidocchi ed allattando i bambini in condizioni igieniche pessime. Dai loro vestiti mi accorgo del grado di inquinamento che il loro stile di vita sta subendo. Alcune, nonostante i riconoscibilissimi tratti somatici indo-ariani, si sono già sinizzate ed indossano abiti sintetici di chiara fattura cinese, altre sembrano arruolate di fresco e lavorano senza guanti avvolte nel tradizionale scialle Drokpa, chiuso davanti da una alta fibia in argento. Sono i bambini a pagare più caro il cambiamento: novanta bambini su mille muoiono in Tibet per carenze alimentari o malattie curabilissime come la dissenteria e la carenza di vitamine. Quando le porte della nostra Jeep si aprono una folla di ragazzini bassissimi si avvicina. La maggioranza di loro è visibilmente denutrita, molti hanno i pantaloni tagliati sul sedere per essere più 'comodi' nelle frequenti raffiche di diarrea. 'Hallo money! Hallo money!'. Non faccio a tempo ad aprire il sacchetto delle merendine che i bambini già si accapigliano scatenando il panico anche tra le madri. Dopo oltre un'ora, quando anche l'ultimo sacco di cemento è stato scaricato e le carte delle merendine volano nel vento gelido, il Dong Feng esala uno sfiato di nafta nera e si sposta. I bambini salutano in fila sul ciglio. Su un muro a lato della strada uno di loro ha scritto con una pietra rossa sei traballanti caratteri: 'voglio andare a scuola, voglio vivere in città'.

FORESTIERI

A pochi chilometri da Rongphu l'autista rompe il silenzio col suo humor diretto. 'Non capisco cosa veniate a fare voi forestieri in un posto come questo!' mi dice accennando un sorriso per sdrammatizzare. 'La vetta dell'Everest non si vede neppure dal campo base avanzato (a seimila metri) ed il tempio è uno dei più piccoli del Tibet'. E non ha tutti i torti. Dopo aver visitato il Potala a Lhasa (la residenza del Dalai Lama) ed il Monastero di Tashilumpo a Shigatse (sede del Panchen Lama) questo modesto stupa ricoperto di preghiere di plastica delude alquanto. Non serviva attraversare il globo per capire che, più che un luogo, l'Everest per gli occidentali è un capriccio. Un monte sacro che in foto diventa souvenir, un trofeo per gli alpinisti e gli 'amanti della natura' a cui non importa se la presenza turistica qui costituisce miseria, inquinamento e ineguale distribuzione di ricchezza. Da bravo 'simpatizzante' buddista so bene che è giunto per me il momento di espiare il mio bad karma. In parole povere, il viaggio mi ha ridotto in condizioni fisiche pietose. Ho infranto ogni regola sanitaria possibile passando dai 600 metri di Kunmin, (la capitale dello Yunnan) a 5300 metri di quota in poco più di tre giorni anzichè in dieci come consigliano le guide. In lontananza, oltre ad un desolato altipiano di pietre, il tronco del Qomolangma nasconde almeno tre dei suoi otto mila metri dentro una cortina di nuvole minacciose. A pochi metri dalla nostra Toyota, sotto lo stupa, i portatori, riconoscibili dai capelli intrecciati con fili rossi e cilindri di osso di yak, attendono gli alpinisti ed i gruppi di turisti che nutrono il capriccio di essere accompagnati 'in quota' al campo base. Da quando nei tardi anni '80 il governo cinese ha aperto il Tibet al turismo, i monaci di Rongphu, riluttantemente forniscono a questi stranieri un letto sfondato ed una ciotola di cavolo ammuffito. Questo infatti è ciò che gli impone il Ministero del Turismo in cambio di una parziale libertà di culto: 'fateli spendere ed avrete il progresso'. La mentalità no-global del Lamaismo se ne frega però del progresso visto che proprio in nome di questa pazzia è venuta loro a mancare la sovranità sulla terra e sulla religione. 'Perchè non costruiscono una guest-house decente?', chiedo a Lobsang dopo aver visitato il cesso più alto e lurido del pianeta. 'E perchè dovrebbero?' mi risponde ridendo sotto i baffetti. 'I monaci minacciano di chiudere anche questa topaia e scappare in Nepal se il turismo dovesse disturbare troppo la loro meditazione.' Non mi curo di tradurre tutto questo ai pochi occidentali presenti, entusiasticamente impegnati ad inseguire i monaci, macchinetta digitale alla mano. Agli autisti che fanno la spola coi fuori-strada da Lhasa a Katmandu in Nepal, della salute fisica e mentale di noi stranieri interessa ben poco. Dal loro punto di vista siamo corpi da trasportare in cambio di danaro, e se ogni tanto qualcuno non ce la fa a superare la notte e ha problemi respiratori a cinquemila e tre, saranno affari di Mr Wang, posto dal Partito Comunista a capo dell'agenzia di viaggi più famosa di Lhasa. Ma cosa potevo aspettarmi? Nonostante siano spesso vestiti all'occidentale e guardino con occhi stupiti ai nostri oggetti tecnologici, l'attaccamento alla cultura tradizionale è fortissima tra la gente dell'altipiano. Per intenderci, cent'anni fa qui non esisteva la miseria ed il contrasto con il periodo 'pre-invasione' è sotto gli occhi di tutti. Prima libertà di culto e vita a contatto con la natura, ora persecuzione, distruzione ambientale, fame e colonialismo economico solo parzialmente mitigati dalla politica tollerante degli ultimi dieci anni. Sulla mano destra il nostro autista ha un tatuaggio che la dice lunga sul suo passato di attivista: una swastika buddista del tutto simile a quella nazista ma speculamente rovesciata. Irradiazione di luce, energia e, soprattutto resistenza politica contro quello che il Dalai Lama ha definito un genocidio culturale operato da un popolo invasore. Lobsang non perde occasione per farci sentire stranieri, come stranieri sono i cinesi che nel '49, al seguito di Mao invasero il suo paese per 'liberarlo dalla superstizione della religione' e renderlo una provincia della grande Cina. In nome degli ideali socialisti distrussero oltre seimila templi, uccisero oltre un millione di dissidenti trasformando una nazione pacifica in un presidio militare. Dal suo punto di vista, io che parlo cinese mandarino sono anzi uno straniero 'al quadrato', un servo volontario dei suoi padroni. E come dargli torto. Dei 400 Euro scarsi che abbiamo pagato a Mr Wang il suo servizio, Lobsang percepisce solo il 5%, il resto vola direttamente a Pechino. Ma questo i backpackers festosi che scorrazzano attorno allo stupa non lo sanno. Mi avvolgo in un sacco a pelo e valuto la possibilità di raggiungere a piedi il camp. Cammino un centinaio di metri poi mi fermo col fiatone e misuro i battiti cardiaci: sono oltre 120 al minuto, la temperatura è vicina allo zero ed io sono ancora vestito come nella tropicalissima isola di Hainan quando camminavo sulla spiaggia con una tavola sotto braccio. In queste condizioni arrampicarmi per sei chilometri a cinquemiladuecento metri di quota non è neppure un'opzione. Sono un mediterraneo scuro e tracagnotto, nato e cresciuto a livello del mare, quanto di peggio la natura può proporre in un ambiente come questo in cui la percentuale di ossigeno cala di oltre il 50% rispetto quota zero. Uno scomodo calesse di legno trainato da un cavallo piccolissimo è l'unica soluzione. Pago 30 Yuan allo svogliato conducente. 'Yo Hai!'. Per oltre un'ora l'unico tocco umano saranno i fili colorati delle preghiere votive attaccate ad ogni strapiombo ed il puzzo di burro rancido profuso dai capelli della guida Drokpa. Il campo base dell'Everest appare dopo l'ennesima curva di questa ripida mulattiera ed oggi è un vero 'non luogo': una distesa di tende e bancarelle ai piedi di una sterminata sassaia che guarda in direzione dell'Everest. Ma la montagna sacra è una vera 'prima donna' e non pare intenzionata a farsi ammirare di fatto negando significato e prospettiva visiva a tutto il Base Camp. Da un paio di settimane, mi suggerisce una guida cinese, l'Everest non vuole farsi vedere e si nasconde dentro cupe nubi scure. A Settembre il clima è troppo rigido per andare oltre quindi gli unici escursionisti presenti sono i ricchi turisti cinesi arrivati qui con lo stesso spirito con cui visitano Venezia, Firenze, Roma e Parigi in una sola settimana. Per loro poter scattare una foto in cui la cima è ben visibile è una questione di essenziale importanza. In mancanza di meglio, si mettono in posa sotto il cartello dell'hotel Yeti vestiti North Face dalla testa ai piedi, abbracciando la guida tibetana che li accompagna, comprano un paio di fossili contrattando fino alla morte, poi abbandonano le bombole di ossigeno e ripartono verso il rassicurante caos di Pechino, Shanghai o Canton. Io invece le bombole non le ho portate ed ora, frastornato dal mal di testa, costruisco con Valentina un Mani votivo, impilando una decina di rocce piatte ed è questo l'unica traccia di noi che lasciamo al camp. Questo mucchietto di schegge spaccate dal gelo è il limite estremo del mio viaggio. Costruendolo, vuole la tradizione Drokpa, si porta omaggio ad un luogo sacro. Tento di assorbire in silenzio l'enorme energia che aleggia a queste quote dimenticandomi delle avversità del viaggio. Forse è questa enorme assenza, questo vuoto di vita che accomuna le cime himalayane agli abissi del mare. Un condor volteggia ad oltre settemila, come un pesce di profondità tra enormi spazi vuoti. Una conferma forse.

INCOGNITE CLIMATICHE

Che le incognite climatiche fossero numerose, in questo viaggio, me ne ero accorto fin dall'inizio, cercando onde sull'isola di Hainan. Prima di tutto il surf non è nulla di garantito in un mare, quello cinese, più grande del Mediterraneo ma ugualmente chiuso. L'estate '06, poi, si è dimostrata fin da luglio una delle più calde degli ultimi anni in Asia. Incendi in Indonesia, inquinamento ad indici altissimi nelle aree iperindustrializzate di India e Cina ed il surriscaldamento del pianeta hanno concorso ad un'estate anomala. Così, se dieci anni fa ho visto otto tifoni attraversare questa regione tra Agosto e Settembre, l'estate scorsa questi scomodi produttori di onde hanno letteralmente circolato a latitudini completamente diverse. Il sud è stato attanagliato da una morsa di calore soffocante. In città come Canton, Shanghai e Xian la colonnina ha superato spesso i 40 C° spingendo milioni di cinesi ricchi verso le destinazioni più fresche come lo Yunnan, Pechino e Tibet. L'isola di Hainan ad Agosto invece è, come tutto il sud, un vero forno bollente dove frequenti piogge mantengono l'umidità all'80% su una base di 28-32C° di temperatura. Grazie al clima, Hainan è la culla del surf 'made in China' ed un buon punto di partenza per esplorare questo continente con la tavola sotto braccio. Da un punto di vista meteorologico, la costa est dell'isola è più fortunata di Hong Kong che, grazie alla presenza inglese, già da vent'anni nutre una scena surf. Essendo esposta a mareggiate da 270° riceve sia le potenti onde generate dai tifoni tra maggio e settembre che le mareggiate dai quadranti nordorientali, praticamente costanti tra ottobre e marzo. Il clima mite ha reso l'isola una destinazione invernale molto diffusa tra i cinesi benestanti. Quando a Pechino l'inverno continentale fa scendere il termometro a '20C°, qui ci si può permettere di festeggiare un buon affare attorno alla piscina, con tanto di prostitute russe e champagne. La capitale turistica dell'isola non è proprio il paradiso tropicale caro ai surfisti. Sanya è un paesone di 450 mila abitanti, piena di hotel dai prezzi proibitivi posti su spiagge mediocri ed inquinate. Serve spostarsi di una cinquantina di chilometri verso nordest per trovare un'atmosfera apprezzabile da noi surfisti ed è quello che facciamo. Nonostante non vi sia traccia di tifone e le previsioni parlino di onde alte al massimo un metro, partiamo verso le spiagge esposte indicatemi da Antony Colas (editor del World StormRider Guides) che proprio qui surfò un paio di anni fa. E' sui traballanti autobus della linea Sanya-Lingshui che incontriamo per la prima volta la Cina rurale. Hainan ospita oltre trenta minoranze etniche, la maggior parte delle quali è dedita all'agricoltura. Ogni mercato, ogni fermata di autobus è una lezione di antropologia. Le minoranze Miao e Li, presenti anche in Vietnam, Tailandia e Birmania, dai villaggi dell'interno scendono col bufalo a vendere verdura e comprare pesce. Nel brulichio della folla, i loro costumi tradizionali si alternano alle uniformi dei militari ed alle giacche demodè dei businessmen di provincia. La vita in città come Pechino o Kunmin ha ormai perso quelle caratteristiche di 'localizzazione' tipiche delle aree rurali. Qui, invece, tutti conoscono tutti. In autobus regna un'atmosfera gioviale in cui i passeggeri parlano e scherzano con conducente e bigliettaio. Nel vano libero appena dietro l'autista trovano spazio, oltre alla mia tavola, sacchi di cereali, fagioli, bidoni di vernice, pollame e quant'altro debba essere trasportato lungo questa arteria stradale. I passeggeri sono incuriositi dalla mia tavola e, visto che parlo cinese, dispostissimi a indicarci e guidarci... ed è seguendo i loro benevoli consigli che finiamo a bordo di un sidecar verso Xincun, oltre trenta chilometri fuori rotta rispetto al nostro obiettivo. Ma perdersi è sempre positivo quando aiuta ad entrare in sintonia con un ambiente. Lontano dalla capitale e dalle zone del boom, l'area settentrionale di Hainan vive una quotidianità brulicante fatta di agricoltura, pesca e limitatissimo turismo locale. Ci mischiamo ai cinesi nell'atmosfera frenetica delle strade. La parte di marciapiede antistante ad ogni porta è praticamente, un'estensione della casa ed è frequente vedere donne lavare i piatti, bambini giocare nudi e vecchi dormire, direttamente sulla strada, completamente incuranti della mancanza di privacy. Raggiungiamo la baia di Riyue (ed il suo albergo) solo in tarda mattina del giorno dopo, convinti di avere le onde tutte per noi. Trovare la hall dell'albergo piena di tavole da surf è stata una sorpresa non da poco!

SOLE E LUNA

Riyue Wan significa 'Baia del sole e della luna' ed in effetti questa lunga baia nasconde una insolita accozzaglia di situazioni. Due alberghi a quattro stelle sorgono a lato di un villaggio di pescatori di un'etnia dai tratti polinesiani. Gli unici ospiti stranieri nella baia siamo io e Valentina ma le placide onde del beach-break sono ben lungi dall'essere deserte. Al nostro arrivo una ventina di bambini, muniti di braccioli galleggianti e piccole tavole senza leash rincorrono le schiumette nell'angolo ripararto della baia. Due istruttori cinesi insegnano loro i rudimenti della remata mentre poco lontano, il villaggio di Haimen celebra con chiassosi riti il varo di una piroga. Dopo aver preso possesso della lussuosa suite (12 Euro/notte) raggiungiamo col mio fish 6.2 un picco poco lontano e aspettiamo lo svolgersi degli eventi confidando nella proverbiale curiosità dei cinesi. Le onde sono appena surfabili ma ugualmente veloci e divertenti soprattutto per Valentina che ne prende un paio in piedi destando gli applausi dei bambini. Appena finita la lezione il più anziano degli istruttori, ci raggiunge su un mini-longboard giapponese nuovo di trinca. Tra un'onda e l'altra passano lunghi minuti e, come in tutto il mondo, vengono riempiti da parole. Se escludiamo qualche aficionado giapponese, Mr Cun e gli altri istruttori costituiscono la quasi totalità dei surfisti di Hainan. Sono ospiti dell'hotel a fianco al nostro e lavorano a seguito di un gruppone di ricchi turisti Cantonesi. 'Il turismo sta esplodendo in Cina e capita sempre più spesso che i turisti richiedano lezioni di surf, ed allora chiamano noi'. Mr Cun ed i suoi amici surfano lungo queste coste da ormai dodici anni, da quando scoprirono grazie a sporadici surfisti europei e giapponesi, le potenzialità di queste lunghe baie. Da bravi cinesi sono riusciti in pochissimo tempo a trasformare una passione in fonte di lucro ed ora organizzano per i loro connazionali del continente, surftrip competamente made in China. La loro storia di surfisti ed imprenditori riflette i ritmi di crescita dell'intero paese. Lo stadio di costruzione artigianale delle tavole, tipico di ogni scena nascente fino agli anni '80, è stato completamente bypassato da questa scena surf. 'Non avevamo tavole all'inizio ed i giapponesi non ce ne lasciavano. Poi un nostro amico aprì una fabbrica per la lavorazione dei polimeri ad Haikou e riuscimmo a replicare in plastica una tavola prestata. Ora, grazie al turismo, abbiamo acquistato tutti tavole vere ma quelle vecchie le usiamo ancora per la scuola'. Più che tavole vecchie queste sono opere di 'modernariato surf' e dovrebbero trovar posto in qualche Surf-Museum assieme ai vecchi Olo ed agli Spoon di Greenough. A prima vista sembrano tavole normali ma toccandole, si capisce l'inganno. Due gusci di ABS malamente incollati e ripieni di polistirolo fradicio dal quale pendono tre pinne in plastica tenera. Le tavole si riempiono d'acqua ma è con queste cariatidi post-industriali che i miei nuovi amici hanno inizianto a cavalcare onde. 'I cinesi del continente vedono il surf nei film americani e sui cartelloni pubblicitari e vogliono provare. Nessuno di loro ha mai toccato una tavola vera nè tantomeno spera di mettersi inpiedi, quindi...'. Dopo la session veniamo invitati per un thè, poi a cena e senza accorgercene veniamo adottati dai surfisti e dal gruppo di turisti. Ovviamente vengo invitato come ausilio didattico al corso di surf. Il corso di Mr Cun si tiene alle 6.00 am e mischia sapientemente componenti di due culture. I bambini cinesi, abituati alle rigide regole delle scuole medie, alle 5 e trenta, sono già tutti svegli. La loro giornata comincia mangiando zuppa di cipolla, uova sode e mandou, una pasta di pane cotta al vapore, poi indossano i pantaloncini da mare ed alle 6 sono già in spiaggia ordinatamente disposti in file. Dopo una mezzora di Taiqi Quan (la famosa ginnastica Daoista) gli istruttori distribuiscono i braccioli ai più piccoli e li portano in acqua. Una volta raggiunto il line-up il silenzio e la disciplina delle lezioni teoriche svanisce. 'Kuai Kuai! Da wan laile!' urla un bambino obeso sdraiato a mo di tartaruga su un minilong. Il set (da wan) è costituito da una sola onda, alta circa 50cm, e tutti i bambini tentano di prenderla. In tre vengono sparati dall'istruttore verso riva aggrappati alle tavole con gli occhi fuori dalla testa per l'adrenalina! Lancio anche Valentina sulla spalla dell'onda poi mi sposto. Come il sacerdote più vecchio del monastero, il cui unico compito è quello di contemplare la perfezione del rito, guardo Valentina, il bambino obeso ed assaporo il punto zero di questo viaggio.

Un ringraziamento a Federico di Montagnard e Mr. Ben di Tibet Child Nutrition Project. Per info visita terma.org.

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